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domenica 21 luglio 2024

L'intelligenza artificiale non è per forza tua amica. Otto domande di Sebastiano Zanolli a proposito del libro 'Splendori e miserie delle intelligenze artificiali'. Newsletter Linkedin 'La Grande Differenza', 21 luglio 2024

 Non è facile pensare e tantomeno scrivere. Ci sono anche cose di cui si preferirebbe non parlare, nemmeno con sé stessi. E se non si ripete a pappagallo quello che hanno già detto altri, si sente il peso della solitudine. Resta sempre il dubbio di non aver ben articolato gli argomenti; di non aver offerto un buon servizio al lettore.

In realtà un libro è il dialogo con un lettore disposto a farsi domande.
Grazie quindi a Sebastiano Zanolli per le sue domande. E per questa sua sintesi, che non avrei saputo scrivere con questa chiarezza:

- Il libro è per chiunque voglia pensare con la propria testa, spiegando concetti complessi in modo chiaro e comprensibile, senza bisogno di competenze tecniche avanzate.
- Il libro sfida la visione utopica delle tecnologie digitali, mettendo in guardia contro il cosiddetto "Paradiso tecnologico" e invitando a una valutazione critica e equilibrata delle intelligenze artificiali.
- Varanini sottolinea l'importanza di valorizzare l'esperienza umana, guardando oltre i dati e gli algoritmi, e mantenendo vivo il pensiero critico e la cultura aziendale in un contesto sempre più digitalizzato.
- Non come un manuale tecnico, ma come un viaggio riflessivo su chi siamo e su come possiamo rimanere umani in un mondo sempre più dominato dalle tecnologie.

L'intervista appare sulla newsletter Linkedin La Grande Differenza, 21 luglio 2024

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Riporto di seguito il testo dell'intervista.

Otto domande a Francesco Varanini sul suo ultimo libro

Francesco, quanto è accessibile il tuo libro Splendori e miserie delle intelligenze artificiali per i non esperti?

Splendori e miserie delle intelligenze artificiali si rivolge alle persone che hanno ancora voglia di pensare con la propria testa. Si rivolge a tutti coloro che capiscono non è tutto oro quello che luccica, e che vogliono capire. Si rivolge a coloro che intuiscono contraddizioni, vedono pericoli, hanno dei dubbi e dei timori, ma magari si vergognano anche a dirlo, perché non si considerano 'esperti'...

Credo sia fuorviante distinguere tra 'esperti' e 'non esperti'. Esistono persone che si impegnano nel pensare. Ed esistono persone che per gli effetti di una cattiva educazione e di una insistente propaganda che impone un falso pensiero bell'e pronto, tendono non fidarsi della propria capacità di pensare. Si affidano così ad 'esperti': ma gli 'esperti' spesso abusano della propria autorità, parlando come esperti di cose di cui non sono esperti; e poi gli 'esperti' sono in realtà portatori di interessi personali: il loro successo professionale dipende dal fatto che i cittadini accettino le cosiddette intelligenze artificiali a scatola chiusa, senza porsi troppe domande.

Considerando che l’IA è argomento complesso, riesci a spiegare i concetti chiave in modo comprensibile anche per chi non ha una formazione tecnica?
Non è così difficile spiegare di cosa si tratti. Quello che spesso manca è la volontà di spiegare. Giova a chi ha interessi da difendere il mostrare le cosiddette intelligenze artificiali come qualcosa di esoterico, comprensibile solo dagli 'esperti', dai 'tecnici'. I tecnici, poi, sono specializzati in un singolo campo. A loro manca la visione generale. Più precisamente si può dire che, con tutto il rispetto loro dovuto, i tecnici digitali sono specializzati nel parlare alle macchine, non nel parlare ai cittadini del modo in cui funzionano le macchine. Se i tecnici non sono in grado di guardare oltre i confini della propria disciplina, a porre in luce le interrelazioni e la complessità dovrebbero essere i filosofi. Ma -come mostro in un capitolo del mio libro- i filosofi, salvo eccezioni, hanno rinunciato a questo ruolo. Non c'è più la filosofia: l'interrogarsi su cosa voglia dire 'essere umano', l'amore per la conoscenza, lo spirito critico, la saggezza. C'è solo una filosofia ancella della tecnica: la filosofia dell'informazione, la filosofia dell'intelligenza artificiale, la filosofia della mente, la filosofia delle neuroscienze...

Quando nella tua domanda mi dici:“comprensibile anche per chi non ha una formazione tecnica” sembra quasi che tu dubiti della possibilità di capire. Sembra quasi che consideri necessario e irreversibile l'affidamento a chi è dotato di “una formazione tecnica”. Non è così!

Dobbiamo tornare a pensare e ad agire fidandoci di noi stessi, dobbiamo tornare a dar valore alla nostra storia personale, alla nostra esperienza – in questa storia e in questa esperienza stanno le chiavi per comprendere il senso profondo di qualsiasi questione tecnica...

Questo è ciò che mostro con il mio libro. E sono convinto che a te, leggendolo, sia venuto in mente un pensiero: 'ma allora, più che da imparare dai tecnici, ho molto da insegnare loro'.

Sì va bene, ma non hai risposto alla domanda. Dimmi in modo comprensibile: cosa è l'IA?

Insisto fin dove possibile nel non usare sigle e nel dire: 'cosiddette intelligenze artificiali'.

Insisto nello scrivere in minuscolo e nell'usare il plurale. Per sottolineare che sotto questa espressione-ombrello -intelligenza artificiale- vengono oggi messe insieme tecniche informatiche diverse. Fino a qualche anno fa ognuna aveva il suo nome, ma ora è comodo riassumere tutto all'ombra di queste due immaginifiche parole.

E sottolineo il 'cosiddette', perché in effetti il termine già in origine non esprimeva nessuna precisione tecnica. Fu coniato con un unico scopo: colpire la pubblica immaginazione. Favorendo così la raccolta di fondi della ricerca e l'ascesa sociale dei cultori di una nuova disciplina: la computer science.

Potrei darti qui, anche in brevi parole, una definizione tecnica. Potrei parlarti di algoritmi, di come funzionano le macchine. Nel libro ovviamente ne parlo.

Ma preferisco dirti in sintesi, prescindendo dagli aspetti tecnici. Le intelligenze artificiali sono macchine progettate per operare indipendentemente dagli esseri umani, e per autosupervisionarsi nel loro funzionamento e nel loro sviluppo.

Splendori e miserie non è l'ennesimo libro che spiega al popolo, considerato come una massa di ignoranti da istruire, le meraviglie delle nuovissime tecnologie. E' al contrario un tentativo di risvegliare le coscienze di noi esseri umani, assopite dall'affidamento a macchine sempre più potenti ed autonome.

Quindi, posso aggiungere che, di fatto, le intelligenze artificiali sono macchine progettate per sostituire gli esseri umani, ed imposte agli esseri umani come specchio del proprio modo di essere e come modello di come dovrebbero essere.

Sono macchine per togliere al posto nostro le castagne dal fuoco. Macchine che nel semplificarci apparentemente la vita ci impoveriscono. Macchine che ci spingono a non assumerci responsabilità.

Nel libro, metti in evidenza il concetto di Paradiso tecnologico. Perché ritieni questo concetto pericoloso?

Metto in guardia contro una comoda via fuga: la via di chi sostiene che bisogna lasciar campo libero all'innovazione, perché le tecnologie ci salveranno. Si dice che lo sviluppo tecnologico porterà vantaggi all’umanità tutta, alla vita sulla Terra, al pianeta. Come le prime comunità cristiane credevano nell’avvento del Regno di Cristo in Terra, qualcuno crede ora nella promessa di un eden tecnologico, felice per tutti.

Il primo problema è che in questa promessa c'è ben poco di vero.

Dietro questa narrazione si nascondono gli interessi economici, e di puro dominio, delle grandi case digitali. Si nasconde il fatto che queste tecnologie provocano già oggi, e provocheranno ancor più negli immediati anni a venire, conflitti sociali, perdite di diritti e di lavoro, aggravamento della forbice tra ricchezza e povertà.

I fautori del Paradiso Tecnologico sostengono che nel lungo periodo tutto si accomoderà. Ci sarà energia a basso costo, ci saranno servizi garantiti e cibo sintetico per tutti... Non è affatto detto che si arrivi a questo. Ma se pure ci si arriverà, non si tratta certo di uno scenario auspicabile. E' lo scenario descritto da Huxley nel romanzo The Brave New World, Il mondo nuovo: un modo dove dietro un'apparente libertà si nasconde una rigida divisione in caste ed un controllo sociale che sradica il pensiero individuale e libero.

Una via di fuga, dicevo, perché è un comodo modo per non assumersi l'onere di governare lo sviluppo dell'industria digitale, qui ed ora. E' un modo per evitare di fare scelte; di di dire: questo sì, questo no; di ammettere che l'industria digitale provoca gravi danni ambientali...

In che modo possiamo guardare ai limiti reali e le potenzialità delle tecnologie digitali, evitando sia un entusiasmo eccessivo che un pessimismo paralizzante?

Per quanto mi riguarda mi preoccupo sopratutto di contrastare l'entusiasmo eccessivo. Perché mi pare questo l'atteggiamento dominante. In realtà non si tratta di sincero entusiasmo dei cittadini, degli utenti, ma di narrazioni accuratamente costruite dai portatori di interessi, tese a convincere i cittadini ad accettare tutto quello che l'industria digitale propone. In fondo, credo di poter dire, la maggior parte dei libri dedicati ad intelligenze artificiali e dintorni hanno per scopo spargere fiducia. Si dice in fondo: fidatevi di noi esperti, perché voi non sapete. Si dice: osservate la bellezza, la meraviglia di queste novità. Si dice: in ogni caso la storia va in questa direzione, fatevene una ragione.

A me sembra che i rischi di un pessimismo paralizzante siano proprio uno degli argomenti usati dai fautori dei una innovazione digitale acritica. Un argomento usato per annichilire i cittadini ed i lavoratori che, in virtù del loro intuito, del loro senso di realtà, vedono problemi ed hanno dubbi. E spesso si vergognano di dirlo, direi anche: si vergognano per averlo pensato. Perché a nessuno piace essere giudicato retrogrado.

Il mio libro si rivolge in modo particolare a questi cittadini accusati di essere retrogradi. Dico loro: la vostra posizione è la più costruttiva e la più saggia. Allo stesso tempo mi rivolgo a chi è oggi disposto ad affidarsi alle nuove tecnologie digitali senza pensare troppo: invito chi ha questo atteggiamento alla cautela ed alla riflessione.

Propongo quindi concretamente un possibile cammino: non rinviare nel tempo la soluzione dei problemi che già oggi queste tecnologie comportano; non scaricare su di altri l'onere di responsabilità che ognuno, nel suo ruolo, può assumersi.

Hai parlato dell’importanza di guardare oltre ciò che un computer può vedere. Puoi spiegare cosa intendi, e come questo approccio potrebbe influenzare lo sviluppo e l’adozione delle tecnologie IA in ambito aziendale?

Piace oggi offrire a manager, lavoratori, cittadini, l'immagine di una crescente potenza del computer: sempre maggiore potenza di calcolo, fino al raggiungimento della cosiddetta intelligenza artificiale. L'invito è ad affidarsi sempre più alla macchina.

Si dice che il manager deve lasciare via via sempre più compiti al computer. Si sostiene che gli

algoritmi aiutano i decisori a risparmiare tempo perché automatizzano le decisioni ad alta frequenza e basso impatto. Ciò aumenta, si dice, l'opportunità di dedicare tempo e sforzi cognitivi a decisioni strategiche a bassa frequenza ed alto impatto.

A questa proposta è facile rispondere che è impossibile definire a priori quali sono le decisioni strategiche più importanti. Perché le decisioni più importanti sono le risposte a fenomeni emergenti, imprevedibili.

L'algoritmo opera sui dati: i dati non descrivono mai in modo esaustivo la realtà. L'algoritmo non è che una procedura basata su un modello. Il modello, per definizione, non è in grado di prevedere ogni possibile evento. L'algoritmo, quindi, non è in grado di rispondere ad eventi catastrofali, o anche semplicemente a necessità di intervento che vengono alla luce, agli occhi del manager, visitando di persona lo stabilimento produttivo, il magazzino, o parlando con i clienti.

Fidandomi della macchina rischio di non vedere ciò che di nuovo ed importante accade. Inoltre, abituandomi ad affidarmi alla macchina, lascio decadere nel tempo la mia stessa capacità di vedere.

Affermi che la cultura digitale debba essere decostruita per osservarne le miserie. Puoi fornire esempi concreti di come questa decostruzione possa avvenire nella pratica quotidiana di un’azienda tecnologica?

Per essere precisi, non uso il uso il verbo decostruire nel testo del libro; lo uso, in un tentativo di sintesi forse fuorviante, nel risvolto di copertina. Intendo semplicemente dire: leggere criticamente, non lasciarsi incantare dalla propaganda e della più comune delle affermazioni: 'queste tecnologie sono arrivate per restare'. Come a dire: dobbiamo accettarle per forza; dobbiamo adattarci. Non credo sia così. Penso che sia possibile, o anzi, spero, probabile, che tra cento o duecent'anni ci guarderemo indietro e diremo: oh come eravamo insensati quando pensavamo conveniente affidare i compiti più difficili a macchine in più possibile indipendenti da noi!

Nella pratica quotidiana di ogni azienda, tecnologica o non tecnologica, questo vuol dire innanzitutto scegliere oculatamente i modo di formare le persone a vivere la trasformazione digitale. Il modo comune è insegnare l'adattamento: insegnare ad usare passivamente ogni nuovo strumento prodotto da tecnologi lontani dalla vita della singola azienda, dalla sua cultura, del suo business.

C'è un modo differente: mostrare i limiti degli strumenti, i loro rischi, insegnare come mantenere viva la cultura aziendale, e gli spazi di libertà individuali, nonostante la presenza di strumenti digitali che tendono ad imporre una uniformazione universale.

Sostengo nel libro che questa formazione 'a rovescio' serve nelle aziende. E serve ad ogni cittadino, per mantenere vivi il senso di responsabilità ed il libero arbitrio, per non essere ridotto a utente passivo di servizi preconfezionati.

Un'ultima domanda. Una curiosità personale. Il sottotitolo del libro aggiunge una precisazione che sembra significativa: alla luce dell'umana esperienza. Mi sembra tu parli dell'esperienza soggettiva, dell'esperienza che ogni persona fa 'sulla propria pelle', interagendo con le macchine digitali, con le intelligenze artificiali in particolare...

Sì, è proprio così. La cultura tecnico-scientifica spinge a guardare le cose, a osservare il mondo, nel modo più oggettivo possibile. Le idiosincrasie, gli aspetti distintivi di una persona, la sua cultura e i suoi valori sono considerati difetti. Ma questa è proprio la via che ci porta ad essere sempre più simili a macchine, ad intelligenze artificiali.

Siccome il mio intento è ricordarci chi siamo, riscoprire spazi per noi stessi, noi umani, in questo contesto dove le macchine digitali sono presenti, allora il punto di partenza sta proprio nel narrare le esperienze personali. E così racconto di come mi sono sentito quella volta in cui ho interagito con Chat GPT a proposito di un argomento che mi stava veramente a cuore.

Siamo spinti a considerare rilevante solo a ciò che è codificabile, computabile. Ma così buttiamo via una parte significativa della nostra storia, dei nostri valori. Ci sono cose che riusciamo a dire solo attraverso narrazioni lontanissime dalla codifica digitale. Uno dei capitoli del mio libro è scritto in versi, è una poesia. Non è un gratuito esercizio. Solo così riuscivo a dire certe cose. Un altro capitolo è una lettera personale ad un esperto che stimo al di là delle differenze di posizione.

Il mio libro è un invito a continuare ad essere noi stessi, appunto dando valore alle nostre esperienze, evitando di farci 'dettare l'agenda' da intelligenze artificiali.

 

sabato 29 giugno 2024

Varie brevi riflessioni, intorno ai temi trattati nel libro 'Splendori e miserie delle intelligenze artificiali', e intorno ai temi sui quali mi interrogo in questo blog

 Brevi riflessioni pubblicate come post su Linkedin. 

L'usignolo meccanico, fiaba di Anderson, commento di Janine Chasseguet-Smirgel
Il CEO di Cisco e le iniziative vaticane come comoda propaganda
Nel 1969 Rudolf Arnheim spiegava che la cosiddetta 'intelligenza artificiale'...
Emily Bender e i pappagalli stocastici (per lo più maschi)
Umano essere-nel-mondo o sostituzione digitale
La libertà di non essere digitali, ovvero il digitale alla prova della sostenibilità
GPT: una confutazione poetica
La conversione di Yoshua Bengio
Qualcuno crede di essere capace di costruire robot dotati di 'saggezza artificiale'
Dieci possibili impegni per un 'digitale' sostenibile
Noi umani non cederemo la responsabilità della cura a una macchina
Wittgenstein: "Vogliamo camminare; dunque abbiamo bisogno dell’attrito. Torniamo sul terreno accidentato!"
Trent'anni fa leggevamo il libro di Negroponte 'Essere digitali'. Oggi...
Gli studenti del MIT di sessant'anni fa erano ben più fortunati degli studenti di oggi: 'Il Mulino di Amleto'
Perché la lezione di Epimeteo è più importante della lezione di Prometeo
Esperienza: vedere con i propri occhi l'opera d'arte
Le intelligenze artificiali non hanno accesso a ciò che non è digitalizzato
La formazione degli esseri umani e l'apprendimento delle macchine
Algor-etica: un concetto sgangherato ed equivoco
Papa Francesco parla di intelligenza artificiale
Il paradosso di Nishida: affidandosi alla macchina si rinuncia all'esperienza
Michael Polanyi e la conoscenza umana, inattingibile per la macchina
Marcel Mauss: la tecnica è innanzitutto usare consapevolmente il proprio corpo 
Perché i non giovani capiscono la cultura digitale meglio dei giovani
L'intelligenza artificiale come fuga dalla responsabilità personale
Stampa e intelligenza artificiale. Due salti tecnologici. Ma il paragone è improponibile
Judea Pearl, l'intelligenza artificiale causale e le macchine morali
Scott Aaronson e la sicurezza di GPT5
Intelligenze artificiali come metafora di sudditanza e di attesa di soccorso
Oscilliamo tra miseria e splendore. Miseria: affidarsi alla macchina. Splendore: la bellezza in noi, speriamo di vederla nella macchina.

'Splendori e miserie delle intelligenze artificiali. Alla luce dell'umana esperienza', Guerini e Associati, in libreria dal 24 maggio 2024

 Il tema del libro in tre frasi

Le Intelligenze Artificiali sono di solito descritte con lo sguardo dell'esperto che spiega e ammonisce.
Ma è forse più interessante osservarle con gli occhi del cittadino che cerca spazi di libertà e strumenti per agire.
Se da un lato le Intelligenze Artificiali possono costituire un aiuto, dall'altro rischiano di essere il mezzo che permette ad ognuno una comoda fuga dalle proprie responsabilità.

Uno degli argomenti che tratto nel libro
C'è un'inquietudine che mi muove. Continuo a venire a conoscenza delle opinioni di seri ricercatori. Essi dicono, sinceramente e con piena convinzione, cose del tipo:
"Una caratteristica distintiva dei sistemi di AI è questa: potranno prendere decisioni su basi etiche. Distinguere il bene dal male".
Nel libro discuto questa posizione, che -lo ammetto- mi scandalizza. Il fondamento della posizione sta nel far riferimento a studi di scienze cognitive. In base a quale presupposto studiosi di scienze cognitive pretendono di sapere cosa è il bene e il male, e cosa è l'etica, in base a un ancoraggio che guida la loro ricerca. L'ancoraggio consiste nel supporre che il funzionamento della mente umana può essere compreso attraverso una analogia: la mente umana  è, in fondo, un computer. Le scienze cognitive si appoggiano alla computer science. La computer science si appoggia alle scienze cognitive. Ci si allontana così fatalmente dalla comprensione dell'essere umano che era stata raggiunta da filosofia, psicologia e sociologia. Il ricercatore stesso si allontana dal proprio essere umano.

Un altro argomento
L’immaginare di sostituire l’essere umano con una macchina è contrabbandare l’informazione per conoscenza.
La Transizione Digitale -che termina in una immagine conclusiva: l'Intelligenza Artificiale- è il punto di svolta di una svalutazione dell’umano. Perché costituisce la pretesa di sostituire all’esperienza umana i dati. I dati consistono in ciò che è stato rilevato da un sensore. I sensori sono povere imitazioni dei sensi dell’essere umano che sta maturando esperienze. L’esperienza umana, maturata tramite il corpo e il pensiero, è nuova attimo dopo attimo, sempre più aggiornata di ogni dato.
Un conto è l’informazione - che è un insieme di dati, buono per essere elaborato da un computer; un conto è la conoscenza - che è il frutto dell’umana esperienza

Una descrizione dei temi  il libro
Splendori e miserie. C'è qualcosa di davvero splendido nelle promesse digitali - il cui culmine e la cui sintesi sembra ormai definitivamente riassumersi in un sostantivo ed in un aggettivo: Intelligenza Artificiale. Qualcosa di luminoso, scintillante. Sontuoso, grandioso, nobile. Ma c'è anche qualcosa di misero.
Siamo assillati da notizie che cantano le meravigliose capacità di intelligenze artificiali, e ci invitano ad affidarci ad esse. Ma sappiamo che il rischio di assuefazione e dipendenza è dietro l'angolo. Per noi e per i nostri figli, per i nostri posteri.
Perché ci impegniamo nell'insegnare a macchine a parlare agli esseri umani rendendo agli esseri umani impossibile distinguere se a parlare è una macchina o un essere umano? Perché impegnarsi in progetti che consistono nell'ingannare noi umani, rendendoci impossibile distinguere se stiamo parlando con un altro essere umano o con una macchina?
Perché accettiamo di considerare queste macchine digitali modello e guida? Perché preferiamo la macchina a noi stessi?
Siccome l'innovazione appare inarrestabile, si sceglie di abbracciarla. Pare che l'unica scelta possibile consista nello sforzarsi di vederne gli aspetti positivi.
Credo invece si possa combattere il senso di impotenza di fronte ad una innovazione tecnologica che sembra correre inarrestabile.
Credo sia possibile dare risposte. Credo che in ogni caso convenga continuare a porci domande. Anche se non abbiamo immediate risposte.
La chiave sta nel guardare alle intelligenze artificiali con lo sguardo del cittadino che cerca strumenti per essere più pienamente sé stesso, più responsabile e consapevole.

Un'altra descrizione - che mi sembra migliore della precedente
Anche i computer scientist ed i vari esperti che ci parlano di novità digitali hanno un'anima, una storia personale, un vissuto di dolori e di sogni. Gli strumenti ed i sistemi digitali, compreso tutto ciò che passa oggi sotto il nome di Intelligenze Artificiali, nascono in queste zone segrete, frutto di motivazioni profonde e non di rado inconfessate.
Per cercare di capire cosa significhino, e cosa nascondano, le Intelligenze Artificiali che con tanta insistenza vengono oggi propoposte ad ogni cittadino, non conviene quindi dar troppo credito alle spiegazioni tecniche e alle divulgazioni. Serve anzi ricordare che qualcosa, in queste narrazioni, resta sempre celato.
Per comprendere, conviene invece dare valore all'esperienza personale di ognuno di noi. Cosa vuol dire per me ricorrere ad una Intelligenza Artificiale? Quali sensazioni provo mentre mi affido a lei?
Scopriremo allora che le Intelligenze Artificiali rappresentano l'illusoria speranza di un facile modo per scaricare dalle proprie spalle il peso di responsabilità che ci paiono troppo gravose.
E' comodo pensare di avere a disposizione macchine in grado di togliere al posto nostro le castagne dal fuoco. Ma possiamo invece, riflettendo sul senso delle Intelligenze Artificiali, tornare costruttivamente a guardare cosa conta davvero: l'impegno nella propria ed altrui educazione, la cittadinanza attiva, la partecipazione alla vita sociale e politica.
Osservando con sguardo critico gli splendori e le miserie di ogni nuovissimo mezzo digitale, potremo tornare a guardare, e a dar valore, a ciò che siamo già capaci di fare, a mente libera e a mani nude, un attimo prima di cercare l'ausilio di una macchina.

Una terza descrizione
Oscilliamo tra miseria e splendore. La MISERIA sta nel non voler vedere ciò che ci turba e ci preoccupa. Sta nel sottovalutare le nostre doti e nello sprecarle.
La rincorsa al vano SPLENDORE sta nel proiettarsi nell'immagine di chi è vestito broccato d’oro e porpora, con una ghirlanda di giacinti rossi in testa, una collana d’oro. Una immagine alla quale aneliamo, ma che sappiamo lontanissima da ciò che vediamo se ci guardiamo allo specchio.
Di questi tempi, entrambe le immagini ci portano a credere nella potenza di cosiddette intelligenze artificiali. Ad affidarci a loro. Perché ci illudiamo possano vedere e agire al posto nostro. Perché se non possiamo vedere bellezza in noi, cerchiamo di vederla nella macchina.
Diamo alla macchina un nome splendido per nascondere ogni miseria.
Che fare? Nel mio libro SPLENDORI E MISERIE DELLE INTELLIGENZE ARTIFICIALI propongono una via.
- Usare la macchina con cautela. Senza rinunciare alla nostra storia. Senza cercare una vita al di fuori della natura. Senza cercare nella macchina un sostituto di noi stessi. Senza rinunciare al nostro corpo. Senza considerare la nostra mente separata dal corpo.
- Osservare le miserie e gli splendori delle novità digitali che si riassumono nelle parole 'Intelligenza Artificiale'con lo sguardo dell’essere umano che contribuisce a costruire il mondo che abita. Con lo sguardo del cittadino che, disposto ad assumersi responsabilità, non cessa di porsi domande. Con lo sguardo di ognuno di noi, intento a vivere esperienze.
La saggezza umana sta nell’accettare la situazione, nell’apprendere a leggerla e a viverla. Senza arrendersi però al fato, a ciò che ci è comodo definire inevitabile. La responsabilità consiste nel giudicare, decidere, scegliere, premiare il giusto, punire il malvagio, salvare e guarire: questi umani impegni restano vivi nei tempi digitali. Anche quando può sembrare possibile toglierci dalle spalle ogni peso, affidandolo a macchine.