sabato 21 gennaio 2012

Stop Online Piracy Act (SOPA), Protect IP Act (PIPA) e la nozione del Copyright


Nell’ultima settimana due progetti di legge in discussione presso il Congresso degli Stati Uniti -Stop Online Piracy Act (SOPA), alla Camera dei Rappresentanti, Protect IP Act (PIPA) al Senato- sono stati rimessi almeno per il momento rimessi nel cassetto. Progetti sostanzialmente convergenti, formalmente tesi a bloccare l’accesso a siti web sospettati anche solo vagamente di violazioni del copyright. I titolari di diritti lesi, in base alle leggi, potrebbero agire per vie legali non solo nei confronti di chi abbia materialmente commesso la violazione, ma anche nei confronti dei siti e dei portali che ospitano i contenuti in violazione di copyright.
Schierati a favore, le associazioni industriali dei produttori di Computer Games, Entertainment Software Association; dell’industria cinematografica, Motion Picture Association of America; dell’industria discografica, Recording Industry Association of America; e ancora grandi gruppi editoriali: Macmillan, gradi brand: Nike, L'Oréal. Contro Google, Facebook, Yahoo, insieme a Wikipedia, alla Electronic Frontier Foundation e a Human Rights Watch.
Gli schieramenti mostrano che si tratta di un tentativo di arbitrare tra le pressioni e le pretese di due grandi lobby: da un lato l’industria editoriala nata prima dell’avvento del computing e del World Wide Web, dall’altro l’industria che vive del Web.
In ogni caso, non si tratta certo di una legge tesa a difendere diritti dei cittadini, compresi tra questi i produttori di conoscenza. Dico produttori di conoscenza perché le antiche e belle parole che conosciamo -innanzitutto ‘autore’- nel contesto offertoci dal computing e dal World Wide Web, appaiono superate. E non costituiscono certo un passo avanti, nel descrivere situazioni e possibilità, nuove espressioni come utente, user content generator, e simili.
Il fatto è che i diritti -così anche il copyright- sono stabiliti a partire da una tecnologia. “Il riconoscimento della proprietà letteraria e la pratica del pagamento di diritti d’autore sono emersi con la stampa”. Il copyright “non è stato applicato alla conversazione, ai discorsi, o al canto, in privato o in pubblico, fino a tempi molto recenti”. “Il caso fondamentale di riferimento è negli stati Uniti il processo Withe Smith v. Apollo. Negò la protezione ai rulli delle pianole e alle registrazioni sonore perché non erano ‘scritti’ in forma tangibile, leggibile da un essere umano”. Ma poi via via nuovi Gatekeeper, mediatori tecnologicamente necessari come lo è dal 1500 la stampa, hanno spinto la norma sul copyright ad allargare il proprio ambito di copertura, fino a farne un mostro giuridico. Fino a quando, dagli anni Ottanta del secolo scorso e fino ai nostri giorni, con l’avvento del Computing e poi del World Wide Web, si è tentato di allargare l’ambito del copyright fino ad abbracciare la produzione e l’uso di conoscenza sulla Rete. Con esiti sempre insoddisfacenti.
Ciò che serve non “Bisognerà inventare concetti completamente nuovi per compensare il lavoro creativo. Il concetto di copyright basato sulla stampa non funziona più”.

Ho tratto le citazioni sopra riportate da un articolo di Ithiel de Sola Pool. Scritto trent’anni fa, mi pare molto più attuale delle cose che si leggono in questi giorni sui giornali, ed anche nei commenti di pretesi esperti. Di seguito riporto un paragrafo dell’articolo. (Ithiel de Sola Pool, “La cultura della stampa elettronica”, in Comunità, anno XXXVIII, n. 186, dicembre 1984. Al momento, non ho trovato la fonte originale, che comunque è successiva al 1981).

[Con la pubblicazione elettronica] spaventose sono le implicazioni per la proprietà letteraria. Anzi la nozione stessa di copyright diventa obsoleta, perché legata alla tecnologia della stampa. Il riconoscimento della proprietà letteraria e la pratica del pagamento di diritti d’autore sono emersi con la stampa.
Quando in un luogo si riproducevano copie numerose, diventava relativamente facile identificare la fonte delle copie e il loro numero; e il luogo in cui venivano stampate era quello in cui erra pratico applicare controlli o conteggi fiscali. Infatti l’usanza del copyright cominciò di fatto, se non con quel nome, nel 1557, in Inghilterra, quando Filippo e Maria, nel tentativo di porre fine alla pubblicazione di libri sediziosi ed eretici, limitarono il diritto di stampa a membri della Stationers’ Company, assegnando a questa associazione il diritto di cercare e confiscare tutte le pubblicazioni stampate contrarie alle leggi scritte o a decreti. Otto anni dopo la Stationers’ Company, forte di quel potere, creò un sistema di copyright per i propri membri. Nel 1709 il Prlamento approvò la prima legge sul diritto d’autore. (Jan Parsons, Copyright and Society, in Asa Briggs (a cera di), Essays in the History of Publishing, Longman, Londra, 194, pp. 331e segg.).
Per i modi di riproduzione in cui non esisteva un luogo di controllo tanto facile come nell’editoria a stampa, secondo la legge consuetudinaria non si applicava il concetto di copyright. Non è stato applicato alla conversazione, ai discorsi, o al canto, in privato o in pubblico, fino a tempi molto recenti. Il copyright fu un adattamento specifico a una particolare tecnologia e ai problemi e alla possibilità che essa creava.
La legge lo riconobbe. Il caso fondamentale di riferimento è negli stati Uniti il processo Withe Smith v. Apollo. Negò la protezione ai rulli delle pianole e alle registrazioni sonore perché non erano “scritti” in forma tangibile, leggibile da un essere umano. (209 US 1(1908). Cfr. anche Goldsmith v. Calif. 421 USA 546 (1973) sulle registrazioni sonore). Quel concetto d’autore legato alla consuetudinaria escluse della protezione molte delle nuove tecnologie della comunicazione apparse dopo il 1908. Ma l’industria cinematografica, discografica e più recentemente televisiva hanno persuaso il Congresso, visto che i tribunali non erano disposti a farlo, a estendere la protezione anche a loro. Er le prime tecnologie nuove, il cinema e i dischi, questa estensione seguiva una logica sensata. Come nel casso dei libri, si trattava di oggetti materiali prodotti in copie multiple in uno stabilimento di produzione. Lo stesso sistema che era stato applicato qualche secolo prima alla stampa poteva in sostanza valere. Ma con la comparsa della riproduzione elettronica il concetto è diventato inadeguato. La pubblicazione elettronica è analoga alla comunicazione a voce del diciottesimo secolo, non a quella tipografica dello stesso periodo.
Si pensi ad esempio alla distinzione fondamentale che la legge sul diritto d’autore stabilisce tra lettura e scrittura. Leggere un testo sotto diritti non costituisce una violazione della proprietà letteraria, lo è soltanto copiarla in uno scritto. Come si applica questo principio al terminale di un computer? L’unica maniera di leggere un testo archiviato in una memoria elettronica è visualizzarlo su uno schermo; lo si scrive per leggerlo. Per trasmetterlo ad altri, però, non lo si scrive, si fornisce soltanto una parola d’ordine che dia l’accesso alla propria memoria. Se quindi non si è scritto il testo, la violazione c’è stata?
O si consideri il caso di un programma che generi output computerizzato. Magari il programma opera su dati numerici e genera un resoconto con tendenze di periodo, medie e correlazioni. Magari il programma opera su un manoscritto e genera riassunti prodotti dal computer. Certamente il programma computerizzato che fa tutto ciò è un testo, che per la legge attuale può essere protetto dal copyright. Ma in quale posizione si trova il testo generato dal programma e dal computer? Chi ne è l’autore? Il computer?
L’idea che una macchina sia capace di lavoro intellettuale non rientra nell’ambito della normativa sul diritto d’autore. Un computer può violare il copyright? Il breve, nell'intero processo della comunicazione elettronica appaiono versioni il cui testo è in parte controllato da persone e in parte automatico. Parte del testo non è mai visibile, ma è soltanto memorizzata elettronicamente; parte appare per un attimo su un tubo catodico; parte viene stampata su carta. Ciò che è cominciato come un certo testo varia e cambia per gradi fino a diventare qualcos’altro. Chi lo riceve può essere un individuo chiaramente identificato o un’altra macchina, che non stampa mai il testo, ma utilizza soltanto l’informazione per produrre un’altra cosa. Bisognerà inventare concetti completamente nuovi per compensare il lavoro creativo. Il concetto di copyright basato sulla stampa non funziona più.
Non sto esponendo una tesi catastrofica. Il fatto che le note, le bibliografie, gli schedari e il copyright non avranno senso per la pubblicazione elettronica come l’avevano per i libri e gli articoli stampati (per i quali sono stati concepiti) non vuol dire che l'ingegno umano non possa risolvere il problema. Per molti scopi le versioni canoniche , i cataloghi, e anche i meccanismi di compensazione sono essenziali. Si troverà il modo per garantire almeno in qualche misura queste esigenze, nonostante la situazione fluida dell’elaborazione interattiva conversazionale. Certo non so quale tipo di convenzioni si costituiranno, ma sono sicuro che non corrisponderanno ai concetti attuali.


domenica 15 gennaio 2012

Macchine perturbanti, o automi


A Vienna, nel 1919, nei giorni dell’inizio della fine -la prima Guerra Mondiale è appena terminata, il millenario Impero si è sbriciolato- Sigmung Freud, riprendendo in mano un più vasto saggio che aveva da ani nel cassetto, scrive a proposito dell’Unheimliche. (Sigmund Freud, “Das Unheimliche”, Imago, Band V, Wien, 1919; trad. it. Leonardo e altri scritti, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, I, Boringhieri, Torino, 1969, pp. 267-307).
Riflette attorno a “quella sorta di spaventoso che risale a ciò che ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”.
Poco ci importa che i traduttori italiani abbiano ormai canonizzato una traduzione: perturbante. Questa espressione rende ben poco del tedesco. Unheimlich, nota Freud, è evidentemente l’antitesi di Heimlich, da heim, ‘casa’, e di Heimisch, ‘patrio’, ‘nativo’, e quindi: ‘familiare’, ‘abituale’. E’ ovvio quindi dedurre che “se qualcosa suscita spavento è proprio perché non è noto e familiare”. E dunque ecco l’inquietante, sinistro, lugubre, sospetto, spaventoso, tenebroso, straniero, estraneo, fonte di disagio, di cattivo augurio, unconfortable, gloomy, ghastly.
Freud nota che ciò che per uno è Heimlich per l’altro è Unheimlich. Così come, possiamo ricordare, seguendo la lezione di Marcel Mauss, il gift è allo stesso tempo dono e veleno: ognuno teme ciò che non gli è familiare, cioè che risulta ignoto e straniero. Ma non basta questo ad avvicinare il mistero dell’Unheimlich. Per coglierlo, ci dice Freud, dobbiamo seguire Schelling. “Unheimlich, dice Schelling, è tutto ciò che avrebbe dovuto restare segreto, nascosto, ed invece è affiorato”.
Ecco dunque che nel Dizionario Tedesco di Jakob e Wilhelm Grimm alla voce Heimlich troviamo, accanto al senso di ‘familiare’, ‘domestico’, ‘natale’: “Heimlich in quanto alla conoscenza”: in questo senso, ci dicono i fratelli Grimm, Heimlich traduce il latino mysticus, divinus, occultus, figuratus. (Jakob e Wilhelm Grimm, Deutsches Wortërbuch, Hirzel, Leipzig, 1877). Sicché, commentano i fratelli Grimm, “Heimlich assume il significato proprio di Unheimlich, come mostra una frase del drammaturgo Friedrich Maximilian Klinger: “a volte mi sento un uomo che vaga nella notte e crede negli spettri; per lui ogni angolo è sinistro (Heimlich) e dà i brividi”.
Anche a casa nostra, anche nella nostra città, nella nostra patria, nel mondo caldo e familiare dove dovremmo essere protetti da ogni pericolo esterno viviamo nel sospetto e nel timore, viviamo nel timore.
Freud, si sa, vuole parlarci dell’inconscio, ma nel farlo ci sta parlando di conoscenza.
L’ Heimlich-Unheimlich “in quanto conoscenza”: una conoscenza che ci è familiare, che ci rassicura e ci offre conferme. E che e al contempo ci è estranea, provoca spavento, contiene qualcosa di inquietante e sinistro che preferiremmo tenere lontano da noi.
Freud -parlandoci da una Vienna che a lui stesso inizia a diventare straniera, e che giorno dopo giorno svela il suo lato tenebroso e sinistro- ci avvicina così a uno dei nodi della cultura del Ventesimo Secolo. Mentre Freud ci invita ad accettare le nostre tenebre, ed il nostro stesso essere stranieri a noi stessi, scienziati e filosofi tentano di definire linguaggi capaci di rendere esplicita ogni oscurità, linguaggi capaci di descrivere ogni cosa.
Progetto mitteleuropeo che sarà centrale nelle Macy Conferences, progetto che vedrà i suoi esiti nel Computing e nell’informatica: tentativo di sostituire all’informe conoscenza una informazione ben controllata e codificata; assoggettata a un canone e ad una autorità, cosicché si possa essere esentati dal dover guardare in terreni ignoti, dal dover prendere in considerazione ciò che appare pericoloso e scandaloso.
Non solo: in Das Unheimliche Freud ci anticipa anche uno dei passaggi chiave del dibattito che animerà negli Stati Uniti le Macy Conferences, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Cinquanta: il confine tra uomo e macchina. Dove l’uomo rischia di soccombere alla sua inesausta ricerca di scoprire ciò che è segreto -l’ambizione di Faust così come ci è narrata da Goethe- nasce il bisogno di disporre di macchine. Se l’uomo non può sopportare il brivido della paura che coglie chi cerca l’ignoto, il segreto, il troppo difficile, potranno forse andare oltre macchine.
Macchine che superino l’imperfezione umana, macchine antropomorfe. Non a caso Freud ci parla di “figure di cera”, “bambole ingegnose”, “automi”. E del dubbio che “un essere apparentemente animato sia vivo davvero”, e che viceversa “un oggetto privo di vita non sia per caso animato”.

giovedì 22 dicembre 2011

Ithiel De Sola Pool, 1982

Metto Ithiel De Sola Pool, contraddittorio personaggio, vicino a Vannevar Bush, Licklider, Engelbart, Ted Nelson -variamente citati in questo blog.
Basta questa citazione del 1982: "All’inizio la pubblicazione diventa elettronica perché un cronista scrive il suo articolo su un word processor e l'editing e l'impaginazione avvengono con l'ausilio di un computer; ma alla fine esce un giornale che ha l'aspetto di sempre. Questo è soltanto l'inizio. La futura pubblicazione elettronica potrà essere forse più simile al ragazzino con il videogioco delle guerre spaziali, permeato di luci e di suoni accanto alle parole. Il giocatore comincia; la macchina risponde. È un processo di conversazione attiva. Può essere divertimento; può essere gestione della vita quotidiana; può essere lavoro. Qualunque cosa sia, alla fine probabilmente assomiglierà alla pubblicazione come l'intendiamo oggi più o meno allo stesso modo in cui gli affari o i prodotti della conglomerata Time-Life assomigliano allo scriptorium di un monastero".
Ithiel De Sola Pool: di famiglia ebrea, trotzkista da giovane, durante la Seconda Guerra Mondiale -come Bateson, Mead, Lazarsfeld- lavora nel campo della comunicazione di massa: studia con Harold Lasswell la propaganda nazista; anche lui è uno dei soldati dell'esercito di Vannevar Bush.
Fortemente antisovietico, negli anni ‘50 è segretario del CENIS, Center for International Studies del MIT, che ha stretti rapporti con la CIA. Non si può dire in che misura De Sola Pool sia un puro ricercatore o agente coperto dell’intelligence. 

martedì 13 dicembre 2011

Facebook è un carcere, Twitter una tenda da campeggio


Un amico mi segnala un post sul suo blog. Mi interessa la riflessione su come i ‘network sociali’ contribuiscono a un’ “apertura dei confini organizzativi”. Anze ce la impongo. Però leggo anche che si fa riferimento a “social network come Facebook e Twitter”. Scrivo all’amico dicendo che non si può fare di ogni erba un fascio, e che tra Facebook e Twitter c'è un abisso, e che dunque “non vedo come si possa ritenere Facebook un mezzo che aiuti ad una ‘apertura dei confini organizzativi’”.
L’amico mi risponde che ovviamente Facebook e Twitter sono molto diversi fra loro, “ma tecnicamente sono entrambi social network”. Mi cita anche due recenti libri che mettono Facebook e Twitter “nella stessa categoria”, pur spiegandone le differenze.
Ora mi viene in mente il seguente commento.
Il Web ci propone il superamento della modellizzazione e della categorizzazione univoca. I tag permettono di costruire di volta in volta connessioni diverse, e per questa via categorie diverse. Perciò l’esistenza stessa del Web dovrebbe spingerci ogni volta a chiederci: oltre a questo modello, oltre a questo schema di categorizzazione, quali altri modelli, quali altri criteri di categorizzazione potremmo adottare?
Ma per farla breve propongo di lavorare per analogia. I network sociali possono essere con motivo considerati ‘luoghi dove stare ed incontrarsi’. Quindi chiediamoci: che tipo di abitazione è Facebook, e che tipo di abitazione è Twitter? Facebook è un carcere, dove sei costretto a stare subendo leggi altrui; Twitter è una tenda da campeggio, con la quale ti muovi nel mondo, connessione dopo connessione.  

martedì 29 novembre 2011

Dal concetto di 'dato' all'editoria del futuro

Presso il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica dell'Università di Pisa (dove insegno), nell'ambito dei Seminari di cultura digitale, il 23 novembre 2011 ho parlato su questo tema: Dal concetto di dato all’editoria del futuro.
Il seminario è oralità condivisa, conta quello che si dice. Quando parlo, evito di leggere, ed evito anche -salvo eccezioni- l'uso di Power Point. Comunque, è interessante conservare i materiali di preparazione. Li espongo qui di seguito.
Abstract
Guadando in avanti, non possiamo limitarci a ragionare di app e di e-book.
Il concetto informatico di dato -in estrema sintesi: ‘rappresentazioni finita di informazioni’-, letto in chiave filosofica, apre la strada a un ragionamento sull’edizione, sull’autore e sulla pubblicazione. Per questa via si arriva a ripensare -in ambito critico-letterario- il modo intendere il testo e l’edizione. E a prospettare l’evoluzione futura della complessiva industria editoriale.

Traccia
Informatica Umanistica/Umanesimo Informatico
Il dato in Informatica
La cosa di Kant e il dato come metafisica
Intrinseca ambiguità del dato: littera data, carta fecha
Informatica transazionale come editoria, editoria come informatica transazionale
Cosa cambia con il Personal Computer e il Web
Colpi di coda: App, E-book, iPad, Facebook
Guardare avanti

Percorso
Cerchiamo di fare un ragionamento informatico-umanistico; ma anche umanistico-informatico. Non una disciplina al servizio dell'altra, ma guardare un ambito con l'epistemologia connessa all'altro ambito. Il significato informatico di 'codice' ci invita a ripensare il testo letterario. La competenza narrativa di umanisti ci spinge a criticare il riduzionismo e il determinismo che reggono i sistemi informativi strutturati. Propongo un terreno di riflessione dove i due ambiti siano compenetrati, lascio quindi fuori atteggiamenti del tipo: ‘il libro cartaceo non scomparirà mai’, ‘la letteratura è una cosa, la scrittura sul web un’altra’. Mi pongo invece la domanda: come il computing cambia la letteratura, cosa la letteratura ha da insegnare al computing.

La produzione di conoscenza non è mai disgiunta dalla tecnologia.
L’uomo produce conoscenza, produce letteratura in accoppiamento strutturale con macchine-utensili. Il computing ci propone sia tecnologie per produzione -word processor-, sia tecnologie per la pubblicazione -dal ‘salvataggio’ del testo sul proprio computer alla pubblicazione sul Web.

Il computing ci propone il concetto di dato come ‘rappresentazioni finita di informazioni’ e quindi come ‘unità minima fruibile’.
Il dato è un costrutto metafisico. La riflessione kantiana attorno all'inafferrabilità della cosa porta a concepire il dato.
Si cerca deterministicamente e riduzionisticamente un 'punto fermo'.
Si ritiene necessario subordinare l'esperienza a un modello, a un'idea. Il 'dato' è il simbolo di questa pretesa certezza, verità apodittica.
Fare riferimento ai dati è fare riferimento a qualcosa di fondato, stabilito con certezza. Qualcosa di formalizzato, matematizzato, calcolato e calcolabile. Il progetto deterministico e riduzionista di Hilbert, e poi su questa base il lavoro di Gödel, Turing, Alonzo Church, von Neumann, portano a far riferimento al dato.
Ma il dato, radice do, parla di dare e ricevere, scambio, transazione.
C’è un paradosso: consideriamo il dato esistenti prima della transazione, e quindi sottoposto a transazione, ma il dato invece è in sé transazione, non esiste prima della transazione.
Littera data, consegnata al vettore.
In teoria della comunicazione e in computing-informatica: parliamo di informazione, trattiamo la conoscenza trascurando la sua produzione, e guardando a come viaggia sul canale, cioè la prendiamo in carico nel momento in cui è littera data.
La ricerca filosofica attorno alla cosa trova (una) conclusione nella nozione informatica di dato.
Ma la stessa parola 'cosa' rimanda a un giudizio 'dato', convenzionale e legato a un accordo: la 'cosa', causa, in una versione latina è decisa da un giudice, in una versione tedesca , Ding e thing, è decisa da una assemblea. Non è mai 'data' una volta per tutte.
Il dato si fonda sempre su una convenzione. Il dato è certo solo se non ho preso in considerazione altri possibili dati.

Guardiamo ora al mondo dell’editoria. Edere è ‘dare fuori’, rendere pubblico. Non è consegnare al messaggero.

Lì dove avviene la transazione nasce il ruolo dell'interprete, dell'editore, del traduttore, del censore
Il computer mainframe resta dalla parte del broadcasting, gatekeeping
Il personal computer ed il web mettono in discussione ogni mediatore, ci ricolloca nella situazione originaria del momento, processo di produzione
Come il dato, il testo canonico è un tentativo di rispondere all’inafferrabilità del testo.
Così come si rappresenta la cosa nel dato, si ritiene che il testo esista solo se è canonizzato.
Come il dato è validato se è conforme al modello, così il testo viene canonizzato. Il dato è validato se passa al vaglio della transazione, il testo analogamente è vagliato da editori, editor, interpreti.
Possiamo stabilire un parallelismo tra computabilità e leggibilità.

Ma nel mondo del personal computer e del web la transazione non è più il momento centrale, l'autore pubblica da sé.
Il momento centrale è l'accoppiamento strutturale uomo-macchina.
Come lo spagnolo sostituisce alla littera data la carta fecha, la lettura ispanica sposta l'accento sulla creazione, fare.
La canonizzazione del testo esiste nel dominio del mainframe, broadcasting, gatekeeping
Nel dominio del personal computer e del web la letteratura è tradizione, con prevalenza dell'anonimato - come in letterature ispaniche
Al posto del concetto di canone assume rilievo l'inevitabile presenza di corpora, delle opera omnia - concetti eminentemente plurali, fuzzy concepts
L'editoria si trasforma da mediazione necessaria in apposizione marchio di qualità
L'edizione si trasforma da canonizzazione necessaria in collezione di varianti
In luogo di macchine per gestire dati, e quindi garantire transazioni, macchine per produrre conoscenza
Piattaforme senza fondamenti, pubbliche, controllo diffuso
Parlare di Big Data è andare oltre il dato, è guardare a una 'scrittura' sulla quale possono essere costruite reti testuali diverse.
Non più dati discreti ma materiale da plasmare: fiction.
Il canone vede mostrati i suoi limiti per mezzo dell'analogia con il modello dei dati. Il web ci mostra come la rete di testi può essere connessa in canoni diversi, non alternativi, compresenti.
L'accento si sposta dalla letteratura come documento (docere) alla letteratura come monumento (monere).
App specializzate per sistema operativo, eBook, iPad, Facebook sono accomunati dal tentativo capzioso di riportare nel mondo del Personal Computer e della Rete il modello di Stampa, Broadcasting e Gatekeeping.

domenica 27 novembre 2011

Google come filosofia


Google street view car: l’automobile dotata di antenne e telecamere che lentamente percorre ogni strada del mondo, passa di fronte alla porta della casa di ognuno di noi, tutto registrando, fotografando la nostra casa e al contempo memorizzando ogni segno della nostra vita digitale, cogliendo ogni traccia dei nostri viaggi nel Web.
E’ una immagine inquietante. Una immagine sintetica che in fondo racchiude in sé il senso di un coerente agire, forse ancor più inquietante - perché occulto, sotterraneo, segreto, invisibile all’occhio: il muoversi dei crawler, o spider, nei meandri del Web. Tutto ciò che ‘mettiamo in rete’ è osservato, registrato da Google – con acribia, con meticolosa precisione. Nella sua sterminata server farm di Google dobbiamo pensare sia conservata, forse, copia di tutto. Ed ancora, è preoccupante l’alone di mistero che circonda l’algoritmo in base al quale Google ci restituisce risposte alle nostre domande – intermediando così i nostri quotidiani tentativi di costruire conoscenza.
Ma comunque, questo non è Broadcasting. Non è Gatekeeping – che è morto, da quando ognuno di noi può essere presente nel Web allo stesso modo di come sono presenti i potenti del mondo. Google non è il Grande Inquisitore, orientato a trattare ognuno di noi come parte insignificante di un gregge bisognoso di cura, ed anzi desideroso di controllo. Google non è nemmeno un Panopticon, perché non pretende di ridefinire l’architettura del mondo.

Le torri sono cadute
Non più grandi cattedrali di dati, non sta lì il potere. Le vecchie forme di controllo -bloccare le vie di accesso, stabilire difese perimetrali, filtrare i passaggi di soglia- non valgono più nel pervasivo e diffuso mondo del Web, seamless, adattivo. Con il Web, la complessità sprofonda in basso. Viene meno la centralità del dato. Viene meno necessità del modello dei dati come fonte di un ordine necessario. Google asseconda questa evoluzione. Offre a noi cittadini digitali dà strumenti per muoverci in questo mondo.
Google non ci impedisce di pubblicare sul Web. Non pone divieti. Non abbiamo bisogno di passare al vaglio di Google per essere tra coloro che hanno il diritto ad esprimersi. Google non ci impedisce di mettere in rete i nostri oggetti di conoscenza, non pone limiti alle nostre interazioni. Anzi, Google ci restituisce potenziati i risultati del nostro agire: nel passaggio da lingua a lingua proposto dal traduttore, godiamo dei risultati di ogni traduzione tentata da ognuno di noi. E ci offre gratuitamente strumenti sui quali basare il nostro essere cittadini digitali: il motore di ricerca, la posta elettronica, le mappe di ogni luogo.
Google accetta gli standard della Rete, ed anzi promuove la loro diffusione. Accetta un linguaggio comune, il linguaggio che c’è, il linguaggio ordinario. Non impone un proprio linguaggio. Se si trova a a proporre un proprio linguaggio, ne mette a disposizione il codice. Google non cerca di imporre al mondo una propria struttura. Né sostiene l’esigenza di subordinare tutto e tutti ad un’unica struttura. Non propone uniformazione, ma all’opposto accetta ogni variante. Non persegue un ordine, ma accetta l’accumulazione caotica. Accetta le liste aperte. Non cerca una analisi fine degli insiemi: si accontenta invece di accorpamenti grossolani, sempre provvisori.

Spazio etico
Street view car: non è l’occhio di Dio del Panopticon, che ci guarda dall’alto. L’auto si muove sulle nostre stesse strade. Nemmeno l’occhio del satellite cartografo è l’occhio di Dio: si tratta sempre del nostro occhio, sia pur spostato in un altrove. Google, semmai, è il mostro che vive con noi, è l’esemplare attore di un mondo camaleontico, contaminato, dove il male convive con il bene in un continuum sfumato; un mondo dove deboli e forti, cooperatori e profittatori sono condannati a convivere.
Google ci ricorda che il male è in noi stessi, il male germina nelle nostre intenzioni. La scelta cooperativa e la scelta utilitarista sono separate da una soglia sfumata. La scelta tra il dono e il furto resta aperta per ognuno di noi. Google, ente mostruosamente surdimensionato, ipertrofico, resta comunque uno di noi, uno degli abitatori della Rete.
Dobbiamo essere consapevoli dei rischi che corriamo, e dell’impossibilità di evitarli. Dobbiamo forse anche imparare a vivere una nuova forma di libertà: siamo chiamati a vivere in case di vetro; siamo chiamati a muoverci con cautela, scoprendo il cammino strada facendo, passo dopo passo, biforcazione dopo biforcazione, emergenza dopo emergenza.
Google ha finito per contraddire nella pratica una parte non trascurabile dei propri presupposti etici. Questo è accaduto quando ha accettato il profitto ed il valore del titolo in Borsa come misura del proprio successo, del proprio complessivo ‘stare al mondo’. Ma anche in questo abbiamo motivo di considerare Google vicina a noi. Come Google, anche noi, a causa di una competizione drogata da valori distruttivi e disumani, siamo spinti ad esaltare i nostri lati peggiori.
La presenza straniera di street view car sulle nostre strade -così come il permanente strisciare del crawler nei meandri, così come i lati oscuri dell’algoritmo del Page Rank- danno corpo al nostro timore di complotti. Ma in questo c’è una virtù: siamo spinti a ricordare che la soluzione dei dubbi, la possibilità di trasformare credenze e le dicerie in conoscenza è un processo sociale che non può che passare attraverso l’interazione. La possibile ‘verità’ è attinta per approssimazioni successive, per tentativi ed errori – ne è esempio il lavoro collaborativo appoggiato sul wiki: il ‘veloce’ succedersi di prove ripetute in una arena aperta a tutti. La presenza di Google, anche in questo senso, può esserci alla fin fine utile: ci abitua a muoverci nel mondo come è.

Spinoza e Böhme
Il timore che proviamo nei confronti di Google, perciò, è il timore dei nostri lati oscuri. Si preferiscono i nemici evidenti, si preferisce un male lontano da noi. Si preferisce un mondo ‘razionale’, con gerarchie evidenti e ruoli definiti; un mondo dove è chiaro chi sta sopra e chi sta sotto; un mondo dove l’evidenza ci aiuta a scegliere. Ma nel Web non vale l’aut aut. Al paradigma dell''aut aut': bianco/nero, buono/cattivo, alto/basso, si sostituisce il paradigma 'e e'. Siamo tutti connessi in piccole e grandi reti, siamo tutti meticci, siamo tutti docenti e tutti discenti. L'illusione di una organizzazione gerarchica e meritocratica, certa, giusta ed autorevole, creata da terzi, data una volta per tutte, è negata dal mondo che la Rete pone sotto i nostri occhi. L'organizzazione è un mondo possibile che noi stessi, insieme agli altri, contribuiamo a creare istante dopo istante.
Se per capire l’informatica strutturata bastano Kant e Hegel, per capire il Web, e per intendere il senso del potere segreto di Google dobbiamo appoggiarci alla filosofia del Ventesimo Secolo. Freud, Nietzsche, Wittgenstein, Husserl, Heidegger, Derrida, Deleuze. Ma forse, ancor più pertinente ed istruttiva sarà per noi una rilettura di Spinoza e di Böhme.
Con il Web, viene meno l’idea del potere trascendente. Il potere si manifesta nell’immanenza.
In luogo dell’essere sopra/sotto, in luogo della gerarchia, il Web ci propone l’‘essere dentro’, l’essere tutti coinvolti e tutti partecipi, tutti appartenenti ad un insieme senza forma, ognuno di noi così come qualsiasi ente a cui residue abitudini ci spingono a considerare responsabili di ogni cosa.
Lo studente disse: ‘Questo luogo è vicino o lontano?’. Il maestro rispose: ‘È dentro di te. Se riuscissi a mettere a tacere ogni desiderio e pensiero per un’ora, udiresti le ineffabili parole di Dio’. (Jakob Böhme, Sulla vita soprasensibile, Sesto Trattato).
Così, siamo chiamati ad abbandonare fallaci speranze di controllo, e a muoverci invece con gelassenheit: serenità, abbandono, calma, placidità, tranquillità. Ci muoviamo in un Un grund, ‘senza fondo’. Non sarà la ragione a guidarci nel Web, ma l’attitudine a perdonare e abbracciare -questo è in origine il ‘legame debole’, la connessione-; l’attitudine ad accettare i momenti oscuri del cammino.
Il Web ci propone di partecipare a scelte collettive, ad un potere ‘costituente’ che dissolve istante dopo istante le forme spettrali dei poteri già costituiti. Siamo tutti co-creatori del mondo, siamo tutti responsabili e tutti ‘come Dio’.
Con il Web, viene meno l’illusione o la speranza di un rassicurante ordine – e siamo chiamati tutti chiamati a cercare di dare ordine, in un processo incessante, ai dati affastellati nell’Ungrund
Ognuno di noi è co-autore del Web; ognuno di noi è co-autore insieme a Google.

Libertà primordiale
Non possiamo dimenticare che -così come vuole l’epistemologia che si afferma nel Ventesimo Secolo, e così come ci propone l’esperienza empirica della nostra ‘vita nella Rete- l’osservatore fa parte dell’oggetto di indagine, ed influisce sempre sull’oggetto di indagine. Ma anche dove si voglia intravedere una immagine di Google come ente ‘diverso-da-noi’, osserviamo un potere ben diverso dal potere del Gatekeeper. Il potere, ora, sta nella capacità di muoversi in basso, terra terra come street view car, o ‘sottoterra’, in un Ungrund, in un luogo senza fondo dove strisciano i crawler, in un magma di dati.
Un nuovo potere con il quale dobbiamo convivere – e dal quale dobbiamo imparare a difenderci. Un potere che ci impone di essere cittadini adulti. E siccome non si nasce adulti, serve immaginare una nuova educazione, una alfabetizzazione. Non una educazione alla mera pratica, all’uso del mezzo. Una educazione, invece, riguardante la filosofia, la ricerca e la sperimentazione, la scoperta e la messa in atto di una personale epistemologia.
Quel sotterraneo mondo visitato dai crawler nasconde segreti. L’Ungrund, lo sfondamento in basso propostoci dal Web, ci obbliga a confrontarci in fondo con quest’idea di libertà primordiale. Libertà è assoluta, ab soluta, 'sciolta da', in origine libera da ogni vincolo. Un nel quale quale stabilire regole, a partire dal nostro proporre ad ogni altro attore relazioni, ovvero accoppiamenti strutturali. Etica ed estetica sono chiavi di lettura del come e del con chi e del perché mi connetto.
Del resto, ben sappiamo che il computing è nato da un intreccio inscindibile, inestricabile, di interessi diversi, militari e civili, intenti di intelligence e di liberazione umanistica. La presenza di Google nel nostro mondo non fa che riproporci questa complessità. E se l’informatica tradizionale ci riproponeva il concetto di codice, il Web ci impone di tornare allo ius, in origine incitamento, augurio di buona fortuna, da cui anche l'idea di giusto e giustizia.

Lo scandalo di Facebook
Per tutto questo trovo che, piuttosto che l’ambiguità di Google, dovremmo considerare fonte di scandalo -ostacolo, inciampo, insidia- il rozzo gioco di Facebook.
La proposta di Facebook è, appunto, rozza: non è che il ritorno -solo in apparenza dentro la Rete- del Panopticon, del Broadcasting, del Gatekeeping. Panopticon: in Facebook, siamo osservati da qualcuno che che non accetta di essere anche oggetto di indagine, osservati da qualcuno che si colloca all’esterno. Broadcasting: la scelta di ‘mettere in onda’ dipende da un terzo, altro da noi. Gatekeeping: tutto è scritto in un codice proprietario - col che siamo espropriati delle nostre conoscenze
Ma -e qui sta il pericolo e la fonte di scandalo- il rozzo gioco di Facebook in fondo ci ‘lascia tranquilli’. Siamo tanto abituati al Grande Fratello, tanto abituati a subire l’unica conoscenza contenuta nelle proposte del Broadcaster di turno, da sentirci liberi in Facebook. Eppure lì, in Facebook, le nostre conoscenze sono svilite, trasformate in ‘contenti’, perché forzosamente racchiuse in forme date a priori. Abituati a contentarci di un ruolo passivo, finiamo per sentirci a proprio agio in Facebook. Lì nessun pericolo ci minaccia. Ma ciò accade perché il potere è già indiscutibilmente affermato. Siamo gentilmente ospitati in una casa che non è la nostra.
La pagina di Facebook è una pagina i Facebook. In cambio, la home del mio sito esposto sul Web è la home del mio sito.
La street view car potrà anche spiare dentro, ma posso forse chiudere qualche finestra. E comunque la mia casa resta la mia casa. 

lunedì 14 novembre 2011

'Codice', 'documento' e altre parole

Tra i diversi frutti del lavoro di cui lascio traccia in questo blog, voci come le due che potete leggere di seguito. Le due voci, come numerose altre di argomento informatico -computer, dato, memoria, digitale, ecc.- fanno parte di Nuove parole del manager, 113 voci per capire l'azienda, Guerini e Associati, in libreria da metà novembre 2011.

Codice
Il codice passa nel tempo dal designare il 'libro manoscritto' ad essere il 'corpo organico di leggi'. Ma in origine sta l'immagine di un supporto fisico: una 'corteccia' sulla quale -tramite un adatto strumento appuntito, e poi strumenti via via più evoluti: pennelli, penne- possono essere vergati segni. E' interessante notare come il libro appaia un affinamento della generale idea di codice. Caudex è il ceppo dell'albero. Liber è la 'pellicola che sta sotto la scorza dell'albero'.
La sintetica idea del supporto nasconde il fatto che il codice risponde a tre diverse funzioni.
E' la base materiale che -liberando da questo compito la memoria umana- garantisce la conservazione della conoscenza: artefatto dove la materia prima è trasformata in rotolo, in tavoletta di cera, in insieme di fogli rilegati.
E' un sistema strutturato di segni -alfabeto, grammatica, sintassi- che svincola la forma dal contenuto, permettendo di narrare qualsiasi storia, mentendola costante e rendendola accessibile -attraverso il doppio processo di codifica: scrittura , e di decodifica: lettura-.
E' una singola storia, narrazione, porzione omogenea di conoscenza: ogni codice è un testo, una rete di segni che rappresenta un singola storia, diversa da ogni altra.
Le tre diverse funzioni, sovrapposte nel mondo libresco, ci appaiono chiare solo nel dominio dell'informatica, perché qui sono nettamente separate. Accade così che in questo nuovo dominio il codice, la codifica e la decodifica assumano un nuovo senso.
Abbiamo innanzitutto i diversi supporti utilizzati come memoria fisica: il chip, piastrina di silicio adeguatamente trattata; il disco magnetico; il disco laser. Su questo supporto qualsiasi narrazione è conservata sotto forma di dati digitali. Codificare è scrivere sulla memoria. Decodificare è leggere dalla memoria.
Abbiamo poi ciò che oggi, nel dominio dell'informatica, è più propriamente detto codice: i sistemi strutturati di segni, che chiamiamo linguaggi di programmazione; e tutto ciò che attraverso questi linguaggi è scritto.
Abbiamo, infine, i singoli programmi, ovvero le storie narrate attraverso i linguaggi di programmazione.
Ciò che distingue in special modo il codice 'libresco' dal codice ‘digitale’, è la stratificazione. Non c'è un solo strato di segni appoggiato -in modo più o meno indelebile- su un supporto -il foglio-. C'è invece una serie di strati di codice. Strati più bassi, destinati ad essere 'letti' -decodificati, interpretati- dalla macchina -l'hardware del computer-. Strati intermedi di codice che colloquiano tra di loro. Strati superiori destinatati ad interagire con l'uomo.

Documento
Il tedesco Schriftstück ci impone in modo chiaro e duro il senso del ‘documento’. Associa infatti lo Schrift, la ‘scrittura’ -intesa come segno certo e indelebile- allo stück, ‘pezzo’, oggetto materiale. E’ l’idea del codice, del libro, del testo, ‘pezzi’ di conoscenza chiusa e indiscutibile.
Il pezzo -frutto del fare a pezzi- discende dalla radice indeuropea steud, ‘battere’, ‘colpire’. Da cui anche il latino studere. E quindi: studio, studiare, studente. Studere: applicazione severa e faticosa
Viene in mente il giovane Vittorio Alfieri che si trova nella “dura necessità” di “retrocedere, e per così dire, rimbambire” per studiare daccapo la grammatica. Vengono in mente i “sette anni di studio matto e disperatissimo” del giovane Giacomo Leopardi.
Il discente studia la dottrina sotto la guida di un docente, e comunque basandosi su documenti scritti. L’apprendimento richiede docilità e disciplina. Studiare è leggere con diligenza, con attenzione minuziosa, documenti. Dottore, dottrina, discepolo, docile, disciplina: espressioni che rimandano ai verbi latini discere ‘imparare e docere ‘insegnare’ (che corrisponde al greco didasko), tutti risalenti alla radice indeuropea dek: ‘apprendere’, ‘ricevere mentale’.
Il documentum, oggetto dell’azione consistente nel docere, è ‘insegnamento’, ‘ammaestramento’ ma anche ‘prova’, ‘testimonianza’, ‘ammonimento’
Ammonimento era in latino monimentum, o monumentum, dal verbo monere: ‘ricordare’, e quindi ‘far ricordare’. Qui la radice indeuropea è men, da cui memento, monito, commento, menzione
menzogna. E musa, museo, musica, mente.
Alla luce di questa vasta e importantissima area di senso, i limiti del documento, pur utile e anzi necessario, ci appaiono evidenti. Attraverso i pur necessari ed utili documenti la conoscenza chi appare spezzettata, frantumata, limitata dai confini dei singoli ‘pezzi’. Della possibile conoscenza, è accessibile solo ciò che è contenuto in un oggetto distinguibile da ogni altro. Il documento è dotato di una sua fisicità.
Di fronte alla conoscenza che ci è oggi proposta dal World Wide Web - esistente a prescindere dal supporto cartaceo, materiale che al momento abbiamo in mano, sfuggente, priva di evidenti confini, sempre in fieri, sempre riconfigurabile al di là di ordini e gerarchie,-, di fronte alla conoscenza così intesa, il documento ci appare certo rassicurante, ma anche obsoleto, non più centrale.
Mentre docere ci parla di come afferrarsi alla conoscenza che c’è già, monere ci parla del processo di generazione di conoscenza, sempre vivo nella mente.