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sabato 3 marzo 2012

Ian Hickson e l'etica dell'Html 5

Non i parla abbastanza delle persone alle quali dobbiamo la stessa esistenza del World Wide Web, e il suo miglioramento continuo.
Uno di questi, uno dei tanti, è Ian Hickson, l'editore della specifica Html. Facile reperire informazioni sul suo lavoro e sul suo punto di vista;  basta visitare la sua pagina su Google+. Due sue  recenti prese di posizione l'hanno portato al centro dell'attenzione. Si tratta di prese di posizione importanti.
La prima riguarda le modalità di sviluppo del software. Hickson è un gran sostenitore di quell'approccio è anche detto -non di rado in senso spregiativo- detto anche 'beta permanente'.
Hickson ne parla a proposito del suo lavoro nell'ambito del Web Hypertext Application Technology Working Group (WHATWG) -il gruppo di lavoro che si occupa dell'evoluzione del tecnologie Html-. Rivendica i pregi il suo modo di lavorare, che chiama 'living standard model', opponendolo allo 'snapshot model' tradizionalmente adottato da chi lavora nel W3C.
Secondo lo 'snapshot model', "one has a 'draft' that nobody is supposed to implement, and when it's 'ready', that draft is carved in stone and placed on a pedestal. The usual argument is something like 'engineering depends on static definitions, because otherwise communication becomes unreliable'."
Il 'living standard model', che Hickson e il suo gruppo adottano nel lavoro attorno all'Html, è invece
"a standard that we update more or less every day to make it better and better".
Niente è mail del tutto pronto. Ma intanto si può rendere disponibile il codice.
Non una norma imposta dall'alto, ma miglioramento continuo. Questo non vuol dire che seguendo l'approccio 'living standard si possano cambiare le cose in modo arbitrario. "The only possible changes are new features, changes to features that aren't implemented yet or that have only had experimental implementations, and changes to bring the specification even more in line with what is needed for reliable communication, as the argument above puts it (or 'interoperability', as I would put it), i.e. fixing bugs in the spec.".
La necessaria standardizzazione delle risorse definite dal World Wide Web Consortium (W3C), base necessaria per garantire l'interoperabilità, "doesn't depend on static definitions, it depends on accurate definitions".
Posso aggiungere che dietro una definizione statica, "carved in stone and placed on a pedestal", imposta a tutti come fatto compiuto, l'interesse di parte ed eventualmente l'inganno si nascondono bene. Ben più difficile nascondere interesse di parte e inganno dietro una definizione accurata, ridotta allo stretto necessario, costantemente migliorata, trasparente, soggetta al controllo pubblico.
Ora, il ruolo di Hickson è particolarmente importante per via dell'Html5. In parole povere, l'Html5 rende inutili le App. Il potere economico, ed ed anche di controllo sociale, della Apple, per quanto riguarda iPhone e iPad, così come di Google per quanto riguarda il sistema operativo per dispositivi basati su Android, si fonda appunto sulle App, programmi scritti appositamente per ogni diverso sistema operativo: l'Os dell'iPad, Android, ecc. L'Html5 permette invece di accedere direttamente via browser (Safari, Explorer, Firefox, Chrome o quello che sia). Tutto più semplice, più trasparente, economico, uguale per tutti - come dovrebbe essere il World Wide Web.
Per Apple, Google, Microsoft, per i produttori di contenuti, l'importante è 'far pagare', e quindi la totale assenza di protezione dei contenuti sostenuta da Hickson è giudicata un 'punto di debolezza'. Si fa passare per problema tecnico una questione di libertà. O per maggior precisione: una questione etica.
Pochi giorni fa, non a caso, Hickson ha rifiutato una ulteriore proposta di inserire nelle specifiche Html un sistema di protezione dei contenuti multimediali, dichiarando: "I believe this proposal is unethical and that we should not pursue it".
L'etica del Web sta nel garantire uguali condizioni di accesso. Chi ritiene di dover far pagare i contenuti che offre sul Web, faccia pure. I mezzi per raggiungere lo scopo sono diversi. Ma il Web è il Web solo se i suoi standard, come vuole Hickson, restano accurati, ridotti allo stretto necessario, costantemente migliorati, trasparenti, soggetti al controllo pubblico.
Nessuno ce lo viene a dire chiaramente, ma il sogno dei grandi operatori è quello di tornare ad una situazione one to many, una situazione dove i pochi dotati di potere possano decidere cosa va pubblicato e cosa no, e a che condizioni. Hickson e altri come lui, attraverso gli standard, difendono la libertà di accesso. L'etica del Web sta nel garantire a tutti la possibilità di pubblicare.

sabato 29 gennaio 2011

Against Facebook

Anch’io sono su Facebook, e mi dirà qualcuno che legge se per coerenza dovrei togliermi di lì.
Ma i motivi per criticare questa piattaforma sono tali e tanti che non si può star zitti. Fa impressione la miope accondiscendenza con la quale accettiamo la sostituzione del World Wide Web con questo simulacro. Fa impressione la piaggeria con la quale ci accodiamo gli uni agli altri, aprendo pagine personali ed aziendali in questo luogo chiuso, negatore già in origine della liberà digitale. Fa impressione la passività con la quale, pur di essere presenti lì, accettiamo vincoli umilianti – fino a cedere i diritti di ciò che è nostro a chi governa quel sottomondo.
Fa impressione notare come non si colga la differenza tra la galassia Google e questa ridicola gabbia. E' giusto vedere in Google una minaccia, per come Google è in grado di sapere di noi, e tracciare i nostri comportamenti. Ma almeno, tutto ciò che Google propone, ogni luogo ed ogni strumento, si fonda sui protocolli Internet, e sulle raccomandazioni che governano il World Wide Web. Ogni dato può essere connesso ad ogni altro dato, dentro e fuori dal perimetro di ciò che Google ci offre. Google, al di là di tutto, sta nel World Wide Web, che è un luogo pubblico e in fondo democratico, fondato su regole in buona misura trasparenti e condivise.
Google accetta l’idea dei Commons, anzi la sostiene. Ognuno può contribuire alla creazione di risorse condivise, le mie conoscenze sono anche le tue, la mia rete è anche la tua. Puristi criticano giustamente Google per l’imperfezione con la quale rispetta i fondamenti del Web Semantico, “a common framework that allows data to be shared and reused across application, enterprise, and community boundaries”. Ma se Google rispetta le regole della condivisione in modo parziale, Facebook se ne frega del tutto. Facebook pretende di sostituirsi al World Wide Web. Ci impone un suo codice, e impone le regole in base alle quali ognuno deve sottostare. Impone ad ognuno il proprio framework, consapevolmente impedisce che i dati siano “shared and reused across application, enterprise, and community boundaries”.
Dispiace, dicevo, osservare la piaggeria, la disponibilità alla sudditanza, l'atteggiamento remissivo di operatori di imprese, attori di vario tipo, società di consulenza, anche di origine universitaria, che spingono ad utilizzare Facebook, proponendolo anche in ambiti aziendali.
Guarda caso sono gli stessi che spingono con tutte le loro forze sul pedale dell’iPad. Chiaro il disegno. Con l’iPad si pretende di sostituire il World Wide Web in un mondo chiuso tramite le limitazioni del browser, e quindi tramite la trasformazione di liberi accessi via Web in applicazione controllate. Con Facebook, parallelamente, secondo braccio della stessa strategia a tenaglia, si pretende di sostituire il World Wide Web con una sua versione stupida e povera. Dove il ‘cittadino digitale’ è di nuovo ridotto ad utente.
Per applicazioni importanti e difficili, così, ognuno dovrà ricorre ai soliti esperti che ci dicono cosa fare, come fare, e ci fanno pagare per darci, a fronte di un nostro bisogno, un qualche aggeggio costruito in modo tale da assoggettarci al controllo. Per chi si occupa da professionista di informatica, il solito dispetto nei confronti degli strumenti che fanno venir meno la loro necessaria mediazione; il solito tentativo di rendere banale ciò che le persone possono fare da sole; il solito tentativo di ripristinare il loro controllo ed il loro necessario intervento.
E così tutti noi, eccoci a giochicchiare con Facebook, sprecando così il tempo che potremmo dedicare a navigare nel vasto mare del Web; rinunciando anche a quel po’ di costruttiva fatica necessaria per mettere in piedi un proprio blog. Eccoci qui a subire l’aspettativa di coloro a cui fa comodo che ce ne stiamo buoni buoni dentro Facebook. Fa comodo che si stia lì a cazzeggiare, a mettere lì la fotina accompagnata da qualche tag, a dire cosa mi passa per la mente ora, a dire due parole sull'ultimo libro letto o il film visto.
Non ci fa onore, sopratutto, limitarci a dire mi piace o non mi piace. Non siamo nati per essere follower. La Rete ci libera dall'essere gregari. Ma Facebook ci ricaccia in uno spazio chiuso, predeterminato, uniformato, livellato in basso.
Il mettere le nostre piccolo cose lì dove e come Facebook ci concede di metterle, è costruire conoscenza? In parte sì. Non disprezziamo nulla. Prendiamo quello che c'è di buono anche in Facebook, d'accordo. Facebook, si dice, ha contribuito alle recenti rivoluzioni democratiche in Nord Africa.
Meglio Facebook che nulla. Eppure Facebook resta la caricatura di ciò che un 'social network' potrebbe essere. La responsabilità, come sempre, è nostra. Di noi che anche di fronte a strumenti che ci permettono di 'stare al centro', preferiamo per pigrizia il ruolo di seguaci.
Il successo universale non è motivo sufficiente per dar valore a una cosa. I libri che vendono di più non sono sempre i migliori. Le piattaforme Web più diffuse non sono per questo le più utili, le più libere, le più etiche.
Confrontate Facebook con Ushahidi. Da un lato un mondo-giocattolo, dove tutti siamo ridotti alla misera apparente libertà che può avere il povero Truman Burbank chiuso nel suo universo di cartapesta, ognuno di noi ridotto a vivere in un Truman Show. Dall’altro il vero mondo abitato da uomini liberi, che si auto-organizzano per offrirsi reciprocamente, tramite reti sociali, i servizi che gli Stati e le organizzazioni pubbliche e private non sanno, o non voglio offrire.
Non a caso, a guidare i due progetti, da un lato ragazzi viziati, arroganti, cresciuti nei falsi miti dell’Occidente, tesi a nient’altro che a guadagnare senza limite vile denaro. Dall’altro kenioti e ugandesi, uomini e donne che hanno studiato a costo di enormi sacrifici, che hanno toccato con mano la povertà ed i veri bisogni.

lunedì 1 novembre 2010

L’iPad e il nuovo modo di scrivere

Ho detto in due diversi post, qui e qui, di come l’iPad sia criticabile: perché riduce la novità del personal computer, depotenziandone e svalorizzandone caratteristiche chiave. L’iPad, così, offre il destro a restauratori e nostalgici del tempo perduto – il cui ruolo sociale tende a scomparire nel mondo svelato dal personal computer, e dalla Rete.
Detto questo, possiamo invece guardare ai meriti di questa macchinetta, e cioè agli aspetti per i quali l’iPad appare significativo passo avanti nella linea evolutiva alla quale il personal computer appartiene.
I meriti risiedono non tanto nel nuovo modo di leggere, la funzione sulla quale sembra fondarsi la fama dell’iPad. All’opposto, credo che i meriti si fondino su come l’iPad ci mostra, meglio di qualsiasi altro device, un nuovo modo di scrivere.
Lo scrivere è, in origine, un gesto violento. L’etimo sia di scrivere che di write rimanda in modo preciso ed inequivocabile al graffiare un supporto, all’incidere una superficie. Il supporto cambia nel tempo: pietra, pergamena, cera, carta. Con le lastre da stampa si torna addirittura indietro, alla pura incisione. Si evolvono gli utensili: una selce appuntita, un bastone di legno, uno scalpello, uno stilo, un pennino. Ma resta in tutti i casi il gesto violento.
E se nel tempo si aggiunge un senso a quello dell’incidere e del graffiare, si tratta di un gesto che implica ancora forza, violenza: il pressare, l’imprimere. Così in francese imprimer, presse. In spagnolo imprimir, prensa. In inglese print, press.
Possiamo leggere in questo modo di intendere la scrittura tradisce il timore dell’impermanenza, della vacuità. Il timore che non resti traccia. La ricerca dell’indelebilità. La lotta contro il tempo fondata su una forzatura, appunto, potrei dire, sul ferire il supporto.
Molti intellettuali ignoranti, od in malafede si chiedono: cosa ne sarà della parola scritta se affidata a supporti digitali? Qual’è la certezza che la parola digitalizzata permanga nel tempo?
Sono in malafede, attribuiscono ogni pericolo ed ogni limite alla tecnologia che non si sforzano di conoscere. Possiamo comprenderli solo ricordando che il loro atteggiamento è in origine, quale che sia la tecnologia, fondato sul timore di perdere la parola scritta. Sanno bene dei limiti della parola incisa sul supporto: i manoscritti ed i libri stampati si deteriorano con il passare degli anni e dei secoli; i manoscritti e i libri e le intere biblioteche possono andar persi e possono essere irrimediabilmente bruciati.
La scrittura come gesto violento è legata intrinsecamente al timore di perdere la parola scritta.
E infatti, altri intellettuali più intelligenti e acuti -ne cito due: George Steiner e Ivan Illich- parlano della paura di perdere il libro, del timore di un mondo senza libri scritti nel consueto modo. E Illich in particolare si sofferma sulla caratteristica che più ci pare necessaria e più ci rassicura: l’ancoraggio del testo alla pagina.
Come si può intendere un testo mobile e mutevole, in apparenza privo di luogo, un testo che compare e scompare su uno schermo. Come si può costruire con simili testi un sapere, una conoscenza dotata di sapore e di valore? Come emerge da questi testi in apparenza così labili una letteratura?
Non ho una risposta. Della letteratura avvenire possiamo vedere solo pochi indizi, pochi incerti passi. Ma posso vedere con chiarezza come il punto di partenza -il momento in cui si genera il testo: il gesto di chi scrive- presenta aspetti di novità. E posso notare come di questa novità l’iPad è testimone esemplare.
Ritorniamo alla violenza implicita nell’uso della penna e del foglio, violenza replicata in toto nella stampa. Ritorniamo al gesto violento rappresentato dal colpo inferto al foglio dal carattere della macchina da scrivere. Ritorniamo al gesto violento ancora implicito nel battere, nello schiacciare i tasti di una tastiera.
Ricordiamo ancora che una generazione di palmari, anche avendo a disposizione la funzione touch screen, presupponeva una simulazione del gesto della scrittura su carta: si usava uno stilo, esercitando con questo una adeguata pressione sullo schermo.
Un’altra famiglia di palmari tutt’ora in auge, caso esemplare il Blackberry, presuppone l’uso di una tastiera.
Poniamo attenzione alla fondamentale differenza.
Lontani dal paradigma che presuppone il graffiare, l’incidere, lo schiacciare, molti passi avanti nel nuovo terreno aperto dal mouse -che ci chiede gesti leggeri- con l’iPad, così come già con l’iPhone si scrive senza la mediazione di nessun utensile, con un gesto lontanissimo dal graffiare, dall’incidere, dal pressare, dallo schiacciare.
Si scrive con le mani, con le dita, con i polpastrelli. Si scrive sfiorando la superficie con un gesto lieve. Sfiorare: ‘toccare impercettibilmente la superficie’, cercando con essa un’intima sintonia. Così si interagisce con l’iPhone e con l’iPad.
Un gesto che ha intimamente a che fare con la sintonia, con il sentire. Interessante, per cogliere la differenza dalla tradizionale scrittura, il senso dell’inglese feel. La radice indoeuropea pol-/pal- sta per ‘toccare leggermente con la mano’, ‘accarezzare’. Di qui anche il greco psallein: ‘suonare l’arpa, toccandone lievemente le corde’. E nella nostra lingua, attraverso il latino, palpare e palpitare.
Le carezze, il tocco leggero delle dita sull’arpa, il palpitare del cuore. Se scrivere è, come è, esternalizzare la conoscenza che abbiamo in mente, darle forma, questa assenza di ogni forzatura, questa vicinanza tra mente e corpo e supporto, aprono un nuovo orizzonte.
Possiamo veramente pensare che una scrittura così priva di violenza, una scrittura che si manifesti con questa leggerezza, con questa ritmica misura, possa generare testi diversi.

Arbitrary Restriction of Goods Is the Future

Un amico mi dice che le apps per iPad hanno un loro senso. Le apps, applicazioni, programmi che girano solo su iPad si giustificano con la novità del device. L’iPad, utensile diverso da ogni altro, con una sua specifica proposta di interazione uomo-macchina, giustifica e anzi motiva programmi ad hoc. Altrimenti, si dice, non si sfrutterebbero le potenzialità della macchina. Insomma, come vuole la Apple, dovremmo plaudere a questo modo di combinare “the power of the Internet with the simplicity of Multi-Touch technology”.
E naturalmente, la strada aperta da Apple è subito seguita. Alle applicazioni create per iPod Touch, iPhone, iPad è subito percorsa da altri: si è lieti di far sapere che, pur ancora lontani dal numero di app reperibili presso Apple Store, esistono ormai oltre centomila applicazioni per Android, il sistema operativo per dispositivi mobili di Google.
Così, dietro l’ipocrita finzione di una semplificazione tesa a migliorare la vita all’utente, si nasconde il solito trucco: obbligare di nuovo a sottostare al comando di un intermediario che usa la tecnologia per limitare l’accesso alla conoscenza.
Sembreranno parole troppo grosse. Ma il punto è che non solo il fine, ma anche il percorso è sempre il solito: diseducare la persona tramite ogni forma di pubblicità, fare appello alla sua pigrizia e alle aspettative più superficiali, trattare ognuno da stupido rendendolo passivo consumatore.
E questo anche quando, tramite l’uso del personal computer, le persone hanno dato prove di non essere pigre, di saper scegliere da soli quello che gli serve. E quando tutti hanno provato come si vive meglio senza una pubblicità passivizzante e invasiva.
Un computer ha un costo sempre più basso. Nonostante le funeree previsioni di esperti che temevano troppo difficile l’uso, qualunque bambino, o qualunque persona non scolarizzata, chiunque impara da solo facilmente a interagire con la macchina e a fare ciò che gli pare e gli serve: giocare, scrivere, leggere.
I protocolli che presiedono al funzionamento di Internet e del World Wide Web sono trasparenti. Chiunque li può usare. Il Browser, sia Explorer di Microsoft o sia Firefox o sia Safari della Apple, rende accessibile la conoscenza ‘che c’è in Rete’ in modo trasparente, senza gerarchie e senza giudizi di valore e senza distinguere tra ciò che costa e ciò che è gratuito. Google, a fronte di una nostra domanda, mostra le fonti in una gerarchia che è conseguenza all’abilità di chi ha caricato le conoscenze, e al contempo è conseguenza della nostra capacità di cercare ciò che ci serve con acume e precisione.
Insomma, con i personal computer connessi in Rete il mondo è cambiato: produrre conoscenze, scambiarle, accedere a conoscenze non è mai stato così facile. Sempre più conoscenze sono prodotte senza l’intervento di professionisti della comunicazione: siamo tutti, sempre più, produttori e consumatori di conoscenze. Le conoscenze a tutti disponibili, senza intermediari, in gran misura gratuite, hanno cambiato il mondo. Così è smentita nei fatti l’ipocrita pretesa di chi vuole far credere che il costo sia una garanzia di qualità. Abbiamo sotto gli occhi la dimostrazione che il processo sociale di creazione di conoscenza funziona a prescindere da pubblicità, censure, controlli. In una parola, senza senza gatekeeper.
Così è smentita l’ipocrita pretesa di chi voleva far credere che troppe informazioni sono dannose, pericolose, ingestibili, fonte di paura. La situazione della persona che prima non aveva accesso a conoscenze, se non a fatica, se non pagando. Aveva a disposizione poco prima, ha molto adesso. Impara, senza paura, per tentativi ed errori a fruirne.
Gli unici che hanno paura, credo, sono i sacerdoti della mediazione. Loro, più di ogni altro, erano abituati a sistemi organizzati, gerarchici, stabili, controllati. La galassia informe e sconfinata capisco che possa sconcertarli.
Gravissimi problemi oggi per loro. Loro che hanno vissuto imponendo il loro ordine e il loro controllo, la loro mediazione. Loro che fondano il proprio ruolo sullo spiegare agli altri come accedere alla conoscenza. Loro che vivono traducendo per gli altri conoscenze appositamente espresse in modi incomprensibili ai più. Un gran mazzo di figure professionali è coinvolto in questo gioco, oggi sempre più difficile da giocare. Non me ne voglia nessuno se faccio qualche esempio: professori e giornalisti e editori e censori di professione. Dietro i professionisti, naturalmente, un’industria.
E’ l’industria che un tempo si chiamava dell’editoria e oggi qualcuno chiama, pensando di essere più moderno, del content. La parola è interessante, perché svela l’inganno: non interessa la produzione e la circolazione della conoscenza in sé. Si vuole che sia visibile ed accessibile solo la conoscenza ridotta a contenuto. La conoscenza chiusa in contenitori assoggettati al controllo dai mediatori.
Dunque: professionisti della comunicazione ed intellettuali di professione si sostengono nel resistere al cambiamento culturale che il personal computer, Internet ed il World Wide Web hanno reso possibile. Avrebbero potuto darsi da fare per ripensare il proprio ruolo alla luce del nuovo paradigma. Ma molto più facile appare loro tentare con ogni mezzo di ripristinare la situazione precedente.
Con una differenza non trascurabile. Il libro, il giornale, il Broadcasting radiofonico e televisivo: mezzi che si fondavano su una tecnologia che impediva di fare altrimenti. L’unico modo per diffondere conoscenza attraverso la stampa era passare attraverso un passaggio: la trasformazione del manoscritto in libro stampato. Operazione che poteva svolgersi solo tramite intermediari specializzati. E così anche la diffusione ‘via etere’. Mentre oggi ciascuno può editare. Ciascuno può ‘mettere in onda’. Come far ritornare il mondo indietro? Come tornare a quel tempo in cui -a tutto vantaggio dei mediatori di professione, e con loro, dei censori- la mediazione era tecnicamente necessaria?
Sembrava una guerra persa. Ma ecco dove vengono buone le app. La conoscenza accessibile via browser non è assoggettabile al controllo. Mentre invece è controllabile la conoscenza ridotta ad applicazione, o il cui accesso è subordinato all’uso di una specifica applicazione proprietaria. Ecco così che, dietro l’apparente facilitazione dell’accesso, si controlla l’accesso, fino a negarlo.
Ecco così che, persa la battaglia del personal computer, si lavora in ogni modo per non perdere la battaglia dei device più limitati e limitanti, più stupidi e instupidenti: i telefoni cellulari, i palmari, i lettori di eBook.
Di questa tendenza l’iPhone è il più glorioso esempio. E l’iPad è l’ultima incarnazione. Invece di proporre al mercato un personal computer più piccolo, dotato di tutti i vantaggi del personal computer, ecco un telefono cellulare più grosso, dotato di tutte le limitazioni del telefono cellulare.
Ai vantaggi sostanziali del personal computer, si contrappongono la facilità d’uso dell’iPad, il suo aspetto glamorous. I suoi limiti per quanto riguarda la produzione di conoscenza e l’accesso alla conoscenza sono nascosti dietro l’apparenza, dietro la “simplicity of Multi-Touch technology”.
Ho ridetto così, seguendo un percorso parallelo e convergente, quello che avevo detto in un precedente post: Steve Jobs è un Gattopardo, creando giocattoli per adulti come l’iPad lavora perché tutto cambi in apparenza, ma nulla nella sostanza. L’iPad è un inestimabile servizio offerto agli editori più retrogradi, agli intellettuali seduti sui loro vani allori.
A me piace dirla così. Altri, con buone ragioni, la dicono in in modo più brutale. Damiano Ceccarelli mi segnala un articolo apparso su Cracked.com. Con quel misto di satira e di estrema serietà che caratterizza il sito, si dice che “Arbitrary Restriction of Goods Is the Future”.
Arbitraria restrizione, sì: nel libro la restrizione -il passaggio attraverso i cancelli dell’editore- è legata all’impossibilità di fare altrimenti. Qui, dove esistono e sappiamo usare il personal computer, Internet ed il World Wide Web- la restrizione è più grave, perché puro arbitrio nascosto dietro pubblicità ingannevole.
Damiano Ceccarelli commenta, sintetizzando ulteriormente: con vari aggeggi e vari inghippi “è stato trovato il modo per rendere a pagamento quello che sul web è gratuito”.

lunedì 2 agosto 2010

L'iPad è un vecchio libro e Steve Jobs un Gattopardo

In questa stagione di crisi, non può essere negato il plauso a chi -quasi fosse dotato di una bacchetta magica- trova ancora una volta una killer application. E quindi muove le acque, apre spazi di mercato.
Dunque onore a Steve Jobs e all’iPad. Ma che tristezza vedere intelligenti e curiosi e creativi tecnici e imprenditori muoversi pedestremente nella scia di Steve. E che tristezza nel cogliere il sospiro di sollievo che aleggia nelle case editrici -in particolare le più retrograde, abbarbicate al tradizionale modo di fare libri e periodici.
Steve Jobs, con l’iPad, offre la comoda via d’uscita dall’impasse in cui colpevolmente le case editrici si sono impantanate. L’iPad sembra cancellare l’arretratezza. L’iPad permette di illudersi: permette di credersi adeguati ai tempi – pur non avendo fatto nulla per capire e per cambiare.
Non critico l’orientamento a trarre profitto dalla situazione. Critico l’incapacità di guardare oltre la punta del proprio naso. Critico la pigrizia – da cui possono nascere solo business di poco respiro. Palliativi. Brodini caldi per tirare avanti qualche anno.
Chi produce conoscenza organizzata in testi -romanzi, poesie, saggi, articoli- si è trovato nelle condizioni di definire il proprio ruolo, il proprio modo di agire. Dico ‘chi produce’ sapendo di mettere in un mazzo figure diverse: autori, editor e redattori, editori, interpreti di varia natura: recensori e professori e via dicendo.
Il testo che ha sotto gli occhi l’autore mentre lo produce sul proprio computer è ben lontano dal testo ‘manoscritto’, a penna o con una macchina per scrivere. E’ un testo disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri. Il testo riacquista la sua natura di tessuto, rete.
Mi limito qui a questi accenni. Ma è chiaro che da questa diversa natura del testo emerge un cambiamento nel ruolo dell’autore, così come, di seguito, del ruolo di editor e redattori, editori, interpreti di varia natura.
Non voglio considerare semplice il passaggio. Cambiare paradigma non è facile. Ciò è tanto vero che per descrivere il testo così come ci è messo a disposizione dal computer si è stati costretti ad inventare un nuovo temine ipertesto. C’è dell’ironia in questo: la parola testo dice già tutto, ci parla di rete e di connessioni potenzialmente infinite. Ma per noi testo è sinonimo di libro. Non riuscendo a concepire un testo disancorato da un supporto -anche se così è, appunto, disancorato dal supporto, il testo che abbiamo sotto gli occhi- identifichiamo il testo con il libro.
Non a caso si parla di content, o contenuto. Il contenitore, il libro, prevale sul contenuto, il testo. Così si continua a ‘vedere’ il testo come inevitabilmente ingabbiato in una forma data a priori, il libro. Obbligati dalla incombente presenza della forma libro si continua a pensare il testo come se fosse sequenziale, con un inizio ed una fine predefiniti. Si continua a pensare il testo come oggetto chiuso, non guardando alla realtà che vede il testo come oggetto di interazione, di lavoro collaborativo, tra soggetti diversi. I ruoli dell’autore, dell’editor, dell’editore, dell’interprete non riguardano né la letteratura né il testo: discendono dal dominio della forma-libro.
La resistenza a cambiare, lo capisco, è grande. A ciò contribuisce l’ignoranza, la scarsa curiosità tecnologica, e direi sopratutto la speranza di tutti ‘gli operatori del settore’ di riuscire a difendere rendite di posizione che il vecchio contesto tecnologico garantiva.
Ed ecco che arriva Steve Jobs con il suo iPad. Rendiamo merito a chi sa fare la mossa efficace nel momento meno sbagliato. (Certo il momento in cui si è mosso Jobs è meno sbagliato del momento in cui si è mosso Jeff Bezos. Eppure trovo in Kindle più meriti che nell’iPad).
Ma in cosa sta il gioco di Jobs. L’avvento dell’iPad mette comodi tutti gli attori del processo - autori, editor, editori, interpreti. Tranquilli, tutto è come prima. Una sola banale, scontata, già da tempo annunciata differenza. Gli stabilimenti di stampa e confezione sono morti. Per il resto, tutto uguale. Il testo chiuso in redazione è pubblicato anziché su carta, secondo la tecnologia nota dai tempi di Gutenberg, tramite una nuova modalità. Resta però un codice chiuso. Che rende indispensabile la mediazione dell’editore. Che garantisce la permanenza come prima dei ruoli degli editor e degli interpreti. Che risolve il complesso tema del ‘diritto d’autore’ nel vecchio modo: attraverso la mediazione dell’editore.
Con l’iPad, si perpetua l’equivoco tra libro e testo. Il testo digitale, liberatorio frutto del computing, ci appariva nativamente disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri, tessuto, rete. Eppure non viveva la vita che la sua natura gli permetteva, perché era poi stampato, chiuso nella forma libro.
Oggi, con l’iPad -strumento che appare come meraviglia tecnologica, manifestazione di quello stesso computing che aveva liberato il testo dalla forma-libro- tutto resta come prima, o finisce per essere peggio di prima: il testo è chiuso nella forma proposta all’universo mondo da Steve Jobs.
Gli editori di tutto il mondo pendono oggi dalle labbra di Steve Jobs. E si fanno per il futuro schiavi o ancelle del business di Steve Jobs.
La letteratura resa possibile dalla codifica digitale dei testi sta comunque nascendo. Ma soccorsi da Jobs tutti coloro che non volevano vedere possono continuare a non vedere.