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mercoledì 21 agosto 2024

L'ultima definizione di intelligenza è sempre la penultima

 Ci sono intellettuali preoccupati, a loro dire, di una certa regressione che si respira oggi nell'aria. Che fanno allora? Intervistano filosofe influenti, originali e stimolanti. (Se volete, leggete qui).

La filosofa dice: avevo scritto che c’era differenza tra un cervello organico e il modo in cui funziona un computer.

Ma mi sbagliavo! Me ne sono accorta quando ho scoperto l'esistenza dei chip sinaptici!

Ora, folgorata dal chip, la filosofa sa cosa è l'intelligenza - sa che può essere inequivocabilmente descritta tramite una definizione esaustiva, esatta - e sa anche che questa definizione è buona per descrivere sia l'intelligenza umana che l'intelligenza della macchina - che, ci assicura, sono la stessa cosa.

"È inutile negarlo: il cervello e il computer sono in una relazione reciproca e speculare, di mirroring". Dunque: specchiatevi nella macchina per conoscere voi stessi!

Sovviene un dubbio: quando verrà mostrato un nuovo chip alla filosofa, ella si afferrerà allora a nuove certezze?

Torna per fortuna in mente l'antica lezione: filosofia è aletheia: inesauribile tentativo di disvelamento, quindi proprio: esperimento, ricerca di ciò che sta oltre il già definito.

Dunque resta la domanda: dato e non concesso che la definizione di intelligenza fornita dalla filosofa abbia un senso, cosa c'è oltre quell'ambito già descritto?

Le mie capacità, e quelle tue, di te che mi stai leggendo, sono certo modestissime. Magari domani una macchina mi umilierà con i suoi superpoteri. Ma perfino nella mia capacità di pensare c'è qualcosa che travalica i confini segnati da quella definizione!

Nulla di questo sembra interessare a intellettuali e filosofi postmoderni, disinteressati a sondare le tenebre dell'ignoto, a cercare ancora. Ansiosi -o bisognosi- di stare al passo con le glorie dell'ora presente, essi sostituiscono la computazione all'aletheia.

sabato 29 giugno 2024

Varie brevi riflessioni, intorno ai temi trattati nel libro 'Splendori e miserie delle intelligenze artificiali', e intorno ai temi sui quali mi interrogo in questo blog

 Brevi riflessioni pubblicate come post su Linkedin. 

L'usignolo meccanico, fiaba di Anderson, commento di Janine Chasseguet-Smirgel
Il CEO di Cisco e le iniziative vaticane come comoda propaganda
Nel 1969 Rudolf Arnheim spiegava che la cosiddetta 'intelligenza artificiale'...
Emily Bender e i pappagalli stocastici (per lo più maschi)
Umano essere-nel-mondo o sostituzione digitale
La libertà di non essere digitali, ovvero il digitale alla prova della sostenibilità
GPT: una confutazione poetica
La conversione di Yoshua Bengio
Qualcuno crede di essere capace di costruire robot dotati di 'saggezza artificiale'
Dieci possibili impegni per un 'digitale' sostenibile
Noi umani non cederemo la responsabilità della cura a una macchina
Wittgenstein: "Vogliamo camminare; dunque abbiamo bisogno dell’attrito. Torniamo sul terreno accidentato!"
Trent'anni fa leggevamo il libro di Negroponte 'Essere digitali'. Oggi...
Gli studenti del MIT di sessant'anni fa erano ben più fortunati degli studenti di oggi: 'Il Mulino di Amleto'
Perché la lezione di Epimeteo è più importante della lezione di Prometeo
Esperienza: vedere con i propri occhi l'opera d'arte
Le intelligenze artificiali non hanno accesso a ciò che non è digitalizzato
La formazione degli esseri umani e l'apprendimento delle macchine
Algor-etica: un concetto sgangherato ed equivoco
Papa Francesco parla di intelligenza artificiale
Il paradosso di Nishida: affidandosi alla macchina si rinuncia all'esperienza
Michael Polanyi e la conoscenza umana, inattingibile per la macchina
Marcel Mauss: la tecnica è innanzitutto usare consapevolmente il proprio corpo 
Perché i non giovani capiscono la cultura digitale meglio dei giovani
L'intelligenza artificiale come fuga dalla responsabilità personale
Stampa e intelligenza artificiale. Due salti tecnologici. Ma il paragone è improponibile
Judea Pearl, l'intelligenza artificiale causale e le macchine morali
Scott Aaronson e la sicurezza di GPT5
Intelligenze artificiali come metafora di sudditanza e di attesa di soccorso
Oscilliamo tra miseria e splendore. Miseria: affidarsi alla macchina. Splendore: la bellezza in noi, speriamo di vederla nella macchina.

'Splendori e miserie delle intelligenze artificiali. Alla luce dell'umana esperienza', Guerini e Associati, in libreria dal 24 maggio 2024

 Il tema del libro in tre frasi

Le Intelligenze Artificiali sono di solito descritte con lo sguardo dell'esperto che spiega e ammonisce.
Ma è forse più interessante osservarle con gli occhi del cittadino che cerca spazi di libertà e strumenti per agire.
Se da un lato le Intelligenze Artificiali possono costituire un aiuto, dall'altro rischiano di essere il mezzo che permette ad ognuno una comoda fuga dalle proprie responsabilità.

Uno degli argomenti che tratto nel libro
C'è un'inquietudine che mi muove. Continuo a venire a conoscenza delle opinioni di seri ricercatori. Essi dicono, sinceramente e con piena convinzione, cose del tipo:
"Una caratteristica distintiva dei sistemi di AI è questa: potranno prendere decisioni su basi etiche. Distinguere il bene dal male".
Nel libro discuto questa posizione, che -lo ammetto- mi scandalizza. Il fondamento della posizione sta nel far riferimento a studi di scienze cognitive. In base a quale presupposto studiosi di scienze cognitive pretendono di sapere cosa è il bene e il male, e cosa è l'etica, in base a un ancoraggio che guida la loro ricerca. L'ancoraggio consiste nel supporre che il funzionamento della mente umana può essere compreso attraverso una analogia: la mente umana  è, in fondo, un computer. Le scienze cognitive si appoggiano alla computer science. La computer science si appoggia alle scienze cognitive. Ci si allontana così fatalmente dalla comprensione dell'essere umano che era stata raggiunta da filosofia, psicologia e sociologia. Il ricercatore stesso si allontana dal proprio essere umano.

Un altro argomento
L’immaginare di sostituire l’essere umano con una macchina è contrabbandare l’informazione per conoscenza.
La Transizione Digitale -che termina in una immagine conclusiva: l'Intelligenza Artificiale- è il punto di svolta di una svalutazione dell’umano. Perché costituisce la pretesa di sostituire all’esperienza umana i dati. I dati consistono in ciò che è stato rilevato da un sensore. I sensori sono povere imitazioni dei sensi dell’essere umano che sta maturando esperienze. L’esperienza umana, maturata tramite il corpo e il pensiero, è nuova attimo dopo attimo, sempre più aggiornata di ogni dato.
Un conto è l’informazione - che è un insieme di dati, buono per essere elaborato da un computer; un conto è la conoscenza - che è il frutto dell’umana esperienza

Una descrizione dei temi  il libro
Splendori e miserie. C'è qualcosa di davvero splendido nelle promesse digitali - il cui culmine e la cui sintesi sembra ormai definitivamente riassumersi in un sostantivo ed in un aggettivo: Intelligenza Artificiale. Qualcosa di luminoso, scintillante. Sontuoso, grandioso, nobile. Ma c'è anche qualcosa di misero.
Siamo assillati da notizie che cantano le meravigliose capacità di intelligenze artificiali, e ci invitano ad affidarci ad esse. Ma sappiamo che il rischio di assuefazione e dipendenza è dietro l'angolo. Per noi e per i nostri figli, per i nostri posteri.
Perché ci impegniamo nell'insegnare a macchine a parlare agli esseri umani rendendo agli esseri umani impossibile distinguere se a parlare è una macchina o un essere umano? Perché impegnarsi in progetti che consistono nell'ingannare noi umani, rendendoci impossibile distinguere se stiamo parlando con un altro essere umano o con una macchina?
Perché accettiamo di considerare queste macchine digitali modello e guida? Perché preferiamo la macchina a noi stessi?
Siccome l'innovazione appare inarrestabile, si sceglie di abbracciarla. Pare che l'unica scelta possibile consista nello sforzarsi di vederne gli aspetti positivi.
Credo invece si possa combattere il senso di impotenza di fronte ad una innovazione tecnologica che sembra correre inarrestabile.
Credo sia possibile dare risposte. Credo che in ogni caso convenga continuare a porci domande. Anche se non abbiamo immediate risposte.
La chiave sta nel guardare alle intelligenze artificiali con lo sguardo del cittadino che cerca strumenti per essere più pienamente sé stesso, più responsabile e consapevole.

Un'altra descrizione - che mi sembra migliore della precedente
Anche i computer scientist ed i vari esperti che ci parlano di novità digitali hanno un'anima, una storia personale, un vissuto di dolori e di sogni. Gli strumenti ed i sistemi digitali, compreso tutto ciò che passa oggi sotto il nome di Intelligenze Artificiali, nascono in queste zone segrete, frutto di motivazioni profonde e non di rado inconfessate.
Per cercare di capire cosa significhino, e cosa nascondano, le Intelligenze Artificiali che con tanta insistenza vengono oggi propoposte ad ogni cittadino, non conviene quindi dar troppo credito alle spiegazioni tecniche e alle divulgazioni. Serve anzi ricordare che qualcosa, in queste narrazioni, resta sempre celato.
Per comprendere, conviene invece dare valore all'esperienza personale di ognuno di noi. Cosa vuol dire per me ricorrere ad una Intelligenza Artificiale? Quali sensazioni provo mentre mi affido a lei?
Scopriremo allora che le Intelligenze Artificiali rappresentano l'illusoria speranza di un facile modo per scaricare dalle proprie spalle il peso di responsabilità che ci paiono troppo gravose.
E' comodo pensare di avere a disposizione macchine in grado di togliere al posto nostro le castagne dal fuoco. Ma possiamo invece, riflettendo sul senso delle Intelligenze Artificiali, tornare costruttivamente a guardare cosa conta davvero: l'impegno nella propria ed altrui educazione, la cittadinanza attiva, la partecipazione alla vita sociale e politica.
Osservando con sguardo critico gli splendori e le miserie di ogni nuovissimo mezzo digitale, potremo tornare a guardare, e a dar valore, a ciò che siamo già capaci di fare, a mente libera e a mani nude, un attimo prima di cercare l'ausilio di una macchina.

Una terza descrizione
Oscilliamo tra miseria e splendore. La MISERIA sta nel non voler vedere ciò che ci turba e ci preoccupa. Sta nel sottovalutare le nostre doti e nello sprecarle.
La rincorsa al vano SPLENDORE sta nel proiettarsi nell'immagine di chi è vestito broccato d’oro e porpora, con una ghirlanda di giacinti rossi in testa, una collana d’oro. Una immagine alla quale aneliamo, ma che sappiamo lontanissima da ciò che vediamo se ci guardiamo allo specchio.
Di questi tempi, entrambe le immagini ci portano a credere nella potenza di cosiddette intelligenze artificiali. Ad affidarci a loro. Perché ci illudiamo possano vedere e agire al posto nostro. Perché se non possiamo vedere bellezza in noi, cerchiamo di vederla nella macchina.
Diamo alla macchina un nome splendido per nascondere ogni miseria.
Che fare? Nel mio libro SPLENDORI E MISERIE DELLE INTELLIGENZE ARTIFICIALI propongono una via.
- Usare la macchina con cautela. Senza rinunciare alla nostra storia. Senza cercare una vita al di fuori della natura. Senza cercare nella macchina un sostituto di noi stessi. Senza rinunciare al nostro corpo. Senza considerare la nostra mente separata dal corpo.
- Osservare le miserie e gli splendori delle novità digitali che si riassumono nelle parole 'Intelligenza Artificiale'con lo sguardo dell’essere umano che contribuisce a costruire il mondo che abita. Con lo sguardo del cittadino che, disposto ad assumersi responsabilità, non cessa di porsi domande. Con lo sguardo di ognuno di noi, intento a vivere esperienze.
La saggezza umana sta nell’accettare la situazione, nell’apprendere a leggerla e a viverla. Senza arrendersi però al fato, a ciò che ci è comodo definire inevitabile. La responsabilità consiste nel giudicare, decidere, scegliere, premiare il giusto, punire il malvagio, salvare e guarire: questi umani impegni restano vivi nei tempi digitali. Anche quando può sembrare possibile toglierci dalle spalle ogni peso, affidandolo a macchine.

 

lunedì 17 giugno 2024

Che fare di fronte alla GenAI? Costruire con spirito critico un antropocentrismo ingenuo

 Rispondo qui all'articolo dell'amico Paolo Costa La GenAI? E' l'orrendo che affascina. Nel mentre ancora lo ringrazio per aver partecipato all'incontro Sanno forse le scatole nere scrivere romanzi?, presso Spazio Vitale, Verona, 15 giugno 2024.


Ho amici che mi dicono: certe cose non vanno dette fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori. E aggiungono: quando si parla ai cittadini, conviene evitare aspetti scabrosi, e dedicarsi invece a spargere fiducia; tanto poi, si aggiunge ancora, i 'profani' non sono in grado di capire. E si sa che poi, nel parlare, ci si adatta all'uditorio, al contesto. 

Capita così di dire in pubblico che sarebbe meglio non usare nemmeno l'espressione 'intelligenza artificiale', perché impropria e imprecisa. E capita che poi invece scrivendo già nel titolo si prende per buona l'Intelligenza Artificiale Generativa; per poi dilungarsi, nel corso dell'articolo, sulle magnifiche capacità retoriche della Intelligenza Artificiale Generativa stessa.

Per quanto mi riguarda, in ogni occasione e quale che siano gli interlocutori e il pubblico, mi spendo nel tentativo di discutere a fondo ogni affermazione data per scontata. E cerco in ogni situazione mostrare ciò che resta non detto nelle ambigue e imprecise divulgazioni tramite le quali l'Intelligenza Artificiale viene presentata ai cittadini. 

Perché non possiamo fare a meno di ricordare un fatto: circola nei media e nei social network ed in ogni dove una sia pur confusa e discordante apologia dell'Intelligenza Artificiale. Questa apologia giova a chiunque opera da professionista nel campo dell'Intelligenza Artificiale - anche a coloro che, di fronte a specifici aspetti di queste tecnologie, mostrano atteggiamenti critici.

E dunque fa comodo in ogni caso creare un'aura di attesa e di pubblico interesse attorno alla cosa detta 'Intelligenza Artificiale'. Non importa se si tratta di un'aura fumosa. In un modo o nell'altro fa comodo educare il popolo a stare in attesa di novità sbalorditive. Se mai si accenna a difetti di questa cosa detta 'Intelligenza Artificiale', sempre si bilancerà parlando dei difetti degli esseri umani. 

A questa ormai consolidata prassi comunicativa rispondono gli antropocentristi ingenui svelando trucchi e invitando tutti a tornare con i piedi per terra.


Vengo subito alla conclusione dell'articolo che sono qui a commentare.

dovremmo rinunciare ad assumere una posizione di sdegno, del tutto sterile, per la presunta detronizzazione dell'umano da parte della macchina

Cominciamo col dire che, di fronte a certe tecnologie pensate contro l'essere umano, a danno dell'essere umano, lo sdegno è motivato. Si può notare che per svalutare l'atteggiamento, per connotarlo con una venatura negativa, per intenderlo come gratuito disprezzo, si scrive sdegno e non indignazione. Diciamo dunque che di fronte a diverse tecnologie digitali che abbiamo sotto gli occhi, l'indignazione è del tutto motivata. Perché poi "del tutto sterile"? E' un monito politico. E' come dire: tanto il cittadino non può far nulla. Ogni tecnologia proposta dovrà comunque essere accettata. Lo stesso tono traspare dall'aggettivo presunta, che vuole far pensare ad atteggiamenti eccessivi, non realistici, non corrispondenti ai fatti. E poi la parola detronizzazione, come se gli umani si sentissero seduti indebitamente su un comodo trono. Seduti su un trono sono semmai i tecnologi, i finanziatori che scelgono quali ricerche finanziare, gli attori tutti del mercato dell'offerta di strumenti digitali, che sempre più costringono il cittadino, con ogni nuova proposta, a ridursi ad utente.

Ma in realtà tutto il senso della conclusione ricade sulla frase succcessiva

dovremmo decostruire con spirito critico un antropocentrismo ingenuo, considerando lo sguardo computazionale sul mondo come un prezioso strumento di conoscenza

Mi chiedo innanzitutto se si abbia chiara nozione del senso della parola ingenuo. Significa "nato all'interno della stirpe, e perciò libero e schietto". Dunque, a scanso di equivoci, mi dichiaro antropocentrista ingenuo. C'è forse da vergognarsi a riconoscersi appartenenti alla stirpe degli esseri umani? Dove sta il difetto in questo riconoscimento? Si può legittimamente supporre che chi si propone di 'decostruire con spirito critico' l'antropocentrismo ingenuo intenda eludere le responsabilità che in quanto essere umano gravano sulle sue spalle. Chi è tacciato di 'antropocentrismo ' non si sente al centro di nulla: semplicemente non scansa le responsabilità che in quanto umano è chiamato ad assumersi.  Si può altresì inferire che, per un qualche motivo che i sostenitori di questa decostruzione non sanno spiegare bene, la critica all'antropocentrismo sia il velo che copre l'ansia di poter dire, seguendo Turing: che bello, le macchine sanno pensare! E forse anche: che bello se le macchine tolgono le castagne dal fuoco al posto nostro! Antropocentrista ingenuo, invece, scelgo di assumermi le mie responsabilità di conoscitore delle cose digitali e di cittadino. Parlo come cittadino, come essere umano che guarda negli occhi ogni altro essere umano, e si indigna di fronte all'invito di conoscere sé stesso attraverso il suo gemello digitale.

Sarebbe quindi facile rovesciare l'assunto dicendo 'dovremmo decostruire con spirito critico un intelligenzartifialecialecentrismo ingenuo'. Ma mi sono già appellato al senso profondo, costruttivo, dell'espressione ingenuo. Scarto quindi subito il troppo facile rovesciamento. Passando immediatamente ad argomentazioni più serie.


Il primo argomento che porto è la mia critica alla posizione di un noto filosofo, una delle star della neofilosofia dei tempi digitali. Non ne cito qui il nome, non c'è bisogno di riempire questo mio articoletto di parentesi e di note. Cito invece me stesso. Scrivo su questo mio stesso blog, Dieci chili di perle:

Ci ricorda [questo neofilosofo] che, in quanto persone, abusiamo dei nostri privilegi nei confronti delle cose. E che rimaniamo fissati su una concezione binaria, su due categorie mutuamente esclusive: persona o cosa.

Noi umani, si dice quindi, dobbiamo imparare a mettere in discussione i nostri privilegi, a sviluppare prospettive critiche sui nostri valori, e ad assumerci più pienamente le nostre responsabilità. Anche nei confronti delle cose.

Ma l'asino casca quando si sceglie il portavoce delle cose. Qualcuno sceglie come portavoce delle cose il robot. La responsabilità umana, attraverso questo corto circuito, finisce per consistere nell'affermare e difendere i diritti dei robot. 

Riprendo l'argomento a p. 194 e alle pp. 203-204 del mio libro Splendori e miserie delle intelligenze artificiali. Alla luce dell'umana esperienza, Guerini e Associati, maggio 2024. In entrambi i luoghi, su questo blog e nelle pagine del libro, mi pongo la domanda: di cosa deve farsi paladino l'essere umano per rispondere alla accusa di antropocentrismo? Alla domanda, offro una risposta ben più impegnativa sia del meschino farsi paladino dei diritti dei robot, sia dell'ardimentoso arrampicarsi sui vetri dell'agentività. Per non togliere ai miei pochi lettori il gusto della scoperta, non dico qui quale è la mia risposta. Preferisco rimandare a quanto ho già scritto, nel mio articolo su Dieci chili di perle, e nel mio libro.


Rivendico il diritto di osservare il mondo con lo sguardo dell'essere umano. Rivendico lo spazio d'azione per l'essere-umano artista. Se a un essere-umano-tecnico-ricercatore piace dedicare tempo e risorse a costruire una macchina destinata ad agire in piena auto, se a un essere-umano-esperto-o-addetto-ai-lavori piace il florilegio di elogi alla macchina -come ad esempio: "la macchina catalizza esperienze estetiche all'insegna del sublime"- reagisco in due modi.

Primo, metto in guardia per quello che posso i cittadini, portati dal rispetto per l'autorità a dare credito ai profeti del nuovo e delle magnifiche sorti digitali, ed ai cantori dell'inevitabilità dell'avvento di sempre nuove stupende tecnologie. Dico ai cittadini: osservate la vanità e della pericolosità di questo disegno; fidatevi del vostro giudizio più che dell'opinione degli esperti. 

Secondo: mi dedico, e invito ognuno a dedicarsi, a ciò che di più saggio e costruttivo possiamo fare in quanto esseri umani. Pensare ed agire in quanto essere umano.


Risalendo a ritroso nell'articolo, mi soffermo sul fatto che si giunge a sostenere la necessità di decostruire l'antropocentrismo ingenuo chiamando in causa Heidegger. A questo proposito mi limito a dire che mi pare incauto ed arrischiato chiamare in causa il filosofo citando esclusivamente, di tutte le pagine che egli ha scritto, il frutto di una intervista rilasciata a Der Spiegel nel 1966. Personalmente mi sento uno sciocco, avendo dedicato tanto tempo allo studio delle opere e del pensiero del filosofo. Forse non ce n'era bisogno? Ho tentato di studiare, certo con i mei poveri mezzi, sia l'invito di Hieidegger all'esserci e alla cura, e quindi alla responsabilità personale; sia le sue acutissime riflessioni sulla tecnica: la Zuhandenheit in Sein und Zeit, e poi gli articoli sulla tecnica del dopoguerra.

Qualche accenno al pensiero di Heidegger -e alle conseguenze che se ne possono trarre per ragionare sui temi attualissimi- si trova su questo blog. 

Per argomentare sulla perdita di centralità dello sguardo umano e sulle capacità retoriche della macchina, e per sostenere che la macchina offre a noi umani uno sguardo inedito sulle cose del mondo, serve almeno qualche base solida. Poca strada ci fanno fare McCormack & Dorin, Miller, Accoto, Floridi, Coleman. Consiglierei di partire dagli articoli sulla tecnica, del dopoguerra , lì da dove Heiddegger dice Indem der Mensch die Technik betreibt, nimmt er am Bestellen als Weise des Entbergens teil.

Sarebbe bene che ognuno leggesse Heidegger per conto suo. Forse questo richiede troppo tempo, impegno, dedizione. Qualcuno potrebbe magari allora trarre qualche spunto di riflessione da articoli che appaiono su questo stesso mio blog. Più utile penso sia il commento allo sviluppo del pensiero di Heidegger a proposito della tecnica che propongo nel capitolo di Macchine per pensare "Forma imposta o continuo presentarsi".


Torniamo alla frase che conclude l'articolo:

dovremmo decostruire con spirito critico un antropocentrismo ingenuo, considerando lo sguardo computazionale sul mondo come un prezioso strumento di conoscenza

Che vuol dire "sguardo computazionale sul mondo"? Su quale definizione di computazione appoggiamo l'affermazione? Ora, non è che possiamo intendere per computazione quello che di volta in volta ci fa comodo.

Ricordiamo brevissimamente il percorso. Cartesio, Leibniz. E poi agli albori del Ventesimo Secolo e dentro il Ventesimo Secolo Frege, il primo Russell, Hilbert. La via alla conoscenza nel mondo sta nel pensiero calcolante.

Accade però che la calcolabilità del tutto sia messa in discussione, nel 1930, da Kurt Gödel. Gödel ci impone di accettare che in ogni teoria matematica esiste una formula che non può essere dimostrata. Dunque, ogni descrizione di un sistema è incompleta. Il puro e perfetto linguaggio universale della scienza sognato da Leibniz non è base sufficiente ed esaustiva per la ricerca scientifica. "Nessun calcolo può decidere un problema filosofico", chiosa Wittgenstein.

Ma ecco che allora subito, sei anni dopo Gödel, interviene Turing tappando la falla. La soluzione, ancora una volta, è logico-formale. Turing propone di sostituire alla calcolabilità la computabilità. Quale è la differenza? Si rinuncia scientemente a cercare e a dar valore ciò che non è calcolabile, contentandosi di ciò che è computabile. Cosa è computabile? E' computabile ciò che può essere "written down by a machine".

La macchina che Turing immagina è costituita essenzialmente da un programma - possiamo chiamarlo anche procedura o algoritmo. Questo programma elabora i dati, espressi in numeri computabili, che gli sono sottoposti. Quali sono i numeri computabili? Sono i numeri che la macchina è in grado di elaborare. 

Ecco intanto una imprecisione da segnalare. E' improprio sostenere che "lo sguardo computazionale sul mondo" possa essere uno "strumento di conoscenza". Potrà tuttalpiù essere uno strumento di informazione. Perché la computazione tratta informazioni, e non ha nulla a che fare con la conoscenza. La conoscenza è qualcosa fuori dalla portata di un qualsiasi agente, e riguarda invece in modo esclusivo l'essere umano.

La computazione vede dunque al lavoro una macchina, non un essere umano. Quindi certo, perché negarlo, una macchina potrà anche generare informazioni che l'essere umano potrà giudicare interessanti. Vogliamo dire, con un linguaggio fiorito, che queste informazioni interessanti, questi dati, ancora tutti da interpretare, forniti da macchine costruite da esseri umani ad esseri umani che usano la macchina, possono essere dette "sguardo inedito sulle cose del mondo"? Se così fosse, sarebbe facile trovarsi d'accordo.

Ma le parole usate per descrivere la scena suggeriscono un diverso atteggiamento. Con più o meno cautele, più o meno distinguo, si vuole affermare, si sente il bisogno di affermare che la bellezza, la ricchezza, sta nell'autonomia della macchina rispetto all'essere umano.

Chi vuole affermare questo lo faccia pure. Ma sarebbe buona cosa lo facesse con chiarezza, con piena onestà, evitando di nascondersi dietro formulazioni ambigue, evitando di proporre narrazioni diverse a seconda del pubblico, evitando di parlare di "utili provocazioni" e di chiamare in causa l'antropocentrismo di chi, semplicemente, non si vergogna di essere umano.


Come mostro nelle Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale. E perché ci conviene trasgredirle, e poi di nuovo, spero in modo più sintetico, in Splendori e miserie delle intelligenze artificiali. Alla luce dell'umana esperienza, sta qui un passaggio chiave.

Siamo invitati ad accettare come immagine del mondo ciò che è visibile attraverso la computazione. Rinunciando a ciò che la computazione non riesce a vedere. Siamo anche invitati, tramite accurata propaganda, a dimenticare questo originario limite. Nel momento poi in cui si inizia a considerare confrontabili l'intelligenza artificiale -frutto più elevato della computazione- e l'intelligenza umana, i limiti della computazione finiscono per essere imposti a noi umani.

Perché resta aperta una domanda: sostenendo che l'"l'energia retorica della macchina catalizza esperienze estetiche all'insegna del sublime", sostenendo che gli artefatti della macchina "posseggono una forza estetica", siamo sicuri di allargare lo sguardo? Forse lo stiamo invece restringendo. Forse stiamo abituandoci a vedere solo ciò che è possibile vedere alla luce della computazione, rinunciando al più vasto orizzonte che in quanto esseri umani, quando liberi da pastoie digitali, ci è possibile vedere.



"Orrendo che affascina". "Complessa combinazione di gioia e orrore". "Smarrimento che si accompagna al meraviglioso". "Piacere provato al cospetto di un oggetto che trascende il nostro controllo e la nostra comprensione". L'essere umano ha forse paura di questo? Certo che no. Sembra si voglia suggerire che il povero essere umano fugge dall'accettare il sublime che emana dall'Intelligenza Artificiale. La storia umana ci racconta il contrario: la nostra storia è stata un continuo confronto con l'evento inatteso, con l'apparire del sublime. Nelle Macchine per pensare, e poi ora negli Splendori e miserie delle intelligenze artificiali ho esplorato a fondo questo argomento."Una sorta di spaventoso che tocca ciò che ci è familiare". "Infido", "fonte di orrore". Pochi hanno studiato questo argomento con la profondità di Sigmund Freud, in Das Unheimliche. Prendo Freud a mia guida.

Freud parla di come sia difficile per noi umani l’accettare il dunkel, l’oscuro. Eppure, dice, ne siamo capaci. L'essere umano si è confrontato con il sublime lungo l'intero arco della sua storia! Non è certo comparso il sublime sulla scena con l'apparire di una qualche novità tecnologica, detta magari 'Intelligenza Artificiale'!

Accettare ciò che ci appare solo come oscuro presagio. Accettare ciò che la scienza non ha saputo ancora dominare, spiegare. Accettare l’incompletezza di ogni modello. Questa è forza dell'essere umano. Accettare le tenebre del dubbio, della paura, è il punto di partenza per essere umani.

È un atteggiamento faticoso. Esige lavoro su di sé, educazione: imparare ad aver fiducia in se stessi, coltivare l’autostima, cercare scopi significativi ai quali dedicare le energie e verso i quali indirizzare l’azione.

Mostro -in forma più estesa in Macchine per pensare, e in forma più sintetica negli Splendori e miserie delle intelligenze artificialicome la 'macchina che pensa', poi rinominata Intelligenza Artificiale sia l'invenzione attraverso la quale Turing fugge dal fare personalmente i conti con l'"orrendo che affascina", con il sublime, con la complessa combinazione di gioia ed orrore.

Turing, purtroppo, ha aperto per noi proprio questa strada - o meglio questa meschina scappatoia. Non interrogarsi, ma interrogare la macchina-che-risponde-ad ogni domanda. Non attraversare le tenebre, ma affidarsi alla luce della macchina-che-tutto-illumina.




lunedì 15 aprile 2024

I pappagalli sono (salvo eccezione) maschi

Non possiamo dimenticare il tweet di Sam Altman, CEO di Open AI, il 4 dicembre 2022, nei giorni del lancio di GPT3: «I am a stochastic parrot, and so r u», Sono un pappagallo stocastico, e anche tu lo sei.

Sarà capitato anche a voi, in quest'ultimo anno di assistere a presentazioni convegni che cantano le meraviglie di GPT. Avrete notato che non manca mai una frase, una slide, che recita: GPT NON E' UN PAPPAGALLO STOCASTICO. 

Tutti costoro si accodano ad Altman. Atto di fede, dichiarazione di appartenenza alla comunità degli addetti ai lavori, difesa del territorio e del mercato di fronte a chi aveva detto che il re è nudo: Emily Bender On the Dangers of Stochastic Parrots, l'articolo di Emily Bender (e di ricercatrici di Google che pagarono caro questo gesto) era uscito nel marzo del 2021, e metteva in luce in anticipo diversi aspetti critici di GPT. Ma sopratutto uno: I PAPPAGALLI SONO PERICOLOSI. 

GPT è un pappagallo, pronuncia parole di cui non conosce minimamente il senso. Dunque per noi umani credere che questi modelli linguistici siano effettivamente intelligenti significa svalutarsi, per corrispondere a ciò che il modello linguistico può fare. Come ho già scritto su questo blog, e come scrivo nel mio libro Splendori e miserie delle intelligenze artificiali. Alla luce dell'umana esperienza, Guerini e Associati, in libreria  nel maggio 2024, l'arrogante chiamata di Altman a negare per principio le critiche, vantandosi di essere pappagalli, è un atteggiamento tipicamente maschile. Di fronte alle promesse mirabolanti della cosiddetta 'intelligenza artificiale generativa', le donne sono più caute e dubbiose. In fin dei conti, loro sanno meglio dei maschi cosa vuol dire veramente 'generare' (ho argomentato in modo più approfondito a questo proposito nel mio libro Le Cinque Leggi Bronzee dell'Era Artificiale. E perché ci conviene trasgredirle, pp. 232-233).

venerdì 19 gennaio 2024

Il Test di Turing è un inganno

Bisogna innanzitutto ricordare che Turing parlava più modestamente imitation game, 'gioco dell'imitazione'. La definizione Test di Turing è data successivamente da seguaci più realisti del re, bisognosi di dare fondamenti autorevoli alla disciplina che si apprestavano a fondare : la Computer Science. 
Potremmo dire anche trucco o truffa, ma va bene dire inganno, perché Turing evocava questo gioco per ingannare sé stesso, per trovare conferme logiche ad un bisogno che nasceva dalla sua triste storia di vita: deluso da sé stesso e dagli umani, voleva sperare in macchine migliori degli umani. Il trucco consiste nell'imporre, al posto di ciò che nella vita che emerge e fluisce, un suo simulacro descritto in termini indiscutibili per via logico-formale. 
La sostituzione si svolge attraverso il processo che passo ora a descrivere. 
Si isola e si definisce astrattamente una competenza umana: l'intelligenza, il vedere, il sentire, il decidere. Potremmo dire in termini più sintetici: il pensare e l'agire. Potremmo dire in termini più analitici: ogni lavoro, ogni mestiere. 
Il primo passo consiste nell'isolare le competenze; rimuovendone le connessioni tra l'una e l'altra. Si sceglie poi di ignorare la complessità interna di ogni competenza, ed il mutare delle competenze con l'evolversi delle esperienze e delle relazioni tra esseri umani. 
A questo punto, si predispone, per ogni competenza, una definizione semplificata. 
Si costruiscono quindi macchine capaci di raggiungere un qualche livello di prestazione corrispondente a quella definizione. 
Il gioco è fatto: alla luce delle riduttive definizioni, il nostro pensare ed agire è considerato confrontabile con il funzionamento della macchina. 
Ultimo passaggio, il più grave: la prestazione della macchina è proposta esplicitamente, o subdolamente suggerita, come modello e parametro del pensare e dell'agire umano. 
Dove sta dunque l'inganno? 
A un primo livello sta nel fatto che ciò che è dimostrato vero all'interno di quella riduttiva descrizione formalizzata del mondo che è la computazione non è vero nel mondo abitato da noi umani. 
A un secondo livello sta nel fatto che si educano capziosamente gli umani a considerare mondo nel quale abitiamo le 'realtà artificiali', 'realtà aumentate', i 'metaversi': simulacri del mondo costruiti da Computer Scientist: nella progettazione di questi mondi costruiti ad hoc è facile impostare come requisito di partenza la comparabilità e la sostituibilità tra umani e macchine. 
Il fatto che una qualche macchina superi il Test di Turing, si dimostri cioè capace di comportarsi in modo adeguato a quanto previsto dalla definizione formale di una imitazione di una competenza umana, potrà certo interessare i Computer Scientist, ma non ha nessuna rilevanza per noi umani.

venerdì 5 gennaio 2024

Denunciare o scendere a patti. Papa Francesco parla di intelligenza artificiale

Si è sentita il primo dell'anno la voce commossa del Pontefice parlare di amore e pace. Il primo gennaio, infatti, si celebra dal 1968, per volere di Paolo VI, il Papa di allora, la Giornata Mondiale della Pace. La scelta papale è poi stata fatta propria nel 1981 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Si sa di come il Pontefice abbia messo in gioco tutto il suo impegno, il suo coraggio, la sua autorevolezza, per mettere fine alle guerre in corso. Eppure il tema da lui proposto -già annunciato nell'agosto scorso, ed esplicitato nella lettera resa pubblica l'8 dicembre scorso- è Intelligenza artificiale e pace.

I fedeli si sono ritrovati dunque in piazza San Pietro per fare memoria di tutte le terre che nel Nord e nel Sud del mondo attendono la fine della guerra e del terrorismo, a partire dal doloroso conflitto ancora aperto in Ucraina e da quello tra Israele e Hamas – ed allo stesso tempo ad esprimere sostegno al sostegno al messaggio di Papa Intelligenza artificiale e pace.1

Certo la lettera contiene richiami all'“immensa tragedia della guerra”, alla follia della guerra”, ma il Papa sembra considerare aspetto chiave del tempo presente, più della guerra, più della povertà, dell'oppressione, la presenza di una nuova tecnologia.

Non si può evitare di notare le differenze. L'anno scorso il messaggio di pace del Papa diceva: Nessuno può salvarsi da solo. Ripartire dal Covid-19 per tracciare insieme sentieri di pace. Nel 2022 il tema era: Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura. Nel 2021: La cultura della cura come percorso di pace.

Nel 2020: La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica. Il messaggio di quell'anno esordiva con queste parole: “La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità. Sperare nella pace è un atteggiamento umano che contiene una tensione esistenziale”. Oggi sorge un dubbio: possiamo forse affidare ad una qualche intelligenza artificiale questa speranza? Il messaggio nel 2020 proseguiva ricordando che “il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di artigiani della pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni”. Possiamo oggi chiederci: non dobbiamo forse diffidare delle parole vuote di tanti tecnologi? Possiamo forse considerarli artigiani della pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni? A chi si rivolge dunque oggi il Papa? Ad ogni essere umano di buona volontà o a tecnologi portatori di un sapere esclusivo ed escludente?

Non a caso l'incipit della lettera di quest'anno non può parlare né di speranza, né di cura, né di dialogo. E' un incipit astratto, che si sforza di intendere “il progresso della scienza e della tecnologia come via verso la pace”. E che tenta l'ardua via di definire l'intelligenza attraverso citazioni veterotestamentarie.

Dato che tutto questo è scritto sotto un titolo nel quale campeggia l'espressione intelligenza artificiale, si accetta così implicitamente di fatto che possa esistere un qualche legame, una continuità o contiguità tra “l’intelligenza (...) espressione della dignità donataci dal Creatore” ed un certo funzionamento di una qualche macchina, funzionamento che quale capziosamente qualche tecnologo ha capziosamente chiamato intelligenza.

Non si corre forse così il rischio di essere schiavi del tempo, dell'ultima novità imposta da media e propaganda?


A chi si rivolge Papa Francesco

E' subito chiaro che stavolta il Pontefice non rivolge il suo messaggio agli uomini di buona volontà, ad ogni essere umano, ma parla invece ad un gruppo di esperti che si collocano fuori dal mondo - sacerdoti, potremmo dire, di nuove tecnologie digitali. A loro si rivolge.

Afferma quindi che “giustamente ci rallegriamo e siamo riconoscenti per le straordinarie conquiste della scienza e della tecnologia”. Ma sta rivolgendosi a scienziati e tecnologi quando si chiede:

quali saranno le conseguenze, a medio e a lungo termine, delle nuove tecnologie digitali? E quale impatto avranno sulla vita degli individui e della società, sulla stabilità internazionale e sulla pace?

Il Papa ammette in principio che il “progresso della scienza e della tecnica, nella misura in cui contribuisce a un migliore ordine della società umana, ad accrescere la libertà e la comunione fraterna, porta dunque al miglioramento dell’uomo e alla trasformazione del mondo”. Per poi notare che “i notevoli progressi delle nuove tecnologie dell’informazione, specialmente nella sfera digitale, presentano dunque entusiasmanti opportunità e gravi rischi, con serie implicazioni per il perseguimento della giustizia e dell’armonia tra i popoli”.

Sono, a guardar bene, le stesse cose che i tecnologi digitali ed i loro accoliti e filosofi di complemento si dicono da soli, negli ormai numerosissimi manifesti, lettere aperte, codici etici che si sono accumulati, senza influire più di tanto sugli indirizzi e sugli sviluppi delle cosiddette intelligenze artificiali.

Tutti coloro che a vario titolo sono impegnati nell'industria digitale vogliono sistemi che siano allo stesso tempo “robusti e benefici”, tutti a parole si pongono al servizio del benessere e della prosperità. Facile e comodo per tutti ripetere che “gli esseri umani e la natura” dovranno essere “al centro dello sviluppo dell'innovazione digitale”.

Il Pontefice sembra prendere per buoni questi impegni e questi intenti. Salvo poi mantener vivo qualche dubbio: “L’intelligenza artificiale, quindi, deve essere intesa come una galassia di realtà diverse e non possiamo presumere a priori che il suo sviluppo apporti un contributo benefico al futuro dell’umanità e alla pace tra i popoli”.


Francesco autore di Laudato si'

Non possiamo fare a meno di notare la differenza da quanto il Papa stesso afferma nell'enciclica Laudato si'.2 “La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri” (20).

Non solo due stili diversi. Due argomentazioni diverse nella sostanza, nelle premesse e nelle conclusioni.

Va ricordato che il Pontefice ha sentito di recente il bisogno, come a ribadirne l'importanza e l'attualità, i temi di Laudato si'. Eccolo così, otto anni dopo la pubblicazione dell'enciclica (24 maggio 2015), rendere pubblica il 4 ottobre, Festa di San Francesco d’Assisi, dell’anno 2023, “undicesimo del mio Pontificato”, l'esortazione apostolica Laudate Deum.3

Qui (Laudate Deum, 20) critica senza indulgenze il “paradigma tecnocratico” di cui l'intelligenza artificiale è il caso esemplare. “Si tratta di «un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla». [Laudato si’, 101] In sostanza, consiste nel pensare «come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia». [Laudato si' 105] Come conseguenza logica, «da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia». [Laudato si' 106]”.

Ancora più chiaro è il paragrafo seguente (Laudate Deum, 21): “L’intelligenza artificiale e i recenti sviluppi tecnologici si basano sull’idea di un essere umano senza limiti, le cui capacità e possibilità si potrebbero estendere all’infinito grazie alla tecnologia. Così, il paradigma tecnocratico si nutre mostruosamente di sé stesso.”.

Il paragrafo 23, poi, è una accorata manifestazione della preoccupazione del Pontefice di fronte alla concentrazione di potere di cui godono i fautori delle intelligenze artificiali: “Fa venire i brividi rendersi conto che le capacità ampliate dalla tecnologia danno «a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero. Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo. [...] In quali mani sta e in quali può giungere tanto potere? È terribilmente rischioso che esso risieda in una piccola parte dell’umanità». [Laudato si' 104]”.

Il giudizio sembra senza appello (Laudate Deum 31): “La logica del massimo profitto al minimo costo, mascherata da razionalità, progresso e promesse illusorie, rende impossibile qualsiasi sincera preoccupazione per la casa comune e qualsiasi attenzione per la promozione degli scartati della società”. Sembra essere evidente una scelta di campo, una presa di posizione.


Un patto con una piccola parte dell'umanità

Ma ecco che ora, con la lettera Intelligenza artificiale e pace, il Pontefice sembra scegliere di scendere a patti con quella “piccola parte dell'umanità” che ha in mano lo sviluppo e l'uso delle cosiddette intelligenze artificiali.

Il fatto è che due diversi percorsi -allo stesso tempo teologici, politici ed etici- sembrano essere portati avanti parallelamente.

Da un lato, in Laudato si', il rigoroso, commosso discorso di denuncia, che si traduce nella chiamata rivolta ad ogni essere umano di buona volontà, ad ogni cittadino del pianeta: solo attraverso l'assunzione da parte di ognuno e di tutti di sincere impegnative responsabilità personali, potremo salvare la casa comune, a cui tutti apparteniamo.

Dall'altro la proposta di un patto rivolta alla sempre più “piccola parte dell'umanità” costituita detentori del potere - che ha oggi la duplice, sovrapposta veste, di potere tecnologico e finanziario insieme, e che ha manifestazione più evidente ed efficace nella cosiddetta intelligenza artificiale.

Patto diplomatico, politico, etico.

Per stare al passo con i tempi, il patto è noto con parole inglesi: Rome Call for Ethics AI.4 

La figura che appare a fronte dell'iniziativa è monsignor Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, consigliere spirituale della Comunità di Sant'Egidio. La presenza papale è però evidente: Venerdì, 28 febbraio 2020 Monsignor Paglia legge all'Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia per la vita un discorso scritto da Papa Francesco (in quei giorni condizionato da problemi di salute).5 La Call è firmata -insieme al Vaticano, al Ministro per l’Innovazione Tecnologica del governo italiano e alla FAO- Microsoft e IBM. Seguiranno altre adesioni. Segue, nel gennaio 2023, proprio nei giorni in cui Open AI lancia Chat GPT -la più compiuta dimostrazione al popolo della potenza dell'intelligenza artificiale- l'adesione al progetto vaticano delle 'Chiese Abramitiche': un rabbino di Israele, uno sceicco di Abu Dhabi...6

Ho già raccontato questa storia.7

Se Laudate Deum è un addolorato ritorno, aggiornato alla luce di nuovi motivi di preoccupazione, sui temi di Laudato si', la lettera Intelligenza artificiale e pace è un nuovo avvallo del Pontefice al progetto espresso in Rome Call for AI Ethics


Due modi di intendere la Chiesa

Sono, a ben guardare, due modi di intendere la Chiesa. Da un lato comunità di esseri umani che cercano insieme luce e verità; dall'altro struttura, istituzione destinata a farsi carico di esseri umani bisognosi di guida e protezione.

Giustificati dall'intendere la Chiesa nel secondo di questi due modi, autorità Vaticane hanno scelto di dialogare con i vertici delle grandi case digitali e con i tecnologi dediti alla ricerca ed allo sviluppo. Ma hanno finito poi per fare il gioco di questa stessa élite, colludendo con essa, senza minimamente incidere sul disinteresse di questa élite per le conseguenze delle proprie azioni.

In un discorso del 2019, dedicato ad un tema particolarmente importante, Child Dignity in the Digital World,8 Francesco chiama gli attori della sena digitale alla “responsabilità nei confronti dei minori, della loro integrità e del loro futuro”. In questo discorso si sente risuonare appieno la voce di Francesco, la stessa che appare forte e chiara in Laudato si'.

Si rivolge alle “grandi compagnie del settore, che superano agevolmente le frontiere fra gli Stati, si muovono rapidamente sul fronte più avanzato dello sviluppo tecnologico e hanno accumulato risorse economiche ingenti”. Precisa che “è ormai evidente che esse non possono considerarsi completamente estranee all’uso degli strumenti che mettono nelle mani dei loro clienti”. “È ad esse quindi che rivolgo oggi il più impellente appello alla responsabilità nei confronti dei minori, della loro integrità e del loro futuro”. Chiaramente non basta – la prevalenza di interessi finanziari e speculativi ed il conseguenze cinismo non saranno certo scalfiti da un monito papale. Il Pontefice aggiunge allora: “faccio quindi appello agli ingegneri informatici, perché si sentano anch’essi responsabili in prima persona della costruzione del futuro”.

Questo è il punto chiave. Quest'appello chiama all'umiltà gli arroganti ricercatori drogati dal successo, dal senso di potenza implicito nel trovarsi a costruire una nuova simil-vita. Questo appello chiama alla conversione, al cambiar strada. Questo appello chiama all'uscita dalla torre d'avorio: tornate, vi prego, a sentirvi, prima che tecnologi, genitori, cittadini, appartenenti alla casa comune.

Invece nella lettera Intelligenza artificiale e pace, così già come nel discorso che accompagnava il lancio di Rome Call for AI Ethics, gli appelli alla responsabilità personale dei tecnologi passano in secondo piano. Si accetta invece la loro autorità 'sacerdotale' e si prone loro un patto, anzi un sostegno. “Tocca a loro [agli ingegneri informatici], con il nostro appoggio, impegnarsi in uno sviluppo etico degli algoritmi, farsi promotori di un nuovo campo dell’etica per il nostro tempo: la 'algor-etica'”.


Il nostro appoggio, un'etica per il nostro tempo

Il nostro appoggio: dunque il Vaticano -mi sembra fuori luogo parlare qui di Chiesa- appoggia i potenziatati digitali. Grandi case e tecnologi. In cosa? Nel definire e nell'imporre, mettendo in campo per questo la propria autorità, “un'etica del nostro tempo: l'algor-etica”.

La via è quella dell'impegno ad una autoregolazione etica da parte di ogni grande casa digitale. E' noto purtroppo quale trattamento -vessazioni ed espulsione- hanno subito i membri di questi comitati che hanno osato esprimere posizioni critiche, invitando alla cautela, al cambiamento di rotta, al bloccare linee di sviluppo.

La via è quella di organismi internazionali che dettano indirizzi e linee guida. Ne fanno parte esponenti di parte vaticana. Ma tutte queste belle parole sono ovviamente disattese, non spostano di una virgola investimenti ed indirizzi di sviluppo.

La via è quella di norme di legge di stati sovrani. Qui si può osservare come abbondino le affermazioni di principio: la più nota è l'affermazione europea di una Human-Centered AI. Affermazione retorica che non tocca il fatto che il principale interesse affermato dalle norme europee è il sostegno all'industria europea, nei confronti dell'industria statunitense e cinese.

A ciò si aggiunga il fatto che i politici non conoscono la materia. Si affideranno quindi inevitabilmente ad esperti, appartenenti alla famiglia professionale le cui azioni andrebbero poste sotto controllo.

In generale, dunque, la via è quella dei comitati etici. Ricercatori e tecnologi, accompagnati da qualche esperto -magari qualche filosofo- dovrebbero dettare regole e vincoli e indirizzi.

Iniziative vane. Utili purtroppo innanzitutto a questo: a fornire ad imprenditori, finanziatori, tecnici, una foglia di fico. Utili a permettere loro di dire: datemi una regola, stabilite una norma. Utili ad eludere il sincero e profondo riferimento di ognuno alla propria responsabilità personale.

Il Vaticano, purtroppo, finisce per legittimare questo disegno con una sorta di bolla papale. Si può capire che l'intrattenere legami con le grandi case digitali sia oggi importante per la diplomazia vaticana; si può anche capire l'ansia di parlare alla famiglia professionale dei tecnologi digitali.

Ma tra il dire “faccio quindi appello agli ingegneri informatici, perché si sentano anch’essi responsabili in prima persona della costruzione del futuro”, e il proporre, mettendo in campo l'autorità della Chiesa, una pretesa 'nuova etica per il nostro tempo', detta 'algor-etica', c'è un abisso.

Perché una nuova etica? Perché una nuova parola? Che cos'è poi l'algor-etica?

Ho mostrato in precedenti scritti9 come consiste in fondo nel tentativo di trasformare in codice digitale i principi della Dottrina Sociale della Chiesa: “dignità della persona, giustizia, sussidiarietà e solidarietà”.10 Conoscendo ciò che è buono per l'essere umano, una certa Chiesa si candida a rendere buone per gli esseri umani le piattaforme digitali. Si candida a far sì che le intelligenze artificiali diffondano il bene.

Disegno vano perché i grandi attori della scena digitale useranno la legittimazione della Chiesa senza dare nulla in cambio. Disegno ingiusto e pericoloso, perché così si finisce per alimentare il crescente divario tra l'élite di coloro che per via digitale governano il mondo ed i cittadini, gli abitatori della casa comune, sempre più ridotti a passivi utenti di servizi preconfezionati.


Più che etica, responsabilità personale

Come dimostrano l'enciclica Laudato si' e l'esortazione Laudate Deum, non è questa certo l'intenzione del Pontefice. Ma sarebbe interessante sapere per quali intrecci e disegni di potere vaticani il Santo Padre finisca per prestarsi a sostenere questo disegno.

Ritroviamo infatti l'algor-etica come snodo chiave nella lettera Intelligenza artificiale e pace.

“Uno sguardo umano e il desiderio di un futuro migliore per il nostro mondo portano alla necessità di un dialogo interdisciplinare finalizzato a uno sviluppo etico degli algoritmi -l’algor-etica-”.

Un conto è un benvenuto dialogo interdisciplinare: come afferma il Pontefice, “abbiamo perciò il dovere di allargare lo sguardo e di orientare la ricerca tecnico-scientifica al perseguimento della pace e del bene comune, al servizio dello sviluppo integrale dell’uomo e della comunità”.

Un conto è ridurre questa intenzione riconducendola allo “sviluppo etico degli algoritmi”.

Per dire che questa riduzione non è farina del sacco del Pontefice, credo basti citare un altro passaggio della lettera: “l’abilità di alcuni dispositivi nel produrre testi sintatticamente e semanticamente coerenti, ad esempio, non è garanzia di affidabilità. Si dice che possano 'allucinare', cioè generare affermazioni che a prima vista sembrano plausibili, ma che in realtà sono infondate o tradiscono pregiudizi”.

Mi chiedo e vi chiedo: vi sembrano queste parole di Papa Francesco? Ci interessa forse leggere in una sua lettera una qualche spiegazione dei limiti dei Foundation Model, dei Transformer, dei Large Language Model? Diciamolo allora semmai in parole semplici, adatte a tutti noi esseri umani abitatori di una casa comune: queste macchine forniscono a umane domande risposte sbagliate, erronee, infondate.

Chi ha scritto queste parole, che noi ci troviamo a leggere firmate dal Pontefice, vuol forse dire che l'algor-etica consiste nel collaborare con i costruttori di queste macchine per migliorare la qualità delle risposte?

Mi sembra convenga dire che l'etica è un attributo dell'essere umano, una caratteristica distintiva degli esseri umani, e che quindi in una macchina -anche nelle macchine che possono essere in base a un qualche criterio definite 'intelligenze artificiali'- potranno al massimo risiedere dati relativi ad atteggiamenti etici, e cioè tracce di atteggiamenti etici manifestati da esseri umani in momenti passati.

Non lasciamo che ‘etica’ sia trasformata -confondendola con un algoritmo- in una parola vuota.

Conviene considerare l'etica come qualcosa di ineffabile: ‘non esprimibile in parole’. L'etica può essere magari anche riassunta in principi, in valori. Ma resta ineludibile il fatto che l’etica esiste solo se la si pratica. Se se ne parla astratto, in modo distaccato dalla nostra personale e quotidiana vita, è perché non riusciamo a praticarla. Non c'è etica laddove si agisce eseguendo i dettami di una macchina.

Conviene quindi parlare di etica incarnata. Consiste in fondo nel vivere in carne propria, sulla propria pelle e allo stesso tempo nel proprio animo, la fatica di essere sé stessi - evitando di adattarci comodamente a ciò che altre persone decidono per noi.

E forse anche conviene evitare di usare la parola etica, e parlare invece di responsabilità. Responsabilità personale. Responsabilità personale di ogni abitante della casa comune, di ogni cittadino del pianeta, di ogni credente in ogni fede religiosa.

Leggiamo nella conclusione della lettera Intelligenza artificiale e pace l'auspicio di “modelli normativi che possano fornire una guida etica agli sviluppatori di tecnologie digitali”. Potranno essere d'aiuto, ma potranno anche essere fonte di comode elusioni ed alibi. Foglie di fico dietro cui vanamente nascondersi.

L'algor-etica si limita a ridipingere la facciata. Serve invece umiltà, senso del limite, saggezza, disponibilità alla conversione, consapevolezza di appartenere alla casa comune. Solo se il tecnologo sarà disposto a queste virtù la sua progettazione sarà rispettosa della natura, socialmente utile e costruttiva.

Leggiamo infatti nella stessa conclusione anche che “nei dibattiti sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale, si dovrebbe tenere conto della voce di tutte le parti interessate, compresi i poveri, gli emarginati”. Tutto sta nel dovrebbe. Il patto tra sacerdoti delle chiese adamitiche e sacerdoti digitali, però, non si fonda sull'ascolto e sulla partecipazione, si fonda purtroppo invece sulla presunzione degli 'esperti' di sapere già cosa è bene per ogni parte interessata, per i poveri e per gli emarginati.

Perciò, più che sperare che i progressi nello sviluppo di forme di intelligenza artificiale servano la causa della fraternità umana e della pace credo convenga ricordare che percorsi differenti di ricerca e sviluppo tecnologico sono possibili - evitando di considerare lo sviluppo delle cosiddette intelligenze artificiali che abbiamo sotto gli occhi l'unica, ormai ineluttabile via.

Sulla via della pace, certo le Chiese, e innanzitutto il Santo Padre, hanno qualcosa da dire. Ma più del cammino dell'algor-etica, più del cercar di educare ed accompagnare i tecnologi, più del proporre loro di accettare i rappresentanti delle Chiese nel consesso di coloro che scrivono il codice digitale che governa il mondo, sembrano adeguate le parole con le quali Papa Francesco conclude l'esortazione apostolica Laudate Deum: “un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso”.

Note:

1    Messaggio di Sua Santità Francesco per la LVII Giornata mondiale della Pace, Intelligenza artificiale e pace, 1° gennaio 2024. https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/20231208-messaggio-57giornatamondiale-pace2024.html.

2   Lettera Enciclica Laudato si’ del Santo Padre Francesco Sulla cura della casa comune, 24 maggio 2015. https://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

3   Esortazione Apostolica Laudate Deum del Santo Padre Francesco. A tutte le persone di buona volontà. Sulla crisi climatica, 4 ottobre 2023. https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/20231004-laudate-deum.html

5    Discorso preparato dal Santo Padre Francesco per l'Incontro con i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, letto da mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Sala Clementina, venerdì, 28 febbraio 2020. https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2020/february/documents/papa-francesco_20200228_accademia-perlavita.html

7    Francesco Varanini, “La posizione del Vaticano di fronte all'Intelligenza Artificiale e la lezione della Lettera ai Filippesi”, Dieci Chili di Perle, 16 marzo 2021, https://diecichilidiperle.blogspot.com/2021/03/la-posizione-del-vaticano-di-fronte.html; seconda versione: Francesco Varanini, “Il piano del Vaticano per l’AI etica: basterà a ricordarci di restare umani?”, Agenda Digitale, 12 aprile 2021. https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/il-piano-del-vaticano-per-lai-etica-bastera-a-ricordarci-di-restare-umani/Francesco Varanini, “Etica dell'intelligenza artificiale. Le religioni abramitiche si accodano al Vaticano”, Dieci chili di perle, 15 gennaio 2023, https://diecichilidiperle.blogspot.com/2023/01/etica-dellintelligenza-artificiale-le.html

8    Discorso del Santo Padre Francesco ai Partecipanti Al Congresso "Child Dignity in the Digital World", Sala Clementina, giovedì, 14 novembre 2019. https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/november/documents/papa-francesco_20191114_convegno-child%20dignity.html

9    Francesco Varanini, “La posizione del Vaticano di fronte all'Intelligenza Artificiale e la lezione della Lettera ai Filippesi”, Dieci Chili di Perle, 16 marzo 2021, https://diecichilidiperle.blogspot.com/2021/03/la-posizione-del-vaticano-di-fronte.html. Francesco Varanini, “La pericolosa banalità dell'Algoretica e dell'Antronomia. Ovvero la pretesa di sostituire il 'computabile' all''umano'”, Dieci Chili di Perle, , 22 febbraio 2022. https://diecichilidiperle.blogspot.com/2022/02/la-pericolosa-banalita-dellalgoretica.html

10 Discorso preparato dal Santo Padre Francesco per l'Incontro con i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, letto da mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Sala Clementina, venerdì, 28 febbraio 2020. https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2020/february/documents/papa-francesco_20200228_accademia-perlavita.html


martedì 28 novembre 2023

Dialogare con Luigi Einaudi grazie all'Intelligenza Artificiale. Meglio dire: Intelligenza Artificiale come postmoderno mezzo per coltivare la pubblica ignoranza.

Assurda e privo di senso iniziativa di Reply, Fondazione Luigi Einaudi, Fondazione Compagnia di San Paolo



"Come abbiamo trasformato l’eredità culturale di Luigi Einaudi economista in un’esperienza interattiva e accessibile a tutti grazie all’intelligenza artificiale", si legge sul sito di Reply. Accessibile a tutti: è forse l'AI la via unica o privilegiata per accedere alla conoscenza?
Rinnovamento della didattica? Ma no! Intelligenza Artificiale come postmoderno mezzo per coltivare la pubblica ignoranza. 
Un pensatore senza vincoli costretto nelle forche caudine costruite da tecnici interessati solo all'apparenza virtuale. 
Basta leggere le 'regole d'uso', riprese nell'immagine.
Solo questo potete chiedere! Seguite queste regole! I cittadini alla cui attiva autonomia Einaudi ha dedicato tante pagine ridotti a passivi utenti. Un velo autoritario è imposto alla conoscenza del pensiero di Einaudi, che parla in ogni pagina di libertà, trattando dei più diversi argomenti. Sanno davvero qualcosa i promotori dell'iniziativa della vastità dell'opera e dell'ampiezza del pensiero di Einaudi? Vogliono coltivarne la memoria o ridurrre la sua immagine a merce? Meglio stampare copie dei suoi libri e regalarle a scuole e studenti. E se si vuole mostrare competenza digitale, meglio offrire sul web una edizione critica delle opere, codifica TEI rigorosa, tag apposti da storici ed economisti per accompagnare, senza suggerire troppo, nella libera ricerca.

giovedì 23 novembre 2023

Le ragioni di Epimeteo. Traccia dell'intervento di Francesco Varanini nella tavola rotonda tavola rotonda ‘Da Prometeo a Pandora? Tecnologie, modelli di società e opportuni controlli’, Digital Ethics Forum, organizzato da Sloweb, Torino, 22 novembre 2023

 Come spesso capita, una tavola rotonda si sviluppa in modo tali da spingere o costringere a sviluppare il proprio intervento lungo una via in parte diversa da quanto prima previsto. Così è accaduto il 22 novembre 2023 a Torino nel corso della tavola rotonda ‘Da Prometeo a Pandora? Tecnologie, modelli di società e opportuni controlli’, con Cosimo AccotoPaolo GerbaudoMichela MeoDunia Astrologo, nell’ambito del DEF Digital Ethics Forum 2023, organizzato da Sloweb,

Riporto qui la traccia del percorso di senso mi ero preparato a sviluppare. Nel corso dell'incontro non ho avuto tempo per sviluppare adeguatamente i punti sei e sette. Ho potuto esplicitare il punto otto nell'intervento che ha chiuso la tavola rotonda.

Uno
Amo gli strumenti digitali, ho lavorato a progettare strumenti e sistemi, nel 2000
ho progettato e diretto il primo Master in Italia dedicato a eBusiness
(Ma per fortuna non mi sono occupato solo di questo)
Mi sono entusiasmato e ho visto la bellezza
Ma non possiamo prendere tutto per oro colato
Così oggi mi trovo a dire:
Siamo esseri umani
Ci vergogniamo forse di esserlo?

Due
Veniamo da lontano e costruiamo il futuro
Abitiamo la natura
Costruiamo la cultura
Un conto è la tecnica, un conto è la tecnologia
Nessun modello digitale, nessuna rappresentazione computazionale può descrivere la complessità dei sistemi viventi.
Oggi ci viene offerta una proposta pericolosa
abitare un sostituto del mondo costruito da tecnologi che si collocano fuori dal mondo
Fidarci di macchine i progettisti delle quali di vantano di aver insegnato loro ad autosupervisionarsi durante il loro apprendimento

Tre
Rifiuto la proposta di amici che invitano ad accettare ogni nuova tecnologia come utile provocazione intellettuale, o forse anche materiale
Sento addirittura parlare di nuova domesticazione
Perché mai?
Non sento nessuno dire questo no

Quattro
La storia umana dal passato al futuro è nostra maestra
manteniamo aperto lo sguardo
Perciò benvenuti i miti che accompagnano gli esseri umani lungo la loro storia
Li abbiamo forgiati noi stessi per ammonirci, per leggere saggiamente il presente che ci troviamo a vivere

Cinque
Prometeo aveva un fratello
Epimeteo

Sei
Sostenibilità digitale
sembra che il digitale sia esentato dagli obblighi di sostenibilità
Questo accade perché abbiamo paura di non essere all'altezza
Vogliamo quindi immaginare che il digitale ci salvi
garantendo al posto nostro la sostenibilità
Affidarsi a una intelligenza artificiale!

Sette
Assumiamoci invece la responsabilità
Sostenibilità digitale primo passo verso sostenibilità
perché digitale inquina e danneggia
e perché cosí ci togliamo l'alibi

Otto
Quattro atteggiamenti epimeteici:
Non rinviare nel tempo
Non dire se ne deve occupare qualcun altro
Non nascondere il male dietro al bene
Restare disposti alla conversione

lunedì 23 ottobre 2023

Lettera a Eliezer Yudkowsky

 Eliezer,

è l'alba, mi sono alzato, mi sono messo un maglione, sono andato nel mio studio, ho aperto la finestra, ho spostato lo schermo per vedere dietro il mare e il cielo, sento i gabbiano gracchiare, ne vedo salire un in alto. Passa nel golfo il primo traghetto.

E' tempo di scriverti. Sono mesi che mi propongo di farlo, senza riuscire a trovare il filo, la chiave. Ho accartocciato e buttato nel cestino decine di lettere. Virtualmente, certo, sono quarant'anni che scrivo con il computer -questo Eliezer vuol dire che potrei darti i file di quello che ho scritto. Credo tu sia d'accordo con me nel dire che contano i sessanta e più anni di storia di quel campo di ricerca cui fu attribuito il nome 'intelligenza artificiale'; ma conta ancor più la personale esperienza con questa macchina detta 'computer', strumento nelle nostre mani, ma anche simbolo costantemente presente di una entità aliena che forse si emancipa, che si allontana da noi. Nessun altro mi ha parlato in modo così sottile di questa sensazione. Solo tu. Possiamo chiamarla sensazione o è meglio dire consapevolezza?

Così ho passato questa estate a leggere tuoi testi. Saggi su temi di epistemologia, libri che immagino per ragazzi, lunghi e articolati post su LessWrong. Colgo il tentativo di sintesi nelle tue interviste, i tuoi ultimi video. Ho in mente ora in particolare il tuo colloquio con Lex Fridman e il tuo articolo su Times. La minaccia che senti incombere impone di non andare troppo per il sottile: le Superintelligenze mettono a repentaglio la specie umana. Shut Down. Chiudiamo tutto, interrompiamo la ricerca, smantelliamo le server farm, mettiamo sotto controllo la vendita di ogni singola scheda grafica. Per carità, facciamolo, siamo lontani da una sufficiente comprensione di ciò a cui abbiamo incontro. E poi l'ultima risorsa argomentativa: la citazione della email della tua compagna che parla del dentino caduto della tua figlia. Che futuro avranno questi bambini? Queste macchine lavoreranno al posto loro, condizioneranno la loro vita. Sta andando tutto troppo veloce. Fermiamoci. Facciamolo per loro.

E' facile accantonare la tua posizione dandoti del millenarista, del vano profeta annunciatore di catastrofi. Per questo nei mesi scorsi mi sono messo a rileggere quello che hai scritto. Per immergersi in quella materia che sapevo che c'era. E che prima avevo solo assaggiato. Avvicinato a spizzichi. Mi ci sono immerso ora per cogliere le origini, la storia, il senso di quel pensiero che sfocia adesso nel tuo annuncio della disperata urgenza. Scritti di grande ampiezza e profondità. Un corpus omogeneo e variato, serrato e aperto. Nutrito di discipline diverse, logica, matematica, statistica, ingegneria, biologia: lista provvisoria, che subito tradisce l'insignificanza dei confini disciplinari. Visione senza confini, alimentata dalla tua benedetta distanza da ogni ogni formazione scolastica, accademica, settoriale. Profondità è ampiezza, ti dicevo, un sistema così ben tessuto. Non ti seguo su tutti i fronti, ovviamente, ma colgo, credo, l'armonia, la struttura. Il genio non può che essere autodidatta. Il pensiero va oltre i confini, è trascinato oltre i confini provvisoriamente raggiunti dal suo stesso sviluppo.

Seguo il tuo modo di intendere la teoria bayesiana. Inseguo la tua epistemologia. Mi appoggio però inevitabilmente alle mie letture, alla mia formazione. Non mi faccio bello citando le contiguità che posso immaginare per te immagino abbiano più senso. Cito invece, a costo di gettare la palla lontano dal tuo cesto, forse magari quasi di offenderti, testi ed autori che hanno senso per me. Opere intrinsecamente legate all'autobiografia, generate dal dolore e da una profonda solitudine. La solitudine di chi si sente il solo a vedere. L'Esegesi di Philip Dick. La scrittura lenta e metodica di Juan Emar, scrittura che, da un certo giorno in poi, accompagna ogni giorno della vita. Il tornare e il ritornare di Lezama Lima tramite ondate barocche su ogni dettaglio, ogni anfratto della propria vita, il sogno sempre presente del proprio personale Paradiso, forse non perduto – convocando nel discorso ogni brandello del sapere universale, cornucopia che sparge immagini. Sei anche questo Eliezer, un grande scrittore.

Del testo tu stesso hai scritto da qualche parte -riesco a scriverti ora perché finalmente ho una visione sintetica dei tuoi testi- che bisogna saper narrare. Non solo calcolare. Anche per questo mi permetto di citarti narratori.

Ma più leggo, più il tuo pensiero si apre ai miei occhi, nella sua solida consistenza scientifica e filosofica, nella sua coerenza interna, nel suo rispondere anticipatamente a critiche che potrebbero minarlo.

Così, Eliezer, ho maturato l'intenzione di scriverti. Volevo scriverti per confortarti dicendoti che ti sbagli. In più parti delle mie bozze di lettere non spedite avevo scritto: Eliezer, hai torto marcio; dici che soccomberemo, ma non accadrà. Mi sembrava che la tua definizione di Superintelligenza riprendesse alla lettera la definizione di Turing. Macchine in grado di competere con gli esseri umani in “all purely intellectual fields, dice lui”. “A Superintelligence is something that can beat any human, and the entire human civilization, at all the cognitive tasks”. Non solo in grado di competere, ma battere. Però sempre solo nei cognitive tasks. Mi chiedevo: non è forse riduttiva la tua definizione? Non stai descrivendo invece un attacco che tocca ogni aspetto della vita umana? Avevo scritto anche: hai ragione a metterci in guardia, ma la tua idea di una minaccia così forte, così grave, così imminente, è infondata. La Superintelligenza non ci distruggerà. Non saremo tutti morti. Tua figlia avrà un mondo in cui crescere. Mi sembrava infatti possibile fondare la mia speranza osservando che tu restavi chiuso nella scatola ricorsiva della computazione, senza saper vedere la complessità dei sistemi viventi, la cui descrizione non può che essere subottimale e incompleta. Quindi, accettata la complessità, aperta all'evento, all'imprevisto, all'emergente: come predire la probabile con la sicurezza che mostri?

Ma più procedevo nel mio tentativo di cercare contraddizioni e lacune nella tua posizione, e più mi accanivo a vedere luci di futuro lì dove tu vedi segni di catastrofe, più mi accorgevo della modestia e della vanità del mio tentativo. Modestia, perché sono in grado di seguirti solo parzialmente. Vanità, perché più penso al tuo pensiero, più credo che dobbiamo accoglierlo come dono, come cattedrale in un deserto. C'è così poco di interessante da leggere, così pochi testi veramente stimolanti, visionari. Le tue scritture svettano tra testi aridi, incapaci di cogliere le sfaccettature degli stessi argomenti trattati, viziati da arroganza speculativa, da interessi di parte. Nei tuoi testi si respira invece un'aria rarissima di libertà di pensiero. Se vogliamo vederla, anche di spietatezza, di costante critica nei confronti di te stesso che pensi.

Perché quindi tentare di smontare l'architettura così ben costruita. Prendiamola com'è. Ammiriamo l'edificio, la sua bellezza. Cogliamo il monito, l'insegnamento.

Accetto quello che mi dici, Eliezer. Rischiamo un'apocalissi. Una minaccia pantoclastica incombe su di noi. Se anche la tua posizione potrebbe essere classificata, in base a certi criteri, come millenarista e catastrofista, questa classificazione non le toglie valore. Abbiamo bisogno di profeti che sposino l'annuncio e la denuncia. L'annuncio della Superintelligenza che verrà. La denuncia dei rischi enormi, mai vissuti dalla specie umana prima, che questo avvento comporta.

Io non credo come te all'avvento di Superintelligenze. Ma forse non ci credo perché non so, non capisco abbastanza. Di altri non mi fido. Di te, per la tua onestà personale, per l'atteggiamento etico che ti riconosco, per la struttura ammirevole dei tuoi testi, mi fido. Ti ascolto.

Se quindi ora pongo a me stesso, e a te, qualche domanda, è solo perché voglio capire.

Per farla semplice, parto da una tua narrazione orale. Dal tuo colloquio con Fridman. Ti racconto di una sensazione: una discontinuità nel tuo discorso mi è balzata agli occhi in un punto preciso. Mi è parsa immotivata. Non so cosa non ho capito.

Giustamente citi un certo punto nella conversazione dici: io sono la persona che ha letto da ragazzo Great Mambo Chicken & The Transhuman Condition come tuo libro di fondazione: l'adolescente si nutre del sogno di una scienza potente, capace di forzare i confini, i limiti stessi di ciò che chiamiamo vita. Ma perché ora, quando ti sei dato il compito compito arduo, e in un modo o nell'altro giusto- di convincere i tuoi simili, esseri umani, a non subire passivamente il fato, a intervenire politicamente, attivamente, in prima persona, contro una minaccia epocale, perché citi come libro che tutti dovrebbero leggere, o rileggere Adaption and Natural Selection di George Williams, quel libro del 1966 dove si afferma che l'evoluzione delle specie naturali si svolge a livello di geni. Solo di geni. Geni egoisti di cui l'essere umano è solo ospitante. Sto semplificando, certo, ma mi pare una lettura riduttiva della teoria dell'evoluzione, una teoria che finisce per essere esclusivamente matematica, formalizzata. Faccio fatica, sinceramente, a tenere insieme questo approccio con il tuo atteggiamento personale pienamente umano, consapevole, compassionevole.

Conosci bene, certo meglio di me, questa storia. 1964: Hamilton, The Genetical Evolution of Social Behaviour; Williams, 1966; Robert Trivers, 1971; Maynard Smith e Price, 1973.

Fitness, tradurrei in italiano idoneità: efficienza riproduttiva di un genotipo rispetto agli altri. Il conflitto tra animali diviene oggetto di speculazioni esclusivamente logiche. Scusami ancora per l'esposizione rozza, forse forzata: vince il più idoneo, il più adatto in partenza. L'EES, strategia evolutivamente stabile, desunta da una formalizzazione del conflitto tra falchi e colombe. L'evoluzione ridotta a teoria dei giochi. A ordine di beccata tra polli. Fino alla Sociobiology di Wilson, 1975. La nuova sintesi: ogni specie cerca di riprodursi. Il successo sta nei geni presenti nella generazione successiva. Ogni comportamento sociale è funzionale a questo scopo. L'altruismo, la cura dei giovani, si spiegano con questa pressione biologica. D'accordo, ma tu e la tua compagna siete mossi solo da un automatismo, da una deriva deterministica, quando siete ansiosamente preoccupati per il futuro di vostra figlia? Non so. Non credo.

Forse, Eliezer, questi modelli sono i più fitted, idonei a spiegare e descrivere l'avvento della Superintelligenza, che si eleva dal calcolo, dalla mera computazione. Ma bastano questi modelli per descrivere la complessa vita della natura, dei sistemi viventi? Contano solo i geni, o esiste la possibilità di osservare l'evoluzione a livello di organismi viventi?

Non sto a ricordarti ipotesi neodarwinistiche che conosci meglio di me. Lasciami dire ancora in modo rozzo: certo il genotipo determina il fenotipo. La filogenesi determina l'ontogenesi. Ma la funzione dell'organo non è scritta una volta per tutte nel codice. L'organismo vivente genera risposte necessarie per sopravvivere nell'ambiente. Le piume primordiali garantivano protezione al corpo, e cambiano funzione, divenendo strumenti per il volo. La selezione convive con la mutazione. Non c'è forse eccessiva fede nel potere della selezione naturale come agente ottimizzante? Non converrebbe invece osservare il manifestarsi di storie adattative diverse?

Non si riduce così il ruolo giocato in questo contesto dalla nostra specie? Facciamo parte della natura, ma abbiamo imparato a manipolare la natura, stiamo apprendendo a ri-scrivere il codice della vita. Quindi abbiamo la responsabilità di essere custodi della natura, di cui facciamo parte. Responsabili della cura di noi stessi, della nostra specie, della vita.

Mi provoca una grande malinconia ascoltare amici che parlano di sé stessi come 'intelligenze a base carbonio' che si preparano a convivere con 'intelligenze a base silicio'. Quale aridità! Come se ci si vergognasse di essere umani. Come se si preferisse ignorarlo. Come se, privi di autocoscienza e di fiducia in sé stessi, si preferisse immaginare sé stessi come macchine. Come se si aspettasse la salvezza nell'avvento di una qualche forma di 'intelligenza artificiale'.

Questa credo proprio fosse la speranza di Turing. I hope. Spero che le macchine pensino. Pensino meglio e al posto degli umani. Deluso dagli umani, incapaci di elevarsi oltre il proprio dolore, Turing proiettava la propria salvezza, la visione della propria salute, nel trionfo della macchina. Forse anche tu, Eliezer, quando eri ragazzo, adolescente, la pensavi in questo modo. Preferivi vedere te stesso come macchina. Giustificavi le tue incapacità con limiti della macchina. Turing non ha saputo uscire da questo circolo vizioso. Mentre nel 1950 stava scrivendo l'articolo sulle macchine che pensano, stava scrivendo anche un altro articolo, che aveva per tema la metamorfosi. Non credo fosse un caso. Ma non ce l'ha fatta. Si è tolto la vita. Tu invece Eliezer, guarda che uomo sei diventato. Solo tu sai a costo di quali sofferenze. Ma ce l'hai fatta. Non ti sei fermato a recriminare sui difetti del tuo codice. Non ti sei certo rassegnato ad una storia scritta nei tuoi geni.

Eccoti qui ad ammonirci e a preoccuparti e a prenderti cura. Benvenuta la tua voce a dire: state attenti, la crescente autonomia di cosiddette intelligenze artificiali non è un gioco così facile né così indolore. Guardate ai rischi immani. Leggo in tutte le tue pagine un invito: assumetevi responsabilità, io cerco di assumermi le mie. Ogni cosa che capisco è fonte di responsabilità.

Hamilton, Williams, Trivers, Maynard Smith e Price, Wilson sono stati credo giustamente criticati non solo per intrinseche debolezze delle loro teorie, ma anche per aver offerto una via di fuga psicologica, sociale e politica: la storia e la cultura sono frutto di pressione genetica. I comportamenti sono tempi remotissimi già scritti nel codice genetico della specie. L'essere umano è impotente. La passività e la dipendenza sono giustificate a priori. Non è certo il tuo caso. La tua cara presenza ci accompagna nel tenere gli occhi aperti. Credi ancora, credi sempre in noi esseri umani.

E' questo che mi desta un po' di meraviglia. O forse non capisco. Mi sembra quasi che tutto quello che leggo nelle tue fittissime, geniali pagine, sia in qualche modo superato dal tuo sguardo un po' triste, partecipe, dalla tua attenzione rivolta ai rischi presenti. Come se tutto quello che hai scritto fosse la narrazione di un passaggio, di una transizione, di una emancipazione. Usi codici logico-formali, matematici, computazionali, statistici. Ma mi pare che tu sia andato oltre. Sul terreno di un rischio e di una speranza dove le parole sono superate, i codici che adotti sono inadeguati. In effetti usi i codici e gli argomenti di coloro ai quali ti opponi. Ti opponi ad irresponsabili cultori del progresso - mossi in realtà da interessi personali di denaro, di carriera. Ti opponi ad accelerazionisti che dicono: se l'intelligenza artificiale deve arrivare, facciamola arrivare subito, affidiamoci a lei.

Eliezer, mi sembra alla fine che tu usi apparentemente li stessi codici, gli stessi argomenti di coloro ai quali ti opponi, ma che tu usi in realtà atri codici, umanissimi: codici affettivi, codici narrativi. Certo anche i codici affettivi e narrativi si appoggiano su basi biologiche e matematiche, ma che non parlano ad un agente, ad un ente metafisico: parlano agli esseri umani.

Eliezer, anch'io cerco di fare la mia piccola parte ammonendo, rischiarando per quello che sono capace la scena digitale, al di là dei miti, delle illusioni e degli inganni.

Sento qui il tuo accompagnamento. La tua calorosa vicinanza. Non mi importa tanto sapere se applichi a casi immediati la teoria bayesiana. Non mi importano più di tanto riferimenti e quadri concettuali ai quali ti attieni.

Il fatto è che ti sento vicino quando devo rispondere ad amici che mi dicono: noi umani siamo una specie come tante, siamo nient'altro che organismi viventi. Apparteniamo alla natura come altri animali, come piante, come sassi. E oltretutto siamo meno saggi di altri enti naturali. E' vero. Ma abbiamo sviluppato una potenza che nessun altro ente naturale ha. Ci tocca fare i conti con questa potenza. Decidere quando e come esercitarla, decidere quando fermarci. Se anche aspetti disfunzionali dei sistemi viventi non sono stati causati dall'agire umano, solo l'essere umano dispone degli strumenti e della forza per intervenire, correggere, riassestare, o almeno mitigare.

Ancora più vicino ti sento quando mi trovo a rispondere agli amici che dicono: il nostro futuro sta nel convivere con intelligenze artificiali. Nessuno più di te ha studiato l'argomento.

Così, seguendoti, mi guardo bene dall'escludere la possibilità che questo accada. Può darsi che ci troveremo a convivere con intelligenze autonome, del tutto indipendenti da noi - e anche, come tu supponi enormemente potenti, tanto diverse da rendere difficilissimo il colloquio. In questo scenario quali possibilità abbiamo? Mi pare tu sia d'accordo con me nel considerare che le risposte possibili non stanno nell'imitare la macchina, stanno invece nell'orgoglio della propria storia e della propria specie. Nell'essere umani che non si affidano e non si arrendono.

Esseri umani che scelgono le parole, anche. Giustamente dici che ormai conviene uno usare più la parola singolarità, abusata o mal usata. Altrettanto si può dire delle parole rischio esistenziale. Lasciamo la parola singolarità a Kurzweil. Lasciamo il rischio esistenziale a Bostrom, Tekmark e Elon Musk. Per quanto mi riguarda, prendo con le molle anche il concetto di cognizione. Troppo ambiguo. Credo tu sia d'accordo con me nel considerare mente e corpo inscindibili. Psicosoma. Ebodiments. Embodied mind. Ma lo ripeto: Eliezer, quali che siano le parole che usi, la tua compassione umana ti porta oltre.

E ancora, ti sento vicino nel rispondere agli amici che dicono: la scena digitale è una utile provocazione, ci spinge a migliorarci. Non credo questa posizione sia onesta fino in fondo. In realtà vuole salvare capra e cavoli. Si accetta che una tecnologia dis-umana -una tecnologia contraria all'etica, a ciò che appare a noi umani saggio- definisca la scena, e poi si dice: è comunque un'utile provocazione per noi! Ci stimola a crescere, a cambiare! No amici: come ci dice Eliezer, la scelta saggia -ed efficace dal punto di vista della costruzione del futuro- sta talvolta nel dire no. Nel non seguire l'onda, nel fermarsi.

Insomma Eliezer, ho imparato tanto da te, dalla tua storia di persona che ha saputo cercare sé stesso, e che ora è ansiosamente preoccupato. Siamo diversi per lingua, cultura, per età, per formazione. Ma ti sento vicino. Vorrei dari un piccolo dono, fatto di parole che risuonano mentre ti sto scrivendo.

José Lezama Lima, poeta cubano a me caro, diceva: “Solo lo difícil es estimulante”. Certo è difficile, e per questo stimolante, il compito di cui ti sei fatto carico. Mettere in guardi di fronte al possibile avvento di Superintelligenze. Mettere in guardia, innanzitutto, dall'affidarsi ad esse, subordinando il nostro essere umani a quel fallace rispecchiamento dell'umano che la macchina ci restituisce.

Lezama ha scritto una poesia che inizia con questi versi: “Ah, que tú escapes en el instante/

en el que ya habías alcanzado tu definición mejor”. Mi auguro che tu scappi oltre, altrove, nell'istante in cui ti sembra di aver trovato il miglior schema che ci definisce. Potremmo dire che questo è la computazione: la pretesa di dare di noi stessi, degli altri, della natura, della vita, la definizione migliore. Scappa via, fuggi, dagli schemi già dati. Mi sembra, Eliezer, tu lo faccia sempre.

Trovo consonanti questi versi, scritti nel Ventesimo Secolo, con i versi che scriveva Goethe verso il termine del Diciottesimo Secolo, mentre leggeva Spinoza, e cercava una scienza, lui poeta-scienziato, attenta più che alla quantità, alla qualità, al complesso, all'emergente. Sembrano una novità oggi transumanesimo, e appaiono accattivanti titolo di libri che parlano di Homo Deus. Ma già allora Goethe intitolava la poesia Il Divino. E stava parlando di noi esseri umani, come siamo, come potremmo essere. “Secondo eterne, grandi,/ inflessibili leggi/ tutti dobbiamo/ compiere il cerchio/ della nostra esistenza”. “Eppure, l'uomo soltanto/ può l'impossibile:/ egli distingue,/ giudica e sceglie”. Ecco: la nostra natura e la nostra cultura ci invitano ad assumerci la responsabilità di decidere. Cedere le redini alla macchina è il contrario. “Egli soltanto può

premiare il giusto,/ punire il malvagio;/ salvare e guarire”. Tu Eliezer non stai arrogandoti il ruolo di chi premia e punisce. Ma stai accollandoti il compito di fare quello che puoi per salvare noi umani dalla dipendenza da Superintelligenze. Permettimi di dire che la Superintelligenza è una minaccia reale, ti credo. Ma ancor prima è una metafora della sudditanza scelta come fuga dalla responsabilità. Guarire: la tua storia personale, mi permetto di dire, è la storia di una cura, di una guarigione. Dalla cura di sé stessi nasce la cura per gli altri e per il mondo.

Wilson, con la sua sociobiologia, ha detto qualcosa di nuovo? Non credo. Noi umani replichiamo comportamenti ancestrali, certo. Siamo predeterminati geneticamente. Ma sappiamo anche rinnovarci e cambiare. La tecnica è il frutto della nostra capacità di rinnovarci e cambiare. Ma sappiamo anche cambiare noi stessi: tu Eliezer ne sei la prova. La tua etica non credo si spieghi solo con la genetica.

Tu Eliezer hai definito la Superintelligenza come qualcosa che sconfigge ogni umano e l'intera umana civiltà nei cognitive tasks. Importano poco le definizioni, il lessico dettato da più o meno nuove discipline. Ma andiamo al sodo. Penso di poterti dire che quando parli di cognitive task non fai che ripetere una vecchia lezione. Credo tu sia d'accordo con me nel pensare che a noi umani -non enti astratti, non agenti, ma esseri umani come ci sentiamo di essere tu ed io- compete

distinguere, giudicare, scegliere, premiare il giusto e punire il malvagio. Vogliamo lasciare questo compito a una macchina?

Vogliamo forse ancora -seguendo Turing, e tutto un filone di scienze cognitive, di neuroscienze- considera la mente umana un mero sistema di elaborazione di informazioni? Per quanto mi riguarda, non voglio questo. La tua storia di vita, il tuo sguardo e le tue parole compassionevoli mi dicono che neanche tu, Eliezer, lo vuoi.

Vogliamo lasciare alle macchine spazio per una loro possibile storia evolutiva? Le più nuove macchine digitali sono sistemi predisposti, allenati a cercare correlazioni in sempre più grandi insiemi di dati. Potremmo dire: bene, accompagniamole nel loro sviluppo e lasciamo seguano la loro strada. Ora tu dici: no. Troppo pericoloso. Ti seguo in questo invito a fermarsi, a fermare lo sviluppo di queste macchine.Hai sperato di poterti fidare di una macchina, hai sperato di affidarti a lei, ma ora dici Shut Down. Ti seguo.

Ma ancora più importante, a questo punto, mi pare tornare ad affermare la differenza. Noi umani non ci accontentiamo di correlazioni. Cerchiamo cause. Tu Eliezer parli di correlazioni, di statistica, usi ancora il linguaggio della computazione, va bene, ogni linguaggio è buono. Ma sei andato oltre. Grazie di questo.

Sei l'esempio brillante e commovente di come noi umani non siamo schiavi di nessuna determinazione evolutiva. Tu ci mostri come siamo in grado di andare oltre la nostra stessa programmazione biologica. Ci mostri come l'empatia, la compassione ci portino oltre il nostro stesso linguaggio, oltre la nostra storia. Ci ribelliamo, ci indigniamo, e davanti ad evidenze non rinunciamo a vedere e denunciamo.

Agiamo con il lume dell'umano intelletto. Guidato, più che da una pura ragione, dalla saggezza, e dalla scintilla della coscienza. Non siamo Moral Machines, siamo esseri umani. Coltiviamo noi stessi. Apprendere dalla macchina o tramite la macchina, apprendere dalla convivenza con la macchina, sono solo alcuni degli infiniti modi per apprendere di cui disponiamo.

Perché poi, seguendo il tuo monito, dobbiamo chiederci: non è forse giunto il momento di pensare anche a come cautelarci, a come difenderci, a proteggere noi stessi dall'invasiva, incombente presenza di macchine digitali?

E' così, Eliezer, vero?