sabato 17 novembre 2012

Analogia tra quipus e informatica


Vari studiosi hanno ragionato attorno all’analogia tra quipus e informatica.
Gary Urton. Antropologo, cura a Harvard il Khipu Database Project. A lui si devono anche articoli divulgativi qui quipus e sui loromisteri.1 Sebbene aperto anche alle ricerche suiquipus narrativi, Urton è lesponente più in vista della scuola che intende i quipos comesophisticated system of mathematical notation.
In Signs of the Inka Khipu Urton sostiene che i quipus fossero basati, come lo sono i computer nel momento in cui lui scrive, su codice binario.2 Per osservare i quipos -che hanno una storia millenaria, lungo la quale, è dato da supporre, il codice si sia evoluto, magari anche attraverso grandi discontinuità- si prende ad esempio il computer -una macchina che vive ancora la sua fase infantile-. Puntare tutto sul supporre che alla base del codice dei quipos stia la codifica che presiede in questa fase al funzionamento del computer appare scommessa rischiosa. Già negli anni in cui Urton scrive si può ben immaginare che la classica macchina di Turing deterministica si evolverà per diventare macchina universale, e quindi macchina quantistica. Con inevitabili, importanti evoluzioni del codice.
Paul Beynon-Davies. Consulente di management, docente di Business School, informatico di professione, prende spunto dai quipos deli Incas per interrogarsi sullostatus of informatics as a discipline.3
L'informatica è termine-ombrello che permette di definire areethe overlapping disciplinary areas of information systems, information management and information technology. Il nodo del dibattito è, per Beynon-Davies, trovare labetter definition for the central concept of information system.
Il caso della civiltà Inca, ci presenta veri e propriinformation specialists- i quipucamayos, e una precisainformation technology, fondata sui quipos. I quipos appaiono, nel dominio dellinformatica,a non-familiar example of a data structure. Osservando i quipos possiamo mettere a fuoco la differenza trainformazioneedati, e individuarea number of essential or universal characteristics of data.
Vediamo così di fatto implementato nellImpero Incaico un maturoinformation system,sistema informativo. L'aspetto affascinante di questo sistema informativo, sul quale si fonda il buon funzionamento del grande impero, conclude Beynon-Davies, è che linformation technologyat its core did not even utilise written language.
Beynon-Davies usa lanalogia, in modo opposto a Urton: tramite i quipos cerca il senso dellinformatica. Eppure, anche qui scatta la molla del riduzionismo difensivo. A Beynon-Davies piace cogliere nei quipos, e nel loro uso presso gli Incas, la pura essenza di unsistema informativoidealizzatoche però non corrisponde aisistemi informativiche ha sotto gli occhi mentre scrive, a quanto, ci raccontano i cronisti. Il professionista dellinformatica, nellansia di fondare su basi solide la propria disciplina, sceglie di vedere nei quipos un sistema strutturato, predisposto per ospitare nient'altro che dati intesi come entità discrete. Si nega lesistenza dellaltra faccia dei quipos: il loro essere strumento di conservazione di narrazioni di miti e favole e storie.
Così facendo, tramite una lettura capziosa dell’analogia con i quipos, Beynon-Davies, finisce per escludere dal suo orizzonte l’altra faccia dell’informatica: l’informatica che, anziché lavorare con dati, lavora con testi: le basi dati non strutturate, i linguaggi di marcatura, i motori di ricerca, il World Wide Web nel suo insieme.

1Gary Urton,Inca Encodements, Science, 216, 1982. Gary Urton, Carrie J. Brezine,Khipu Accounting in Ancient Peru, Science, 309, 2005. Gary Urton,Untangling the mystery of the Inca, Wired, January 2007.
2Gary Urton, Signs of the Inka Khipu. Binary Coding in the Andean Knotted-String Records, University of Texas Press, Austin, 2003 (The Linda Schele Series in Maya and Pre-Columbian Studies).
3Paul Beynon-Davies,Informatics and the Inca, International Journal of Information Management, Volume 27, Issue 5, October, 2007. Paul Beynon-Davies,Significant threads: The nature of data, International Journal of Information Management, Volume 29 Issue 3, June, 2009.

mercoledì 19 settembre 2012

Il quipu come codice e come macchina


Immaginiamo un viaggiatore di ritorno dopo dopo una lunga assenza. Lontano dalle nostre terre tra l’ultimo scorcio del secolo scorso e l’inizio di questo, osserverà ritornando, certamente sorpreso, la macchina multiuso di cui può disporre ora ogni essere umano. Macchina che permettono di scambiare messaggi istantanei, e di conversare, anche condividendo le reciproche immagini, senza che influisca la distanza; e che offrono al contempo gli strumenti per fare di calcolo; e per scrivere liberi dai vincoli imposti dal foglio di carta; e di pubblicare, fuori dal controllo di editori e censori; e di accedere a innumerevoli fonti: archivi, documenti, libri, qualsiasi biblioteca del globo; macchine con le quali, ancora di si possono scattare fotografie, registrare filmati; registrare voci e comporre musica, disegnare; e conservare e organizzare e condividere questi oggetti multimediali, così come si possono conservare e organizzare e condividere i testi scritti; mischiando anche parole scritte e voci e suoni e immagini fisse e in movimento; fin al punto che il modo di intendere lo scrivere e il leggere, il disegnare e il fotografare e il comporre musica -intesi come singole arti- perdono di senso. E l’uomo appare, tramite queste macchine, più capace e intelligente.
Simile stupore dovevano trovare gli spagnoli che in terra d’America, attorno al 1530, giunti a contatto con la gran cultura dell’Impero Inca, ebbero modo di osservare come lì si ‘scriveva’, e si ‘leggeva’, e si organizzavano e si conservavano le conoscenze.

Para suplir la falta de letras, tenían estos bárbaros una curiosidad. (…) Las cosas más notables, que consisten en número y cuerpo, notábanlas, y agora las notan, en unos cordeles, a que llaman quipo, que es lo mismo que decir racional o contador. (...) Es cosa de admiración ver las menudencias que conservan en questos cordelejos, de los cuales hay maestros como entre nosotros del escribir.
Y así cada uno a sus descendientes iba comunicando sus anales por esta orden dicha, para conservar sus historias y hazañas y antigüedades y los números de las gentes, pueblos y provincias, días, meses y años, batallas, muertes, destrucciones, fortalezas y cinches.
Pedro Sarmiento de Gamboa, Segunda parte de la historia general llamada indica, Cuzco, 1572 (scritto tra il 1570 e il 1572).

Per supplire alla mancanza di lettere, avevano questi barbari una curiosità. (…) Le cose più notevoli, che consistono in numero e corpo, le annotavano, e ora le annotano, in delle cordicelle, che chiamano quipo, che è lo stesso che dire razionale o contabile. (…) E’ cosa che desta meraviglia vedere le minuzie che conservano in questi cordami, dei quali ci sono maestri come tra noi dello scrivere.
E così ognuno ai suoi discendenti comunicava i suoi annali per mezzo di questo detto ordine, per conservare le loro storie e le gesta e le antichità e il numero delle genti, dei popoli e delle province, dei giorni, e dei mesi e degli anni, e le battaglie, le morti, le distruzioni, le fortezze e i capitani.
Pedro Sarmiento de Gamboa, Historia índica, sta in Garcilaso de la Vega, Obras Completas, Apéndice con Historia indica de Pedro Sarmiento de Gamboa, Atlas, Madrid, 1965. Tomo IV, pp. 211-212 (Biblioteca de Autores Españoles, 135).

Nel cogliere il senso profondo di ciò che chiamiamo ‘leggere’ e ‘scrivere’, ci è di grande aiuto l’osservazione di altri modi di costruire conoscenza, modi assolutamente differenti.
Tramite i quipos questi indios conservano la conoscenza “vera y ordenadamente”, “veramente e ordinatamente”, diceva Sarmiento de Gamboa. Martín de Murúa, altro Cronista delle Indie,
precisa: “tutto messo con molto ordine e ben disposto”. C’è dunque un criterio, c’è una logica precisa. C’è un modo -per noi incomprensibile, ma efficace- per conservare e per recuperare. Per mantenere nel tempo e per avere a disposizione in questo istante.
I cronisti osservano, testimoniano. Mostra la sorpresa di fronte alla differenza. Anche se forse non la sa percepire nelle sue dimensioni. Non poteva sapere che i quipos erano in uso almeno da 2.500 anni prima di Cristo. L’invenzione della scrittura con caratteri cuneiformi, incisi con uno stilo su un supporto di argilla, è di poco precedente.
Accettare che alfabeti, scrittura, libri non siano che una delle forme attraverso le quali può essere conservata la conoscenza è mettere in discussione i fondamenti della nostra cultura.
Ciò che noi facciamo con carta e penna, gli indios di cultura quechua fanno attraverso i quipos. Ma gli indios fanno attraverso i quipos anche -ed è questo secondo passaggio che appare più importante- ciò che facciamo, nel dominio dell’informatica, scrivendo su un supporto di memoria – un disco, un supporto allo stato solido.
Di fronte a questa constatazione, siamo obbligati ad allargare lo sguardo. La nostra consuetudine con un certo modo di scrivere ci fa velo. In realtà, conosciamo altre codifiche.
I quipus ci portano su un terreno inusitato, ben oltre la visione del mondo che può essere espressa attraverso la metafora del libro.
Ci spingono a riflettere su come il codice che presiede al funzionamento del computer, al di là dell’apparenza, non sia poi così diverso dal codice che presiede alla scrittura con carta e penna.
Ci spingono anche a chiederci se forse, condizionati dalla tradizione, dalla consuetudine, non leggiamo in termini riduttivi la novità implicita nel computer e nel suo codice.
Tramite questi ‘cordami’ sono conservate, con minuziosa precisione “sus historias y hazañas y antigüedades y los números de las gentes, pueblos y provincias, días, meses y años, batallas, muertes, destrucciones, fortalezas y cinches”; “le storie e le gesta e le antichità e il numero delle genti, dei popoli e delle province, dei giorni, e dei mesi e degli anni, e le battaglie, le morti, le distruzioni, le fortezze e i capitani”.
Ciò che più desta meraviglia è che attraverso i quipos fossero conservati non solo dati 'discreti', numerici', ma anche narrazioni.
Tutto lo scibile può essere conosciuto, tutta la conoscenza può essere conservata, ogni storia può essere narrata attraverso corde e nodi.  

I quipos ci spingono a ricordare come noi, bisognosi di fondamenti, riconduciamo la novità a ciò che è spiegabile avendo in mente il libro. Impediamo così forse al computing di sprigionare la novità di cui è portatore. C'è di più: http://diecichilidiperle.blogspot.it/2012/11/analogia-tra-quipus-e-informatica.html.





martedì 31 luglio 2012

Come le arterie di un ragno divino


E' il titolo di un capitolo del mio saggio Viaggio letterario in America Latina. Un capitolo che non avrei potuto scrivere con carta  e penna. E' stata concepibile e realizzabile solo perché lavoravo con un computer, con un programma di 'trattamento dei testi'.
(Per la cronaca, per abitudine assunta lavorando nella Direzione Organizzazione della Mondadori, ho continuato a usare, fino a quando nel 1998 ho licenziato il testo del Viaggio letterario, un poco noto, ed alla fine in apparenza obsoleto Word Processor; XyWrite. Un Word Processor che aveva già a metà degli Anni Ottanta del secolo scorso tutto ciò che -dal punto di vista dello scrittore- è importante.).
Scrivendo quel capitolo del mio saggio, a differenza di quello che sentivo scrivendo altri capitoli-, sentivo proprio la limitazione legata all'impossibilità di aggiungere legami multimediali, immagini e suoni, ero costretto ad evocare film e musica con parole. Questo vincolo è proprio una di quelle contraintes di cui argomentavano Queneau, Perec, e gli altri di Ou.Li.Po. Questo, come ogni vincolo, a volte  è virtuoso e a volte no.
Sentivo, scrivendo 'Come le arterie di un ragno divino', la limitazione legata al fatto che un simile testo è  sempre provvisorio, si potrebbe aggiungere sempre qualcosa. Mentre altri capitoli potevano essere ragionevolmente 'finiti', questo no. Tanto è vero che nel ripubblicare il libro presso quella piccola casa editrice due anni fa, questo è l'unica capitolo al quale ho aggiunto qualcosa, e nel quale ho modificato qualcosa.
E sentivo la limitazione insita nel non poter aggiungere parti di testo fatte -anziché di segni alfabetici- di immagini fisse e in movimento, suoni, musica.
E sentivo anche che l'autore può decidere di scrivere da solo senza interventi di altri, ma potrebbe anche all'opposto scrivere limitandosi ad usare citazioni di altri autori.
Da questa esperienza posso trarre una considerazione generale: oggi una persona che scrive con un Personal Computer, avendo a disposizione le risorse offerte dal World Wide Web e pensando ad una pubblicazione tramite World Wide Web, è chiamato a compiere scelte che erano impensabili quando si scriveva su carta, in vista di una pubblicazione tramite libro.

giovedì 19 luglio 2012

Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura 2012-2013


Questo è il programma del corso che tengo nel primo semestre (settembre-dicembre) dell'anno accademico 2012-2013.

Titolo: Tecnologie dell'Informazione e Produzione di Letteratura
Corso di studi interfacoltà: Informatica Umanistica (laurea magistrale)

Argomento:
Il corso proporrà una riflessione a proposito di come la codifica digitale della conoscenza, e la disponibilità di nuovi strumenti -di cui il word processor e il motore di ricerca sono casi esemplari-
ci impongono di ripensare ciò che chiamiamo ‘letteratura’.
La ‘letteratura’, evolutasi tra oralità e scrittura, giunta a noi sotto forma di libro, appare ora, di fronte a nuove tecnologie, in luce differente.
E’ possibile interrogarsi sulle possibili evoluzioni, nel nuovo contesto, di figure consolidate: autore, interprete, editore, lettore.
Non si guarderà però alla situazione presente e imminente con l’intento di cogliere punti di rottura e discontinuità. Né si considererà il World Wide Web come mondo separato, nel quale emerge una specifica ‘letteratura’. Si cercheranno invece di cogliere gli elementi di continuità, guardando a come libera espressione dell’autore, tradizione letteraria, critica letteraria e attenzione filologica manifestano nel nuovo contesto.

Alcuni dei temi oggetto di riflessione:
- Strumenti e spazi di libertà per l’autore, individuale e collettivo
- Come intendere la letteratura oggi, ovvero il Web come metafora
- Per una nuova definizione del ‘testo canonico’
- Verso una filologia digitale: approcci e strumenti
- L’e-book come incunabolo
- Testo vs. Libro. Il futuro del libro come forma e come oggetto
- Una ipotesi a proposito del recente successo dei ‘libri gialli’

Esercitazioni:
Come le arterie di un ragno divino: un progetto di scrittura collaborativa multimediale. Sono invitati a partecipare sia i frequentanti sia i non frequentanti (oltre ad altri studenti interessati al progetto). Tramite appositi tag resterà evidenza del contributo di ognuno. Punto di partenza dell’esercitazione è il capitolo “Come le arterie di un ragno divino”, compreso in: Francesco Varanini, Viaggio letterario in America Latina, Marsilio, Venezia, 1998. (Il testo è almeno parzialmente leggibile tramite Google Book. Per il testo di partenza, la piattaforma di lavoro e lo sviluppo dell’esercitazione rivolgersi via e-mail al docente).

'Decostruzione' tramite strumenti informatici di un romanzo a scelta. Si chiede allo studente di agire con libertà e con atteggiamento creativo, allo scopo di progettare la trasformazione di un romanzo -nato per essere fruito tramite supporto cartaceo- in un ‘oggetto di conoscenza’ basato su codifica digitale. Si chiede di operare utilizzando algortimi, o linguaggi di programmazione, o linguaggi di marcatura, o tool, insomma strumenti che fanno parte del bagaglio dell’informatico-umanista. Si chiede un progetto chiaro nello scopo, e preciso per quanto riguarda gli strumenti adottati. Non importa se lo sviluppo sarà parziale e non completo.

Letture obbligatorie:
Witold Gombrowicz, Ferdydurke, Ròj, Varsavia, 1937 (ma con data 1938). Con lo stesso titolo, in spagnolo: Argos, Buenos Aires, 1947; in francese: Julliard, Paris, 1958; e in italiano Einaudi, Torino, 1961 (trad. incompleta, basata sulla trad. francese, a sua volta originata dall’ed. in spagnolo). Le diverse modifiche che differenziano l’ed. spagnola da quella del ’37 sono mantenute dall’autore nell’ed. polacca del 1969 (Instytut Literacki, Paris), da cui la trad. it. di Vera Verdiani: Ferdydurke, Feltrinelli, Milano, 1993.
Si chiede una lettura personale ed un commento, meglio se se sotto forma di scheda scritta, badando in particolare ai seguenti aspetti:
Relazione professori-studenti
Il problema della forma
Cosa è moderno
La fortuna di un romanzo
La fruizione del romanzo tramite traduzioni

- Francesco Varanini, Lezione digitale di Tecnologie dell’Informazione e produzione di letteratura, accessibile (sotto forma di testo scritto, narrazione orale, presentazione sintetica) presso iTune University. http://itunes.apple.com/it/podcast/rielaborazione-del-discorso/id400492966?i=88483620
- Francesco Varanini, “Un certo tipo di letteratura”: http://www.scribd.com/doc/24567746/Francesco-Varanini-Un-certo-tipo-di-letteratura
- Francesco Varanini, “La restituzione poetica”: http://www.scribd.com/doc/18237293/Francesco-Varanini-La-Restituzione-Poetica-o-il-Ricercatore-Debole
- Francesco Varanini, “Il romanzo come baule: http://www.scribd.com/doc/24624819/Francesco-Varanini-Romanzo-Come-Baule-Or-novel-without-bookishness
- Francesco Varanini “Nebrija: L'impero della lingua o la lingua dell'impero”: http://www.scribd.com/doc/24848495/Francesco-Varanini-Elio-Antonio-de-Nebrija-L-Impero-della-Lingua-o-la-lingua-dell-Impero
- Francesco Varanini, “Permanentemente registrare, in vista di giorni migliori. Ovvero la conoscenza come divinazione e preghiera”, http://www.scribd.com/doc/100496616/Francesco-Varanini-Permanentemente-registrare-in-vista-di-giorni-migliori-Ovvero-la-conoscenza-come-divinazione-e-preghiera

Bibliografia di approfondimento:
- Ivan Illich, In the Vineyard of the Text : A Commentary to Hugh's Didascalicon, University of Chicago Press, 1993; trad. it. Nella vigna del testo, Cortina, 1994.
-Jay David Bolter, Writing Space. The computer, Hypertext and The History of Writing, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale (N.J.), 1991, trad. it. Lo spazio dello scrivere. Computer, ipertesti e storia della scrittura, Vita e Pensiero, Milano, 1993. (Evitare possibilmente la seconda edizione, sia in inglese che in italiano; è peggiorativa).
- George P. Landow, Hypertext 2.0., Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1997; trad. it. L' ipertesto. Nuove tecnologie e critica letteraria, Bruno Mondadori, Milano, 1998.
- Ted H., Nelson, Literary Machines, Swarthmore (Pa), 1981 (pubblicato in proprio). Trad. it. dell'ed. 1990: Literary Machines 90.1, Muzzio, Padova, 1992.
- J. C. R Licklider, Libraries of the future, The MIT Press Cambridge, MA 1965, reperibile su Internet Archive: http://archive.org/details/librariesoffutur00lickuoft

sabato 2 giugno 2012

La personalizzazione dei risultati. O della caduta tendenziale dell’efficacia di Google e di ogni altro motore di ricerca


Cerco di parlare di come i motori di ricerca stanno via via perdendo la loro funzione.
Intendo per funzione del motore di ricerca l’accompagnare la mente umana nel pensare, e dunque nel produrre conoscenza.
Intendo per pensiero ‘conoscenza adeguata alla situazione, all’istante -ciò che ho intorno mentre ora mi accingo a cercare tramite il motore di ricerca qualcosa che mi è venuto in mente; all’attimo -se pongo in sequenza, in cronologia, le ricerche tentate tramite il motore, ognuna è compiuta in un attimo (‘atomo di tempo’) diverso; al momento: il mio cercare in un momento (‘momento’ è contrazione di ‘movimento’) irripetibile, ogni singola ricerca appartiene a un flusso, a un processo di pensiero che si evolve.

Il motore di ricerca come protesi della mente pensante
Possiamo dunque intendere il motore come una protesi, un prolungamento della nostra mente. Così come lo è la penna con la quale verghiamo segni su un supporto. Così come le mie dita avvinte alla penna mi portano a sciogliere il garbuglio che ho in mente tramite il processo di scrittura, le mie dita appoggiate sulla tastiera, i miei arti, il mio corpo, contribuiscono al pensiero favorendo l’‘accoppiamento strutturale’ con una macchina che chiamiamo computer. Di questa macchina ora non interessa il funzionamento specifico, interessa il fatto che tramite il motore di ricerca mi permette di allargare l’area della mia coscienza.
La tecnologia della scrittura su carta aiuta a sbrogliare il groviglio che ho in mente – ma la mia mente durante quel lavoro ‘resta sola’. La lettura mi aiuta a sbrogliare il groviglio che ho in mente in altro modo: fornisce nuovi stimoli, propone nuove connessioni – ma posso leggere solo un libro alla volta; e devo fidarmi di come ha sbrogliato il groviglio che ha in mente quel singolo autore; e devo fidarmi di come la mia mente semidesta mi ha guidato nel prendere in mano in quell’istante quel libro, mi ha guidato fino ad aprirlo a quello pagina.
Rispetto ai limitati aiuti offerti dalla scrittura e dalla lettura, gli unici aiuti che per lunghissimo tempo l’uomo ha avuto a disposizione, l’aiuto del motore di ricerca è enormemente più alto, vasto, profondo.
Il motore di ricerca mi permette di affacciarmi su un infinito spazio di ‘cose che non ho saputo pensare da solo’, di ‘cose che non ho ancora pensato’. O forse meglio: non solo mi permette di affacciarmi, ma mi porta ad affacciarmi. La spinta virtuosa sta nello sbattermi in faccia anche quello che non vorrei vedere.

Portare fortuna
Vediamo ora perché il verbo più adeguato per parlare della funzione del motore di ricerca è portare, o meglio, è il latino ferre.
La fortuna, di cui il motore di ricerca è dispensatore, è il farci vedere ciò che è visibile alla luce del ‘caso’, della ‘sorte’, del ‘destino’, prescindendo dalla nostra stessa volontà, dalla pressione limitante di schemi mentali già dati, ideologie, censure ed autocensure, paure. Potremmo dire: prescindendo dal Super Io. E portando invece alla luce l’Es.
Possiamo ricordare che fortuna, fortuito, forse discendono dal latino fortus, ‘sorte’. Fors è il nome d’azione del verbo ferre, ‘portare’. Da fors, fortus, ‘l’atto di portare il destino’. Da fortus, fortuitus, ‘che avviene per caso’. L’italiano forse discende dalla locuzione latina fors it, ‘destino sia’. La fortuna, o destino, è l’azione di portare la sorte che spetta a ciascuno. Qualcosa che ci coinvolge, ma che è inatteso.
L’accoppiamento strutturale tra essere umano che pensa e motore di ricerca genera novità inattesa, nuova conoscenza.
A ben guardare, il limite di Google, o l’autolimitazione implicita nel motore di ricerca, o l’inconsapevolezza del senso profondo del motore di ricerca, sono già testimoniati dalla tradizionale opzione offerta da Google. Sotto la finestra nella quale siamo invitato a formulare tramite parole la nostra ricerca, vediamo due tasti: “Google Search”, tradotto in italiano con “Cerca con Google” e “I’m Feeling Lucky”, tradotto in italiano con “Mi sento fortunato”.
Se scegliamo la seconda opzione, Google ci offre un solo risultato. Perché mai dovrei sentirmi fortunato se Google mi offre un solo risultato, quando può offrire alla mia mente pensante più risultati, tutti diversamente utili, tra cui scegliere? Posso sentirmi soddisfatto dall’unico risultato solo se mi contento di avere restituite da Google informazioni relative a qualcosa che avevo già in mente. La soddisfazione sta nella conferma.
Ma se Google mi restituisce ciò che sapevo già, se Google trova ciò di cui conoscevo già l’esistenza, tanto da farmi considerare ‘giusta’ la risposta, allora Google mi è stata utile solo come variante dello schedario di un biblioteca, o come data base retto da un modello dei dati previamente definito.
Google, così, non mi ha offerto niente di nuovo. Con il solo risultato, sopratutto se quel risultato mi appare ‘gisuto’, sono stato ricacciato indietro, nel mio passato, nel tempo in cui avevo già pensato a quella cosa. Non sono stato in realtà fortunato: la fortuna, appunto, comporta l’ignoto, il caso, il non consapevole, riguarda ciò che non so, o non so di sapere.
Google ci è utile non perché, e quando, ci offre conferme; ci è utile perché, e quando, porta a noi l’ignoto e l’inatteso. Quando ci connette con il perturbante, quando porta a noi, anche contro la nostra volontà, con ciò che ci dà disagio, e che vorremmo non vedere.

Personalizzazione dei risultati
Ora, questo vizio già implicito nello spingermi a considerarmi fortunato i fronte ad un unico risultato giusto, si ripresenta in forma generalizzata, con conseguenze più gravi, da quando Google ha via via ‘personalizzato’ i risultati delle mie ricerche.
Siamo lungi dal sapere tutto di come funzioni l’algoritmo di Google, ma di questo cambiamento ci siamo accorti tutti.
Google del resto l’ha dichiarato ufficialmente nel mese di dicembre 2009: chiunque effettua una ricerca si ritrova serp -search engine results page- inficiati dalle ricerche precedenti e dai click sui siti visitati.
Google, come del resto gli altri motori di ricerca sopravvissuti alla sua monopolistica presenza, modifica costantemente i propri algoritmi di ricerca nel tentativo di produrre risultati di alta qualità, più rilevanti.
Possiamo chiederci però dove stia la ‘più alta qualità’. Possiamo chiederci quali sono i risultati ‘più rilevanti’.
Possiamo sopratutto chiederci come fa Google a sapere quali risultati per me sono più rilevanti. Google non ha che una possibilità: tenere conto delle mie ricerche precedenti; dei miei “previous search habits”. Ma così, appunto, mi ricaccia nel passato. Chiude la mia ricerca in un feedback. Mentre invece il World Wide Web ci è utile se ci impone feed forward, . Ci è utile un motore che elabori le informazioni in ingresso -ciò che scriviamo nella finestra del motore di ricerca- purché l’elaborazione degli ingressi (input) non pretenda di prefigurare il valore dell'uscita (output).
I feed che tramite Xml possiamo attivare -ogni link, ogni connessione, ogni RSS- sono feedforward, non feedback. Navigando nella Rete, di nodo in nodo allarghiamo le nostre conoscenze proprio perché ci allontaniamo dai limiti impliciti del punto di partenza, punto dal quale ci muoviamo, condizionati dalla nostra ignoranza. Il motore di ricerca è lo strumento principe per allontanarci dai limiti impliciti nella nostra ignoranza. Ma ora ce lo ritroviamo depotenziato, perché ripercorre nostre vecchie tracce. Tracce di quando ci ponevamo altre domande, tracce di quando ci muovevamo in un altro contesto, tracce di quando eravamo ancora più ignoranti di quanto lo siamo ora. Ora sto pensando. Ma Google, di cui mi ero abituato a fidarmi, perché avevo appreso come mi aiuta a pensare, ora mi inganna, allontanandomi dal presente, riportandomi a ripensare il già pensato. Nell’evoluzione del mio pensiero l’eventuale tornare sulle cose già pensate è una possibilità. Ma qui diviene un vincolo, un obbligo imposto mio malgrado, oltretutto imposto in modo non trasparente.

Discovery Engine
Di fronte al successo, ed ai limiti di Google, altri attori cercano strade diverse. Appaiono quindi motori che pretendono di superare i limiti di Google e di ogni altro search engine, e che affermano la propria differenza chiamandosi discovery engine.
Basti un esempio: trap.it. Qualcuno si esalta: “Il web si sta spostando dalla ricerca alla scoperta!”. Purtroppo, si tratta entusiasmi del tutto ingiustificati. Dalla padella nella brace, direi.
Lo scopo di questi nuovi motori è duplice: velocizzare le ricerche, e scongiurare i pericoli derivanti dalla ridondanza e dall’overflow.
Cioè, ancora una volta, lo scopo è limitare la capacità del motore nell’aiutarci a produrre nuovo pensiero.
Ciò che chiede la persona che pensa al motore è essere sorpresi da risposte inattese, eppure in qualche modo legate a qualcosa che era implicito nella nostra domanda. Se l’aspettativa è questa cosa mai importa una risposta più veloce di qualche nanosecondo, o magari anche di qualche secondo.
Importa semmai che i crawler abbiano visitato anche i server più remoti; importa cioè che si sia accumulata la maggior massa possibile di materiali tra i quali cercare. La ridondanza è una benedizione; lì sta la ricchezza. Non sappiamo quale dato ci servirà, quando ci servirà. Ciò che chiamiamo ‘dati’ non è altro che la materia prima, grezza, non importa di che grana, con la quale ognuno di noi, pensando liberamente, costruisce conoscenza.
E parlare di overflow, è ancora una volta parlare della nostra paura di fronte al flusso, all’abbondanza, alla sconfinata ricchezza di conoscenza che in in qualche luogo c’è, e che il nostro pensiero potrebbe attingere – appunto, con l’aiuto di motori di ricerca, o di scoperta.
Dalla padella nella brace, passo indietro, perché il preteso passo avanti dei Discovery Engine rispetto a Google si fonda su strumenti di intelligenza artificiale.
Ora, Google, comunque la si guardi, ha un pregio: il suo algoritmo costruisce ordinamenti a partire dai comportamenti degli esseri umani. Legare me ai miei comportamenti passati è un difetto. Ma dare importanza ai siti e alle pagine e ai post e agli oggetti che altri essere umani hanno considerato importanti è un gran pregio. L’ordinamento di Google è frutto dell’azione umana. A questa nei Discovery Engine si sostituisce un’intelligenza artificiale, una pretesa intelligenza della macchina pensante. Un passo indietro.


sabato 3 marzo 2012

Ian Hickson e l'etica dell'Html 5

Non i parla abbastanza delle persone alle quali dobbiamo la stessa esistenza del World Wide Web, e il suo miglioramento continuo.
Uno di questi, uno dei tanti, è Ian Hickson, l'editore della specifica Html. Facile reperire informazioni sul suo lavoro e sul suo punto di vista;  basta visitare la sua pagina su Google+. Due sue  recenti prese di posizione l'hanno portato al centro dell'attenzione. Si tratta di prese di posizione importanti.
La prima riguarda le modalità di sviluppo del software. Hickson è un gran sostenitore di quell'approccio è anche detto -non di rado in senso spregiativo- detto anche 'beta permanente'.
Hickson ne parla a proposito del suo lavoro nell'ambito del Web Hypertext Application Technology Working Group (WHATWG) -il gruppo di lavoro che si occupa dell'evoluzione del tecnologie Html-. Rivendica i pregi il suo modo di lavorare, che chiama 'living standard model', opponendolo allo 'snapshot model' tradizionalmente adottato da chi lavora nel W3C.
Secondo lo 'snapshot model', "one has a 'draft' that nobody is supposed to implement, and when it's 'ready', that draft is carved in stone and placed on a pedestal. The usual argument is something like 'engineering depends on static definitions, because otherwise communication becomes unreliable'."
Il 'living standard model', che Hickson e il suo gruppo adottano nel lavoro attorno all'Html, è invece
"a standard that we update more or less every day to make it better and better".
Niente è mail del tutto pronto. Ma intanto si può rendere disponibile il codice.
Non una norma imposta dall'alto, ma miglioramento continuo. Questo non vuol dire che seguendo l'approccio 'living standard si possano cambiare le cose in modo arbitrario. "The only possible changes are new features, changes to features that aren't implemented yet or that have only had experimental implementations, and changes to bring the specification even more in line with what is needed for reliable communication, as the argument above puts it (or 'interoperability', as I would put it), i.e. fixing bugs in the spec.".
La necessaria standardizzazione delle risorse definite dal World Wide Web Consortium (W3C), base necessaria per garantire l'interoperabilità, "doesn't depend on static definitions, it depends on accurate definitions".
Posso aggiungere che dietro una definizione statica, "carved in stone and placed on a pedestal", imposta a tutti come fatto compiuto, l'interesse di parte ed eventualmente l'inganno si nascondono bene. Ben più difficile nascondere interesse di parte e inganno dietro una definizione accurata, ridotta allo stretto necessario, costantemente migliorata, trasparente, soggetta al controllo pubblico.
Ora, il ruolo di Hickson è particolarmente importante per via dell'Html5. In parole povere, l'Html5 rende inutili le App. Il potere economico, ed ed anche di controllo sociale, della Apple, per quanto riguarda iPhone e iPad, così come di Google per quanto riguarda il sistema operativo per dispositivi basati su Android, si fonda appunto sulle App, programmi scritti appositamente per ogni diverso sistema operativo: l'Os dell'iPad, Android, ecc. L'Html5 permette invece di accedere direttamente via browser (Safari, Explorer, Firefox, Chrome o quello che sia). Tutto più semplice, più trasparente, economico, uguale per tutti - come dovrebbe essere il World Wide Web.
Per Apple, Google, Microsoft, per i produttori di contenuti, l'importante è 'far pagare', e quindi la totale assenza di protezione dei contenuti sostenuta da Hickson è giudicata un 'punto di debolezza'. Si fa passare per problema tecnico una questione di libertà. O per maggior precisione: una questione etica.
Pochi giorni fa, non a caso, Hickson ha rifiutato una ulteriore proposta di inserire nelle specifiche Html un sistema di protezione dei contenuti multimediali, dichiarando: "I believe this proposal is unethical and that we should not pursue it".
L'etica del Web sta nel garantire uguali condizioni di accesso. Chi ritiene di dover far pagare i contenuti che offre sul Web, faccia pure. I mezzi per raggiungere lo scopo sono diversi. Ma il Web è il Web solo se i suoi standard, come vuole Hickson, restano accurati, ridotti allo stretto necessario, costantemente migliorati, trasparenti, soggetti al controllo pubblico.
Nessuno ce lo viene a dire chiaramente, ma il sogno dei grandi operatori è quello di tornare ad una situazione one to many, una situazione dove i pochi dotati di potere possano decidere cosa va pubblicato e cosa no, e a che condizioni. Hickson e altri come lui, attraverso gli standard, difendono la libertà di accesso. L'etica del Web sta nel garantire a tutti la possibilità di pubblicare.

sabato 25 febbraio 2012

La metafora del baule


La metafora del baule mi pare particolarmente adeguata. E’ una metafora tecnica, legata allo sviluppo dell’Information & Communication Technology. Ci parla di come sia limitante l’idea di Data Base. Il Data Base è una collezione organizzata di informazioni. Prima di iniziare a raccogliere le informazioni, si deve definire il modello, lo schema che prevede quali informazioni possono essere conservate, e dove ogni informazione è conservata. Per accedere all’informazione, si deve andare a cercarla proprio lì.
Non entro in dettagli, e chiedo anzi scusa agli specialisti per la rozzezza della descrizione che ho proposto. Ma il fatto rilevante è che oggi i trend più significativi dell’I&CT tendono a dare per scontata l’esistenza di Data Bases, e quindi a disinteressarsi di Data Bases.
Non importa l’architettura del Data Base, non importa in che forma le informazioni erano originariamente organizzate, non importa il luogo fisico dove risiedono le macchine, non importa su quale disco o altro supporto le informazioni sono memorizzate. Tramite strati di software sovrapposti ad altri stati di software, tramite software dedicati, tramite interfacce, tramite connessioni e reti, le informazioni sono in ogni caso accessibili e collegabili tra di loro.
Dunque alla metafora del Data Base –software che ci complicano la vita, e pongono vincoli alla possibilità di conservare e riutilizzare informazioni e conoscenze–, si sostituisce la semplice metafora del baule: informazioni, conoscenze, documenti, testi, tabelle di dati quantitativi, tutto può essere conservato senza problemi, in modo affastellato, sconnesso, confuso, incoerente, dispersivo. L’accumulazione disordinata non genera problemi. Quello che serve, quando serve, nella forma che serve, potrà comunque essere recuperato e fruito.
Elenco qui le definizioni più comuni di alcune delle aree tecnologiche che permettono di considerare superato il Data Base. 
Si sa che la formulazione dei concetti, nel mondo dell’Information & Communication Technology, passa attraverso formulazioni tecniche e acronimi che rendono ostica la comprensione ai non specialisti, e spesso anche agli stessi specialisti. Si tratta di sigle che sono state, o sono, diversamente attuali come comodo supporto alla vendita di servizi e di consulenza e di vere o false novità.  In realtà nascondo serissimi concetti che meriterebbero una riflessione filosofica. Ma mi limito qui a enumerarli alla rinfusa, come elenco aperto -non li colloco, appunto, in un Data Base-.
On line Analytical Processing (OLAP); Enterprise Application Interchange (EAI); Extracting, Transforming (o Transporting) and Loading (ETL); Middleware; Web services, Service Oriented Architechture (SOA); Semantic Web; Content Management System (CMS); Business Intelligence; Data Mining; Information Retrieval; Knowledge Discovery in Databases (KDD).
Qualcuno forse non vedrà sufficienti punti di contatto tra queste tecnologie: ma se accettiamo la metafora del baule tutto ci apparirà più chiaro: per avere a disposizione la conoscenza che serve, non c'è più bisogno di conservare su scaffali preordinati oggetti discreti, corrispondenti a un modello. 
Non buttate via nulla, conservate alla rinfusa tutto in un baule. Questo basta. Quando sarà il momento ci preoccuperemo di cosa estrarre, e come. 
Per questo non è più vero il vecchio adagio dei tecnici -"garbage in, garbage out"- che si giustificavano attribuendo alla scarsa qualità dei dati ogni responsabilità della cattiva risposta offerta alle aspettative degli utenti. 
Il computing appare sempre meno come ordinamento di dati entro entro un modello strutturato -il Data Base- e invece sempre di più come processo alchemico, capace di trasformare scorie e materiali spuri in oro. 


sabato 21 gennaio 2012

Stop Online Piracy Act (SOPA), Protect IP Act (PIPA) e la nozione del Copyright


Nell’ultima settimana due progetti di legge in discussione presso il Congresso degli Stati Uniti -Stop Online Piracy Act (SOPA), alla Camera dei Rappresentanti, Protect IP Act (PIPA) al Senato- sono stati rimessi almeno per il momento rimessi nel cassetto. Progetti sostanzialmente convergenti, formalmente tesi a bloccare l’accesso a siti web sospettati anche solo vagamente di violazioni del copyright. I titolari di diritti lesi, in base alle leggi, potrebbero agire per vie legali non solo nei confronti di chi abbia materialmente commesso la violazione, ma anche nei confronti dei siti e dei portali che ospitano i contenuti in violazione di copyright.
Schierati a favore, le associazioni industriali dei produttori di Computer Games, Entertainment Software Association; dell’industria cinematografica, Motion Picture Association of America; dell’industria discografica, Recording Industry Association of America; e ancora grandi gruppi editoriali: Macmillan, gradi brand: Nike, L'Oréal. Contro Google, Facebook, Yahoo, insieme a Wikipedia, alla Electronic Frontier Foundation e a Human Rights Watch.
Gli schieramenti mostrano che si tratta di un tentativo di arbitrare tra le pressioni e le pretese di due grandi lobby: da un lato l’industria editoriala nata prima dell’avvento del computing e del World Wide Web, dall’altro l’industria che vive del Web.
In ogni caso, non si tratta certo di una legge tesa a difendere diritti dei cittadini, compresi tra questi i produttori di conoscenza. Dico produttori di conoscenza perché le antiche e belle parole che conosciamo -innanzitutto ‘autore’- nel contesto offertoci dal computing e dal World Wide Web, appaiono superate. E non costituiscono certo un passo avanti, nel descrivere situazioni e possibilità, nuove espressioni come utente, user content generator, e simili.
Il fatto è che i diritti -così anche il copyright- sono stabiliti a partire da una tecnologia. “Il riconoscimento della proprietà letteraria e la pratica del pagamento di diritti d’autore sono emersi con la stampa”. Il copyright “non è stato applicato alla conversazione, ai discorsi, o al canto, in privato o in pubblico, fino a tempi molto recenti”. “Il caso fondamentale di riferimento è negli stati Uniti il processo Withe Smith v. Apollo. Negò la protezione ai rulli delle pianole e alle registrazioni sonore perché non erano ‘scritti’ in forma tangibile, leggibile da un essere umano”. Ma poi via via nuovi Gatekeeper, mediatori tecnologicamente necessari come lo è dal 1500 la stampa, hanno spinto la norma sul copyright ad allargare il proprio ambito di copertura, fino a farne un mostro giuridico. Fino a quando, dagli anni Ottanta del secolo scorso e fino ai nostri giorni, con l’avvento del Computing e poi del World Wide Web, si è tentato di allargare l’ambito del copyright fino ad abbracciare la produzione e l’uso di conoscenza sulla Rete. Con esiti sempre insoddisfacenti.
Ciò che serve non “Bisognerà inventare concetti completamente nuovi per compensare il lavoro creativo. Il concetto di copyright basato sulla stampa non funziona più”.

Ho tratto le citazioni sopra riportate da un articolo di Ithiel de Sola Pool. Scritto trent’anni fa, mi pare molto più attuale delle cose che si leggono in questi giorni sui giornali, ed anche nei commenti di pretesi esperti. Di seguito riporto un paragrafo dell’articolo. (Ithiel de Sola Pool, “La cultura della stampa elettronica”, in Comunità, anno XXXVIII, n. 186, dicembre 1984. Al momento, non ho trovato la fonte originale, che comunque è successiva al 1981).

[Con la pubblicazione elettronica] spaventose sono le implicazioni per la proprietà letteraria. Anzi la nozione stessa di copyright diventa obsoleta, perché legata alla tecnologia della stampa. Il riconoscimento della proprietà letteraria e la pratica del pagamento di diritti d’autore sono emersi con la stampa.
Quando in un luogo si riproducevano copie numerose, diventava relativamente facile identificare la fonte delle copie e il loro numero; e il luogo in cui venivano stampate era quello in cui erra pratico applicare controlli o conteggi fiscali. Infatti l’usanza del copyright cominciò di fatto, se non con quel nome, nel 1557, in Inghilterra, quando Filippo e Maria, nel tentativo di porre fine alla pubblicazione di libri sediziosi ed eretici, limitarono il diritto di stampa a membri della Stationers’ Company, assegnando a questa associazione il diritto di cercare e confiscare tutte le pubblicazioni stampate contrarie alle leggi scritte o a decreti. Otto anni dopo la Stationers’ Company, forte di quel potere, creò un sistema di copyright per i propri membri. Nel 1709 il Prlamento approvò la prima legge sul diritto d’autore. (Jan Parsons, Copyright and Society, in Asa Briggs (a cera di), Essays in the History of Publishing, Longman, Londra, 194, pp. 331e segg.).
Per i modi di riproduzione in cui non esisteva un luogo di controllo tanto facile come nell’editoria a stampa, secondo la legge consuetudinaria non si applicava il concetto di copyright. Non è stato applicato alla conversazione, ai discorsi, o al canto, in privato o in pubblico, fino a tempi molto recenti. Il copyright fu un adattamento specifico a una particolare tecnologia e ai problemi e alla possibilità che essa creava.
La legge lo riconobbe. Il caso fondamentale di riferimento è negli stati Uniti il processo Withe Smith v. Apollo. Negò la protezione ai rulli delle pianole e alle registrazioni sonore perché non erano “scritti” in forma tangibile, leggibile da un essere umano. (209 US 1(1908). Cfr. anche Goldsmith v. Calif. 421 USA 546 (1973) sulle registrazioni sonore). Quel concetto d’autore legato alla consuetudinaria escluse della protezione molte delle nuove tecnologie della comunicazione apparse dopo il 1908. Ma l’industria cinematografica, discografica e più recentemente televisiva hanno persuaso il Congresso, visto che i tribunali non erano disposti a farlo, a estendere la protezione anche a loro. Er le prime tecnologie nuove, il cinema e i dischi, questa estensione seguiva una logica sensata. Come nel casso dei libri, si trattava di oggetti materiali prodotti in copie multiple in uno stabilimento di produzione. Lo stesso sistema che era stato applicato qualche secolo prima alla stampa poteva in sostanza valere. Ma con la comparsa della riproduzione elettronica il concetto è diventato inadeguato. La pubblicazione elettronica è analoga alla comunicazione a voce del diciottesimo secolo, non a quella tipografica dello stesso periodo.
Si pensi ad esempio alla distinzione fondamentale che la legge sul diritto d’autore stabilisce tra lettura e scrittura. Leggere un testo sotto diritti non costituisce una violazione della proprietà letteraria, lo è soltanto copiarla in uno scritto. Come si applica questo principio al terminale di un computer? L’unica maniera di leggere un testo archiviato in una memoria elettronica è visualizzarlo su uno schermo; lo si scrive per leggerlo. Per trasmetterlo ad altri, però, non lo si scrive, si fornisce soltanto una parola d’ordine che dia l’accesso alla propria memoria. Se quindi non si è scritto il testo, la violazione c’è stata?
O si consideri il caso di un programma che generi output computerizzato. Magari il programma opera su dati numerici e genera un resoconto con tendenze di periodo, medie e correlazioni. Magari il programma opera su un manoscritto e genera riassunti prodotti dal computer. Certamente il programma computerizzato che fa tutto ciò è un testo, che per la legge attuale può essere protetto dal copyright. Ma in quale posizione si trova il testo generato dal programma e dal computer? Chi ne è l’autore? Il computer?
L’idea che una macchina sia capace di lavoro intellettuale non rientra nell’ambito della normativa sul diritto d’autore. Un computer può violare il copyright? Il breve, nell'intero processo della comunicazione elettronica appaiono versioni il cui testo è in parte controllato da persone e in parte automatico. Parte del testo non è mai visibile, ma è soltanto memorizzata elettronicamente; parte appare per un attimo su un tubo catodico; parte viene stampata su carta. Ciò che è cominciato come un certo testo varia e cambia per gradi fino a diventare qualcos’altro. Chi lo riceve può essere un individuo chiaramente identificato o un’altra macchina, che non stampa mai il testo, ma utilizza soltanto l’informazione per produrre un’altra cosa. Bisognerà inventare concetti completamente nuovi per compensare il lavoro creativo. Il concetto di copyright basato sulla stampa non funziona più.
Non sto esponendo una tesi catastrofica. Il fatto che le note, le bibliografie, gli schedari e il copyright non avranno senso per la pubblicazione elettronica come l’avevano per i libri e gli articoli stampati (per i quali sono stati concepiti) non vuol dire che l'ingegno umano non possa risolvere il problema. Per molti scopi le versioni canoniche , i cataloghi, e anche i meccanismi di compensazione sono essenziali. Si troverà il modo per garantire almeno in qualche misura queste esigenze, nonostante la situazione fluida dell’elaborazione interattiva conversazionale. Certo non so quale tipo di convenzioni si costituiranno, ma sono sicuro che non corrisponderanno ai concetti attuali.


domenica 15 gennaio 2012

Macchine perturbanti, o automi


A Vienna, nel 1919, nei giorni dell’inizio della fine -la prima Guerra Mondiale è appena terminata, il millenario Impero si è sbriciolato- Sigmung Freud, riprendendo in mano un più vasto saggio che aveva da ani nel cassetto, scrive a proposito dell’Unheimliche. (Sigmund Freud, “Das Unheimliche”, Imago, Band V, Wien, 1919; trad. it. Leonardo e altri scritti, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, I, Boringhieri, Torino, 1969, pp. 267-307).
Riflette attorno a “quella sorta di spaventoso che risale a ciò che ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”.
Poco ci importa che i traduttori italiani abbiano ormai canonizzato una traduzione: perturbante. Questa espressione rende ben poco del tedesco. Unheimlich, nota Freud, è evidentemente l’antitesi di Heimlich, da heim, ‘casa’, e di Heimisch, ‘patrio’, ‘nativo’, e quindi: ‘familiare’, ‘abituale’. E’ ovvio quindi dedurre che “se qualcosa suscita spavento è proprio perché non è noto e familiare”. E dunque ecco l’inquietante, sinistro, lugubre, sospetto, spaventoso, tenebroso, straniero, estraneo, fonte di disagio, di cattivo augurio, unconfortable, gloomy, ghastly.
Freud nota che ciò che per uno è Heimlich per l’altro è Unheimlich. Così come, possiamo ricordare, seguendo la lezione di Marcel Mauss, il gift è allo stesso tempo dono e veleno: ognuno teme ciò che non gli è familiare, cioè che risulta ignoto e straniero. Ma non basta questo ad avvicinare il mistero dell’Unheimlich. Per coglierlo, ci dice Freud, dobbiamo seguire Schelling. “Unheimlich, dice Schelling, è tutto ciò che avrebbe dovuto restare segreto, nascosto, ed invece è affiorato”.
Ecco dunque che nel Dizionario Tedesco di Jakob e Wilhelm Grimm alla voce Heimlich troviamo, accanto al senso di ‘familiare’, ‘domestico’, ‘natale’: “Heimlich in quanto alla conoscenza”: in questo senso, ci dicono i fratelli Grimm, Heimlich traduce il latino mysticus, divinus, occultus, figuratus. (Jakob e Wilhelm Grimm, Deutsches Wortërbuch, Hirzel, Leipzig, 1877). Sicché, commentano i fratelli Grimm, “Heimlich assume il significato proprio di Unheimlich, come mostra una frase del drammaturgo Friedrich Maximilian Klinger: “a volte mi sento un uomo che vaga nella notte e crede negli spettri; per lui ogni angolo è sinistro (Heimlich) e dà i brividi”.
Anche a casa nostra, anche nella nostra città, nella nostra patria, nel mondo caldo e familiare dove dovremmo essere protetti da ogni pericolo esterno viviamo nel sospetto e nel timore, viviamo nel timore.
Freud, si sa, vuole parlarci dell’inconscio, ma nel farlo ci sta parlando di conoscenza.
L’ Heimlich-Unheimlich “in quanto conoscenza”: una conoscenza che ci è familiare, che ci rassicura e ci offre conferme. E che e al contempo ci è estranea, provoca spavento, contiene qualcosa di inquietante e sinistro che preferiremmo tenere lontano da noi.
Freud -parlandoci da una Vienna che a lui stesso inizia a diventare straniera, e che giorno dopo giorno svela il suo lato tenebroso e sinistro- ci avvicina così a uno dei nodi della cultura del Ventesimo Secolo. Mentre Freud ci invita ad accettare le nostre tenebre, ed il nostro stesso essere stranieri a noi stessi, scienziati e filosofi tentano di definire linguaggi capaci di rendere esplicita ogni oscurità, linguaggi capaci di descrivere ogni cosa.
Progetto mitteleuropeo che sarà centrale nelle Macy Conferences, progetto che vedrà i suoi esiti nel Computing e nell’informatica: tentativo di sostituire all’informe conoscenza una informazione ben controllata e codificata; assoggettata a un canone e ad una autorità, cosicché si possa essere esentati dal dover guardare in terreni ignoti, dal dover prendere in considerazione ciò che appare pericoloso e scandaloso.
Non solo: in Das Unheimliche Freud ci anticipa anche uno dei passaggi chiave del dibattito che animerà negli Stati Uniti le Macy Conferences, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Cinquanta: il confine tra uomo e macchina. Dove l’uomo rischia di soccombere alla sua inesausta ricerca di scoprire ciò che è segreto -l’ambizione di Faust così come ci è narrata da Goethe- nasce il bisogno di disporre di macchine. Se l’uomo non può sopportare il brivido della paura che coglie chi cerca l’ignoto, il segreto, il troppo difficile, potranno forse andare oltre macchine.
Macchine che superino l’imperfezione umana, macchine antropomorfe. Non a caso Freud ci parla di “figure di cera”, “bambole ingegnose”, “automi”. E del dubbio che “un essere apparentemente animato sia vivo davvero”, e che viceversa “un oggetto privo di vita non sia per caso animato”.