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martedì 10 febbraio 2026

Forma imposta o continuo presentarsi. Heidegger, la tecnica e il nuovo pensiero

Heidegger non scrive 'contro la tecnica', né nell'Essere e il tempo, né nel dopoguerra. Scrive a proposito di come la tecnica favorisce o contrasta il pensiero umano. Scrive alla luce dell'avvento di quella cultura tecnico-scientifica che sembra rendere vana la 'filosofia'. Ma se muore 'un certo tipo di filosofia' non muore l'umano pensare.

Non è difficile constatare che Heidegger mostra di conoscere molto bene la cibernetica -e implicitamente quelle disciplina che prende il nome di 'computer science' o di 'informatica'. Per questa via si può seguire la lezione di Heidegger nel leggere criticamente in senso delle macchine proposte dall'informatica, lungo la sua storia, fino al giorno d'oggi.

L'articolo -che si sviluppa come commento puntuale della conferenza Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie, La fine del pensiero in forma di filosofia, dettata da Heidegger il 30 ottobre 1965- riprende senza modifiche il penultimo capitolo di: Francesco Varanini, 'Macchine per pensare', Guerini e Associati, 2015.

Potete leggerlo qui su Stultifera Navis.

Umanesimo radicale: quale macchina ci accompagna nel prenderci cura

 Noi umani siamo siamo oggi accusati di considerarci eccezionali, dominatori e sfruttatori della natura, padroni del mondo. Siamo invitati a riconoscerci come meri agenti che operano in una rete di agenti, dove sono agenti, accanto a noi e come noi e insieme a noi, cose e macchine. 

Ci viene continuamente ripetuto che il vivere consiste nell'interagire con macchine, nell'interfacciarci con macchine, nel co-evolvere con macchine. Veniamo spinti a chiederci quale spazio resti per noi umani in questo scenario. Quale ruolo resti per l’uomo ente tra gli enti, povera cosa.

 All’umano pre-giudicato come vittima dell’odio e della paura, schiavo di insane passioni, viene proposto un compagno, e forse anche imposto un maestro: la macchina. 

Ma convivono in realtà due progetti. 

Da un lato il progetto della macchina a portata di mano, macchina progettata per accompagnare l’umano nel coltivare esperienze, e per offrirgli qui ed ora, di fronte al problema, le tracce di ogni conoscenza che potrebbe rivelarsi utile. 

Dall'altro il progetto della macchina enorme cosa astrusa lontana dall’uomo, macchina che che sovradetermina l’umano e lo considera come cosa. 

Torniamo così a una responsabilità umana: quali macchine costruiamo come tecnici, quali macchine, come cittadini, lasciamo che vengano costruite. 

Il considerare gli umani attanti tra attanti è una grande fuga ontologica. La risposta sta in un umanesimo radicale: non certo un rifiuto della macchina in sé, ma un rifiuto della macchina che non ci accompagna 

Scrivo questo sommario all'inizio del 2026. Lo pongo in testa alla ripubblicazione su Stultifera Navis del testo che avevo scritto nel 2015, e che costituisce il terzultimo capitolo di Macchine per pensare, Guerini e Associati, 2016, dove il testo appare con il titolo: Cose lontane e strumenti a portata di mano.

Potete leggere qui su Stultifera Navis.

venerdì 18 aprile 2025

A proposito di 'Macchinocentrismo'. Suggestioni storico culturali e situazione presente

 Dante

Possiamo leggere la cultura digitale alla luce della storia, invece di rileggere -come accade troppo di frequente- la storia alla luce della cultura digitale.
Ecco un esempio. Leggiamo l'esordio del Canto XI del Paradiso (1-3):

O insensata cura de’ mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!

Cosa sono i sillogismi: sono il principale strumento degli studiosi di logica nel medioevo. Guardare alla posizione dei termini in una proposizione, senza occuparsi del loro valore di verità. Rendere conto delle diverse funzioni che le parole possono svolgere quando compaiono come termini in una proposizione.
Bastano questi brevissimi accenni per dire che è possibile stabilire una analogia tra i sillogismi della logica medievale e la codifica digitale. In particolare, ai sillogismi della cultura medievale corrispondono gli algoritmi della cultura digitale.

Cosa ci dice Dante? Non ci dice certo di rifiutare la cultura tecnico-scientifica-filosofica del tempo. Dante viveva immerso in questa cultura e la conosceva benissimo. Ma ci ricorda che il pur acuminato strumento tecnico, creato per avvicinarci alla conoscenza, è 'difettivo'. Il ragionamento basato sul sillogismo resta inevitabilmente imperfetto. I sillogismi finiscono per ingabbiare il nostro pensiero, gli impediscono di volare.
Altrettanto possiamo dire oggi degli algoritmi.

Ma ciò che più ci interessa è il fatto che Dante non si limita ad una critica, ma ci offre l'indicazione di un possibile percorso umano di elevazione, oltre i limiti rigorosi di una logica che finisce per essere una gabbia.
Leggiamo dunque il Canto XXIV del Purgatorio (52-54):

(...) "I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando".

Importante notare che Dante parla di sé, del suo personale tentativo di trovare una strada - oltre il pensiero consueto, oltre la filosofia consolidata, oltre lo spirito del tempo. Noi scolasticamente conosciamo il nuovo pensiero che Dante propone 'Stil Novo'. Ma non si tratta certo solo di letteratura: è la risposta culturale alla chiusura logico-formale del sillogismo.
Dunque una guida per noi, per guardare oltre la chiusura logico-formale dell'algoritmo.
Dice Dante: io sono uno che, quando l'Amore mi parla nel cuore, ne prendo nota, e cerco di esprimere in parole ciò che egli mi detta, esattamente nel modo in cui egli lo detta.

Cos'è questo Amore? E' la forza che emana nel 'cuore' di tutte le creature in cerca della loro perfezione. E', potremmo dire oggi, la ricerca della presenza, della consapevolezza, di un bene non solo personale ma comune.
Dante ci invita a non affidarci a sillogismi ed algoritmi.
Dante ci dice che solo in questo Amore sta la vera nobiltà umana.

Jakob Böhme

“Lo studente disse: ‘Questo luogo è vicino o lontano?’. Il maestro rispose: ‘È dentro di te. Se riuscissi a mettere a tacere ogni desiderio e pensiero per un’ora, udiresti le ineffabili parole di Dio’". Così, siamo chiamati ad abbandonare fallaci speranze di controllo, e a muoverci invece con 'gelassenheit': serenità, abbandono, calma, placidità, tranquillità.
Jakob Böhme (1575-1624), teologo, filosofo, che di lavoro faceva il ciabattino, pensatore eterodosso, mistico, visionario, ermetico, gnostico, ci propone, all'inizio del Seicento, uno sguardo che bene illumina i foschi anni che viviamo.
Le paure che bloccano l'agire umano; il timore che ci incute il disordine sociale; e, ancora, il timore oscuro del controllo di nuovi Grandi Fratelli Digitali. Tutto questo può essere letto alla luce del pensiero di Böhme.
La gran parte della filosofia - e poi la breve storia del computing, prosecuzione della filosofia con altri mezzi, possono essere intese come tentativo di costruire solide e indefettibili strutture, ben fondate, dove ogni livello di pensiero si spiega razionalmente attraverso livelli di pensiero già consolidati.
Böhme ci invita invece a vivere nella scena primaria, lì dove nasce il pensiero.
“Non possiamo afferrare ciò”. Afferrare è traduzione approssimativa di
'begreifen'. 'Begriff', 'concetto', è parola chiave della filosofia tedesca, da Kant a Hegel.
Böhme ci chiama a collocarci nel momento anteriore all'affermazione di una rassicurante ragione: prima c'è il tentativo, il processo, la possibilità, l'accettazione fiduciosa dell'ignoto.
Ciò che ci appare inafferrabile, incomprensibile, è, ci insegna Böhme, l'Un-Grund. Senza-Fondo, Senza-Fondamenti. E' in potenza la fonte di ogni possibile. Genesi di conoscenza.
Böhme ci insegna a non cercare un Dio-macchina capace di governare la conoscenza con superiore efficacia. Ci insegna a non cercare nemmeno un Dio-programma capace di rispondere ad ogni domanda. Ci insegna a non provare timore di fronte al caos primigenio. Ci insegna a non avere paura di fronte all’ignoto e al non familiare. Ci insegna a non provare angoscia per il disordine che regna tra i dati.
Non c'è motivo perché l'uomo debba ridursi a macchina, né c'è motivo perché l'uomo debba appartenere ad una superiore macchina. Se proprio dovessimo ridurci ad usare, parlando di umanità, il termine macchina, dovremmo semmai dire: è una macchina-Ungrund.

Tutto in qualche modo è già stato detto e pensato - ma proprio questa è la trappola che Böhme ci invita ad evitare. Non pensare alla luce del già pensato, ma assumerci la responsabilità del pensare qui ed ora.

Immanuel Kant

Il 30 settembre 1784 Kant, risponde sulla rivista Berlinische Monatsschrift alla domanda: 'Cos'è l'Illuminismo?'. L'incipit è emozionante. "L'Aufklärung", ci dice Kant,"è l'uscita dell'essere umano dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l'incapacità di servirsi della propria 'Verstand' [intelligenza, senno, mente, ragione, animo] senza la guida di un altro". “Sapere aude!”, osa conoscere! “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!”.
Eppure, pessimisticamente aggiunge subito, “gli esseri umani rimangono minorenni a vita”. “È così comodo essere minorenni! Se ho un libro che ha Verstand per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che sceglie per me la dieta, ecc., non ho certo bisogno di sforzarmi da solo”. “E' dunque difficile liberarsi da una minorità divenutagli quasi natura”.

Kant mette in evidenza la stretta connessione tra l'atteggiamento passivo degli esseri umani e la presenza di Vormündern -custodi, guardiani, tutori di minorenni incapaci- “che si sono assunti con tanta benevolenza la sorveglianza sugli esseri umani” da convincerli che “il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile”, è anche “molto pericoloso”.
Così l'elogio dell'esercizio della propria intelligenza da parte di ognuno con cui si apre l'articolo, dopo pochi capoversi è rovesciato in una scettica constatazione: gli esseri umani sono “placide creature instupidite come animali domestici”, grandi masse senza cervello, incapaci di pensare.

Vediamo benissimo in queste pagine la situazione dell'essere umano nell'Era Digitale. Facili promesse di nuovi spazi aperti alla libera conoscenza, a nuove esperienze, ma nei fatti anonime folle di utenti di app e piattaforme, ognuno legato “ai ceppi di una permanente minorità”. Fino al fiducioso affidamento d'ognuno ai nuovi Vormündern: Intelligenze Artificiali.

Kant non si indigna di fronte a questo perpetuarsi della minorità. Perché, scrive, qualsiasi libertà civile dei cittadini è subordinata al prioritario buon funzionamento della 'gemeinen Wesen' [cosa pubblica, comunità, repubblica]. Per questo è necessario un Mechanism che garantisca ordine ed efficienza.
La buona organizzazione esige che non solo lavoratori, ma anche dirigenti siano 'Theil der Maschine', parte della macchina.
“Il governo tramite una künstliche Einhelligkeit [un'armonia artificiale], dirigerà i comportamenti di tutti costoro verso pubblici scopi, o almeno li indurrà a non contrastare tali scopi”.
Si potrà anche “permettere ai sudditi di fare uso pubblico della loro ragione” esponendo “le loro idee sopra un migliore assetto della legislazione”, ma alla fine, per Kant, l'Illuminismo si riduce a questo: l'affidamento a un Sovrano Illuminato.
Egli, disponendo delle forze dell'ordine “a garanzia della pubblica pace”, può dire ai sudditi: ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete; solamente obbedite!

Parole scritte due secoli e mezzo fa illuminano il nostro presente.

Georges Bernanos

« Le danger n’est pas dans la multiplication des machines, mais dans le nombre sans cesse croissant d’hommes habitués, dès leur enfance, à ne désirer que ce que les machines peuvent donner
Il pericolo non sta nella moltiplicazione delle macchine, ma nel numero che cresce senza sosta di uomini abituati, dalla loro infanzia, a non desiderare altro che ciò che le macchine possono dare
Così scrive Georges Bernanos il 20 gennaio 1945

«L’idée que la liberté puisse disparaître peu à peu d’une civilisation technique où, en effet, elle n’a pas de place, m’est, à la lettre, intolérable.»
L'idea che la libertà possa sparire poco a poco da una civiltà tecnologica in cui, in effetti, non ha posto, mi è letteralmente intollerabile.

nel 1938 all'esilio in Brasile, vive dal 1940 in un a casa isolata, nei pressi di Barbacena, Minas Gerais, alle pendici di una collina chiamata Cruz das Almas.
Si intitolerà 'Le Chemin de la Croix-des-Âmes' (1948) la raccolta dei suoi scritti di quegli anni: articoli per giornali brasiliani e francesi, lettere aperte.
Bernanos è impegnato nella Resistenza. De Gaulle il 16 febbraio 1945 gli telegrafa «Votre place est parmi nous». In giugno torna in patria, ma rifiuta il ruolo di ministro che De Gaulle gli propone.

«Sono uno scrittore e, se Dio vuole, anche un poeta», dice di sé. «Non invento niente, racconto quello che vedo». E cosa vede Bernanos in quegli anni?

Sono gli anni del dopoguerra, del possibile inizio di tempi migliori. Politici, sociali. Bernanos, in quegli anni, coglie sintomi premonitori. Si chiede: non stiamo forse cadendo in "una fiducia cieca nella Civiltà delle Macchine?".
Nello stesso 1948, in cui esce presso Gallimard 'Le Chemin de la Croix-des-Âmes', esce in prima edizione mondiale presso un altro editore parigino il saggio di Norbert Wiener: 'Cybernetics; or, Control and communications in the animal and the machine'.

Bernanos scrive:

«L’idée que la liberté puisse disparaître peu à peu d’une civilisation technique où, en effet, elle n’a pas de place, m’est, à la lettre, intolérable.»

L'idea che la libertà possa sparire poco a poco da una civiltà tecnologica in cui, in effetti, non ha posto, mi è letteralmente intollerabile.

Ritorna sul tema in un saggio breve e nervoso, ricco di domande e di ammonimenti: 'La France contre les robots', 1947.
Bernanos, che ha passato la vita ad interrogarsi sulla propria fede, sull'impegno civile, finisce per passare gli ultimi anni della sua vita riflettendo su macchine che «dispensent de penser, de vouloir, de prévoir», dispensano dal pensare, dal volere, dal prevedere.
Questo, in fondo, è il suo testamento. Muore infatti, sessantenne, il 5 luglio 1948.

Amartya Sen 

Sen ci mette in guardia di fronte alle metriche, ai modelli. Spesso portano a trascurare il punto di vista di minoranze e oppositori. Meglio molti dati sporchi, difficili da interpretare, che pochi dati puliti.
Scrive: “ridurre ad un solo quantum omogeneo tutto ciò cui abbiamo motivo di dare valore non è possibile”. Quindi, dice, invece di ricondurre gli aspetti implicati nelle valutazioni a un unico sistema di pesi (come accade, ad esempio, nelle metriche contabili e bilancistiche; o come accade, in informatica, scegliendo un modello di dati o un algoritmo), meglio una ricca serie di pesi anche non pienamente congruenti tra di loro.

In un quadro segnato da una crescente divaricazione tra ricchezza e povertà

"Invece di accanirci a stabilire cos’è la giustizia ‘in principio’, facciamo il possibile, qui ed ora, anche magari per tentativi e errori, accettando l’imperfezione, facciamo il possibile per invertire il circolo vizioso della povertà e dell’ingiustizia."

"Si tratta quindi di accettare la complessità del mondo. Piuttosto che cercare rappresentazioni perfette del mondo, partecipare -per quanto è possibile ad ognuno di noi- alla costruzione di un mondo meno ingiusto."

"Non sta a noi definire cosa sarà considerato importante dai nostri figli, e da ogni generazione futura. Non sta a noi definire per loro gli ‘standard di vita’. A noi compete la responsabilità di lasciare agli altri lo spazio per scegliere in libertà quale vita vivere."

"Per cogliere i trend, i segnali deboli, conviene essere disposti ad ascoltare la voce altrui. Ascoltare chiunque e dare spazio anche alle opinioni con le quali si è in franco disaccordo. L’esclusione è in sé una ingiustizia, ed è anche fonte di ulteriori ingiustizie, perché, ritiene Sen, solo tramite il dibattito in pubblico cresce una società meno ingiusta."

Sen ci offre quindi una definizione sintetica: la democrazia è discussione in pubblico.

Una giustizia per i tempi digitali

Possiamo parlare di era di 'era digitale' ricordando che parliamo sia di causa che di effetto: l'economia, la finanza, la politica, gli interessi di una élite, generano una tecnologia. La tecnologia a sua volta determina economia, finanza, politica, cultura.

La tecnologia digitale finisce per ridefinire il concetto di giustizia.

Si afferma -a scapito di ogni altra élite; a scapito dei tradizionali poteri democratici: legislativo, esecutivo, giudiziario; a scapito anche a scapito dei politici di professione- una nuova élite di tecnici: tecnologi, tecnocrati digitali. Sono loro i nuovi Vormünder, i guardiani di cui parlava Kant.

I codici giuridici sono scritti da rappresentanti dei cittadini, in un quadro definito da costituzioni e norme di diritto. Sono scritti in testi e tramite linguaggi noti e trasparenti ai cittadini. Il codice digitale è invece scritto da puri tecnici non eletti ma auto-cooptati; ed è scritto in un linguaggio noto solo ai tecnici, illeggibile per il cittadino; linguaggio destinato ad essere compreso e recepito non dai cittadini ma da macchine.

Il cittadino vede via impoveriti i diritti dell'elettore e del legislatore, e retrocede ad utente di servizi erogati d'autorità dai detentori di piattaforme.

Il potere di fatto dei tecnologi e tecnocrati digitali può essere inteso come attacco alla giustizia. O ridefinizione della giustizia. I tecnologi hanno i mezzi per definire il terreno sul quale si svolge la vita civile.

Di fronte al nuovo potere di tecnologi e tecnocrati la risposta sta in una azione intensa della cittadinanza attiva. Amartya Sen ci fornisce indicazioni per trovare una via.

Verso una nuova assunzione di responsabilità

Circola nei media e nei social network ed in ogni dove una sia pur confusa e discordante apologia dell'Intelligenza Artificiale. Questa apologia giova a chiunque opera da professionista nel campo dell'Intelligenza Artificiale - anche a coloro che, di fronte a specifici aspetti di queste tecnologie, mostrano atteggiamenti critici.

Fa comodo in ogni caso creare un'aura di attesa e di pubblico interesse attorno alla cosa detta 'Intelligenza Artificiale'. Non importa se si tratta di un'aura fumosa. In un modo o nell'altro fa comodo educare il popolo a stare in attesa di novità sbalorditive. Se mai si accenna a difetti di questa cosa detta 'Intelligenza Artificiale', sempre si bilancerà parlando dei difetti degli esseri umani.

Se ci fermiamo per un attimo a pensare, se prendiamo anche solo per un istante coscienza di come stiamo vivendo e agendo, ci rendiamo conto di come oggi accettiamo una sottrazione di libertà.
Meditando, ci rendiamo conto di come oggi viviamo sottoposti ad una restrizione dell'ottica, dell'ampiezza del nostro sguardo. Viviamo sussunti a regole contenute in macchine. Viviamo chiedendo lumi a macchine. Osserviamo in mondo attraverso macchine.
Ci specchiamo in gemelli digitali. Conosciamo il mondo attraverso 'dati'.

Ci diciamo che 'non esiste umano senza macchina'. Cerchiamo di convincerci che 'è sempre stato così'. Ma sappiamo che dicendoci questo inganniamo noi stessi.

La macchina che ci impone le restrizioni che oggi subiamo è la macchina digitale, computazionale, che prima del Ventesimo Secolo non esisteva.
Solo la macchina detta 'computer' porta con sé l'idea che la macchina possa sostituire l'umano.
Solo la macchina detta 'computer', allo stesso tempo, porta con sé l'idea che il pensare è l'eseguire ciò che sta in un Libro delle Regole già scritto.

Siamo succubi di una ideologia che, a partire dalla presenza di questa macchina, pretende di ricostruire a ritroso la storia del pensiero e della conoscenza.

Siamo succubi di una filosofia secondo la quale l'amore per il sapere non autorizza noi umani a esplorare la realtà in ogni direzione. Ci viene infatti imposto di amare, prima del sapere, una macchina. Ci vienee imposto un pensiero sottoposto a regole e legato al confronto dell'umano con la macchina digitale.

Sta a noi mantener vivo un pensiero che non contempla macchine pensanti, e che non considera noi stessi macchine pensanti.
Solo recuperando una saggia distanza dalla macchina potremo vivere liberamente la presenza di macchine.

Chi dubita e si interroga, chi -di fronte al pressante invito ad adattarsi, a non fare a meno di sempre nuove tecnologie digitali- chiama alla cautela, viene tacciato di luddismo, difensivo attaccamento al passato, atteggiamento retrogrado.
Chi cerca di trovare, per sé e per gli altri, un limite, una misura, nell'uso dei mezzi digitali proposti dalla martellante propaganda, è accusato di essere vittima della paura. Paura della macchina, paura del nuovo, paura del confronto e dell'incontro con il diverso.

Ma a ben guardare, ad aver paura sono coloro che prontamente, con sollievo, si affidato a nuove macchine digitali, in particolare a quelle macchine che vanno sotto il nome di 'Intelligenze Artificiali'.

Tutti oggi abbiamo motivo di essere impauriti. Ma impauriti non tanto dalla presenza, accanto a noi, di una o di un'altra macchina; impauriti, invece da disagi sociali, crisi economiche, guerre conflitti politici che paiono insanabili, disastri ambientali. Di fronte a tutto questo, sì, abbiamo paura.
Come far fronte, ci chiediamo?

E ci rispondiamo: meno male, c'è l'Intelligenza Artificiale. Affidiamoci a lei.
Evitiamo così di chiederci davvero, in modo impegnativo, come posso far fronte?
In un tempo precedente non potevamo fare a meno di dirci: devo assumermi questa responsabilità. Oggi disponiamo di una macchina che ci illude di poter scansare ogni responsabilità.

Questi argomenti offrono uno sfondo al tema: Il macchinocentrismo come problema filosofico, oggetto di incontro il 29 maggio 2025, ore 18-20, presso la Casa della Cultura di Milano. Primo appuntamento della serie L'etica ai tempi del macchinocentrismo, a cura di Assoetica.

giovedì 6 febbraio 2025

'Beyond cyborgs: the cybork idea for the de-individuation of (artificial) intelligence and an emergence-oriented design', articolo apparso su 'AI & Society', 1 febbraio 2025


Cosa è Cybork? Chi è Cybork? Dove sta Cybork


Cybork è Bildung; è complessità irrisolta; forma emergente; sistema sociotecnico; insieme di relazioni, processi, configurazioni fluide e comportamenti. 

Vedevamo distinzioni tra esseri umani e tecniche, strumenti; tra attori e rete; tra enti e loro agire. Nell'immagine del Cybork questi confini convenzionali sfumano fino a cessare di esistere. 
L'immagine del Cybork attingibile resterà approssimativa. 
Il Cybork è incalcolabile; non riducibile ad una descrizione computazionale. Intravvedere il Cybork significa avvicinarsi a scoprire il senso che sta oggi dietro le parola lavoro, dietro la parola work. Avvicinarsi al Cybork significa accettare la stessa nostra appartenenza al sistema che intendiamo osservare e descrivere. 
Accettare il Cybork significa accettare i limiti dello sguardo individuale, sapendo che c'è sempre qualcosa che non siamo in grado di vedere e di percepire. 
Scrivere a proposito del Cybork insieme ad altri umani, prendendo in considerazione altri testi scritti in precedenza da umani, è accettare di essere parte di un Cybork

Questo è ciò che penso in questo istante. 
Essendo il concetto di Cybork complesso, emergente, sfuggente, in un altro istante potrei pensare qualcosa di differente.  

Ringrazio Federico Cabitza -che per primo ha 'visto' il Cybork: con lui ho scritto un precedente articolo a questo proposito- per avermi invitato a partecipare a questo lavoro. Ringrazio Chiara Natali e David Gunkel per il lavoro svolto insieme, lavoro che ha trovato punto di incontro nel testo di questo articolo.
Non pretendo certo che nessuno di loro condivida appieno il mio pensiero, ma spero in nuove convergenze in articoli futuri. 

Per quanto mi riguarda sono specialmente interessato a studiare, e se possibile a mostrare, le differenze interne al Cybork. Differenze tra l'umano e il macchinico presenti anche anche quando essi sono strutturalmente accoppiati nel Cybork. Mio riferimento, in questa riflessione, è Marcel Mauss, Les Tecniques du corps, 1934.
Sto anche ragionando sulle sostanziali differenze che secondo me distinguono il Cybork da altri concetti in apparenza simili: la Human–AI interaction as System 0 Thinking: e la Human-AI Coevolution
E sto scrivendo un articolo -che pubblicherò su Stultifera Navis dove spero di riuscire a mostrare i limiti della Actor Network Theory di Bruno Latour. Limiti che risultano evidenti alla luce di quella che mi appare la svolta chiave del pensiero dello stesso Latour, svolta che trova manifestazione nel suo libro Aramis ou l'amour des techniques. Credo infatti Aramis sia un esemplare Cybork.

martedì 20 agosto 2024

La tecnica e il proprio corpo. La via di Alan Turing e l'opposta via di Marcel Mauss

Propone Leroi-Gourhan in Le gest et la parole: il proprio avvenire, per gli esseri umani ora costretti a convivere con macchine, consiste nello scegliere di restare – o tornare ad essere- sapiens.

Di radici culturali dell'essere umano, di origini della tecnica, e di uso umano della tecnica, parla in una conferenza nel 1934 Marcel Mauss, etnologo francese maestro di Leroi-Gourhan.

L'articolo tratto dalla lezione esce nel 1936.1 Proprio l'anno in cui Turing presenta nell'articolo On Computable numbers l'idea di una computing machine. Fino a ben dentro il Ventesimo Secolo computer non voleva dire altro che essere umano che fa di conto, contabile, computista. Turing, invece, immagina un computer-macchina. Macchina affidabile, macchina che non tradisce mai le aspettative: esegue indefettibilmente il proprio programma.

Quando Turing scrive l'articolo ha ventiquattro anni. Giovane solitario, disperato, vive un'infelice condizione esistenziale. Neonato, è privato della vicinanza dei genitori, che risiedono in India. Vive con fatica la propria omosessualità. Ha sedici anni quando il ragazzo che ama muore. Ama la matematica: non un linguaggio per interagire con altri esseri umani, ma un linguaggio per parlare con se stesso, per cercare la propria purezza.

Le carenze umane, vissute sulla propria pelle, nel proprio cuore, motivano la ricerca di un sostituto non umano. Turing vuole, perché ne ha bisogno, dimostrare che una certa macchina può mostrarsi più affidabile dell'essere umano, più degna di stima, e anche di affetto.

"We may hope that machines will eventually compete with men”, “possiamo sperare che le macchine saranno alla fine in grado di competere con gli uomini”, scrive a trentott'anni -quattro anni prima di togliersi la vita- in Computing Machinery and Intelligence. I due articoli si completano a vicenda. La macchina è la conscio o inconscia proiezione dei bisogni del proprio creatore.

Turing spera che al suo posto viva una macchina. Una macchina matematica, logico-formale, mentale, cartesiana, leibniziana. Priva di sembianze umane. Priva di identità sessuale, di genere indefinito.

La tecnica, così, finisce per essere la via lungo la quale allontanarsi dal proprio corpo.

Mauss propone una via opposta. “Intendo con questa parola il modo in cui gli esseri umani, società per società, in un modo tradizionale, sanno servirsi del loro corpo”.2 Vernadsky, McLuhan e Leroi-Gourhan ci parlano del progressivo allontanamento dello strumento dal corpo dell'essere umano. Mauss torna daccapo: la tecnica è innanzitutto uso del proprio corpo.

“Abbiamo fatto, e io stesso ho fatto per diversi anni, l'errore fondamentale di non considerare che ci sia la tecnica solo quando c'è lo strumento”. Possiamo dire che anche Vernadski resta vittima di questo errore. E lo stesso Leroi-Gourhan, attratto dall'evidente fenomeno, dalla fuga in avanti, dal costante e crescente trasferimento di capacità dall'essere umano allo strumento, finisce per guardare a quest'ultimo, quasi collocando ai margini della scena l'essere umano. Ma Leroi-Gourhan torna poi a interrogarsi sulle sorti dell'essere umano, quando appunto esso vive sulla nuova scena determinata da strumenti e macchine sempre più autonomi e separati da lui. E allora afferma: torniamo a ricordare le radici. Ci spinge quindi a rileggere le pagine di Mauss, suo maestro.

Mauss restituisce la tecnica all'essere umano. Parla di tecniche del corpo.

“Il corpo è il primo e il più naturale strumento dell'uomo. O più esattamente, senza parlare di strumenti, il primo e il più naturale oggetto tecnico, e allo stesso tempo mezzo tecnico, dell'uomo, è il suo corpo”.

Come usiamo le mani nel lavoro e nel gesticolare. Come camminiamo, come corriamo o marciamo. Come nuotiamo moduliamo la voce nel parlare o nel cantare. E anche: come pensiamo – perché l'approccio etnologico, antropologico di Mauss lascia fuori ogni ipotesi cartesiana, ogni separazione tra mente e corpo: la mente, la capacità intellettiva, fa parte dell'essere umano intero.

Ci si apre un nuovo orizzonte: è ben vero che assistiamo ad un progressivo allontanamento dello strumento dal corpo umano. Ma Mauss ci richiama all'origine di questa storia. Storia della vita, della natura, storia umana, e storia personale di ogni singolo essere umano. In origine, ed in ogni tempo in cui l'essere umano è vissuto, ed ancora oggi nei tempi digitali, separarsi dalla tecnica è separarsi da sé stessi.

La tecnica è in origine, ci dice Mauss, “un atto tradizionale efficace”.

Efficacia: verbo latino efficere, ex facere, 'far sì'. La tecnica è produzione di effetti. Tradizione: il latino tradere è trans dare. Dare -e la radice indeuropea do- stanno per 'passaggio di possesso'. Quindi: 'dare attraverso'. Consegnare, affidare, rimettere nelle mani, mettere a disposizione. Trasmettere. Tramandare le conoscenze di generazione in generazione.

“E' innanzitutto in questo che l'essere umano si distingue dagli animali: per la trasmissione delle sue tecniche, e molto probabilmente per la loro trasmissione orale”.

Subissati, annichiliti dalla presenza di strumenti e di macchine, abbiamo finito per dimenticare che la la tecnica nasce dall'intento umano di compiere atti efficaci. Qualsiasi strumento è frutto di questa intenzione.

Mauss ci invita a tornare alla fonte: al momento in cui l'essere umano -in ogni luogo del pianeta che è giunto ad abitare- apprende a compiere atti efficaci. Atti relativi ad ogni fase e ad ogni aspetto della vita.

In origine, l'essere umano non ha ancora in mano uno strumento. Prima di apprendere ad usare un qualsiasi strumento -un bastone, una pietra-, l'essere umano ha verificato la possibilità di usare il proprio corpo.

La tecnica cessa di essere una astrazione. E cessa di essere lontana, inevitabilmente affidata ad una macchina. Mauss ci invita a concepire una tecnica incarnata. Una tecnica continuamente rinascente nel, dal corpo umano.

In questa ottica, la rivoluzione digitale appare come causa di grave deprivazione: ogni conoscenza umana è appoggiata oggi su un supporto digitale, esterno al corpo umano; ogni atto umano sembra dover transitare oggi attraverso la mediazione di un codice digitale, di un programma. L'homo sapiens non può fare a meno di interrogarsi. Subire passivamente o reagire.

Varie sono tecniche dimenticate, perdute forse per sempre. Tecniche, meglio arti: non dimentichiamo che arte e tecnica sono sinonimi.

Una è ricordata dallo stesso Turing, proprio nell'articolo nel quale cerca di dimostrare come una macchina possa pensare: la percezione extrasensoriale. Telepatia, efficacia dei gesti degli sciamani.

Di natura contigua è un'arte ricordata da Mauss. “Alla base degli stati mistici si trovano tecniche del corpo che in tempi moderni sono state dimenticate, e che furono invece perfettamente studiate nella Cina e nell'India in epoche molto antiche”.

Queste antiche tradizioni del Taoismo e dello Yoga non a caso tornano alla luce nei tempi digitali, anche in forma occidentalizzate, in parte magari banalizzate. Le tecniche usate per cercare una mindfulness sono l'esempio più calzante.

Questo ritorno è particolarmente importante: è segno di un risveglio, segno dell'umana intuizione di come di fronte all'incombere di macchine sostitutive serva riscoprire aspetti semidimenticati di sé stesso. Più precisamente: serva riportare alla luce quelle umane caratteristiche che più difficilmente possono essere imitate e simulate tramite una macchina digitale.

Un'arte quasi perduta è certo l'arte della memoria: l'arte di ricordare usando le risorse offerte dal proprio corpo. Significativo è, nel verbo ricordare, il riferimento al cuore: luogo simbolico del corpo umano, sede della sensibilità, dei sentimenti. Sofisticate arti permettevano all'essere umano di conservare conoscenze in una quantità e con una qualità che oggi sembrano definitivamente perdute. L'arte è andata perduta probabilmente, come supponeva Platone, con il sopraggiungere della scrittura: una nuova tecnica che permetteva di affidare la conservazione della conoscenza a un supporto esterno.

C'è qui una lezione da imparare. L'essere umano si trova di fronte dell'Era Digitale a mezzi dotati di una memoria incommensurabilmente superiore alla memoria umana. La battaglia tra essere umano e macchina è ormai persa. Non potremo mai, in ogni caso, conservare conoscenze così come sa farlo la macchina-computer.

Di ciò consapevoli, abbiamo definitivamente rinunciato a fare esercizio della nostra memoria. Abbiamo accettato di ridurre le nostre capacità cognitive. Abbiamo accettato un futuro in cui umane capacità, non usate, si atrofizzeranno definitivamente. Il nostro stesso corpo è destinato ad una riduzione delle proprie funzioni: gli organi sui quali si appoggia la memoria perderanno il loro motivo di esistere.

Eppure il ricordo umano, lo specifico modo umano di conservare conoscenza, mantiene un proprio valore. E si può presumere che non potrà mai essere del tutto imitato e simulato dalla macchina.

Le tecniche del corpo sono una ricchezza alla quale non ci conviene rinunciare. Sono doti, anzi, che diventano più preziose in un mondo popolato da macchine.

Non si tratta certo ora di rinunciare a tutto ciò che l'uso di strumenti e macchine ci offre. Né si tratta di rimpiangere remoti tempi felici. Si tratta di non dimenticare. Così come il ricordare ci riporta al mondo delle emozioni e degli affetti, il verbo dimenticare ci ammonisce: dementicus è in latino un derivato di demens: de, privo di, mens, mente. Ogni essere umano, e poi gli esseri umani riuniti

Si tratta dunque di tornare a sentir viva la tradizione che ci lega agli esseri umani del passato. Si tratta di non guardare solo in avanti, di non vivere auspicando l'arrivo di una nuova macchina alla quale affidarsi. Si tratta di ricordare che ogni sostituzione macchinica di una facoltà umana, è una deprivazione di umanità.

Si tratta di mantener viva la fiducia in sé stessi, nell'essere umano che giorno dopo giorno può imparare a conoscenze di più sé stesso; che può apprendere ad usare in modo più efficace il proprio corpo.

Il grande paradosso che si manifesta nell'Era Digitale è questo: preferiamo le macchine a noi stessi. Invece di porre attenzione al conoscere noi stessi, costruiamo macchine per simulare e imitare ciò che il nostro corpo e la nostra mente sapevano, e in fondo sanno ancora, fare.

Qualsiasi strumento comporta un pericolo: ci porta a dimenticarci del nostro corpo. La comodità dello strumento, ed ormai la consuetudine ad averlo in mano, hanno fatto dimenticare all'essere umano tutto ciò che sa fare - anche senza strumenti.

Secondo vari guru e profeti del digitale siamo entrati in una storia irrimediabilmente nuova; gli stessi guru e profeti, e anche loro illustri precursori, come Teilhard du Chardin e lo stesso Vernadsky, il futuro dell'umanità consiste nel confluire, insieme a macchine divenute a loro modo 'intelligenti', in un indistinto nous -potremmo dire: ogni ente partecipe di una conoscenza disincarnata. Ma alla fin fine, anche accettando la supposizione di una convergenza tra essere umano e macchina, resta per l'essere umano la possibilità, o anzi: la responsabilità, di portare nel nuovo ente quanto più possibile della propria storia, del proprio modo di essere. La nuova scena digitale, e la presenza di macchine a loro modo viventi, ci spinge ad essere umani, con più coscienza e con più volontà.

Così possiamo sostenere, con Leroi-Gourhan, e con Mauss, che il futuro dell'umanità, anche e proprio nell'Era Digitale, consiste nel non recidere le proprie radici, nel rammentare in ogni istante le proprie origini, nel restare nella propria specie, nella propria storia.

Solo conservando nell'agire presente memoria delle origini, solo mantenendo vivi i legami con la tradizione l'essere umano può costruire il proprio futuro. Può costruire un futuro per sé stesso e per la propria specie. Siamo ancora, per nostra fortuna, e ci conviene continuare ad essere, quelle stesse persone. Memori del primo momento in cui l'essere umano assunse la posizione eretta e scoprì le potenzialità implicite nella propria mano e nella propria testa.

E' sempre possibile, come mostra Robinson Crusoe, ricominciare daccapo, ripartire dal proprio corpo, dalle proprie mani e dalla propria testa, dalle proprie capacità, inventando nuove tecniche adatte a mondi inizialmente sconosciuti.

Mauss ci riporta alla scena primaria: di fronte ad una esigenza dettata dall'ambiente, di fronte a un bisogno o un desiderio, l'essere umano cerca una soluzione efficace. Non è una scena da collocarsi in tempi ormai remoti. E' anzi, la scena che riviviamo in ogni istante – anche nei tempi digitali. La via che l'essere umano ha conosciuto, la via che gli ha permesso di ri-generarsi, è di affrontare il problema innanzitutto con il proprio corpo, partendo da sé stessi: da ciò che posso pensare, da ciò che ricordo e da ciò che mi hanno tramandato generazioni precedenti, da ciò che posso fare con le mie mani, da ciò che posso condividere con altri esseri umani. Ripartendo ogni volta da sé stesso l'essere umano si mantiene vivo nel presente e garantisce speranze di vita futura a sé stesso ed ai posteri.

In tempi di macchine potenti ed autonome, è auspicabile recuperare la sensazione del momento iniziale, quando, a mani nude, disponendo solo del proprio corpo, l'essere umano intuisce, scopre, inventa, crea, costruisce.


1Marcel Mauss, “Les Techniques du corps”, Journal de Psychologie, XXXII, ne, 3-4, 15 mars - 15 avril 1936. Communication présentée à la Société de Psychologie le 17 mai 1934.

2 Marcel Mauss, “Les Techniques du corps”, Journal de Psychologie, XXXII, ne, 3-4, 15 mars - 15 avril 1936. Communication présentée à la Société de Psychologie le 17 mai 1934.

domenica 21 luglio 2024

L'intelligenza artificiale non è per forza tua amica. Otto domande di Sebastiano Zanolli a proposito del libro 'Splendori e miserie delle intelligenze artificiali'. Newsletter Linkedin 'La Grande Differenza', 21 luglio 2024

 Non è facile pensare e tantomeno scrivere. Ci sono anche cose di cui si preferirebbe non parlare, nemmeno con sé stessi. E se non si ripete a pappagallo quello che hanno già detto altri, si sente il peso della solitudine. Resta sempre il dubbio di non aver ben articolato gli argomenti; di non aver offerto un buon servizio al lettore.

In realtà un libro è il dialogo con un lettore disposto a farsi domande.
Grazie quindi a Sebastiano Zanolli per le sue domande. E per questa sua sintesi, che non avrei saputo scrivere con questa chiarezza:

- Il libro è per chiunque voglia pensare con la propria testa, spiegando concetti complessi in modo chiaro e comprensibile, senza bisogno di competenze tecniche avanzate.
- Il libro sfida la visione utopica delle tecnologie digitali, mettendo in guardia contro il cosiddetto "Paradiso tecnologico" e invitando a una valutazione critica e equilibrata delle intelligenze artificiali.
- Varanini sottolinea l'importanza di valorizzare l'esperienza umana, guardando oltre i dati e gli algoritmi, e mantenendo vivo il pensiero critico e la cultura aziendale in un contesto sempre più digitalizzato.
- Non come un manuale tecnico, ma come un viaggio riflessivo su chi siamo e su come possiamo rimanere umani in un mondo sempre più dominato dalle tecnologie.

L'intervista appare sulla newsletter Linkedin La Grande Differenza, 21 luglio 2024

Qui per iscriversi alla Newsletter

Riporto di seguito il testo dell'intervista.

Otto domande a Francesco Varanini sul suo ultimo libro

Francesco, quanto è accessibile il tuo libro Splendori e miserie delle intelligenze artificiali per i non esperti?

Splendori e miserie delle intelligenze artificiali si rivolge alle persone che hanno ancora voglia di pensare con la propria testa. Si rivolge a tutti coloro che capiscono non è tutto oro quello che luccica, e che vogliono capire. Si rivolge a coloro che intuiscono contraddizioni, vedono pericoli, hanno dei dubbi e dei timori, ma magari si vergognano anche a dirlo, perché non si considerano 'esperti'...

Credo sia fuorviante distinguere tra 'esperti' e 'non esperti'. Esistono persone che si impegnano nel pensare. Ed esistono persone che per gli effetti di una cattiva educazione e di una insistente propaganda che impone un falso pensiero bell'e pronto, tendono non fidarsi della propria capacità di pensare. Si affidano così ad 'esperti': ma gli 'esperti' spesso abusano della propria autorità, parlando come esperti di cose di cui non sono esperti; e poi gli 'esperti' sono in realtà portatori di interessi personali: il loro successo professionale dipende dal fatto che i cittadini accettino le cosiddette intelligenze artificiali a scatola chiusa, senza porsi troppe domande.

Considerando che l’IA è argomento complesso, riesci a spiegare i concetti chiave in modo comprensibile anche per chi non ha una formazione tecnica?
Non è così difficile spiegare di cosa si tratti. Quello che spesso manca è la volontà di spiegare. Giova a chi ha interessi da difendere il mostrare le cosiddette intelligenze artificiali come qualcosa di esoterico, comprensibile solo dagli 'esperti', dai 'tecnici'. I tecnici, poi, sono specializzati in un singolo campo. A loro manca la visione generale. Più precisamente si può dire che, con tutto il rispetto loro dovuto, i tecnici digitali sono specializzati nel parlare alle macchine, non nel parlare ai cittadini del modo in cui funzionano le macchine. Se i tecnici non sono in grado di guardare oltre i confini della propria disciplina, a porre in luce le interrelazioni e la complessità dovrebbero essere i filosofi. Ma -come mostro in un capitolo del mio libro- i filosofi, salvo eccezioni, hanno rinunciato a questo ruolo. Non c'è più la filosofia: l'interrogarsi su cosa voglia dire 'essere umano', l'amore per la conoscenza, lo spirito critico, la saggezza. C'è solo una filosofia ancella della tecnica: la filosofia dell'informazione, la filosofia dell'intelligenza artificiale, la filosofia della mente, la filosofia delle neuroscienze...

Quando nella tua domanda mi dici:“comprensibile anche per chi non ha una formazione tecnica” sembra quasi che tu dubiti della possibilità di capire. Sembra quasi che consideri necessario e irreversibile l'affidamento a chi è dotato di “una formazione tecnica”. Non è così!

Dobbiamo tornare a pensare e ad agire fidandoci di noi stessi, dobbiamo tornare a dar valore alla nostra storia personale, alla nostra esperienza – in questa storia e in questa esperienza stanno le chiavi per comprendere il senso profondo di qualsiasi questione tecnica...

Questo è ciò che mostro con il mio libro. E sono convinto che a te, leggendolo, sia venuto in mente un pensiero: 'ma allora, più che da imparare dai tecnici, ho molto da insegnare loro'.

Sì va bene, ma non hai risposto alla domanda. Dimmi in modo comprensibile: cosa è l'IA?

Insisto fin dove possibile nel non usare sigle e nel dire: 'cosiddette intelligenze artificiali'.

Insisto nello scrivere in minuscolo e nell'usare il plurale. Per sottolineare che sotto questa espressione-ombrello -intelligenza artificiale- vengono oggi messe insieme tecniche informatiche diverse. Fino a qualche anno fa ognuna aveva il suo nome, ma ora è comodo riassumere tutto all'ombra di queste due immaginifiche parole.

E sottolineo il 'cosiddette', perché in effetti il termine già in origine non esprimeva nessuna precisione tecnica. Fu coniato con un unico scopo: colpire la pubblica immaginazione. Favorendo così la raccolta di fondi della ricerca e l'ascesa sociale dei cultori di una nuova disciplina: la computer science.

Potrei darti qui, anche in brevi parole, una definizione tecnica. Potrei parlarti di algoritmi, di come funzionano le macchine. Nel libro ovviamente ne parlo.

Ma preferisco dirti in sintesi, prescindendo dagli aspetti tecnici. Le intelligenze artificiali sono macchine progettate per operare indipendentemente dagli esseri umani, e per autosupervisionarsi nel loro funzionamento e nel loro sviluppo.

Splendori e miserie non è l'ennesimo libro che spiega al popolo, considerato come una massa di ignoranti da istruire, le meraviglie delle nuovissime tecnologie. E' al contrario un tentativo di risvegliare le coscienze di noi esseri umani, assopite dall'affidamento a macchine sempre più potenti ed autonome.

Quindi, posso aggiungere che, di fatto, le intelligenze artificiali sono macchine progettate per sostituire gli esseri umani, ed imposte agli esseri umani come specchio del proprio modo di essere e come modello di come dovrebbero essere.

Sono macchine per togliere al posto nostro le castagne dal fuoco. Macchine che nel semplificarci apparentemente la vita ci impoveriscono. Macchine che ci spingono a non assumerci responsabilità.

Nel libro, metti in evidenza il concetto di Paradiso tecnologico. Perché ritieni questo concetto pericoloso?

Metto in guardia contro una comoda via fuga: la via di chi sostiene che bisogna lasciar campo libero all'innovazione, perché le tecnologie ci salveranno. Si dice che lo sviluppo tecnologico porterà vantaggi all’umanità tutta, alla vita sulla Terra, al pianeta. Come le prime comunità cristiane credevano nell’avvento del Regno di Cristo in Terra, qualcuno crede ora nella promessa di un eden tecnologico, felice per tutti.

Il primo problema è che in questa promessa c'è ben poco di vero.

Dietro questa narrazione si nascondono gli interessi economici, e di puro dominio, delle grandi case digitali. Si nasconde il fatto che queste tecnologie provocano già oggi, e provocheranno ancor più negli immediati anni a venire, conflitti sociali, perdite di diritti e di lavoro, aggravamento della forbice tra ricchezza e povertà.

I fautori del Paradiso Tecnologico sostengono che nel lungo periodo tutto si accomoderà. Ci sarà energia a basso costo, ci saranno servizi garantiti e cibo sintetico per tutti... Non è affatto detto che si arrivi a questo. Ma se pure ci si arriverà, non si tratta certo di uno scenario auspicabile. E' lo scenario descritto da Huxley nel romanzo The Brave New World, Il mondo nuovo: un modo dove dietro un'apparente libertà si nasconde una rigida divisione in caste ed un controllo sociale che sradica il pensiero individuale e libero.

Una via di fuga, dicevo, perché è un comodo modo per non assumersi l'onere di governare lo sviluppo dell'industria digitale, qui ed ora. E' un modo per evitare di fare scelte; di di dire: questo sì, questo no; di ammettere che l'industria digitale provoca gravi danni ambientali...

In che modo possiamo guardare ai limiti reali e le potenzialità delle tecnologie digitali, evitando sia un entusiasmo eccessivo che un pessimismo paralizzante?

Per quanto mi riguarda mi preoccupo sopratutto di contrastare l'entusiasmo eccessivo. Perché mi pare questo l'atteggiamento dominante. In realtà non si tratta di sincero entusiasmo dei cittadini, degli utenti, ma di narrazioni accuratamente costruite dai portatori di interessi, tese a convincere i cittadini ad accettare tutto quello che l'industria digitale propone. In fondo, credo di poter dire, la maggior parte dei libri dedicati ad intelligenze artificiali e dintorni hanno per scopo spargere fiducia. Si dice in fondo: fidatevi di noi esperti, perché voi non sapete. Si dice: osservate la bellezza, la meraviglia di queste novità. Si dice: in ogni caso la storia va in questa direzione, fatevene una ragione.

A me sembra che i rischi di un pessimismo paralizzante siano proprio uno degli argomenti usati dai fautori dei una innovazione digitale acritica. Un argomento usato per annichilire i cittadini ed i lavoratori che, in virtù del loro intuito, del loro senso di realtà, vedono problemi ed hanno dubbi. E spesso si vergognano di dirlo, direi anche: si vergognano per averlo pensato. Perché a nessuno piace essere giudicato retrogrado.

Il mio libro si rivolge in modo particolare a questi cittadini accusati di essere retrogradi. Dico loro: la vostra posizione è la più costruttiva e la più saggia. Allo stesso tempo mi rivolgo a chi è oggi disposto ad affidarsi alle nuove tecnologie digitali senza pensare troppo: invito chi ha questo atteggiamento alla cautela ed alla riflessione.

Propongo quindi concretamente un possibile cammino: non rinviare nel tempo la soluzione dei problemi che già oggi queste tecnologie comportano; non scaricare su di altri l'onere di responsabilità che ognuno, nel suo ruolo, può assumersi.

Hai parlato dell’importanza di guardare oltre ciò che un computer può vedere. Puoi spiegare cosa intendi, e come questo approccio potrebbe influenzare lo sviluppo e l’adozione delle tecnologie IA in ambito aziendale?

Piace oggi offrire a manager, lavoratori, cittadini, l'immagine di una crescente potenza del computer: sempre maggiore potenza di calcolo, fino al raggiungimento della cosiddetta intelligenza artificiale. L'invito è ad affidarsi sempre più alla macchina.

Si dice che il manager deve lasciare via via sempre più compiti al computer. Si sostiene che gli

algoritmi aiutano i decisori a risparmiare tempo perché automatizzano le decisioni ad alta frequenza e basso impatto. Ciò aumenta, si dice, l'opportunità di dedicare tempo e sforzi cognitivi a decisioni strategiche a bassa frequenza ed alto impatto.

A questa proposta è facile rispondere che è impossibile definire a priori quali sono le decisioni strategiche più importanti. Perché le decisioni più importanti sono le risposte a fenomeni emergenti, imprevedibili.

L'algoritmo opera sui dati: i dati non descrivono mai in modo esaustivo la realtà. L'algoritmo non è che una procedura basata su un modello. Il modello, per definizione, non è in grado di prevedere ogni possibile evento. L'algoritmo, quindi, non è in grado di rispondere ad eventi catastrofali, o anche semplicemente a necessità di intervento che vengono alla luce, agli occhi del manager, visitando di persona lo stabilimento produttivo, il magazzino, o parlando con i clienti.

Fidandomi della macchina rischio di non vedere ciò che di nuovo ed importante accade. Inoltre, abituandomi ad affidarmi alla macchina, lascio decadere nel tempo la mia stessa capacità di vedere.

Affermi che la cultura digitale debba essere decostruita per osservarne le miserie. Puoi fornire esempi concreti di come questa decostruzione possa avvenire nella pratica quotidiana di un’azienda tecnologica?

Per essere precisi, non uso il uso il verbo decostruire nel testo del libro; lo uso, in un tentativo di sintesi forse fuorviante, nel risvolto di copertina. Intendo semplicemente dire: leggere criticamente, non lasciarsi incantare dalla propaganda e della più comune delle affermazioni: 'queste tecnologie sono arrivate per restare'. Come a dire: dobbiamo accettarle per forza; dobbiamo adattarci. Non credo sia così. Penso che sia possibile, o anzi, spero, probabile, che tra cento o duecent'anni ci guarderemo indietro e diremo: oh come eravamo insensati quando pensavamo conveniente affidare i compiti più difficili a macchine in più possibile indipendenti da noi!

Nella pratica quotidiana di ogni azienda, tecnologica o non tecnologica, questo vuol dire innanzitutto scegliere oculatamente i modo di formare le persone a vivere la trasformazione digitale. Il modo comune è insegnare l'adattamento: insegnare ad usare passivamente ogni nuovo strumento prodotto da tecnologi lontani dalla vita della singola azienda, dalla sua cultura, del suo business.

C'è un modo differente: mostrare i limiti degli strumenti, i loro rischi, insegnare come mantenere viva la cultura aziendale, e gli spazi di libertà individuali, nonostante la presenza di strumenti digitali che tendono ad imporre una uniformazione universale.

Sostengo nel libro che questa formazione 'a rovescio' serve nelle aziende. E serve ad ogni cittadino, per mantenere vivi il senso di responsabilità ed il libero arbitrio, per non essere ridotto a utente passivo di servizi preconfezionati.

Un'ultima domanda. Una curiosità personale. Il sottotitolo del libro aggiunge una precisazione che sembra significativa: alla luce dell'umana esperienza. Mi sembra tu parli dell'esperienza soggettiva, dell'esperienza che ogni persona fa 'sulla propria pelle', interagendo con le macchine digitali, con le intelligenze artificiali in particolare...

Sì, è proprio così. La cultura tecnico-scientifica spinge a guardare le cose, a osservare il mondo, nel modo più oggettivo possibile. Le idiosincrasie, gli aspetti distintivi di una persona, la sua cultura e i suoi valori sono considerati difetti. Ma questa è proprio la via che ci porta ad essere sempre più simili a macchine, ad intelligenze artificiali.

Siccome il mio intento è ricordarci chi siamo, riscoprire spazi per noi stessi, noi umani, in questo contesto dove le macchine digitali sono presenti, allora il punto di partenza sta proprio nel narrare le esperienze personali. E così racconto di come mi sono sentito quella volta in cui ho interagito con Chat GPT a proposito di un argomento che mi stava veramente a cuore.

Siamo spinti a considerare rilevante solo a ciò che è codificabile, computabile. Ma così buttiamo via una parte significativa della nostra storia, dei nostri valori. Ci sono cose che riusciamo a dire solo attraverso narrazioni lontanissime dalla codifica digitale. Uno dei capitoli del mio libro è scritto in versi, è una poesia. Non è un gratuito esercizio. Solo così riuscivo a dire certe cose. Un altro capitolo è una lettera personale ad un esperto che stimo al di là delle differenze di posizione.

Il mio libro è un invito a continuare ad essere noi stessi, appunto dando valore alle nostre esperienze, evitando di farci 'dettare l'agenda' da intelligenze artificiali.

 

sabato 29 giugno 2024

Varie brevi riflessioni, intorno ai temi trattati nel libro 'Splendori e miserie delle intelligenze artificiali', e intorno ai temi sui quali mi interrogo in questo blog

 Brevi riflessioni pubblicate come post su Linkedin. 

L'usignolo meccanico, fiaba di Anderson, commento di Janine Chasseguet-Smirgel
Il CEO di Cisco e le iniziative vaticane come comoda propaganda
Nel 1969 Rudolf Arnheim spiegava che la cosiddetta 'intelligenza artificiale'...
Emily Bender e i pappagalli stocastici (per lo più maschi)
Umano essere-nel-mondo o sostituzione digitale
La libertà di non essere digitali, ovvero il digitale alla prova della sostenibilità
GPT: una confutazione poetica
La conversione di Yoshua Bengio
Qualcuno crede di essere capace di costruire robot dotati di 'saggezza artificiale'
Dieci possibili impegni per un 'digitale' sostenibile
Noi umani non cederemo la responsabilità della cura a una macchina
Wittgenstein: "Vogliamo camminare; dunque abbiamo bisogno dell’attrito. Torniamo sul terreno accidentato!"
Trent'anni fa leggevamo il libro di Negroponte 'Essere digitali'. Oggi...
Gli studenti del MIT di sessant'anni fa erano ben più fortunati degli studenti di oggi: 'Il Mulino di Amleto'
Perché la lezione di Epimeteo è più importante della lezione di Prometeo
Esperienza: vedere con i propri occhi l'opera d'arte
Le intelligenze artificiali non hanno accesso a ciò che non è digitalizzato
La formazione degli esseri umani e l'apprendimento delle macchine
Algor-etica: un concetto sgangherato ed equivoco
Papa Francesco parla di intelligenza artificiale
Il paradosso di Nishida: affidandosi alla macchina si rinuncia all'esperienza
Michael Polanyi e la conoscenza umana, inattingibile per la macchina
Marcel Mauss: la tecnica è innanzitutto usare consapevolmente il proprio corpo 
Perché i non giovani capiscono la cultura digitale meglio dei giovani
L'intelligenza artificiale come fuga dalla responsabilità personale
Stampa e intelligenza artificiale. Due salti tecnologici. Ma il paragone è improponibile
Judea Pearl, l'intelligenza artificiale causale e le macchine morali
Scott Aaronson e la sicurezza di GPT5
Intelligenze artificiali come metafora di sudditanza e di attesa di soccorso
Oscilliamo tra miseria e splendore. Miseria: affidarsi alla macchina. Splendore: la bellezza in noi, speriamo di vederla nella macchina.

lunedì 17 giugno 2024

Che fare di fronte alla GenAI? Costruire con spirito critico un antropocentrismo ingenuo

 Rispondo qui all'articolo dell'amico Paolo Costa La GenAI? E' l'orrendo che affascina. Nel mentre ancora lo ringrazio per aver partecipato all'incontro Sanno forse le scatole nere scrivere romanzi?, presso Spazio Vitale, Verona, 15 giugno 2024.


Ho amici che mi dicono: certe cose non vanno dette fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori. E aggiungono: quando si parla ai cittadini, conviene evitare aspetti scabrosi, e dedicarsi invece a spargere fiducia; tanto poi, si aggiunge ancora, i 'profani' non sono in grado di capire. E si sa che poi, nel parlare, ci si adatta all'uditorio, al contesto. 

Capita così di dire in pubblico che sarebbe meglio non usare nemmeno l'espressione 'intelligenza artificiale', perché impropria e imprecisa. E capita che poi invece scrivendo già nel titolo si prende per buona l'Intelligenza Artificiale Generativa; per poi dilungarsi, nel corso dell'articolo, sulle magnifiche capacità retoriche della Intelligenza Artificiale Generativa stessa.

Per quanto mi riguarda, in ogni occasione e quale che siano gli interlocutori e il pubblico, mi spendo nel tentativo di discutere a fondo ogni affermazione data per scontata. E cerco in ogni situazione mostrare ciò che resta non detto nelle ambigue e imprecise divulgazioni tramite le quali l'Intelligenza Artificiale viene presentata ai cittadini. 

Perché non possiamo fare a meno di ricordare un fatto: circola nei media e nei social network ed in ogni dove una sia pur confusa e discordante apologia dell'Intelligenza Artificiale. Questa apologia giova a chiunque opera da professionista nel campo dell'Intelligenza Artificiale - anche a coloro che, di fronte a specifici aspetti di queste tecnologie, mostrano atteggiamenti critici.

E dunque fa comodo in ogni caso creare un'aura di attesa e di pubblico interesse attorno alla cosa detta 'Intelligenza Artificiale'. Non importa se si tratta di un'aura fumosa. In un modo o nell'altro fa comodo educare il popolo a stare in attesa di novità sbalorditive. Se mai si accenna a difetti di questa cosa detta 'Intelligenza Artificiale', sempre si bilancerà parlando dei difetti degli esseri umani. 

A questa ormai consolidata prassi comunicativa rispondono gli antropocentristi ingenui svelando trucchi e invitando tutti a tornare con i piedi per terra.


Vengo subito alla conclusione dell'articolo che sono qui a commentare.

dovremmo rinunciare ad assumere una posizione di sdegno, del tutto sterile, per la presunta detronizzazione dell'umano da parte della macchina

Cominciamo col dire che, di fronte a certe tecnologie pensate contro l'essere umano, a danno dell'essere umano, lo sdegno è motivato. Si può notare che per svalutare l'atteggiamento, per connotarlo con una venatura negativa, per intenderlo come gratuito disprezzo, si scrive sdegno e non indignazione. Diciamo dunque che di fronte a diverse tecnologie digitali che abbiamo sotto gli occhi, l'indignazione è del tutto motivata. Perché poi "del tutto sterile"? E' un monito politico. E' come dire: tanto il cittadino non può far nulla. Ogni tecnologia proposta dovrà comunque essere accettata. Lo stesso tono traspare dall'aggettivo presunta, che vuole far pensare ad atteggiamenti eccessivi, non realistici, non corrispondenti ai fatti. E poi la parola detronizzazione, come se gli umani si sentissero seduti indebitamente su un comodo trono. Seduti su un trono sono semmai i tecnologi, i finanziatori che scelgono quali ricerche finanziare, gli attori tutti del mercato dell'offerta di strumenti digitali, che sempre più costringono il cittadino, con ogni nuova proposta, a ridursi ad utente.

Ma in realtà tutto il senso della conclusione ricade sulla frase succcessiva

dovremmo decostruire con spirito critico un antropocentrismo ingenuo, considerando lo sguardo computazionale sul mondo come un prezioso strumento di conoscenza

Mi chiedo innanzitutto se si abbia chiara nozione del senso della parola ingenuo. Significa "nato all'interno della stirpe, e perciò libero e schietto". Dunque, a scanso di equivoci, mi dichiaro antropocentrista ingenuo. C'è forse da vergognarsi a riconoscersi appartenenti alla stirpe degli esseri umani? Dove sta il difetto in questo riconoscimento? Si può legittimamente supporre che chi si propone di 'decostruire con spirito critico' l'antropocentrismo ingenuo intenda eludere le responsabilità che in quanto essere umano gravano sulle sue spalle. Chi è tacciato di 'antropocentrismo ' non si sente al centro di nulla: semplicemente non scansa le responsabilità che in quanto umano è chiamato ad assumersi.  Si può altresì inferire che, per un qualche motivo che i sostenitori di questa decostruzione non sanno spiegare bene, la critica all'antropocentrismo sia il velo che copre l'ansia di poter dire, seguendo Turing: che bello, le macchine sanno pensare! E forse anche: che bello se le macchine tolgono le castagne dal fuoco al posto nostro! Antropocentrista ingenuo, invece, scelgo di assumermi le mie responsabilità di conoscitore delle cose digitali e di cittadino. Parlo come cittadino, come essere umano che guarda negli occhi ogni altro essere umano, e si indigna di fronte all'invito di conoscere sé stesso attraverso il suo gemello digitale.

Sarebbe quindi facile rovesciare l'assunto dicendo 'dovremmo decostruire con spirito critico un intelligenzartifialecialecentrismo ingenuo'. Ma mi sono già appellato al senso profondo, costruttivo, dell'espressione ingenuo. Scarto quindi subito il troppo facile rovesciamento. Passando immediatamente ad argomentazioni più serie.


Il primo argomento che porto è la mia critica alla posizione di un noto filosofo, una delle star della neofilosofia dei tempi digitali. Non ne cito qui il nome, non c'è bisogno di riempire questo mio articoletto di parentesi e di note. Cito invece me stesso. Scrivo su questo mio stesso blog, Dieci chili di perle:

Ci ricorda [questo neofilosofo] che, in quanto persone, abusiamo dei nostri privilegi nei confronti delle cose. E che rimaniamo fissati su una concezione binaria, su due categorie mutuamente esclusive: persona o cosa.

Noi umani, si dice quindi, dobbiamo imparare a mettere in discussione i nostri privilegi, a sviluppare prospettive critiche sui nostri valori, e ad assumerci più pienamente le nostre responsabilità. Anche nei confronti delle cose.

Ma l'asino casca quando si sceglie il portavoce delle cose. Qualcuno sceglie come portavoce delle cose il robot. La responsabilità umana, attraverso questo corto circuito, finisce per consistere nell'affermare e difendere i diritti dei robot. 

Riprendo l'argomento a p. 194 e alle pp. 203-204 del mio libro Splendori e miserie delle intelligenze artificiali. Alla luce dell'umana esperienza, Guerini e Associati, maggio 2024. In entrambi i luoghi, su questo blog e nelle pagine del libro, mi pongo la domanda: di cosa deve farsi paladino l'essere umano per rispondere alla accusa di antropocentrismo? Alla domanda, offro una risposta ben più impegnativa sia del meschino farsi paladino dei diritti dei robot, sia dell'ardimentoso arrampicarsi sui vetri dell'agentività. Per non togliere ai miei pochi lettori il gusto della scoperta, non dico qui quale è la mia risposta. Preferisco rimandare a quanto ho già scritto, nel mio articolo su Dieci chili di perle, e nel mio libro.


Rivendico il diritto di osservare il mondo con lo sguardo dell'essere umano. Rivendico lo spazio d'azione per l'essere-umano artista. Se a un essere-umano-tecnico-ricercatore piace dedicare tempo e risorse a costruire una macchina destinata ad agire in piena auto, se a un essere-umano-esperto-o-addetto-ai-lavori piace il florilegio di elogi alla macchina -come ad esempio: "la macchina catalizza esperienze estetiche all'insegna del sublime"- reagisco in due modi.

Primo, metto in guardia per quello che posso i cittadini, portati dal rispetto per l'autorità a dare credito ai profeti del nuovo e delle magnifiche sorti digitali, ed ai cantori dell'inevitabilità dell'avvento di sempre nuove stupende tecnologie. Dico ai cittadini: osservate la vanità e della pericolosità di questo disegno; fidatevi del vostro giudizio più che dell'opinione degli esperti. 

Secondo: mi dedico, e invito ognuno a dedicarsi, a ciò che di più saggio e costruttivo possiamo fare in quanto esseri umani. Pensare ed agire in quanto essere umano.


Risalendo a ritroso nell'articolo, mi soffermo sul fatto che si giunge a sostenere la necessità di decostruire l'antropocentrismo ingenuo chiamando in causa Heidegger. A questo proposito mi limito a dire che mi pare incauto ed arrischiato chiamare in causa il filosofo citando esclusivamente, di tutte le pagine che egli ha scritto, il frutto di una intervista rilasciata a Der Spiegel nel 1966. Personalmente mi sento uno sciocco, avendo dedicato tanto tempo allo studio delle opere e del pensiero del filosofo. Forse non ce n'era bisogno? Ho tentato di studiare, certo con i mei poveri mezzi, sia l'invito di Hieidegger all'esserci e alla cura, e quindi alla responsabilità personale; sia le sue acutissime riflessioni sulla tecnica: la Zuhandenheit in Sein und Zeit, e poi gli articoli sulla tecnica del dopoguerra.

Qualche accenno al pensiero di Heidegger -e alle conseguenze che se ne possono trarre per ragionare sui temi attualissimi- si trova su questo blog. 

Per argomentare sulla perdita di centralità dello sguardo umano e sulle capacità retoriche della macchina, e per sostenere che la macchina offre a noi umani uno sguardo inedito sulle cose del mondo, serve almeno qualche base solida. Poca strada ci fanno fare McCormack & Dorin, Miller, Accoto, Floridi, Coleman. Consiglierei di partire dagli articoli sulla tecnica, del dopoguerra , lì da dove Heiddegger dice Indem der Mensch die Technik betreibt, nimmt er am Bestellen als Weise des Entbergens teil.

Sarebbe bene che ognuno leggesse Heidegger per conto suo. Forse questo richiede troppo tempo, impegno, dedizione. Qualcuno potrebbe magari allora trarre qualche spunto di riflessione da articoli che appaiono su questo stesso mio blog. Più utile penso sia il commento allo sviluppo del pensiero di Heidegger a proposito della tecnica che propongo nel capitolo di Macchine per pensare "Forma imposta o continuo presentarsi".


Torniamo alla frase che conclude l'articolo:

dovremmo decostruire con spirito critico un antropocentrismo ingenuo, considerando lo sguardo computazionale sul mondo come un prezioso strumento di conoscenza

Che vuol dire "sguardo computazionale sul mondo"? Su quale definizione di computazione appoggiamo l'affermazione? Ora, non è che possiamo intendere per computazione quello che di volta in volta ci fa comodo.

Ricordiamo brevissimamente il percorso. Cartesio, Leibniz. E poi agli albori del Ventesimo Secolo e dentro il Ventesimo Secolo Frege, il primo Russell, Hilbert. La via alla conoscenza nel mondo sta nel pensiero calcolante.

Accade però che la calcolabilità del tutto sia messa in discussione, nel 1930, da Kurt Gödel. Gödel ci impone di accettare che in ogni teoria matematica esiste una formula che non può essere dimostrata. Dunque, ogni descrizione di un sistema è incompleta. Il puro e perfetto linguaggio universale della scienza sognato da Leibniz non è base sufficiente ed esaustiva per la ricerca scientifica. "Nessun calcolo può decidere un problema filosofico", chiosa Wittgenstein.

Ma ecco che allora subito, sei anni dopo Gödel, interviene Turing tappando la falla. La soluzione, ancora una volta, è logico-formale. Turing propone di sostituire alla calcolabilità la computabilità. Quale è la differenza? Si rinuncia scientemente a cercare e a dar valore ciò che non è calcolabile, contentandosi di ciò che è computabile. Cosa è computabile? E' computabile ciò che può essere "written down by a machine".

La macchina che Turing immagina è costituita essenzialmente da un programma - possiamo chiamarlo anche procedura o algoritmo. Questo programma elabora i dati, espressi in numeri computabili, che gli sono sottoposti. Quali sono i numeri computabili? Sono i numeri che la macchina è in grado di elaborare. 

Ecco intanto una imprecisione da segnalare. E' improprio sostenere che "lo sguardo computazionale sul mondo" possa essere uno "strumento di conoscenza". Potrà tuttalpiù essere uno strumento di informazione. Perché la computazione tratta informazioni, e non ha nulla a che fare con la conoscenza. La conoscenza è qualcosa fuori dalla portata di un qualsiasi agente, e riguarda invece in modo esclusivo l'essere umano.

La computazione vede dunque al lavoro una macchina, non un essere umano. Quindi certo, perché negarlo, una macchina potrà anche generare informazioni che l'essere umano potrà giudicare interessanti. Vogliamo dire, con un linguaggio fiorito, che queste informazioni interessanti, questi dati, ancora tutti da interpretare, forniti da macchine costruite da esseri umani ad esseri umani che usano la macchina, possono essere dette "sguardo inedito sulle cose del mondo"? Se così fosse, sarebbe facile trovarsi d'accordo.

Ma le parole usate per descrivere la scena suggeriscono un diverso atteggiamento. Con più o meno cautele, più o meno distinguo, si vuole affermare, si sente il bisogno di affermare che la bellezza, la ricchezza, sta nell'autonomia della macchina rispetto all'essere umano.

Chi vuole affermare questo lo faccia pure. Ma sarebbe buona cosa lo facesse con chiarezza, con piena onestà, evitando di nascondersi dietro formulazioni ambigue, evitando di proporre narrazioni diverse a seconda del pubblico, evitando di parlare di "utili provocazioni" e di chiamare in causa l'antropocentrismo di chi, semplicemente, non si vergogna di essere umano.


Come mostro nelle Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale. E perché ci conviene trasgredirle, e poi di nuovo, spero in modo più sintetico, in Splendori e miserie delle intelligenze artificiali. Alla luce dell'umana esperienza, sta qui un passaggio chiave.

Siamo invitati ad accettare come immagine del mondo ciò che è visibile attraverso la computazione. Rinunciando a ciò che la computazione non riesce a vedere. Siamo anche invitati, tramite accurata propaganda, a dimenticare questo originario limite. Nel momento poi in cui si inizia a considerare confrontabili l'intelligenza artificiale -frutto più elevato della computazione- e l'intelligenza umana, i limiti della computazione finiscono per essere imposti a noi umani.

Perché resta aperta una domanda: sostenendo che l'"l'energia retorica della macchina catalizza esperienze estetiche all'insegna del sublime", sostenendo che gli artefatti della macchina "posseggono una forza estetica", siamo sicuri di allargare lo sguardo? Forse lo stiamo invece restringendo. Forse stiamo abituandoci a vedere solo ciò che è possibile vedere alla luce della computazione, rinunciando al più vasto orizzonte che in quanto esseri umani, quando liberi da pastoie digitali, ci è possibile vedere.



"Orrendo che affascina". "Complessa combinazione di gioia e orrore". "Smarrimento che si accompagna al meraviglioso". "Piacere provato al cospetto di un oggetto che trascende il nostro controllo e la nostra comprensione". L'essere umano ha forse paura di questo? Certo che no. Sembra si voglia suggerire che il povero essere umano fugge dall'accettare il sublime che emana dall'Intelligenza Artificiale. La storia umana ci racconta il contrario: la nostra storia è stata un continuo confronto con l'evento inatteso, con l'apparire del sublime. Nelle Macchine per pensare, e poi ora negli Splendori e miserie delle intelligenze artificiali ho esplorato a fondo questo argomento."Una sorta di spaventoso che tocca ciò che ci è familiare". "Infido", "fonte di orrore". Pochi hanno studiato questo argomento con la profondità di Sigmund Freud, in Das Unheimliche. Prendo Freud a mia guida.

Freud parla di come sia difficile per noi umani l’accettare il dunkel, l’oscuro. Eppure, dice, ne siamo capaci. L'essere umano si è confrontato con il sublime lungo l'intero arco della sua storia! Non è certo comparso il sublime sulla scena con l'apparire di una qualche novità tecnologica, detta magari 'Intelligenza Artificiale'!

Accettare ciò che ci appare solo come oscuro presagio. Accettare ciò che la scienza non ha saputo ancora dominare, spiegare. Accettare l’incompletezza di ogni modello. Questa è forza dell'essere umano. Accettare le tenebre del dubbio, della paura, è il punto di partenza per essere umani.

È un atteggiamento faticoso. Esige lavoro su di sé, educazione: imparare ad aver fiducia in se stessi, coltivare l’autostima, cercare scopi significativi ai quali dedicare le energie e verso i quali indirizzare l’azione.

Mostro -in forma più estesa in Macchine per pensare, e in forma più sintetica negli Splendori e miserie delle intelligenze artificialicome la 'macchina che pensa', poi rinominata Intelligenza Artificiale sia l'invenzione attraverso la quale Turing fugge dal fare personalmente i conti con l'"orrendo che affascina", con il sublime, con la complessa combinazione di gioia ed orrore.

Turing, purtroppo, ha aperto per noi proprio questa strada - o meglio questa meschina scappatoia. Non interrogarsi, ma interrogare la macchina-che-risponde-ad ogni domanda. Non attraversare le tenebre, ma affidarsi alla luce della macchina-che-tutto-illumina.