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lunedì 14 ottobre 2024

L'informatica è umanistica

Articolo apparso su MagIA il 13 ottobre 2024

L'informatica è umanistica

di Francesco Varanini

Informatica Umanistica o Digital Humanities? Da molte parti sento dire che l'espressione 'informatica umanistica' è orrenda, e che non esiste motivo per non adottare l'espressione inglese, che oltretutto porta con sé un richiamo esplicito alla comune, e per molti definitiva, affermazione del 'digitale' come parola chiave indispensabile per definire la cultura nella quale ci si vuole considerare definitivamente immersi.

Dietro la facile parola 'digitale' continuano però ad aleggiare, lo si voglia o no, altre due espressioni, ben più portatrici di senso: computazione e informatica. Il 'digitale', in effetti, non è che la lettura pop della computazione e dell'informatica.

Ben venga quindi una dizione -informatica umanistica- che mantiene vivo il senso di una storia e che è espressa in lingua italiana. Non è questo il luogo per guardare alle differenze sottili tra 'informatica' e 'computer science'. Basta qui ricordare che i Dipartimenti delle nostre Università si chiamano Dipartimenti di Informatica.

Mi pare anche che in italiano risalti meglio l'ossimoro, l'accostamento di concetti in apparenza tra loro contrari, la giustapposizione di due in apparenza opposti avvicinamenti alla conoscenza. Da un lato l'Informatica, la Computer Science, nuova disciplina. Dall'altro l'Umanistica: l'arte, la letteratura, le scienze umane.

Appare dunque evidente l'ampiezza di senso che alberga nella definizione - e quindi nel campo di studi che la definizione descrive. Come possono stare insieme informatica e umanistica? Come si contraddicono a vicenda, oppure come si imbricano, come contaminano e interlacciano le due aree disciplinari? Cercherò di rispondere mostrando perché 'informatica' e 'umanistica' debbano stare insieme. Non possano che stare insieme.

E' inevitabile iniziare dicendo che l'Informatica Umanistica -o Digital Humanities- designa comunemente un ambito banale. L'informatica umanistica, si dice, si dedica a predisporre strumenti informatici per cultori delle discipline umanistiche: hardware e software ad uso editoriale, di biblioteche e musei; supporti informatici per ricerche storiche, linguistiche, o filologiche. Oppure si pone l'accento sulla divulgazione della conoscenza attraverso media informatici. O ancora si guarda alla codifica digitale di testi prima appoggiati su supporti cartacei; e in genere alla codifica digitale di parole, suoni, immagini.

Se invece prendiamo buono quel luogo, quel confine sfumato che sta tra l'Informatica e l'Umanistica, possiamo avventurarci a proporre un primo tentativo di definizione: l'informatica umanistica è il regno della transdiciplinarità.

Ma la transdisciplinarità è un'arte difficile da praticare.

Basta un esempio. Un concetto fondante dell'informatica è l'organizzazione dei dati sotto forma di albero gerarchico. E' buona cosa cercare di illustrare questa organizzazione logica attraverso analogie attinte dal vasto campo umanistico. Le scelte però finiscono per cozzare con i limiti, forse inevitabili, del quadro di conoscenze dello studioso.

Siccome in una edizione italiana del romanzo di Gabriel García Márquez Cien años de soledad l'editore ha aggiunto al testo, ad inizio libro, un albero genealogico della famiglia Buendía, si prende questo albero genealogico come riferimento tramite il quale mostrare le virtù generali e quindi le applicazioni tecniche dell'hierarchical tree.

Non si può certo pretendere che un docente di informatica sia particolarmente ferrato in temi storico-letterari, critico-letterari o filologici. Ma si dà il fatto che l'albero genealogico della famiglia protagonista del romanzo sia una aggiunta estemporanea del redattore italiano di una singola edizione. L'albero genealogico non compare in nessuna edizione in lingua originale, e tanto meno nella prima edizione dell'opera. Si dà anche il fatto che l'esposizione dell'albero genealogico contraddice le intenzioni dell'autore e la proposta che l'autore rivolge al lettore. García Márquez, al contrario, propone lettore di perdersi in una narrazione dove la sequenza storica, temporale, lineare degli eventi è assente; invita il lettore a rinunciare all'ordine rappresentato dalla gerarchia dei puri passaggi generazionali, e ad immergersi invece nella complessità: tornano gli stessi nomi di battesimo, la figura del nonno si ritrova negli atteggiamenti del nipote, gli antenati sono presenti qui ed ora... Se il romanzo ci offre metafore -e ce le offre- certo non ci parla di gerarchia, ci parla semmai di rete, o della massa di Big Data, aperti alle più differenti connessioni, compresi in un LLM.

Così, la buona intenzione si trasforma in un cattivo servizio.

Altri romanzi avrebbero certo fornito un miglior esempio di hierarchical system. Ma va anche detto che, al di là della letteratura, e dell'inesistente albero di García Márquez, le analogie pertinenti non sono poi così difficili da trovare.

Si sarebbe potuto ricorrere alle rappresentazioni grafiche delle strutture elementari delle parentele offerte dall'antropologia culturale. Ma sopratutto si può ricordare l'esempio principe di rappresentazione sistematica di conoscenze fondata sulla struttura ad albero: il Systema Naturae per Regna Tria Naturae, secundum classes, ordines, genera, species, cum characteribus, differentiis, synonymis, locis di Linneo. Nelle tavole di Linneo troviamo, già pienamente implementate, il hierarchical tree articolato in classi e sottoclassi, il file system, il modello dei dati.

Seguendo Linneo, si può oltretutto ricostruire il percorso che porta a Goethe. Goethe provava un enorme ammirazione per il quadro generale generale e sistematico, universale, proposto da Linneo.

Ma poi, anche sotto l'influenza straniante della lettura di Spinoza, un giorno, nell'orto botanico di Padova, osservando dal vivo un albero, Goethe ha una illuminazione: si rende conto della necessaria esistenza di una differente rappresentazione. La rappresentazione di Linneo è una Gestalt, una struttura ordinata dove ogni cosa sta in un posto formalmente descritto. Esiste un'altra possibile, anzi: necessaria rappresentazione: la Bildung: la forma formante, la forma che sta prendendo forma in questo istante, la forma emergente.

Se è possibile cercare il senso della computer science attraverso per la via della Gestalt, altrettanto può dirsi della via della Bildung.

Ricordando gli aspetti riduttivi e inconsistenti del richiamo approssimativo ad autore e ad una opera letteraria, non si vuole certo gettare la croce addosso a qualcuno. Si vuole solo far presente che molto difficilmente l'auspicato approccio transdisciplinare può essere oggetto di un singolo insegnamento, e molto difficilmente può essere praticato da un singolo docente.

La domanda che si pone è dunque questa: come cercare la transdisciplinarità. Come metterla in campo, come insegnarla.

Verosimilmente, la transdisciplinarità può emergere dal tenere aperto il ventaglio degli argomenti, al di là dei confini disciplinari. E cioè, in università, la transdiciplinarità è il frutto dell'ampiezza degli sguardi disciplinari accolti nei piani di studi.

Scrivo questo avendo in mente la personale esperienza. Ho partecipato più di vent'anni, presso l'Università di Pisa, al decollo del primo -e credo ancora unico- corso di laurea triennale in Informatica Umanistica. Si trattava di un corso Interfacoltà. Era bellissimo vedere lavorare insieme docenti cultori di discipline diversissime, e quindi anche incapaci di intendere l'uno il saper dell'altro. Tutti contribuivano ad una sintesi, o meglio in una apertura, in una disponibilità alla complessità, che si formava e andava crescendo nella mente degli studenti.

Spero che questi stringati accenni siano sufficienti per mostrare come l'informatica umanistica possa offrire un servizio di grande importanza: collocare i concetti, i costrutti che sono il pane quotidiano dei cultori dell'informatica e della computer science nel quadro storico e culturale nel quale i concetti e costrutti stessi sono stati generati e si sono evoluti.

Collocare il pensiero informatico e computazione nel vasto, aperto contesto della storia delle idee significa offrire la via per avvicinarsi alla più profonda e sfumata conoscenza della propria disciplina, al più consapevole dominio dei ferri del mestiere.

E' forse necessaria una precisazione: non si tratta di cercare, lungo una via già molto percorsa, ma foriera di vari fraintendimenti, un incontro tra due culture, la cultura 'umanistica' e cultura 'scientifica' (di cui la computer science fa parte), intese come campi nativamente distinti. Si tratta invece di considerare la scienza stessa (e quindi la computer science) un'arte umana, una specifica via verso la conoscenza, come lo sono la letteratura o la musica.

Accade oggi che i corsi di laurea di Digital Humanities siano incardinati nel quadro di Dipartimenti di taglio umanistico. E che siano concepiti come preparazione a coprire ruoli dove la competenza informatica necessaria è limitata ad elementi basilari e semplificati. Andando per esempi: dall'esperto di biblioteconomia all'esperto di Search Engine Optimization.

Il modo di intendere l'Informatica Umanistica che sto esponendo trova invece collocazione all'interno dei Dipartimenti di Informatica. Perché un certo senso l'Informatica Umanistica che qui propongo può anzi essere intesa la miglior formazione per qualunque professione nel campo della computer science: sia si tratti di impieghi di ambito aziendale, sia di carriere nel campo dell'accademia e della ricerca.

Infatti serve una solida preparazione in meritò ai fondamenti matematica, alla calcolabilità e alla computazione, algoritmi, programmazione... Ma è anche evidente la rapida evoluzione delle tecnologie: ciò che conta è essere preparati a coglierne gli aspetti essenziali e ad apprendere rapidamente. A questo fine, una preparazione umanistica è sicuramente un fattore efficace, un importantissimo acceleratore.

Si può infine ricordare che l'informatica umanistica fornisce un antidoto al comune modo di intendere la figura del computer scientist. Si dice che il computer scientist è impegnato ad interagire con due 'agenti': l'utente e la macchina. L'informatica umanistica riporta con i piedi per terra: il protagonista di questa storia è uno solo: l'essere umano. Nessun essere umano si merita di essere ritenuto passivo 'utente'. L'essere umano che costruisce macchine destinate ad essere usate da altri esseri umani merita una formazione che gli ricorda la sua appartenenza all'umanità. L'essere umano che costruisce strumenti per accompagnare gli esseri umani nella loro ricerca di conoscenza, merita una formazione aperta alla complessità dei processi di costruzione di conoscenza.


domenica 18 agosto 2024

Lachmann vs. Bédier. Paradigmi della filologia come chiavi di lettura della cultura digitale. Appunti e bibliografia provvisori in vista di un Seminario

Descrizione provvisoria, scritta il  18 agosto 2024,  del seminario che terrò, salvo imprevisti, il 30 ottobre 2024 presso l'Università di Pisa, corso di laurea in Informatica Umanistica, nell'ambito del ciclo 'Seminari di cultura digitale'

L'informatica umanistica è spesso intesa riduttivamente come versione 'leggera' dell'informatica, come studio e sviluppo di interfacce-utente, o come disciplina tesa a predisporre strumenti informatici per studiosi e ricercatori di ambito umanistico. 

Invece, possiamo intendere l'informatica umanistica come lettura critica dell'informatica e della cultura digitale alla luce di chiavi di lettura di stampo umanistico. 

Quest'ultimo modo di intendere l'informatica umanistica può essere ben esemplificato guardando alla filologia: disciplina volta a reperire, ricostruire e interpretare i testi e a mettere in luce tutto ciò che può favorirne la comprensione. 

Certamente l'informatica umanistica supporta la filologia offrendo strumenti utili per l'edizione critica di testi. Ma allo stesso tempo la filologia propone spunti e mezzi per intendere il senso dell'informatica. 

Nel seminario si prenderà quindi in esame una esemplare opposizione tra due approccia alla filologia.

L'opposizione tra il metodo di Lachmann e il metodo di Bédier introduce a interessanti domande generali attorno all'interrogativo: 'Che cosa è la letteratura?', ed ai ruoli dell'autore, del critico e del lettore.

E poi, in particolare, la differenza tra i due approcci invita a riflettere su come muti il concetto stesso di letteratura, e come mutino i ruoli di autore, critico e lettore, nel momento in cui i testi passano dall'essere appoggiati su codice cartaceo ad essere appoggiati su codice digitale. 

E' possibile quindi compiere un ulteriore passaggio: il concetto di letteratura appare buono per intendere il senso del Word Wide Web. 

Seguendo questa via l'opposizione tra l'ottica Lachmann e l'ottica di Bédier appare chiave di lettura che permette di distinguere fasci di aspetti differenti compresenti nella cultura digitale. Dal lato di Lachmann, per esempio, i modelli dei dati e gli algoritmi. Dal lato di Bédier, per esempio, il word processor; il Web nella sua versione originaria: un insieme di testi disponibili per sempre differenti connessioni; dal lato di Bédier, ancora, il motore di ricerca nella sua versione originaria: ricerca  sul full text tramite puri operatori booleani.

Concetti, annotazione provvisoria

archetypus

textus receptus

emendatio

emendatio ope ingenii

authéntes, authentikós

auctor

Citazioni

"Au lieu de s'épuiser à la recherche des hypothétiques modèles perdus des chansons de geste, il faut les accepter telles qu'elles sont, dans les textes que nous avons […], il faut les aimer et tâcher de les comprendre pour ce qu'elles sont". Joseph Bédier, Les Légendes épiques (œuvre créative), Paris, 1908, vol. 4 (1913; 3e éd. 1929), p. 431

Bibliografia provvisoria e per ora disordinata

Juan Ruiz Archipreste de Hita, El libro del buen amor, testi manoscritti 1330, 1334, edizione di Joan Corminas, Madrid, 1967

Joseph Bédier, Les Légendes épiques (œuvre créative), Paris, 1908

Joseph Bédier, La vie de saint Alexis, poème du XIe siècle et renouvellements des XIIe, XIIIe et XIVe siècles, Paris, Franck, 1872


Alcuni degli argomenti vicini al tema del seminario esposti in questo stesso blog

Il Web è letteratura, la letteratura è il Web 

Post con il tag Cosa è la letteratura

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Sul sito francescovaranini.it si trovano un concetto del sommario esposto in modo più ordinato, e il link al video del seminario.

martedì 13 ottobre 2020

La sfida di Juan Emar e le armi della critica digitale. Seminario di Cultura Digitale, Università di Pisa, 19 novembre 2014

Pubblico qui a sei anni di distanza la traccia di questo seminario. Il mio pensiero non è cambiato. La scrittura è legata al supporto, ovvero: codice. I giochi giocati attorno alla codifica cartacea cambiano con il cambiamento di codice. Scrittura digitale e critica del testo digitale sono arti nuovissime, ancora scarsamente sperimentate. 

Juan Emar (Álvaro Yáñez Bianchi,1983-1964), eccentrico scrittore cileno, anche pittore, propone un romanzo-mondo –Umbral (in italiano: Soglia)- che appare una sfida al lettore e all’interprete. Juan Emar -pseudonimo derivato dal francese “Je n’ai marre”: sono stufo, ne ho fin sopra i capelli di recensori che non recensiscono e di interpreti che male interpretano- giunto attorno ai quarantacinque anni decide di non pubblicare più un rigo, ma di dedicare comunque la propria vita alla scrittura. Scrive per venticinque anni, fino alla propria morte, l’Umbral, 5318 pagine dattiloscritte. Il romanzo è pubblicato in versione completa solo nel 1996. Si tratta di un testo che si propone di beffare ogni tentativo di interpretazione. Possiamo sostenere che Juan Emar vince la sua guerra con i critici. Ma la situazione cambia se il critico e il lettore dispongono del codice digitale – una ‘forma del testo’ che Juan Emar non poteva concepire. Ciò è già evidente se ci avviciniamo al testo attraverso quella versione banale e impoverita del codice digitale che è il formato pdf. Per questa via, si può mettere a fuoco la figura di un critico letterario capace di usare autonomamente le possibilità interpretative offerte dal codice digitale. Qualcosa di diverso sia dalla linguistica computazionale, sia dalla mera rappresentazione standardizzata di testi in forma digitale (TEI). Il ‘critico digitale’ è un bricoleur: di fronte ad ogni testo inventa soluzioni interpretative contingenti utilizzando e adattando strumenti differenti. 

Qui: https://www.edizionisur.it/sotto-il-vulcano/18-11-2014/juan-emar-oltre-la-soglia-del-romanzo/ dedicato a Juan Emar. Il blog non è più in linea, quindi ho disattivato il link.
Una nuova versione di quell'articolo -base del capitolo di un libro che sto scrivendo- si trova sulla rivista Tutte quelle cose, con il titolo Juan Emar oltre la soglia del romanzo. Articolo illustrato con opere di arte visiva dello stesso Emar.

lunedì 29 luglio 2013

Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura 2013-2014


Questo è il programma del mio insegnamento nel secondo semestre dell'anno accademico 2013-2014, presso il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica, Laurea Magistrale, Università di Pisa.

Titolo: Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura
Docente: Francesco Varanini

Argomento:
Intendiamo comunemente la letteratura come insieme insieme di opere scritte, composte di segni alfabetici, pervenute a noi tramite la stampa.
La codifica digitale -che consente di conservare nella stessa maniera, e di connettere infinite possibili reti, ‘oggetti di conoscenza’ suoni, immagini, segni alfabetici- e le modalità di pubblicazione rese possibili dal World Wide Web, ci impongono un ripensamento.
Segni già presenti ci permettono di immaginare la letteratura del futuro.
Così come può essere ripensata la letteratura, può essere ripensato il lavoro condotto attorno al testo da diversi attori: autore, individuale o collettivo; editore; interprete; lettore.
La parte generale del corso riguarderà il concetto di letteratura.
La parte monografica riguarderà l’opera di James Joyce Finnegans Wake.

Testi di studio

Un testo per ripensare le storia della cultura legata al libro
Ivan Illich, In the Vineyard of the Text : A Commentary to Hugh's Didascalicon, University of Chicago Press, 1993; trad. it. Nella vigna del testo, Cortina, 1994.

Due testi attraverso i quali immaginare il futuro
- Ted H., Nelson, Literary Machines, Swarthmore (Pa), 1981 (pubblicato in proprio). Trad. it. dell'ed. 1990: Literary Machines 90.1, Muzzio, Padova, 1992.
- J. C. R Licklider, Libraries of the future, The MIT Press Cambridge, MA 1965

Altri stimoli per immaginare la letteratura avvenire
- J. Yellowleses, The End of Books - Or Books without End?, The University of Michigan Press, Ann Arbor, 2000 http://www.press.umich.edu/pdf/0472111140.pdf
- Nathan Brown, “The Function of Digital Poetry at the Present time”, Electronic Literature. - New Horizons for the Literary, 2008, http://newhorizons.eliterature.org/essay.php@id=11.html
- N. Katherine Hayles (UCLA), Electronic Literature: What is it?, v1.0, January 2, 2007, The Electronic Literature Organization http://eliterature.org/pad/elp.html
- Steven Johnson , “Why No One Clicked on the Great Hypertext Story”, Wired Magazine, April 16, 2013 6:30 am http://www.wired.com/magazine/2013/04/hypertext/
- Paul Lafarge, “Why the book’s future never happened”, Salon, Tuesday,
- Richard Scott Bakker, “The Future of Literature in the Age of Information”, Three Pound Brain, (2011) http://rsbakker.wordpress.com/essay-archive/the-future-of-literature-in-the-age-of-information/

Testi di Francesco Varanini
- Lezione digitale di Tecnologie dell’Informazione e produzione di letteratura, accessibile (sotto forma di testo scritto, narrazione orale, presentazione sintetica) presso iTune University. https://itunes.apple.com/it/podcast/rielaborazione-del-discorso/id400492966?i=88483620

- Nebrija: L'impero della lingua o la lingua dell'impero,
- Permanentemente registrare, in vista di giorni migliori. Ovvero la conoscenza come divinazione e preghiera, http://www.scribd.com/doc/100496616/Francesco-Varanini-Permanentemente-registrare-in-vista-di-giorni-migliori-Ovvero-la-conoscenza-come-divinazione-e-preghiera
- Inoltre, i testi apparsi sul blog Dieci chili di perle, http://diecichilidiperle.blogspot.it/, in particolare i testi con le etichette: ‘come si scrive’, ‘cosa è il Web’, ‘cosa è la letteratura’, ‘editoria’, ‘romanzo come baule’.

Finnegans Wake
James Joyce, Finnegans Wake, Faber & Faber, London, 1939, New York: The Viking Press, 1939.

Versioni digitali
- eBook The University of Adelaide
- Finnegans Web - Trent University
The complete text of Finnegans Wake, along with a search engine

Avvicinamenti al testo
- Finnegans Web & Wiki
A wiki-based Study Guide to Finnegans Wake
- Glosses of Finnegans Wake
- Finnegans Wake Extensible Elucidation Treasury
- Concordance of Finnegans Wake, compiled by Eric Rosenbloom

Siti contenenti altre fonti Web a proposito di Finnegans Wake
- Wake Links- Web sites, useful and pleasurable, for readers of Finnegans Wake
- Links to Other Finnegans Wake and Joyce Sites
- Online Literary Criticism Collection. Sites about Finnegans Wake

Avvicinamenti ad una ‘lettura digitale’ di Finnegans Wake
- Matt Collette, “Digital tools help uncover memes in literature”, news [at] Norteastern, April 26, 2013 http://www.northeastern.edu/news/2013/04/finnegans-wake-memes/
- Robert Guffey, “The Twelfth Thunder: Beyond the Digital Environment of Finnegans Wake”, Paranoia. The Conspiracy Reader, January 25, 2013,

Un esempio di ri-lettura di Finnegans Wake
Dhau (Pietro Luca Congedo, apparato percussivo, elettrofonie; Luca Barbieri, registri vocali), James Joyce, Anna Livia Plurabella. Notturno, Frammenti elettrofonici di Finnegans Wake
Vedi anche: James Joyce, Anna Livia Plurabella - Modulatore di stati - RTSI - TVcult

Esercitazione
Prendendo ad esempio il lavoro svolto da Dhau, stendere un progetto -e dei limiti del possibile implementarlo- relativo ad un ‘uso’ di Finnegans Wake reso possibile dalla codifica digitale.

lunedì 17 giugno 2013

Il libro come misero output vs. la conoscenza emergente

I libri contengono una porzione infinitesimale della conoscenza che l'uomo ha prodotto, nel corso di milioni di anni, e che sta producendo in quest'istante, e che produrrà nei giorni e nei secoli avvenire. I libri, oltretutto, per la loro organizzazione interna, permettono un accesso limitato alla conoscenza che contengono.
Fino a pochi anni fa il libro costituiva un mezzo sostanzialmente privo di concorrenti. Le base dati strutturate, in fondo, ripropongono, in modo più articolato e sofisticato, l’organizzazione della conoscenza che già il libro ci proponeva.
Ma oggi l'informatica ci offre una valida alternativa: la possibilità di accedere, anziché all'informazione già costruita in libro, alla cucina di ogni possibile libro. Il web ci mostra come sia alla portata di ognuno la complessa, imperfetta e instabile, eppure enormemente ricca, galassia senza forma di conoscenze che l'uomo produce ed è in grado di produrre.
Se il libro appare ordinato e rassicurante, l'infinito pluriverso delle menti umane che istanze dopo istanze producono e riproducono sapere, è -all'opposto- caotico. Ma il caos è un vantaggio: possiamo partecipare alla creazione del mondo. Non a caso l'informatica mette a nostra disposizione strumenti -l'esempio più evidente oggi lo conosciamo sotto il nome di 'motore di ricerca'- che ci permettono di muoverci con significativi gradi di autonomia e di libertà in questa galassia-di-conoscenza-non-ancora-costretta-in-forma. Libertà che invece il libro ci negava.
Eppure, anche avendo a portata di mano questa enorme opportunità, ci rintaniamo nel dar valore al libro, nel guardare solo ciò che il libro mostra, nel concedere al libro un primato che non merita.
Il libro ha onestamente svolto la sua funzione, continuerà a svolgerla; nessuno vuole buttarlo via. Ma il libro è un alibi. L'autorevole gabbia del libro ci tranquillizza, giustificando il nostro chiuderci nel ruolo di passivi lettori di ciò che è già stato scritto.
L'amore per il libro nasconde il timore che nasce dal trovarsi di fronte all'infinito, all'inconcluso. Nasconde il timore di doverci assumere la responsabilità del nostro pensiero e delle nostre parole. Nasconde il timore della novità, dell'incertezza.
Il libro ripete, non narra. La narrazione, conoscenza emergente qui ed ora, è appunto la perenne bufera di distruzione creativa, la continua produzione e riproduzione di conoscenza – processo del quale il libro non fotografa che un istante, uno degli infiniti istanti.
Guardando al magma della conoscenza in fieri che l'informatica mette a nostra disposizione, vediamo il libro come un misero output, un qualsiasi perituro e limitato tabulato sputato fuori da un computer, in funzione di una specifica domanda.
Certo più feconda, anche se perturbante, l'immagine di ognuno di noi, o di gruppi di persone legate da speciali sempre diverse connessioni, noi liberi e soli naviganti nel mare della conoscenza, sull'onda di deboli tracce, di labili connessioni. Noi affacciati su questo mare di informazioni, disposti alla sorpresa. Noi con le menti semideste.
Come ci mostrano uomini sensibilissimi. Penso a Baruch Spinoza, penso a Dick, capaci (in modi diversi – ma ognuno di noi è diverso da ogni altro) di cogliere nessi e segnali deboli e di ascoltare voci. Capace di trascurare il già palese per guardare invece all'immanenza. Immanenza: 'restare dentro'. La conoscenza nasce dalle cose che si fanno. Il Dio dell'informatica sta nei dati grezzi, la forma esterna al dato non ha senso; la struttura già data è di per sé irrilevante.
Così può operare oggi ognuno di noi. Il contributo che realmente possiamo dare al mondo avvenire è costruire nuova conoscenza, narrazioni, a partire da questi dati grezzi. Organizzando e interpretando i dati alla luce della nostra autobiografia, alla luce della nostra irredimibile unicità.

giovedì 6 giugno 2013

L’e-book come incunabolo

La nuova parola incunabolo compare per la prima volta, a quanto si sa, nel trattato sull’arte tipografica di Bernhard von Mallinckrodt, stampato a Colonia nel 1639. La parola si afferma poi definitivamente con il titolo del repertorio di Cornelius van Beughem: Incunabula typographie sive catalogus librorum scriptorumque proximis ab inventione typographiae annis, usque ad annum christi m.d. inclusive, in quavis linguâ editorum. Amsterdam: Johannes Wolters, 1688.
A quel punto, verso il termine del 1600, è ben chiaro quale oggetto tecnologico si intende. Si definiscono così i primi libri stampati, non più replicati a mano da copisti. Ben chiaro è anche quale sia il primo incunabolo, l’incunabolo-simbolo, la Bibbia latina che Johannes Gutenberg stampò a Magonza nel 1453-55. 
Il plurale latino incunabŭla, sta propriamente per ‘fasce’, e deriva da cunae, ‘culla’. Incunabolo è il nome che designa i prodotti usciti dalle officine degli stampatori, nella seconda metà del 1400.  L’oggetto tecnologico che poi ci abitueremo a chiamare libro è allora ancora in fasce, è un bambino nella culla, ancora lontano dalla adulta maturità del libro. Gli incunaboli sono oggetti tecnologici in ogni aspetto modellati sui manoscritti coevi. Sono prodotti tramite una tecnologia nuova, la stampa - ma restano legati al modello del libro scritto a mano dai copisti. Sono un'imitazione del libro prodotto dai copisti.
Proprio come l’incunabolo, alla fine del 1400, era totalmente modellato sulla forma del libro prodotto dai copisti, allo stesso modo l’e-book, oggetto tecnologico che appare sulla scena all'inizio del nuovo millennio, è totalmente modellato sul libro. 
Così come a cavallo tra il XIX e il XX secolo si costruivano le prime automobili avendo ancora in mente la tecnologia e la forma della carrozza, un secolo dopo, di fronte ad una tecnologia che ci permette di pensare il testo al di fuori dei vincoli del libro, ci costringiamo ad imitare, tramite la nuova tecnologia, il vecchio e glorioso libro.
Rispetto alla tecnologia che presiede alla produzione del libro, la tecnologia che preside alla produzione dell'e-book è diversa. Eppure, come l'incunabolo, l'e-book guarda alle proprie spalle. Si imita la carta bianca del libro, si imita il foglio, si imita lo sfogliare delle pagine, si imitano i caratteri da stampa, si impone la lettura sequenziale tipica del libro.
Quando oggi ragioniamo attorno alle caratteristiche degli e-reader, gli strumenti che ci permettono di leggere gli e-book, quando parliamo delle differenze, o dei piccoli vantaggi o svantaggi che distinguono il Kindle di Amazon da un altro e-reader; quando ragioniamo sul formato imposto ai testi da Amazon o da Google, o sui standard ‘aperti’ come e-Pub, ci muoviamo sempre, in ogni caso, nell’angusto mondo di imitazioni di una tecnologia del passato. Pieghiamo il nuovo al vecchio.
Con gli incunaboli e con gli e-book non si guarda al futuro, ma si coltiva invece la sopravvivenza del passato. La parola ci parla di oggetto neonato. Ma la realtà dell'oggetto ci fa pensare piuttosto, sia per gli incunaboli che per gli e-book,  più che ad una culla, ad una tomba.
Potremmo dire che l’e-book è la versione tombale del libro, il libro costretto in una cassa da morto. La biblioteca, in questa luce appare come cimitero.
Il libro costringe il testo ad una unica versione, quella stampata, una volta per tutte. La rivoluzione digitale ci propone l’idea di un testo ben diversa. Un testo che certamente può essere fissato in versioni stabili, conservabili nel tempo. Ma ai tempi del codice digitale il testo è sempre in fieri. Ognuna delle sue versioni resta una delle versioni possibili, tutte ugualmente conservabili nel tempo. I confini del singolo testo esistono, possono essere ben definiti. Eppure sono confini sfumati. Il testo cessa di essere un sistema chiuso. Il codice permette modalità di pubblicazioni diverse: su carta, su schermo. La nuova tecnologia permette di intendere il testo come ‘oggetto di conoscenza’, galassia dai confini sfumati.
Potenzialità, tutte queste, difficili da comprendere. Studiosi che ci propongono, da diversi punti di vista, visioni del futuro, non mancano: Ted Nelson, Licklider; Illich e Lotman. Resta comunque difficile immaginare oggi il testo del futuro. Difficile cogliere gli esiti produttivi, letterari, estetici, del codice digitale.
Ma una cosa è certa: l'e-book non ha nulla a che fare con i modi di fruizione futuri del testo.
La scena che ha al centro l'e-book sarà vista dagli storici del futuro come modesta, infantile.
Ci limitiamo, con l'e-book, a imitare il libro. Il libro è un oggetto tecnologico meraviglioso. Un oggetto che ha per noi un valore affettivo, ma che vanta anche una consonanza ormai consolidata con la nostra mente, con il nostro modo di pensare. Il libro sopravviverà nel tempo, così come la presenza di automobili non impedisce la costruzione di carrozze. Ma è un oggetto tecnologico la cui gran stagione si colloca nel passato.
L'industria cresciuta attorno al libro -case editrici, distribuzione, libreria- tenta, comprensibilmente di sopravvivere. Editor e redattori di case editrici, agenti letterari, autori, non sanno, o non vogliono guardare oltre i confini di processi di lavoro pensati in funzione dell'oggetto libro. Ben pochi sono coloro che, nel mondo editoriale, sanno guardare oltre. Tentano di imporre a tutti di muoversi ancora nello scenario che Johannes Gutenberg inaugurò a metà del 1400 con la sua Bibbia. Di qui il loro impegno nel campo dell’e-book, oggetto tecnologico che è il male minore. Attorno all'e-book si possono organizzare le difese, attestandosi sul minimo cambiamento inevitabile. Con l'e-book, non a caso, si tenta di replicare nel nuovo contesto -tramite DRM, Digital Right Management- il modo di intendere il ‘diritto d’autore’ nato con l'oggetto-libro.
Siamo cresciuti in un mondo di libri. La bookishness, di cui parla Georg Steiner è stata per noi l’universale sfera della cultura colta, della letteratura. Su questo nostro vissuto, qualcuno specula per costringerci a vedere l’e-book come nuova sfera.
Ma l'e-book è cosa ben misera. Il possibile avvenire della conoscenza e della letteratura, accolti nella loro ampiezza, sta ben oltre l'incunabolo, oltre l'apparentemente nuovo che è in realtà imitazione del passato.



sabato 25 febbraio 2012

La metafora del baule


La metafora del baule mi pare particolarmente adeguata. E’ una metafora tecnica, legata allo sviluppo dell’Information & Communication Technology. Ci parla di come sia limitante l’idea di Data Base. Il Data Base è una collezione organizzata di informazioni. Prima di iniziare a raccogliere le informazioni, si deve definire il modello, lo schema che prevede quali informazioni possono essere conservate, e dove ogni informazione è conservata. Per accedere all’informazione, si deve andare a cercarla proprio lì.
Non entro in dettagli, e chiedo anzi scusa agli specialisti per la rozzezza della descrizione che ho proposto. Ma il fatto rilevante è che oggi i trend più significativi dell’I&CT tendono a dare per scontata l’esistenza di Data Bases, e quindi a disinteressarsi di Data Bases.
Non importa l’architettura del Data Base, non importa in che forma le informazioni erano originariamente organizzate, non importa il luogo fisico dove risiedono le macchine, non importa su quale disco o altro supporto le informazioni sono memorizzate. Tramite strati di software sovrapposti ad altri stati di software, tramite software dedicati, tramite interfacce, tramite connessioni e reti, le informazioni sono in ogni caso accessibili e collegabili tra di loro.
Dunque alla metafora del Data Base –software che ci complicano la vita, e pongono vincoli alla possibilità di conservare e riutilizzare informazioni e conoscenze–, si sostituisce la semplice metafora del baule: informazioni, conoscenze, documenti, testi, tabelle di dati quantitativi, tutto può essere conservato senza problemi, in modo affastellato, sconnesso, confuso, incoerente, dispersivo. L’accumulazione disordinata non genera problemi. Quello che serve, quando serve, nella forma che serve, potrà comunque essere recuperato e fruito.
Elenco qui le definizioni più comuni di alcune delle aree tecnologiche che permettono di considerare superato il Data Base. 
Si sa che la formulazione dei concetti, nel mondo dell’Information & Communication Technology, passa attraverso formulazioni tecniche e acronimi che rendono ostica la comprensione ai non specialisti, e spesso anche agli stessi specialisti. Si tratta di sigle che sono state, o sono, diversamente attuali come comodo supporto alla vendita di servizi e di consulenza e di vere o false novità.  In realtà nascondo serissimi concetti che meriterebbero una riflessione filosofica. Ma mi limito qui a enumerarli alla rinfusa, come elenco aperto -non li colloco, appunto, in un Data Base-.
On line Analytical Processing (OLAP); Enterprise Application Interchange (EAI); Extracting, Transforming (o Transporting) and Loading (ETL); Middleware; Web services, Service Oriented Architechture (SOA); Semantic Web; Content Management System (CMS); Business Intelligence; Data Mining; Information Retrieval; Knowledge Discovery in Databases (KDD).
Qualcuno forse non vedrà sufficienti punti di contatto tra queste tecnologie: ma se accettiamo la metafora del baule tutto ci apparirà più chiaro: per avere a disposizione la conoscenza che serve, non c'è più bisogno di conservare su scaffali preordinati oggetti discreti, corrispondenti a un modello. 
Non buttate via nulla, conservate alla rinfusa tutto in un baule. Questo basta. Quando sarà il momento ci preoccuperemo di cosa estrarre, e come. 
Per questo non è più vero il vecchio adagio dei tecnici -"garbage in, garbage out"- che si giustificavano attribuendo alla scarsa qualità dei dati ogni responsabilità della cattiva risposta offerta alle aspettative degli utenti. 
Il computing appare sempre meno come ordinamento di dati entro entro un modello strutturato -il Data Base- e invece sempre di più come processo alchemico, capace di trasformare scorie e materiali spuri in oro. 


mercoledì 19 gennaio 2011

Una possibile meta-lezione universitaria, ovvero Podcast e Webcast su iTune University

Il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica dell'Università di Pisa ha generato un Laboratorio di Cultura Digitale. Il Laboratorio di Cultura digitale ha prodotto una serie di 'testi multimediali ed ipertestuali' relativi a insegnamenti del Corso stesso, e in genere dell'Università di Pisa. Questi 'testi', in virtù di un accordo con la Apple, sono disponibili come Webcast e Podcast su iTune University.
Uno dei primi 'testi', montato -a partire da miei materiali- dal ricercatore Alberto Dalla Rosa, è una mia 'lezione' sul tema del mio insegnamento 'Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura'.
Debbo necessariamente scrivere 'lezione' tra virgolette. Perché dobbiamo chiederci: cosa è davvero una lezione universitaria? E che senso ha oggi l'Università, luogo tra i tanti in una pluralità di media e di ambienti di apprendimento? Come si riconfigura il ruolo del 'docente' in un quadro che ci vede tutti knowledge worker?
Ecco dunque un piccolo esempio di narrazione non troppo accademica, che pone al centro degli interrogativi attorno ai quali ragiono in questo blog. Come si scrive e come si legge oggi? Come si produce letteratura?
Una notte ho narrato a me stesso scrivendo con la voce...Qui riporto brani di quello che ho chiamato 'Discorso notturno a me stesso'. E qui racconto come è nato questo 'discorso'. E anche da dove viene in titolo di questo blog: Dieci chili di perle.
Lo 'scrivere', oggi, con gli strumenti di cui disponiamo, vada ben oltre il 'vergare segni su un supporto cartaceo'.
Oggi allo 'scrivere con una penna', vergando segni su un supporto  che chiamiamo 'foglio, si affianca lo scrivere interagendo con un Personal Computer dotato di word processor tramite una tastiera; e affianca anche lo 'scrivere con la voce'.
La scrittura così, quale sia il mezzo usato, ci appare come manifestazione, formalizzazione del personale pensiero mediata da diverse tecnologie. Dunque dobbiamo chiederci a quali diversi risultati ci porta lo scrivere in diversi ambienti e contesti tecnologici.
E' importante ricordare che il Personal Computer non è una macchina con la quale si pretende di sostituire l'uomo, una macchina alla quale l'uomo è asservito, ma al contrario, è una protesi del nostro personale sistema mente-corpo, uno strumento, un utensile, che permette all'uomo di 'espandere l'area della propria coscienza', come voleva Licklider.
E ancora possiamo dire che questo modo 'allargato' di intendere la scrittura si fonda con quella interazione con strumenti e utensili di cui parla in modo illuminante Heidegger quando ci propone il concetto di Zuhandenheit.

lunedì 2 agosto 2010

L'iPad è un vecchio libro e Steve Jobs un Gattopardo

In questa stagione di crisi, non può essere negato il plauso a chi -quasi fosse dotato di una bacchetta magica- trova ancora una volta una killer application. E quindi muove le acque, apre spazi di mercato.
Dunque onore a Steve Jobs e all’iPad. Ma che tristezza vedere intelligenti e curiosi e creativi tecnici e imprenditori muoversi pedestremente nella scia di Steve. E che tristezza nel cogliere il sospiro di sollievo che aleggia nelle case editrici -in particolare le più retrograde, abbarbicate al tradizionale modo di fare libri e periodici.
Steve Jobs, con l’iPad, offre la comoda via d’uscita dall’impasse in cui colpevolmente le case editrici si sono impantanate. L’iPad sembra cancellare l’arretratezza. L’iPad permette di illudersi: permette di credersi adeguati ai tempi – pur non avendo fatto nulla per capire e per cambiare.
Non critico l’orientamento a trarre profitto dalla situazione. Critico l’incapacità di guardare oltre la punta del proprio naso. Critico la pigrizia – da cui possono nascere solo business di poco respiro. Palliativi. Brodini caldi per tirare avanti qualche anno.
Chi produce conoscenza organizzata in testi -romanzi, poesie, saggi, articoli- si è trovato nelle condizioni di definire il proprio ruolo, il proprio modo di agire. Dico ‘chi produce’ sapendo di mettere in un mazzo figure diverse: autori, editor e redattori, editori, interpreti di varia natura: recensori e professori e via dicendo.
Il testo che ha sotto gli occhi l’autore mentre lo produce sul proprio computer è ben lontano dal testo ‘manoscritto’, a penna o con una macchina per scrivere. E’ un testo disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri. Il testo riacquista la sua natura di tessuto, rete.
Mi limito qui a questi accenni. Ma è chiaro che da questa diversa natura del testo emerge un cambiamento nel ruolo dell’autore, così come, di seguito, del ruolo di editor e redattori, editori, interpreti di varia natura.
Non voglio considerare semplice il passaggio. Cambiare paradigma non è facile. Ciò è tanto vero che per descrivere il testo così come ci è messo a disposizione dal computer si è stati costretti ad inventare un nuovo temine ipertesto. C’è dell’ironia in questo: la parola testo dice già tutto, ci parla di rete e di connessioni potenzialmente infinite. Ma per noi testo è sinonimo di libro. Non riuscendo a concepire un testo disancorato da un supporto -anche se così è, appunto, disancorato dal supporto, il testo che abbiamo sotto gli occhi- identifichiamo il testo con il libro.
Non a caso si parla di content, o contenuto. Il contenitore, il libro, prevale sul contenuto, il testo. Così si continua a ‘vedere’ il testo come inevitabilmente ingabbiato in una forma data a priori, il libro. Obbligati dalla incombente presenza della forma libro si continua a pensare il testo come se fosse sequenziale, con un inizio ed una fine predefiniti. Si continua a pensare il testo come oggetto chiuso, non guardando alla realtà che vede il testo come oggetto di interazione, di lavoro collaborativo, tra soggetti diversi. I ruoli dell’autore, dell’editor, dell’editore, dell’interprete non riguardano né la letteratura né il testo: discendono dal dominio della forma-libro.
La resistenza a cambiare, lo capisco, è grande. A ciò contribuisce l’ignoranza, la scarsa curiosità tecnologica, e direi sopratutto la speranza di tutti ‘gli operatori del settore’ di riuscire a difendere rendite di posizione che il vecchio contesto tecnologico garantiva.
Ed ecco che arriva Steve Jobs con il suo iPad. Rendiamo merito a chi sa fare la mossa efficace nel momento meno sbagliato. (Certo il momento in cui si è mosso Jobs è meno sbagliato del momento in cui si è mosso Jeff Bezos. Eppure trovo in Kindle più meriti che nell’iPad).
Ma in cosa sta il gioco di Jobs. L’avvento dell’iPad mette comodi tutti gli attori del processo - autori, editor, editori, interpreti. Tranquilli, tutto è come prima. Una sola banale, scontata, già da tempo annunciata differenza. Gli stabilimenti di stampa e confezione sono morti. Per il resto, tutto uguale. Il testo chiuso in redazione è pubblicato anziché su carta, secondo la tecnologia nota dai tempi di Gutenberg, tramite una nuova modalità. Resta però un codice chiuso. Che rende indispensabile la mediazione dell’editore. Che garantisce la permanenza come prima dei ruoli degli editor e degli interpreti. Che risolve il complesso tema del ‘diritto d’autore’ nel vecchio modo: attraverso la mediazione dell’editore.
Con l’iPad, si perpetua l’equivoco tra libro e testo. Il testo digitale, liberatorio frutto del computing, ci appariva nativamente disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri, tessuto, rete. Eppure non viveva la vita che la sua natura gli permetteva, perché era poi stampato, chiuso nella forma libro.
Oggi, con l’iPad -strumento che appare come meraviglia tecnologica, manifestazione di quello stesso computing che aveva liberato il testo dalla forma-libro- tutto resta come prima, o finisce per essere peggio di prima: il testo è chiuso nella forma proposta all’universo mondo da Steve Jobs.
Gli editori di tutto il mondo pendono oggi dalle labbra di Steve Jobs. E si fanno per il futuro schiavi o ancelle del business di Steve Jobs.
La letteratura resa possibile dalla codifica digitale dei testi sta comunque nascendo. Ma soccorsi da Jobs tutti coloro che non volevano vedere possono continuare a non vedere.

mercoledì 14 luglio 2010

I colpi al cuore di J. D. Ballard. O i ricordi liberati dalla forma.

Dagli studenti c'è sempra da imparare. E l'apparentemente innocuo riferimento ad una parola -in superficie una espressione tecnica, record- apre terreno ad una riflessione che mi allarga l'orizzonte.
Uno studente che, come dovrebbe sempre essere, lavora da tempo a una tesi centrata su un tema di personale interesse: i romanzi di J. D. Ballard intesi come testi, intesi a prescindere dalla forma-libro, mi scrive.
"Il mio obiettivo è la laurea", ma "non mi interessa una grande votazione". Mi dispiace "da un punto di vista personale passare per arrogante o cose del genere, perché so che ho un modo di esprimere con forza dei giudizi magari superficiali dettati dall'entusiasmo del momento". Con riferimento alle tante fonti prese in considerazione nota che "alcuni approfondimenti mi sembravano indispensabili (Freud e McLuhan sono citati dallo stesso Ballard)". "Poi mi rendo conto che per seguire un percorso di ampio respiro sulle cose che mi appassionano mi ci sarebbero voluti anni".
Quindi -ricordo che si tratta di una laurea in Informatica Umanistica- parla di come procedere. "Dal punto di vista tecnico potrei cominciare col formattare una porzione di testo per inserirla in un database. Più che come narrativa non sequenziale il romanzo in questione potremmo vederlo come un insieme di record di incidenti, non so se è azzardata..."
Gli rispondo.
No, l'idea di considerare il romanzo come un insieme di oggetti di conoscenza che parlano di incidenti non è azzardata. Anzi, è del tutto pertinente.
Ti propongo però una riflessione sul senso profondo di quello che scrivi, che è anche una riflessione sul 'metodo informatico', un discorso che in parte abbiamo già fatto a voce.
Mi pare fuorviante pensare a un data base come supporto alternativo al libro, perché in realtà tra forma-data base e forma-libro non c'è differenza. C'è a fondamento in entrambi i casi un modello definito a priori, un modello nel quale è chiuso il testo, ridotto a 'contenuto'; 'contenuto', appunto, dipendente dal 'contenitore'.
Insomma, guardando ai supporti, o forme della conoscenza, l'Informatica 'normale' fa riferimento alla forma-data base, in realtà è una forma recentissima, apparsa sulla scena negli anni Sessanta del secolo scorso. Una forma che comunque non apporta niente di nuovo, figlia come è dello stesso paradigma che ha generato la forma-libro.
Perciò, d'accordo, per tutti i romanzi di Ballard, e Crash in maniera esemplare, si può dire che si tratta di un "insieme di record di incidenti". Ma quello che dici con questa affermazione va ben oltre quello che appare. Perché non c'è motivo di fermarsi al senso stretto che il termine record ha in Informatica.
Record in Informatica, o meglio in Computer Science è "a group of data or piece of information preserved as a unit in machine-readable form", e quindi, con più precissione "a data structure designed to allow the handling of groups of related pieces of information as though the group was a single entity". Ecco quindi che l'informatica presuppone che per conservare un ricordo si debba accettare una struttura, un modello dei dati definito a priori.
Ma il processo di costruzione della conoscenza del poeta e del romanziere, così come il processo di costruzione di conoscenza dell'imprenditore e in genere di chiunque lavora - per non andare lontano il processo di costruzione della conoscenza di Ballard - non è questo. La struttura data a priori non è necessaria, e tantomeno è indispensabile.
Perciò se metti il testo su un data base lo chiudi in una gabbia - una gabbia differente da quella del libro, ma sempre una gabbia.
Il tuo intento mi pare diverso. Dunque ti serve un paradigma informatico diverso. Penso al Web Semantico. Forse anche qui dovremmo scavare dietro alle parole. Non a caso i francesi traducono 'la Toile', ma può andar bene anche 'la Rete'. Il testo è una rete. Ogni testo 'd'autore' è una una porzione dell'infinita rete testuale -possiamo chiamarla 'letteratura', Juri Lotman paarlava di 'semiosfera', ma secondo me a ben guardare non siamo lontani da quell'entità che Marx nei Grundrisse chiamava General Intellect.
Così ti consiglio di codificare il testo secondo lo standard TEI. Al di là della cavillosa e talvolta difensiva maniera unoiversitaria di intendere la 'codfica digitale dei testi'. Il testo marcato con metatag è un testo libero da forme date a priori, sia del tipo libro, sia del tipo data base. Le marcature, i 'metatag', permettono di muoversi all'interno del testo e nel suo intorno. 'Intorno': il 'testo' può essere osservato a partire da un qualsiasi nodo della rete; ogni testo non è appunto che il modo peculiare di connettere tra di loro nodi della rete. I metatag appunto descrivono (esplicitano) queste peculiarità.
Così riacquista senso il record. Purché si faccia caso a dove cade l'accento. In inglese è accettata sia la pronuncia 'récord' che 'recórd'. Pronunciandolo con l'accento sulla e, come facciamo comunemente noi italiani, ci allontaniamo dall'italiano ricordo - perdendoci in un astratto linguaggio tecnico.
Italiano ricordo, inglese record: è il latino recordari: 'rammemorare', 'richiamare alla mente'," da re- 'movimento all'incontrario', 'restaurare'; inglese restore, e cordis, 'cuore'. La metafora lega il cuore alla mente: senza emozione, senza soprassalto del cuore non c'è memoria, ricordo. Vedi in inglese learn by heart, to get by heart.
Così, mi pare, si torna a Ballard. Ogni crash è un colpo al cuore - più il mondo insano ci rende impermeabili agli accadimenti, impermeabili alle emozioni, duri di cuore, più abbiamo bisogno di nuovi record, esperienze-limite, oltre i confini del già vissuto. E ogni incidente, ogni accadimento, ogni circostanza è un ricordo, o record che dir si voglia.

sabato 1 maggio 2010

Alla ricerca di un libro futuro

Come affermo qui a lato, nelle parole di presentazione di questo blog, sto scrivendo un testo che si propone di gettare qualche cono di luce su un tema che mi è sempre stato a cuore: come si creano e si condividono conoscenze. Di questo testo, in questo blog, non trovate che tracce, frammenti.
Sto scrivendo un 'testo', non un 'libro'. Testo ancora ingarbugliato, da dipanare. Scrivere un testo pensando già ad un libro, e scrivere invece accettando la complessità del testo, sono operazioni ben diverse. Scelgo la seconda via: scrivendo con un word processor, come sto facendo ora, posso accumulare, fidandomi dell'ordine interno che il testo via via assume. Così come -tramite un motore di ricerca- ci si muove nel Web, senza pretendere che la gran massa di conoscenze sia ssoggettato ad un previo ordine, posso ben muovermi nel testo che io stesso scrivo.
Posso pensare che una persona diversa da me, un 'lettore, possa accedere a questo testo muovendosi anche lui tramite un motore di ricerca. Posso pensare che il testo possa essere percorso e segmentato in modi diversi. In questo senso, si può dire che un testo può generare enne libri.
"Probabilmente il testo sarà pubblicato anche sotto forma di libro", aggiungevo, sempre nel testo che trovare qui a lato. E infatti, d'accordo con un editore di libri cui sono affezionato, mi sono trovato a pensare ad un possibile libro. Perciò ho scritto una scheda editoriale.
Ho mandato la scheda al mio editor. Qualche giorno fa ho ricevuto risposta: "ho parlato della tua proposta in riunione editoriale. A tutti noi è sembrato che l'argomento sia interessante ma così come l'hai esposto tu nella scheda troppo difficile, ci sembra più da corso universitario, molto tecnico e difficile per un pubblico più vasto".
Ho risposto: "So che devo ancora dipanare un po' ilgarbuglio, ma sono convinto di poter parlare di questi temi, o di parte di questi temi, in modo veramente semplice e scorrevole. Sono convinto di poter scrivere su questi argomenti un testo leggibile come
un romanzo".
Credo che si possa lavorare al contempo in due direzioni: da un lato si accumula materiale; dall'altro si preparano estrazioni più o meno organizzate, in funzioni di un uditorio. Non a caso coì lavora qualsiasi narratore.
Così, pensando ad un libro di duecento pagine, avendo in mente quella casa editrice e quella collana, mi sono impegnato a scrivere una nuova scheda.
Intanto propongo qui la scheda che è stata giudicata troppo tecnica e difficile.


Tutto oggigiorno passa attraverso la mediazione dell'informatica. L'informatica interpreta e definisce i modi del conoscere e dell'agire umano. La nostra vita quotidiana, nel lavoro e in ciò che facciamo per piacere e per divertimento. La cura della salute e la gestione del denaro. Il funzionamento delle imprese private e della pubblica amministrazione, così come ogni manifestazione della cultura e dell'economia. Qualsiasi attività presuppone l'uso di interfacce hardware. Qualsiasi attività presuppone l'intervento di un software.
Ma ben poco sappiamo di 'come funziona' tutto questo. Gli specialisti ci affliggono con sigle e definizioni tecniche, perlopiù espresse in lingua inglese. Cosicché noi, frenati dal timore dell'ignoto, scegliamo di vivere nell'ignoranza.
Di fronte a sistemi che ci appaiono astrusi, troppo lontani da noi, mossi da un comprensibile atteggiamento difensivo ci sforziamo di non vedere, chiudendoci in un futuro inteso come prosecuzione del passato. Autoconvincendoci che 'nulla è cambiato', ci rifugiamo nel legame affettivo con strumenti che usiamo da tempo immemorabile: carta, penna, libro.
Invece, proprio dall'osservare come sta cambiando sotto i nostri occhi il senso dello 'scrivere' e del 'leggere', proprio dall'osservare come sta cambiando, in senso lato, il modo di produrre, conservare e condividere conoscenza, possiamo prendere spunto per un viaggio appassionante.
Il libro non è certo destinato a scomparire, mantiene il suo fascino e la sua concreta utilità, ma il confronto con altri mezzi già oggi disponibili ci illumina sui suoi limiti. La tecnologia implicita nel libro impone ai testi – che sono tessuti, reti– una struttura sequenziale. Ogni libro è chiuso in se stesso. Il libro subordina il pensiero ad un programma: ad una forma definita a priori. Il libro implica il controllo: non esiste senza la mediazione di un editore.
Proprio guardando al libro, alla sua funzione ed alla sua natura tecnica, abbiamo modo di svelare l'arcano. L'informatica è per un verso nient'altro che l'estrema manifestazione della forma libro. Un sistema di macchine teso ad espandere e a rendere più efficace il modello implicito nel libro. Ma al contempo, per un altro verso, l'informatica offre ad ognuno di noi un approccio alla conoscenza né migliore, né peggiore dell'approccio implicito nel libro, ma diverso.
In questa ottica, scrittura e lettura ci appaiono come un'unica attività. Autore e lettore ci appaiono come un'unica persona; il testo ci appare come una rete in continuo divenire, slegato dalla pagina, dalla carta, da un qualsiasi supporto, eppure accessibile tramite strumenti e supporti diversi; sfuma fino a scomparire il confine tra oralità e scrittura; sfuma anche il confine tra testo alfabetico e musica ed arti visuali; al controllo e all'ottimizzazione si sostituisce l'attenzione all'istante, la ricerca di risposte imperfette ma tempestive, adeguate alla situazione. In luogo di scuole vincolate ad un programma, in luogo di biblioteche accuratamente schedate, il Web, il motore di ricerca ci collocano in un luogo dove la conoscenza emerge in forme sempre nuove, in funzione di quello che serve qui ed ora.
Poiché nessun linguaggio tecnico è veramente necessario, ed anzi il linguaggio tecnico è molto spesso l'alibi di chi non sa, o non vuole spiegarsi, nel libro che avete in mano non troverete nient'altro che narrazioni. Dunque, il romanzo dell'informatica, o l'informatica come romanzo.
Storie singolari: Bacone e le sue Tabulae instantiarum; il Sistema Naturae di Linneo; Charles Babbage alle prese con il sogno dell'Analytical Engine; Vannevar Bush e il suo Memex; Doug Engelbart, sul finire del 1968, mentre mostra a una platea di tecnologi stupiti il primo personal computer, il primo mouse, il primo programma di scrittura.
Ma anche e sopratutto, filosofia. L'informatica è la prosecuzione della filosofia con altri mezzi. Non a caso nel dominio dell'informatica ritroviamo puntualmente ognuna delle ben note categorie: scolastica, metafisica, idealismo, fenomenologia, positivismo e filosofia analitica... Accade però che mentre i filosofi –nulla supponendo di questa contiguità– si isolano in una torre d'avorio quanto più possibile lontana dalla tecnologia, la progettazione e la gestione delle macchine e degli strumenti deputati alla creazione, alla conservazione e e alla condivisione della conoscenza è lasciata in mano a specialisti che adorano la tecnologia come feticcio.
E poesia. Goethe sapeva trattare lo stesso tema scientifico-tecnologico con la stessa chiarezza ed esattezza sia in versi dedicata all'amata, sia in saggi destinati ad 'addetti ai lavori'. Ecco così il poeta-scienziato che osserva una pianta nell'Orto botanico dell'Università di Padova. Gli sovviene l'idea della 'forma formante' – per noi oggi: la forma della conoscenza che costruiamo attimo dopo attimo interagendo con il Web. Forma che si oppone alla ­­schematica classificazione di Linneo – per noi: la forma-libro.
­Fino all'ultima narrazione: l’ultimo libro sarà un libro giallo. Per un doppio ordine di motivi. Innanzitutto perché nessun testo come il romanzo giallo è consono alla forma-libro. Il libro presuppone la lettura sequenziale, pagina dopo pagina; ed il romanzo giallo tiene avvinto il lettore, obbligandolo alla sequenza, imponendogli di leggere dalla prima all'ultima pagina. Ma c'è, a spiegare l'attualità del romanzo giallo, un secondo ordine di motivi. Il romanzo giallo ci appare attuale, necessaria lettura, perché ci allena a quel lavoro mentale che ci è proposto oggi dall'uso del personal computer, ed in genere dagli strumenti informatici.
Il lavoro dell’investigatore che sbroglia il garbuglio e che costruisce un mondo a partire da tracce e segnali deboli, è lo stesso lavoro che ci troviamo a svolgere quando, invece di leggere un libro scritto da altri, ci troviamo a costruire conoscenza muovendoci nell'incerto mare del Web, muniti di un motore di ricerca.

sabato 27 febbraio 2010

Tecnologie dell'Informazione e produzione di letteratura 2009-2010

Così come ho pubblicato in questo blog il programma del corso di Organizzazione di conoscenze e di attività, pubblico il programma di questo corso. Perché il tema è vicinissimo agli argomenti toccati in questo blog, e perché il ragionare con gli studenti a proposito di questi temi è un momento fondamentale nella costruzione del mio punto di vista.

Titolo: Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura
Corso di studi: Laurea triennale Interfacoltà in Informatica Umanistica
Università di Pisa
Docente Francesco Varanini

Anno Accademico 2009-2010. (Il programma degli anni precendenti lo trovate qui).

Argomento
In virtù dell'uso di strumenti informatici cambiano la modalità della comunicazione e dell'interazione sociale: telefonia cellulare su base digitale, sms, networking, istant messanging ecc.
Cambia anche il modo di lavorare: il personal computer, o il terminale connesso al server sono il tramite al quale svolgiamo ogni attività.
Ma cambia anche il modo di produrre testi letterari ed il modo di fruirne.
Personal computer, piattaforme web 2.0, word processor, motori di ricerca, e book, editoria on demand, portano con sé un nuovo modo di scrivere e di leggere. Scrivere con un word processor, una tastiera ed un mouse, è operazione ben diversa dal vergare segni su un foglio tramite una penna. Leggere un testo sotto forma di libro, tramite e book, tramite schermo di computer, è operazione diversa.
Siamo dunque di fronte ad un cambiamento che ci porta a guardare oltre il tradizionale modo di 'produrre letteratura'.
Ciò che chiamiamo 'letteratura' ci appare, nel nuovo contesto, in una luce diversa. L'oggetto simbolico al quale è tradizionalmente legata la produzione di letteratura -il libro-, se certo ha ancora un futuro, tende a perdere la sua indiscussa centralità.
Cambia il ruolo dell'autore, dell'interprete e del lettore.
Possiamo dunque chiederci: come si scriveranno e come si leggeranno opere letterarie in un prossimo futuro? Come si farà critica letteraria?
Nel ragionare attorno a questi interrogativi, si lavorerà in particolare su quel testo che ci siamo abituati a chiamare 'romanzo'.

Testi
Il programma prevede lo studio di:
Ivan Illich, In the Vineyard of the Text. A Commentary to Hugh’s Didascalicon. Les Editions du Cerf, Paris, 1991, trad it. Nella vigna del testo. Per una etologia della lettura, Milano, Raffaello Cortina Editore 1994.
Francesco Varanini, “Un certo tipo di letteratura”
Francesco Varanini, “La restituzione poetica”
Francesco Varanini, “Il romanzo come baule”
Francesco Varanini “Nebrija: L'impero della lingua o la lingua dell'impero”
Francesco Varanini,"L'anonimo cantore"

Esercitazione
Il programma prevede inoltre la lettura di uno o più dei seguenti romanzi (o di altri testi narrativi concordati con il docente).
Letto il romanzo lo studente -mettendo in gioco le proprie competenze informatiche- dovrà stendere, e nei limiti del possibile sviluppare progetto teso a liberare un romanzo dalla forma del libro.
Ad esempio: ripresentazione del romanzo sotto forma di ipertesto; modellizzazione del testo in un data base offerto alla consultazione del lettore; indicizzazione del testo allo scopo di renderlo fruibile tramite motore di ricerca; costruzione di un ipertesto; costruzione di un testo multimediale.

Witold Gombrowicz, Ferdydurke, Ròj, Varsavia, 1937 (ma con data 1938). Con lo stesso titolo, in spagnolo: Argos, Buenos Aires, 1947; in francese: Julliard, Paris, 1958; e in italiano Einaudi, Torino, 1961 (trad. incompleta, basata sulla trad. francese, a sua volta originata dall’ed. in spagnolo). Le diverse modifiche che differenziano l’ed. spagnola da quella del ’37 sono mantenute dall’autore nell’ed. polacca del 1969 (Instytut Literacki, Paris), da cui la trad. it. di Vera Verdiani: Ferdydurke, Feltrinelli, Milano, 1993.

Alberto Arbasino, Fratelli d'Italia. Prima edizione, Feltrinelli, 1963. pp. 532; Seconda edizione Einaudi, 1976. pp. 663. Terza edizione Adelphi, 1990. pp. 1130.

Julio Cortázar, Rayeula, Sudamericana, Buenos Aires, 1963. Traduzioni: Il gioco del mondo, Einaudi, Torino, 1969; Marelle, Gallimard, Paris, 1966; Hopscotch, Pantheon Books, New York, 1966; Rayeula. Himmel und Hölle, Suhrkamp, 1981; O Jógo da Amarelinha, Rio de Janeiro, Civilização Brasileira, 1970.

Guillermo Cabrera Infante, Tres tristes tigres, Seix Barral, Barcelona 1967; trad. it. Tre tristi tigri, Il Saggiatore, Milano 1976.

Philip K. Dick, Ubik, Doubleday, New York, 1969; trad. it. Ubik, mio signore, La Tribuna, Piacenza 1972, poi Ubik, Fanucci, Roma1989 e 1995.

Raymond Carver, “A Small Good Thing”, racconto di 25 pagine, esce in Prize Stories 1983: The O.Henry Awards, Doubleday, New York, 1983. Carver aveva vinto il primo premio in quel concorso. Il racconto esce poi in Raymond Carver, Cathedral: Stories, Random House, New York, 1984. Successivamente, è riproposto in Raymond Carver, Where I’m Calling From: Selected Stories, Random House, New York, 1988.
In italiano si trova in tre diverse versioni, lievemente diverse: Cattedrale, Oscar Mondadori; Da dove sto chiamando, Minimum Fax, Roma,1999; Principianti, Einaudi, Torino, 2009.

Thomas Pynchon, Gravity Rainbow, Viking Press, New York, 1973, trad. it. L'arcobaleno della gravità, Rizzoli, Milano, 1999.

Georges Perec, La Vie mode d'emploi, Gallimard, Paris, 1978; trad it. La vita, istruzioni per l'uso, Milano, Rizzoli, 1984.

Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore, Einaudi, Torino, 1979.

Aldo Busi, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, Mondadori, Milano 1985. Seconda edizione riveduta, Oscar Mondadori 1991. Terza edizione (“iniziato nel 1979, pubblicato nel 1985, revisionato dal 1991 al 1996, totalmente riscritto nel 2001, con episodi inediti e un nuovo finale”, Oscar Mondadori 2002). Quarta edizione riveduta 2009.

Nota
Gli studenti, sia frequentanti che non frequentanti, sono invitati a inviare una e-mail al docente. Saranno periodicamente forniti materiali didattici inerenti all'insegnamento.

venerdì 23 ottobre 2009

Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura 2008-2009

Così come ho pubblicato in questo blog il programma del corso di Organizzazione di conoscenze e di attività, pubblico il programma del corso che ho tenuto gli anni scorsi nel secondo semestre.
Il programma dell'anno accademico 2009-2010 lo trovate qui.

Titolo: Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura
Corso di laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica
Università di Pisa

Docente Francesco Varanini

Argomento:
Il corso propone un ripensamento del romanzo alla luce della digitalizzazione dell’informazione, e quindi di possibili scritture, interpretazioni e letture caratterizzate da interattività, multimedialità, ipertestualità
Il romanzo si colloca oggi nel quadro della transliteracy (“the ability to read, write and interact across a range of platforms, tools and media from signing and orality through handwriting, print, TV, radio and film, to digital social networks”: Joseph, Laccetti, Mason, Mills, Perril, Pullinger, Thomas, “Transliteracy: Crossing Divides”, First Monday, Volume 12 Number 12 - 3 December 2007).
Il romanzo, oggi, si trova a ridefinire il proprio spazio e il proprio ruolo in un contesto che vede presenti altre forme di narrazione -oralità, teatro, cinema, televisione, web- ognuna legata ad una propria storia tecnologica.
Le tecnologie, in anni recenti, hanno subito un processo di convergenza: da una specifica modalità di produzione, si è passati ad un processo comune caratterizzato, quale che sia la forma di narrazione, dall'uso di un'unica 'piattaforma', fondata sulla digitalizzazione delle informazioni.
La produzione di narrazione, prima fondata su specifiche competenze, ognuna legata alla singola 'arte', si è trasformata, fino a fondarsi su una trasversale competenza, basata sull'analisi e sul trattamento dei dati tramite strumenti informatici.
Parallelamente, convergono e si ridefiniscono i ruoli di autore, intrprete e lettore. E si pone il tema di come il romanzo, non più necessariamente chiuso nella 'forma libro', appare come 'opera aperta', che emerge diversa da caso a caso, da momento a momento.
Nel corso:
- si approfondirà il tema da un punto di vista teorico,
- si esamineranno gli aspetti chiave della nuova competenza trasversale,
- si esamineranno casi esemplari di romanzi che prefigurano il superamento della 'forma libro', e l'avvicinamento a forme ipertestuali, interattive, multimediali.
Si lavorerà in particolare attorno a Cervantes, Don Chisciotte.

Esercitazione
Consiste nella stesura (e se possibile nello sviluppo) di un progetto teso a liberare un romanzo dalla forma del libro, utilizzando tecnologie informatiche.
Ad esempio: ripresentazione del romanzo sotto forma di ipertesto; modellizzazione del testo in un data base offerto alla consultazione del lettore; indicizzazione del testo allo scopo di renderlo fruibile tramite motore di ricerca; ecc.
Si propone di lavorare su uno dei romanzi sotto indicati. Lo studente può però scegliere di lavorare su un qualsiasi altro romanzo.

Testi:

Romanzi:

- Miguel de CERVANTES, El Ingenioso Hidalgo de Don Quijote de la Mancha, 1605 (prima parte), 1615 (seconda parte). In spagnolo: a cura di John Jay Allen, Cátedra. Tra le varie edizioni italiane si consiglia: Oscar Mondadori (trad. di Ferdinando Carlesi, cura di Cesare Segre e Donatella Pini Moro); Grandi Libri Garzanti ( trad. di Letizia Falzone, a cura di Dario Puccini); BUR Rizzoli (tra. di Alfredo Giannini); Einaudi (trad. di Vittorio Bodini); Frassinelli (trad. di Vincenzo La Gioia).
Full text on line:
http://digital.library.upenn.edu/webbin/gutbook/lookup?num=996
http://www.fullbooks.com/Don-Quijote.html
http://www.spanisharts.com/books/quijote/elquijote.htm
http://www.el-mundo.es/quijote/
- Philip K. DICK, The Man In The High Castle, 1962, trad. it L’uomo nell'alto castello, Fanucci.
- Vladimir NABOKOV, Pale Fire, 1962; trad. it Fuoco pallido, Adelphi.
- Julio CORTÁZAR, Rayuela, Sudamericana, Buenos Aires, 1963; trad. it. Il gioco del mondo, Einaudi.
- Alberto ARBASINO, La bella di Lodi, 1972; ora Adelphi.
- Georges PEREC, La vie mode d'emploi, 1978; trad. it. La vita, istruzioni per l’uso, Rizzoli.

Saggi:
- Ivan ILLICH, In the Vineyard of the Text : A Commentary to Hugh's Didascalicon, University of Chicago Press, 1993; trad. it. Nella vigna del testo, Cortina, 1994.
In aggiunta (per non frequentanti almeno un testo a scelta tra):
-Jay David BOLTER, Writing Space. The computer, Hypertext and The History of Writing, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale (N.J.), 1991, trad. it. Lo spazio dello scrivere. Computer, ipertesti e storia della scrittura, Vita e Pensiero, Milano, 1993. (Evitare possibilmente la seconda edizione, sia in inglese che in italiano; è peggiorativa).
- George P. LANDOW, Hypertext 2.0., Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1997; trad. it. L' ipertesto. Nuove tecnologie e critica letteraria, Bruno Mondadori, Milano, 1998.
- Ted H., NELSON, Literary Machines, Swarthmore (Pa), 1981 (pubblicato in proprio). Trad. it. dell'ed. 1990: Literary Machines 90.1, Muzzio, Padova, 1992.
- Lev MANOVICH, The Language of New Media, Massachusetts Institute of Technology, 2001; trad. it. Il linguaggio dei nuovi media, Olivares, Milano, 2002.
THOMAS, JOSEPH, LACCETTI, MASON, MILLS, PERRIL, PULLINGER, “Transliteracy: Crossing Divides”, First Monday, Volume 12 Number 12 - 3 December 2007

Note: Gli studenti, sia frequentanti che non frequentanti, sono invitati a inviare una e-mail al docente. Saranno periodicamente forniti materiali didattici inerenti all'insegnamento.

lunedì 8 giugno 2009

Romanzo come base dati destrutturata, o baule. Dick, Nabokov, Córtazar

Questo testo è apparso, in diverse varianti in blog, su Bloom! , sulla rivista Persone & Conoscenze. Su Bloom! trovate note che qui ometto.

I romanzi sono piacevoli avvicinamenti alla conoscenza. Ma sono interessanti per noi anche in quanto sistemi che connettono, reti. Ragionando attorno ai romanzi, per esempio, costruiamo esperienza utile per implementare, in azienda, sistemi di Knowledge Management.
Non riflettiamo abbastanza, forse, su come siamo condizionati, nei nostri processi di organizzazione della conoscenza, dalla forma-libro: una organizzazione sequenziale, un sistema chiuso.
Il bello è che la stessa letteratura che giunge a noi chiusa nella forma-libro, ci mostra un altro mondo, un'altra possibilità.

Alti castelli e fuochi pallidi
Ci sono romanzi che si offrono a noi come cucina aperta, stanza dei giochi, scatola di montaggio. Questi romanzi sono venuti a noi nella forma tradizionale: il libro, un insieme di pagine rilegate in una sequenza univoca. Ma traggono vantaggio dall’essere letti, o ri–letti, attraverso una ‘macchina per leggere’, un computer. E possiamo anche pensare che se l’autore, nello scrivere avesse avuto a disposizione una ‘macchina per scrivere’ meno banale della tradizionale macchina per scrivere, e cioè avesse avuto a disposizione un computer, avrebbe sviluppato in modo più ricco ed articolato la forma di ‘testo aperto’ – forma che è comunque potentemente presente.
Come lavora l’autore scrivendo la sua opera, se coglie l’essenza di questo momento? Il romanzo è una rappresentazione del mondo. Ma non di un mondo inteso come sistema totalitario, incombente. E’ un coacervo di difficoltà e di contraddizioni, ma non è un incubo che sovrasta il soggetto. Il soggetto, in quanto autore e in quanto protagonista dell’opera può, sia pure a prezzo di sforzi e rischi, determinare il corso degli eventi. Può, infine, giocare con i mondi, intendendoli come mondi possibili. Mondi consapevolmente costruiti, decostruiti e ricostruiti dall’autore, mondi dominati da un personaggio-uomo capace di dominare la scena.
Ma qualche autore va oltre. Mette in mostra, dentro il romanzo stesso, la macchina per costruire mondi. E coinvolge nel gioco il lettore. E’ un gioco, appunto, ma un gioco che non vuole nascondere né sminuire la propria portata etica e politica. I mondi, viene detto possono essere creati, in virtù di scelte e di progetti e di un acconcio uso della tecnologia. Spostando lievemente l’ottica, potremmo anche dire: i mondi sono osservati nel momento del loro farsi, nella loro genesi. Uscita dalla crisi; caos primigenio.
Pensiamo a Philip Dick, che mentre scrive The Man in the High Castle non sa nulla del libro che sta scrivendo, non vuole saperlo, e si lascia guidare, in totale abbandono, manipolando quarantanove steli di millefoglie, o lanciano tre monete. L’I Ching, se può dare senso al mondo, a maggior motivo potrà dare senso a un romanzo. L’oracolo si appropria della mente dell’autore, il senso dell’opera emerge durante il suo farsi, meravigliando lo stesso autore e restando a lui in larga misura oscura, bisognosa di esegesi. (Dick passerà anni a scrivere commenti delle opere che aveva scritto come in transe, come vittima di una possessione).
Pensiamo a Nabokov, quando scrive Pale Fire. Due testi che si sostengono e si rimandano l’un l’altro: una ermetica opera poetica, in apparenza insensata, una opera che possiamo immaginare chiusa al suo stesso autore; e uno sterminato e divagante commento. E l’opera cresce nel rimbalzo tra questi due testi, la chiusura della lirica spinge all’interpretazione, e allo stesso tempo giustifica qualsiasi interpretazione
Pensiamo a Pérec, che nella Vie, mode d’emploi, monta (o lascia crescere) il romanzo attorno a due metafore. La casa, un condominio esplicitato in ogni dettaglio architettonico, il luogo narrativo che stimola a pensare personaggi - gli abitatori di queste stanze. E il puzzle, il quadro narrativo che può essere immaginato come totalità, e poi costruito via via a partire da frammenti. E il romanzo si fa lentamente, nel corso degli anni, in virtù di un lavoro minuzioso di visitazione di ogni stanza del condominio, ma avrebbe anche potuto restare senza perdite incompleto: il suo valore sta nel progetto, nel modello costruttivo. Il puzzle, scoperto, intravisto il disegno sotteso, può essere lasciato a metà, o consapevolmente distrutto (come accade nel romanzo).
The Man in the High Castle, Pale Fire, Vie, mode d’emploi: possiamo dunque fissare qualche punto fermo.
L’autore mette in scena la cucina, o meglio la stanza dei giochi. La strategia che presiede alla costruzione dell’opera è esplicitata. I personaggi, gli snodi narrativi, gli sfondi, insomma la scatola degli attrezzi usata per costruire il romanzo è resa disponibile al lettore.
L’autore mostra come si svolge il suo lavoro (si mostra a noi in azione). Infatti, in ognuno dei romanzi vediamo in azione, tra i personaggi, uno o più scrittori. Il costruttore delle storie è interno al testo, è uno dei ruoli messi in scena. Ci viene mostrato l’autore al lavoro. Abbiamo in mano un romanzo, ma anche, se vogliamo, un manuale, non a caso ‘istruzioni per l’uso’: come usare gli attrezzi della scatola, come costruire storie.
L’autore ci stimola a tentare il suo stesso gioco. Il romanzo gira su se stesso, non ha un inizio e una fine. Il romanzo, per esistere, richiede il nostro contributo. Il romanzo non è dato. E’ solo prospettato. E’ una rete di possibili, infiniti percorsi. Sarà, per ogni lettore ed in ogni diversa occasione, solo uno degli enne romanzi possibili.
Non sembri peregrino un parallelo: questi romanzi sono ‘ipertesti’, e prefigurano e preparano l’avvento del computer game. Leggendo The Man in the High Castle, Pale Fire, Vie, mode d’emploi, come interagendo con un computer game, contribuiamo a definire il contesto, a forgiare il carattere dei personaggi. E poi muoviamo i personaggi. Concatenando gli eventi. Costruendo percorsi. Misurandoci con livelli diversi, sempre più alti di difficoltà.
Ora, seguiamo un passo più in là la metafora del computer game. I migliori computer game sono ‘sistemi esperti’, scatole che se adeguatamene usate generano nuovi attrezzi, portando la costruzione del mondo ben oltre quel mondo che l’autore aveva saputo o voluto immaginare.
Il computer game è veramente buono se permette di costruire mondi che sfuggono totalmente al controllo del progettista.

E finalmente Cortázar e la sua Rayeula
Possiamo dunque immaginare come viene a noi Rayuela, il romanzo dello scrittore argentino Julio Cortázar. Il romanzo che, meglio di ogni altro, mi sembra rispondere al modello emergente di romanzo–ipertesto, iper-romanzo: il romanzo che guadagna ad essere scritto (o riscritto) con un computer, il romanzo che guadagna ad essere letto (o riletto) con un computer.
Cortázar, definita una prima traccia di personaggi (Oliveira, Traveler, la Maga, Talita, i membri del Club de la Serpiente) e di trama (il lado de acá, il lado de allá, l'otro lado), scrive liberamente senza costrizioni sequenziali. Procedendo per associazioni libere, ‘per accumulazione’, per appunti sparsi. Con la consapevolezza che per vie più o meno evidenti il frutto della scrittura ha un senso nella costruzione del romanzo.

Cortázar si trova di fronte, in ordine causale, ciò che è potenzialmente, ciò che sarà Rayuela. A partire da questo materiale sin armar deve dare forma al romanzo. Ora l’autore ha a disposizione, immaginiamo, una massa di appunti. L’ordine apparente, il fatto che gli appunti siano scritti in sequenza in un quaderno, un brogliaccio, deve essere vissuto come insignificante, o anzi fuorviante. Il contenuto c’è, ma è una galassia senza forma, senza confini, senza inizio e senza fine. Ora, in qualche modo, deve essere distribuito, organizzato, strutturato.

Cortázar copia a macchina gli appunti. Il testo,a questo punto, si manifesta come un insieme di ‘capitoli’ -storie, scene o riflessioni- dotati di una loro coerenza interna, ognuno occupante un certo numero di pagine.

Cortázar sa che la disposizione degli elementi è relativa, opinabile, non necessaria. Ma sta scrivendo un libro, e cioè lavorando alla produzione di un oggetto costituito da pagine disposte in sequenza. Si pone allora il problema di accorpare i capitoli in nuclei omogenei.

Cortázar, avendo di fronte, e in mente, queste piccole pile di fogli che sono la manifestazione fisica dei ‘capitoli’, procede per tentativi, per prove, guidato dal caso e dall’intuito e dai pensieri del momento. Come mescolando e rimescolando un mazzo di carte. Senza trovare una soluzione soddisfacente, perché i criteri attorno ai quali organizzare l’ordinamento sono molti, contradditori tra di loro, e nessuno è risolutivo. In ogni caso, la forma, la sequenza di pagine rilegate, che avrà il libro al termine del suo ciclo di produzione è solo una delle enne possibili. (Ci ricorda Ortega: “Ogni inizio di capitolo è pieno di numeri, cancellature, note”).

Cortázar, allora, elimina il vincolo. Smette di pensare alla forma libro. Perciò ora, avendo di fronte le pile sparse di fogli che sono i capitoli, può ordinarli lasciandosi più liberamente guidare dal caso, e dall’intuito e dai pensieri del momento.

Il migliore degli autori possibili, in questa accezione, è l’autore che rinuncia ad essere tale. Che non si preoccupa di prefigurare e di chiudere, di vincolare a percorsi di lettura. E se la gioca invece nell’aprire piste, nel creare possibilità, nell’accettare che nessun testo potrà mai essere concluso.
La stanza dei giochi sarà veramente attraente se vi si potranno giocare giochi che il genitore considera indebiti o pericolosi.
Diciamo dunque grazie a Cortázar per aver lasciato aperta, consapevolmente o no non importa, anche questa pista di lettura.

Il nuovo romanzo: costruito come una base dati destrutturata, o più modestamente un baule, contenente materiali giudicati dall'autore omogenei, tutti funzionali a produrre un ‘effetto estetico’, un fascio di emozioni. Il romanzo come galassia senza forma.