Device: radice indeuropea widh-, 'separare', da cui il latino dividere, 'mancanza', 'allontanamento', 'distribuzione', da cui l'antico francese devis, 'divisione'', 'separazione', 'disposizione', e anche 'desiderio'. Quindi ideare, immaginare, inventare. Ma anche ‘esaminare punto per punto’, ‘descrivere ordinatamente’, ‘esporre minutamente’. Quindi 'schema', 'piano', e 'a machine or tool used for a particular purpose'.
Perciò ogni device ci impone una sua propria specifica modalità d’uso, alla quale siamo costretti a sottostare. L’usabilità è diversa da device a device. Nel progetto di ogni diverso device è implicita la possibilità di porre limiti all’uso. Lo specifico modo di funzionare del device ci rende dipendenti dalle scelte del fabbricante. Ogni device porta con sé un modello di controllo, un vincolo posto a ciò che può fare l’utente.
La Zuhandenheit di cui ci parla Heidegger nell’Essere e il tempo, quell’originaria usabilità, quel plastico definirsi dell’utensile in accoppiamento strutturale con la persona che lo usa, è il superamento die limiti del device. La critica che l’Heidegger maturo rivolge alla ‘tecnica’ appare come critica a mainframe così come a ogni tipo di macchine-device che non si piegano agevolmente all’uomo. Automobili e utensili malamente disegnati. Catene di montaggio e centrali elettriche e centrali nucleari, macchine pensate per essere usate solo da tecnici specializzati. C’è un punto che, seguendo Heidegger, accomuna queste macchine: esse sono prive di Zuhandenheit. Per scelta progettuale, per scelta di tecnici e gestori orientati al dominio ed al controllo -possiamo pensare a tecnici informatici o a ingegneri delle telecomunicazioni o anche a manager-, essendo queste macchine-device.
Ora, per nostra fortuna, o per saggezza di tecnici-filosofi -Licklider, Engelbart, Nelson, Berners-Lee, Cunningham, e certo potremmo aggiungere altri nomi- il Personal Computer è ben lontano dalla macchina-device criticata da Heidegger. Non è un device, non è legata a nessun particolare purpose. Al contrario, è nativamente general purpose. E’ una macchina nella quale -per via di strati di software sovrapposti -pensiamo a Java- o per via di un browser, l’hardware e il sistema operativo, sono sempre più irrilevanti. Ci si allontana così dai limiti del device e ci si avvicina alla Zuhandenheit.
Guardiamo in particolare al Personal Computer di cui oggi normalmente disponiamo: connesso alla Rete, dotato di browser, e quindi aperto al World Wide Web. Ognuno è libero di muoversi nella sconfinata galassia di conoscenze che lui stesso contribuisce a creare.
In apparenza niente cambia con i device mobili, telefoni cellulari, palmari, smartphone e tablet vari. Per dir meglio: tecnologicamente nulla cambia: sono a tutti gli effetti Personal Computer.
Ma progettisti e gestori, e Gatekeeper di ogni sorta -dagli editori ai censori-, insomma tutti coloro che erano stati resi impotenti dall’affermarsi della visione di Licklider e Engelbart e Berners-Lee, aspettavano da tempo una seconda occasione.
I Personal Computer connessi in Rete e dotati di browser avevano mandato in fumo le loro velleità di controllo. Ma ecco affermarsi i device mobili: il treno passa una seconda volta sotto il naso dei Gatekeeper. E stavolta badano bene a non perderlo. Qui si può giocare la partita daccapo.
E badate bene: far pagare l’accesso alla conoscenza, far pagare qui ciò che sul Personal Computer è gratuito, è solo un aspetto del controllo, in fondo marginale. Un ragionevole compenso per la conoscenza scaricata dalla Rete -lo dimostra iTunes e in genere il mercato della musica- il navigatore è ben disposto a pagarlo. Ciò che è in gioco qui è, più ampiamente, il controllo sociale, ed il ruolo professionale di tecnici orientati al controllo.
Con i device mobile il gioco ricomincia daccapo. L’arma, in apparenza innocua, è il mobile browser. Si dice: lo schermo è piccolo, con un apposito browser ti rendo meglio visibile e fruibile la risorsa che hai cercato sul World Wide Web. Si contrabbanda così per Zuhandenheit ciò che è negazione della Zuhandenheit.
ottimizzo la visualizzazione attraverso il browser Si fa passare l’‘ottimizzazione’ dell’interfaccia in funzione del singolo device come un vantaggio per l’utente.
Il mio tentativo di accedere ad una URI, Uniform Resource Identifier, l’identificativo di documento, un'immagine, un file, un servizio, un indirizzo di posta elettronica, ha un esito sul Personal Computer, ed un altro, ben più controllato, sull’apparato mobile. Sul device mobile assunti di base che garantiscono libertà al navigatore -l’indifferenza della macchina e la trasparenza dell’accesso via browser- sono negati. Il mio tentativo di accedere alla conoscenza è condizionato dal device. Lì invece, sul device mobile, il mio mobile browser può obbligarmi a pagare ciò che il World Wide Web mi mette a disposizione gratuitamente; può impedirmi di accedere ad una risorsa; può dirottarmi su una versione della risorsa fatta apposta per pormi limiti che chi naviga in Rete via Personal Computer si era scordati.
Dal browser mobile all’applicazione costruita ad hoc per il device il passo è breve. Ciò che può essere scaricato, a questo punto, è solo ciò che qualche occhiuto esperto o controllore o mediatore ha deciso che io possa scaricabile.
E’ così che la prevalenza del device completa il disegno di negare la libertà che sembrava ormai acquisita attraverso il World Wide Web. Il World Wide Web, la cui ricchezza sta nella natura di complesso, indefinito, intimamente connesso pluriverso, si riduce a veicolo di singoli progetti di costruzione di conoscenza, limitati e controllati. Il pluriverso si segmenta in singoli universi. Il device divide e ci costringe in mondi chiusi. Il mondo di ciò che è scaricabile attraverso Kindle, il mondo di ciò che è scaricabile attraverso l’iPad.
Mondi chiusi, simulacri del pluriverso, come lo è Facebook.
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e invece sulla possibilità di sostituire le normali lezione con il modello della "e-classroom" dove docenti e discenti adoperano tablet pc e rete wifi a lezione, cosa ne pensa?
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