giovedì 6 giugno 2013

L’e-book come incunabolo

La nuova parola incunabolo compare per la prima volta, a quanto si sa, nel trattato sull’arte tipografica di Bernhard von Mallinckrodt, stampato a Colonia nel 1639. La parola si afferma poi definitivamente con il titolo del repertorio di Cornelius van Beughem: Incunabula typographie sive catalogus librorum scriptorumque proximis ab inventione typographiae annis, usque ad annum christi m.d. inclusive, in quavis linguâ editorum. Amsterdam: Johannes Wolters, 1688.
A quel punto, verso il termine del 1600, è ben chiaro quale oggetto tecnologico si intende. Si definiscono così i primi libri stampati, non più replicati a mano da copisti. Ben chiaro è anche quale sia il primo incunabolo, l’incunabolo-simbolo, la Bibbia latina che Johannes Gutenberg stampò a Magonza nel 1453-55. 
Il plurale latino incunabŭla, sta propriamente per ‘fasce’, e deriva da cunae, ‘culla’. Incunabolo è il nome che designa i prodotti usciti dalle officine degli stampatori, nella seconda metà del 1400.  L’oggetto tecnologico che poi ci abitueremo a chiamare libro è allora ancora in fasce, è un bambino nella culla, ancora lontano dalla adulta maturità del libro. Gli incunaboli sono oggetti tecnologici in ogni aspetto modellati sui manoscritti coevi. Sono prodotti tramite una tecnologia nuova, la stampa - ma restano legati al modello del libro scritto a mano dai copisti. Sono un'imitazione del libro prodotto dai copisti.
Proprio come l’incunabolo, alla fine del 1400, era totalmente modellato sulla forma del libro prodotto dai copisti, allo stesso modo l’e-book, oggetto tecnologico che appare sulla scena all'inizio del nuovo millennio, è totalmente modellato sul libro. 
Così come a cavallo tra il XIX e il XX secolo si costruivano le prime automobili avendo ancora in mente la tecnologia e la forma della carrozza, un secolo dopo, di fronte ad una tecnologia che ci permette di pensare il testo al di fuori dei vincoli del libro, ci costringiamo ad imitare, tramite la nuova tecnologia, il vecchio e glorioso libro.
Rispetto alla tecnologia che presiede alla produzione del libro, la tecnologia che preside alla produzione dell'e-book è diversa. Eppure, come l'incunabolo, l'e-book guarda alle proprie spalle. Si imita la carta bianca del libro, si imita il foglio, si imita lo sfogliare delle pagine, si imitano i caratteri da stampa, si impone la lettura sequenziale tipica del libro.
Quando oggi ragioniamo attorno alle caratteristiche degli e-reader, gli strumenti che ci permettono di leggere gli e-book, quando parliamo delle differenze, o dei piccoli vantaggi o svantaggi che distinguono il Kindle di Amazon da un altro e-reader; quando ragioniamo sul formato imposto ai testi da Amazon o da Google, o sui standard ‘aperti’ come e-Pub, ci muoviamo sempre, in ogni caso, nell’angusto mondo di imitazioni di una tecnologia del passato. Pieghiamo il nuovo al vecchio.
Con gli incunaboli e con gli e-book non si guarda al futuro, ma si coltiva invece la sopravvivenza del passato. La parola ci parla di oggetto neonato. Ma la realtà dell'oggetto ci fa pensare piuttosto, sia per gli incunaboli che per gli e-book,  più che ad una culla, ad una tomba.
Potremmo dire che l’e-book è la versione tombale del libro, il libro costretto in una cassa da morto. La biblioteca, in questa luce appare come cimitero.
Il libro costringe il testo ad una unica versione, quella stampata, una volta per tutte. La rivoluzione digitale ci propone l’idea di un testo ben diversa. Un testo che certamente può essere fissato in versioni stabili, conservabili nel tempo. Ma ai tempi del codice digitale il testo è sempre in fieri. Ognuna delle sue versioni resta una delle versioni possibili, tutte ugualmente conservabili nel tempo. I confini del singolo testo esistono, possono essere ben definiti. Eppure sono confini sfumati. Il testo cessa di essere un sistema chiuso. Il codice permette modalità di pubblicazioni diverse: su carta, su schermo. La nuova tecnologia permette di intendere il testo come ‘oggetto di conoscenza’, galassia dai confini sfumati.
Potenzialità, tutte queste, difficili da comprendere. Studiosi che ci propongono, da diversi punti di vista, visioni del futuro, non mancano: Ted Nelson, Licklider; Illich e Lotman. Resta comunque difficile immaginare oggi il testo del futuro. Difficile cogliere gli esiti produttivi, letterari, estetici, del codice digitale.
Ma una cosa è certa: l'e-book non ha nulla a che fare con i modi di fruizione futuri del testo.
La scena che ha al centro l'e-book sarà vista dagli storici del futuro come modesta, infantile.
Ci limitiamo, con l'e-book, a imitare il libro. Il libro è un oggetto tecnologico meraviglioso. Un oggetto che ha per noi un valore affettivo, ma che vanta anche una consonanza ormai consolidata con la nostra mente, con il nostro modo di pensare. Il libro sopravviverà nel tempo, così come la presenza di automobili non impedisce la costruzione di carrozze. Ma è un oggetto tecnologico la cui gran stagione si colloca nel passato.
L'industria cresciuta attorno al libro -case editrici, distribuzione, libreria- tenta, comprensibilmente di sopravvivere. Editor e redattori di case editrici, agenti letterari, autori, non sanno, o non vogliono guardare oltre i confini di processi di lavoro pensati in funzione dell'oggetto libro. Ben pochi sono coloro che, nel mondo editoriale, sanno guardare oltre. Tentano di imporre a tutti di muoversi ancora nello scenario che Johannes Gutenberg inaugurò a metà del 1400 con la sua Bibbia. Di qui il loro impegno nel campo dell’e-book, oggetto tecnologico che è il male minore. Attorno all'e-book si possono organizzare le difese, attestandosi sul minimo cambiamento inevitabile. Con l'e-book, non a caso, si tenta di replicare nel nuovo contesto -tramite DRM, Digital Right Management- il modo di intendere il ‘diritto d’autore’ nato con l'oggetto-libro.
Siamo cresciuti in un mondo di libri. La bookishness, di cui parla Georg Steiner è stata per noi l’universale sfera della cultura colta, della letteratura. Su questo nostro vissuto, qualcuno specula per costringerci a vedere l’e-book come nuova sfera.
Ma l'e-book è cosa ben misera. Il possibile avvenire della conoscenza e della letteratura, accolti nella loro ampiezza, sta ben oltre l'incunabolo, oltre l'apparentemente nuovo che è in realtà imitazione del passato.



sabato 2 marzo 2013

Martin Heidegger e l’informatica come filosofia dei nostri tempi


Il pensiero speculativo del filosofo viaggia per concetti, e quindi, coglie in modo per noi ancora oggi sorprendente ed illuminante l’essenza della cibernetica e dell’informatica. Se l’acutissima lettura heideggeriana dell’informatica non è stata granché studiata, e tanto meno è stata intesa. ciò appare dovuto alla scarsa consuetudine con l’informatica di chi legge Heidegger, e per l’altro verso alla scarsa consuetudine con un certo pensiero filosofico di coloro che hanno tentato di ragionare sul confine tra filosofia e informatica.
Eppure Heidegger ci parla di dato e di informazione, ci parla di computazione, ci parla di pensiero e di conoscenza mediati dall’uso di macchine, ci parla di come l’essere umano rischia -nel dominio dell'informatica- di essere espulso dal processo di costruzione di conoscenza. E ci parla infine dell’esperienza che ognuno di noi fa con programmi per il trattamento dei testi, con il World Wide Web e con il motore di ricerca: al di là del domino della macchina si ritrova, in nuova forma, l’uomo attore del processo.

Questo testo non è che un frammento del mio commento ad una conferenza tenuta il 30 ottobre 1965.
 Il titolo della conferenza appare chiaro: Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie, La fine del pensiero in forma di filosofia. La conferenza è anche nota con il titolo Zur Frage nach der Bestimmung der Sache des Denkens, Sulla questione riguardante la determinazione della materia del pensare

Heidegger: L’esserci è la Lichtung, il diradamento per la presenza in quanto tale, e nel contempo non lo è affatto, nella misura in cui il diradamento è soltanto l’esserci, è garante cioè di questo ente come tale. L’analitica dell’esserci non perviene ancora a ciò che è proprio della Lichtung e non giunge per niente in quell’ambito a cui, dal canto suo, la Lichtung appartiene.
La presenza di ciò che è presente non ha in quanto tale alcun rapporto con la luce (Licht) nel senso del chiarore. La presenza è invece riferita al diradarsi (Lichte) nel senso della Lichtung (clearing).
Ciò a cui questa parola ci fa pensare, lo si può chiarire con un esempio. Una Lichtung (radura) nel bosco è quello che è, non a causa del chiarore e della luce che vi può splendere durante il giorno. La Lichtung cè anche di notte. Lichtung significa: in questo punto il bosco può essere attraversato.
Il filosofo ci ha accompagnato nella zona di confine, dove la filosofia giunge alla sua fine ed offre limmagine estrema di nel dissolversi in scienze diverse, ognuna autonoma ed inconsistente. linformatica prende il posto della filosofia, e sembra offrire alle scienze un fondamento comune:
con larmamentario dellinformatica strutturata lacosadel pensiero, sia pure ridotta a dato computabile, diveniva maneggiabile. Così linafferrabile, il meraviglioso, lo sfuggente apparire, il presentarsi dellessere, sembra diventare afferrabile.
Eppure il filosofo si accorge del pericolo implicito in questa informatica, estrema manifestazione della tecnica: l’orientamento al controllo, l’attaccamento alla conoscenza che c’è già, l’accanita attenzione alla parcellizzazione, il necessario ricorso a fondamenti e ad impalcature. Tutto questo, in realtà, significa rivolgere lo sguardo all’indietro. Perché l’informatica sappia accogliere il presentarsi dell’essere, il frutto di nuovo pensiero, il nuovo apparire di conoscenza, c’è bisogno di qualcos’altro.
Se l’uomo è un libero essere storico, deve guardarsi dal pericolo di consegnare la determinazione di sé al riduttivo modo di pensare informatico. Se la domanda implicita nella filosofia è ‘in cosa consiste la stessa possibilità di pensare’, la domanda deve porsela anche l’informatica, ora che prende il posto della filosofia.

Heidegger: Meditare sul fatto che e su1 modo in cui la Lichtung è garanzia della presenza (Anwesenheit) fa parte della domanda concernente la determinazione della materia (Sache) del pensiero, un pensiero che, volendo corrispondere a questa materia e agli stati che le sono propri, si vede costretto a trasformarsi.
Anche questo parlare a proposito della Lichtung non è forse soltanto una metafora, ricavata dalla radura del bosco? In fin dei conti la radura non è che qualcosa di presente in un bosco presente. Invece la Lichtung, come garanzia propria dello spazio libero, del venire alla presenza e del permanere di ciò che è presente, non è né qualcosa di presente, né una proprietà della presenza. La Lichtung, e ciò che essa stessa dirada, resta piuttosto qualcosa che concerne il pensiero non appena questo è interessato dalla domanda su come stiano le cose a proposito della presenza in quanto tale.
Troviamo qui occasione per osservare la parabola dell’informatica -così come la conosciamo, dal momento del suo emergere come disciplina, o meta-scienza, al momento in cui scrivo.
Possiamo tornare dunque ora a guardare all’informatica infantile, costretta a lavorare su una piccola parte della ‘materia del pensiero’, costretta a contentarsi di dati ‘certi’, ma poveri. Costretta a considerare del pensiero solo ciò che è computabile, cioè: solo ciò che è esprimibile attraverso uno specifico linguaggio formalizzato. Costretta a fondarsi sull’ordinabilità, sul controllo. Questa informatica cerca rimedio all’‘iconoscibilità della cosa’ nella ‘certezza del dato’, segno della cosa finemente definito, in un modo non più comprensibile all’uomo, e comprensibile invece solo da parte di macchine dedicate a questo scopo. C’è -come ci ricorda il filosofo- un evidente limite in tutto questo: la conoscenza non può essere ridotta all’esecuzione di un algoritmo, e non può essere subordinata all’imposizione di una scaffalatura, di una struttura data a priori.
Ma tutto cambia quando l’informatica si scopre in grado non solo di ordinare ed a elaborare fine grained data, ma capace di lavorare con coarse grained data attinti da un ‘fondo’. In questo ‘fondo’ stanno anzi, per meglio dire, non importa come organizzati, materiali di grana diversa, insomma: Sache, Stoff, matter, coarse, roba: in apparenza magari anche robaccia grossolana, cianfrusaglie. E la questione, il problema, la materia del lavoro -ecco in gioco il doppio senso di Sache e di matter- non risiedono più, come nell’informatica infantile, nell’elaborare e nell’ordinare. La questione, il problema, la materia, in questa informatica evoluta, sta nel diradare. Come il bosco si dirada improvvisamente finché -Lichtung- ci appare la radura, così funziona l’informatica che porta a galla, alla luce, ciò che è implicito nella materia, per tentativi ed errori, per approssimazione, senza che alla fin fine importi come.
Due esempi appaiono subito evidenti.
Così, lavorando con materiali eterogenei ed eterocliti, costruiamo conoscenza tramite il Data Mining: rovistando, appunto, in questo ‘fondo’, e cercando cluster, cercando sul momento una struttura utile a tenere insieme abbastanza bene quei materiali, in modo che ci appaia conoscenza. Ci soccorre il senso implicito in cluster: ‘grumo’, ‘blocco’, ‘zolla’; l’idea di possibile ‘coagulazione’, ‘raggrumarsi’, prende il posto del necessario riferimento a una ‘impalcatura’, ‘intelaiatura’ già data.
E così, ancora, lavorando con materiali eterogenei ed eterocliti, costruiamo conoscenza muovendoci nel World Wide Web -sterminato ‘fondo’ di materiali continuamente accumulati, anche con il nostro contributo- estraiamo di volta in volta cose, e con queste costruiamo provvisorie ma efficaci strutture.

Heidegger: Das Lichte è il diradarsi. Lichten vuoi dire liberare, lasciar libero, affrancare. Lichten dipende da leicht (lieve). Alleviare, alleggerire una cosa significa eliminare gli ostacoli, condurla in un ambito senza più resistenze, nello spazio libero. Levare lancora vuol dire: liberarla dal fondo marino che la serra tuttattorno ed elevarla nello spazio libero dellacqua e dellaria.
La presenza è assegnata alla Lichtung intesa come garanzia propria dello spazio libero.
Lichtung, clearing, ‘diradarsi’, ‘farsi chiaro’, processo di continua emergenza di conoscenza adeguata alla situazione.
Qui c’è il processo, il flusso, il continuo manifestarsi della presenza. Un processo sempre in fieri, sempre possibile. Un processo che si dà a prescindere dall’essere umano, ma del quale l’essere umano può essere partecipe.
Possiamo quindi riprendere, andando oltre il mero esempio sopra accennato, il discorso a proposito di ciò che, nei termini proposti dal filosofo, è il World Wide Web.
Nel World Wide Web, possiamo osservare diverse azioni connesse e interagenti, azioni che coinvolgono uomini e macchine, azioni orientate al ‘diradarsi’, ‘superamento di resistenze’: Lichtung, clearing che finisce nel liberare conoscenza. ‘Liberarla dal fondo che la serra ed elevarla nello spazio libero dell’acqua e dell’aria’.
Quando l’essere umano aggiunge tag, ‘etichette’ ai materiali grezzi, l’essere umano e la macchina, accoppiati strutturalmente, stanno cooperando nel liberare il materiale costretto in una Gestell -intelaiatura, scaffale-, costretto ad essere stabile, ma inattivo: Bestand, standing reserve, fondo. Così non importa più di che Sache, roba, stuff, matter si tratti - il materiale in ogni caso è reso vivo, suscettibile di infiniti utilizzi.
Altrettanto importante Lichtung , lavoro di diradamento, di apertura di percorsi, è il sotterraneo, autonomo lavoro del crawler, l’agente software che esplora i luoghi reconditi, rilevando la presenza di ogni genere di Sache, roba, stuff, matter.
E poi possiamo vedere l’essere umano e la macchina, accoppiati strutturalmente, cooperare alla parousía, ‘al far sorgere conoscenza dalla dalla propria essenza’, quando l’essere umano inserisce nella finestra del search engine ,motore di ricerca, parole che presuppongono interrogazioni, domande. E trova, restituite dalla macchina, possibili risposte.
E’ così che il World Wide Web ci narra di come la materia del pensare, la materia per pensare, prende forma. Solo avendo sotto gli occhi di questa narrazione -o anzi: solo perché di questa narrazione abbiamo esperienza, essendone attori partecipi- possiamo cogliere i limiti entro i quali rischia di restare avvinto il nostro pensiero – i limiti dei quali il filosofo ragiona.
Consideriamo quanta materia del pensare, materia per pensare, resterebbe a noi oscura ed ignota, poveramente accessibile, in fondo inaccessibile, nel modo dei libri chiusi, delle biblioteca sia pure ben organizzate, nel mondo sia pure perfettamente strutturato dell’informatica infantile.
Il filosofo sta dicendoci che, forse, le risposte che la filosofia non può più dare potranno essere trovate tramite l’informatica. Ciò accadrà se l’informatica abbandona fondamenti e orientamenti al controllo, e si manifesta invece come affrancamento, liberazione del pensiero.
Così è quando noi, pur limitati nell’agire dalla nostra pochezza, e dalla pochezza delle macchine che ci accompagnano nell’esplorazione, ci muoviamo affacciati sull’ignoto Web con l’ausilio di un motore di ricerca.

sabato 2 febbraio 2013

L'Unheimlich di Freud, il progetto logicista, il Web

All'inizio del Ventesimo Secolo, con Frege e con Russell, si afferma progetto logicista: una 'lingua per le idee', priva di contraddizioni, inequivocabile. Ciò che non può detto in modo inequivoco, deve essere ignorato. In quegli stessi anni Freud porta avanti un progetto opposto: la conoscenza sta nell'informe materia di cui i sogni sono traccia.
Mentre Freud ci invita ad accettare le nostre tenebre, ed il nostro stesso essere stranieri a noi stessi, in quegli stessi anni filosofi e matematici -Frege, Russell, Hilbert- tentano di definire linguaggi capaci di rendere esplicita ogni oscurità, linguaggi capaci di descrivere senza ambiguità ogni cosa.
Frege e Russel preparano l'avvento dell'informatica figlia della matematica: modelli formali, assiomatici, gerarchici, deduttivi. Data bases che pretendono di contenere solo 'verità, e che scartano la conoscenza che non può essere esattamente classificata. Freud, all'opposto, ci parla di quella fonte di conoscenza sovrabbondante, disordinata e anche tenebrosa, ma ricchissima: il World Wide Web.
A Vienna, nel 1919, nei giorni dell’inizio della fine -la prima Guerra Mondiale è appena terminata, il millenario Impero si è sbriciolato- Sigmung Freud, riprendendo in mano un più vasto saggio che aveva da anni nel cassetto, scrive a proposito dell’Unheimliche.1
Poco ci importa che i traduttori italiani abbiano ormai canonizzato una traduzione: perturbanteQuesta espressione rende ben poco del tedesco. Unheimlich, nota Freud, è evidentemente l’antitesi di Heimlich, da heim, ‘casa’, e di Heimisch, ‘patrio’, ‘nativo’, e quindi: ‘familiare’, ‘abituale’. E’ ovvio quindi dedurre che “se qualcosa suscita spavento è proprio perché non è noto e familiare”. E dunque ecco l’inquietante, sinistro, lugubre, sospetto, spaventoso, tenebroso, straniero, estraneo, fonte di disagio, di cattivo augurio. Uncanny, unconfortable, gloomy, ghastly. L’inquiétante étrangeté. Lo ominoso.
Freud nota che ciò che per uno è Heimlich per l’altro è Unheimlich. Così come, possiamo ricordare, seguendo la lezione di Marcel Mauss, il gift è allo stesso tempo dono e veleno: ognuno teme ciò che non gli è familiare, cioè che risulta ignoto e straniero. Ma non basta questo ad avvicinare il mistero dell’Unheimlich. Per coglierlo, ci dice Freud, dobbiamo seguire Schelling. “Unheimlich, dice Schelling, è tutto ciò che avrebbe dovuto restare segreto, nascosto, ed invece è affiorato”.
Ecco dunque che nel Dizionario Tedesco di Jakob e Wilhelm Grimm2 alla voce Heimlich troviamo, accanto al senso di ‘familiare’, ‘domestico’, ‘natale’: “Heimlich in quanto alla conoscenza”: in questo senso, ci dicono i fratelli Grimm, Heimlich traduce il latino mysticus, divinus, occultus, figuratus. Sicché, commentano i fratelli Grimm, “Heimlich assume il significato proprio di Unheimlich, come mostra una frase del drammaturgo Friedrich Maximilian Klinger: ‘a volte mi sento un uomo che vaga nella notte e crede negli spettri; per lui ogni angolo è sinistro (Heimlich) e dà i brividi’”.
Anche a casa nostra, anche nella nostra città, nella nostra patria, nel mondo caldo e familiare dove dovremmo essere protetti da ogni pericolo esterno viviamo nel sospetto e nel timore, viviamo nel timore.
Freud, si sa, vuole parlarci dell’inconscio, ma nel farlo ci sta parlando di conoscenza.
L’ Heimlich-Unheimlich “in quanto conoscenza”: una conoscenza che ci è familiare, che ci rassicura e ci offre conferme. E che e al contempo ci è estranea, provoca spavento, contiene qualcosa di inquietante e sinistro che preferiremmo tenere lontano da noi.
E' così che ci affacciamo sul World Wide Web. Viviamo lo spaesamento, l'inquietudine, ci troviamo di fronte all'Unheimlich. Qualcosa di familiare e allo stesso perturbante, per l'assenza di confini, di ordine e di regole. Ma proprio in questo sta la ricchezza del Web: la ricchezza con la quale dobbiamo imparare a convivere.

1Sigmund Freud, “Das Unheimliche”, Imago, Band V, Wien, 1919; trad. it. Leonardo e altri scritti, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, I, Boringhieri, Torino, 1969, pp. 267-307.
2Jakob e Wilhelm Grimm, Deutsches Wortërbuch, Hirzel, Leipzig, 1877.

sabato 17 novembre 2012

Analogia tra quipus e informatica


Vari studiosi hanno ragionato attorno all’analogia tra quipus e informatica.
Gary Urton. Antropologo, cura a Harvard il Khipu Database Project. A lui si devono anche articoli divulgativi qui quipus e sui loromisteri.1 Sebbene aperto anche alle ricerche suiquipus narrativi, Urton è lesponente più in vista della scuola che intende i quipos comesophisticated system of mathematical notation.
In Signs of the Inka Khipu Urton sostiene che i quipus fossero basati, come lo sono i computer nel momento in cui lui scrive, su codice binario.2 Per osservare i quipos -che hanno una storia millenaria, lungo la quale, è dato da supporre, il codice si sia evoluto, magari anche attraverso grandi discontinuità- si prende ad esempio il computer -una macchina che vive ancora la sua fase infantile-. Puntare tutto sul supporre che alla base del codice dei quipos stia la codifica che presiede in questa fase al funzionamento del computer appare scommessa rischiosa. Già negli anni in cui Urton scrive si può ben immaginare che la classica macchina di Turing deterministica si evolverà per diventare macchina universale, e quindi macchina quantistica. Con inevitabili, importanti evoluzioni del codice.
Paul Beynon-Davies. Consulente di management, docente di Business School, informatico di professione, prende spunto dai quipos deli Incas per interrogarsi sullostatus of informatics as a discipline.3
L'informatica è termine-ombrello che permette di definire areethe overlapping disciplinary areas of information systems, information management and information technology. Il nodo del dibattito è, per Beynon-Davies, trovare labetter definition for the central concept of information system.
Il caso della civiltà Inca, ci presenta veri e propriinformation specialists- i quipucamayos, e una precisainformation technology, fondata sui quipos. I quipos appaiono, nel dominio dellinformatica,a non-familiar example of a data structure. Osservando i quipos possiamo mettere a fuoco la differenza trainformazioneedati, e individuarea number of essential or universal characteristics of data.
Vediamo così di fatto implementato nellImpero Incaico un maturoinformation system,sistema informativo. L'aspetto affascinante di questo sistema informativo, sul quale si fonda il buon funzionamento del grande impero, conclude Beynon-Davies, è che linformation technologyat its core did not even utilise written language.
Beynon-Davies usa lanalogia, in modo opposto a Urton: tramite i quipos cerca il senso dellinformatica. Eppure, anche qui scatta la molla del riduzionismo difensivo. A Beynon-Davies piace cogliere nei quipos, e nel loro uso presso gli Incas, la pura essenza di unsistema informativoidealizzatoche però non corrisponde aisistemi informativiche ha sotto gli occhi mentre scrive, a quanto, ci raccontano i cronisti. Il professionista dellinformatica, nellansia di fondare su basi solide la propria disciplina, sceglie di vedere nei quipos un sistema strutturato, predisposto per ospitare nient'altro che dati intesi come entità discrete. Si nega lesistenza dellaltra faccia dei quipos: il loro essere strumento di conservazione di narrazioni di miti e favole e storie.
Così facendo, tramite una lettura capziosa dell’analogia con i quipos, Beynon-Davies, finisce per escludere dal suo orizzonte l’altra faccia dell’informatica: l’informatica che, anziché lavorare con dati, lavora con testi: le basi dati non strutturate, i linguaggi di marcatura, i motori di ricerca, il World Wide Web nel suo insieme.

1Gary Urton,Inca Encodements, Science, 216, 1982. Gary Urton, Carrie J. Brezine,Khipu Accounting in Ancient Peru, Science, 309, 2005. Gary Urton,Untangling the mystery of the Inca, Wired, January 2007.
2Gary Urton, Signs of the Inka Khipu. Binary Coding in the Andean Knotted-String Records, University of Texas Press, Austin, 2003 (The Linda Schele Series in Maya and Pre-Columbian Studies).
3Paul Beynon-Davies,Informatics and the Inca, International Journal of Information Management, Volume 27, Issue 5, October, 2007. Paul Beynon-Davies,Significant threads: The nature of data, International Journal of Information Management, Volume 29 Issue 3, June, 2009.

mercoledì 19 settembre 2012

Il quipu come codice e come macchina


Immaginiamo un viaggiatore di ritorno dopo dopo una lunga assenza. Lontano dalle nostre terre tra l’ultimo scorcio del secolo scorso e l’inizio di questo, osserverà ritornando, certamente sorpreso, la macchina multiuso di cui può disporre ora ogni essere umano. Macchina che permettono di scambiare messaggi istantanei, e di conversare, anche condividendo le reciproche immagini, senza che influisca la distanza; e che offrono al contempo gli strumenti per fare di calcolo; e per scrivere liberi dai vincoli imposti dal foglio di carta; e di pubblicare, fuori dal controllo di editori e censori; e di accedere a innumerevoli fonti: archivi, documenti, libri, qualsiasi biblioteca del globo; macchine con le quali, ancora di si possono scattare fotografie, registrare filmati; registrare voci e comporre musica, disegnare; e conservare e organizzare e condividere questi oggetti multimediali, così come si possono conservare e organizzare e condividere i testi scritti; mischiando anche parole scritte e voci e suoni e immagini fisse e in movimento; fin al punto che il modo di intendere lo scrivere e il leggere, il disegnare e il fotografare e il comporre musica -intesi come singole arti- perdono di senso. E l’uomo appare, tramite queste macchine, più capace e intelligente.
Simile stupore dovevano trovare gli spagnoli che in terra d’America, attorno al 1530, giunti a contatto con la gran cultura dell’Impero Inca, ebbero modo di osservare come lì si ‘scriveva’, e si ‘leggeva’, e si organizzavano e si conservavano le conoscenze.

Para suplir la falta de letras, tenían estos bárbaros una curiosidad. (…) Las cosas más notables, que consisten en número y cuerpo, notábanlas, y agora las notan, en unos cordeles, a que llaman quipo, que es lo mismo que decir racional o contador. (...) Es cosa de admiración ver las menudencias que conservan en questos cordelejos, de los cuales hay maestros como entre nosotros del escribir.
Y así cada uno a sus descendientes iba comunicando sus anales por esta orden dicha, para conservar sus historias y hazañas y antigüedades y los números de las gentes, pueblos y provincias, días, meses y años, batallas, muertes, destrucciones, fortalezas y cinches.
Pedro Sarmiento de Gamboa, Segunda parte de la historia general llamada indica, Cuzco, 1572 (scritto tra il 1570 e il 1572).

Per supplire alla mancanza di lettere, avevano questi barbari una curiosità. (…) Le cose più notevoli, che consistono in numero e corpo, le annotavano, e ora le annotano, in delle cordicelle, che chiamano quipo, che è lo stesso che dire razionale o contabile. (…) E’ cosa che desta meraviglia vedere le minuzie che conservano in questi cordami, dei quali ci sono maestri come tra noi dello scrivere.
E così ognuno ai suoi discendenti comunicava i suoi annali per mezzo di questo detto ordine, per conservare le loro storie e le gesta e le antichità e il numero delle genti, dei popoli e delle province, dei giorni, e dei mesi e degli anni, e le battaglie, le morti, le distruzioni, le fortezze e i capitani.
Pedro Sarmiento de Gamboa, Historia índica, sta in Garcilaso de la Vega, Obras Completas, Apéndice con Historia indica de Pedro Sarmiento de Gamboa, Atlas, Madrid, 1965. Tomo IV, pp. 211-212 (Biblioteca de Autores Españoles, 135).

Nel cogliere il senso profondo di ciò che chiamiamo ‘leggere’ e ‘scrivere’, ci è di grande aiuto l’osservazione di altri modi di costruire conoscenza, modi assolutamente differenti.
Tramite i quipos questi indios conservano la conoscenza “vera y ordenadamente”, “veramente e ordinatamente”, diceva Sarmiento de Gamboa. Martín de Murúa, altro Cronista delle Indie,
precisa: “tutto messo con molto ordine e ben disposto”. C’è dunque un criterio, c’è una logica precisa. C’è un modo -per noi incomprensibile, ma efficace- per conservare e per recuperare. Per mantenere nel tempo e per avere a disposizione in questo istante.
I cronisti osservano, testimoniano. Mostra la sorpresa di fronte alla differenza. Anche se forse non la sa percepire nelle sue dimensioni. Non poteva sapere che i quipos erano in uso almeno da 2.500 anni prima di Cristo. L’invenzione della scrittura con caratteri cuneiformi, incisi con uno stilo su un supporto di argilla, è di poco precedente.
Accettare che alfabeti, scrittura, libri non siano che una delle forme attraverso le quali può essere conservata la conoscenza è mettere in discussione i fondamenti della nostra cultura.
Ciò che noi facciamo con carta e penna, gli indios di cultura quechua fanno attraverso i quipos. Ma gli indios fanno attraverso i quipos anche -ed è questo secondo passaggio che appare più importante- ciò che facciamo, nel dominio dell’informatica, scrivendo su un supporto di memoria – un disco, un supporto allo stato solido.
Di fronte a questa constatazione, siamo obbligati ad allargare lo sguardo. La nostra consuetudine con un certo modo di scrivere ci fa velo. In realtà, conosciamo altre codifiche.
I quipus ci portano su un terreno inusitato, ben oltre la visione del mondo che può essere espressa attraverso la metafora del libro.
Ci spingono a riflettere su come il codice che presiede al funzionamento del computer, al di là dell’apparenza, non sia poi così diverso dal codice che presiede alla scrittura con carta e penna.
Ci spingono anche a chiederci se forse, condizionati dalla tradizione, dalla consuetudine, non leggiamo in termini riduttivi la novità implicita nel computer e nel suo codice.
Tramite questi ‘cordami’ sono conservate, con minuziosa precisione “sus historias y hazañas y antigüedades y los números de las gentes, pueblos y provincias, días, meses y años, batallas, muertes, destrucciones, fortalezas y cinches”; “le storie e le gesta e le antichità e il numero delle genti, dei popoli e delle province, dei giorni, e dei mesi e degli anni, e le battaglie, le morti, le distruzioni, le fortezze e i capitani”.
Ciò che più desta meraviglia è che attraverso i quipos fossero conservati non solo dati 'discreti', numerici', ma anche narrazioni.
Tutto lo scibile può essere conosciuto, tutta la conoscenza può essere conservata, ogni storia può essere narrata attraverso corde e nodi.  

I quipos ci spingono a ricordare come noi, bisognosi di fondamenti, riconduciamo la novità a ciò che è spiegabile avendo in mente il libro. Impediamo così forse al computing di sprigionare la novità di cui è portatore. C'è di più: http://diecichilidiperle.blogspot.it/2012/11/analogia-tra-quipus-e-informatica.html.





martedì 31 luglio 2012

Come le arterie di un ragno divino


E' il titolo di un capitolo del mio saggio Viaggio letterario in America Latina. Un capitolo che non avrei potuto scrivere con carta  e penna. E' stata concepibile e realizzabile solo perché lavoravo con un computer, con un programma di 'trattamento dei testi'.
(Per la cronaca, per abitudine assunta lavorando nella Direzione Organizzazione della Mondadori, ho continuato a usare, fino a quando nel 1998 ho licenziato il testo del Viaggio letterario, un poco noto, ed alla fine in apparenza obsoleto Word Processor; XyWrite. Un Word Processor che aveva già a metà degli Anni Ottanta del secolo scorso tutto ciò che -dal punto di vista dello scrittore- è importante.).
Scrivendo quel capitolo del mio saggio, a differenza di quello che sentivo scrivendo altri capitoli-, sentivo proprio la limitazione legata all'impossibilità di aggiungere legami multimediali, immagini e suoni, ero costretto ad evocare film e musica con parole. Questo vincolo è proprio una di quelle contraintes di cui argomentavano Queneau, Perec, e gli altri di Ou.Li.Po. Questo, come ogni vincolo, a volte  è virtuoso e a volte no.
Sentivo, scrivendo 'Come le arterie di un ragno divino', la limitazione legata al fatto che un simile testo è  sempre provvisorio, si potrebbe aggiungere sempre qualcosa. Mentre altri capitoli potevano essere ragionevolmente 'finiti', questo no. Tanto è vero che nel ripubblicare il libro presso quella piccola casa editrice due anni fa, questo è l'unica capitolo al quale ho aggiunto qualcosa, e nel quale ho modificato qualcosa.
E sentivo la limitazione insita nel non poter aggiungere parti di testo fatte -anziché di segni alfabetici- di immagini fisse e in movimento, suoni, musica.
E sentivo anche che l'autore può decidere di scrivere da solo senza interventi di altri, ma potrebbe anche all'opposto scrivere limitandosi ad usare citazioni di altri autori.
Da questa esperienza posso trarre una considerazione generale: oggi una persona che scrive con un Personal Computer, avendo a disposizione le risorse offerte dal World Wide Web e pensando ad una pubblicazione tramite World Wide Web, è chiamato a compiere scelte che erano impensabili quando si scriveva su carta, in vista di una pubblicazione tramite libro.

giovedì 19 luglio 2012

Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura 2012-2013


Questo è il programma del corso che tengo nel primo semestre (settembre-dicembre) dell'anno accademico 2012-2013.

Titolo: Tecnologie dell'Informazione e Produzione di Letteratura
Corso di studi interfacoltà: Informatica Umanistica (laurea magistrale)

Argomento:
Il corso proporrà una riflessione a proposito di come la codifica digitale della conoscenza, e la disponibilità di nuovi strumenti -di cui il word processor e il motore di ricerca sono casi esemplari-
ci impongono di ripensare ciò che chiamiamo ‘letteratura’.
La ‘letteratura’, evolutasi tra oralità e scrittura, giunta a noi sotto forma di libro, appare ora, di fronte a nuove tecnologie, in luce differente.
E’ possibile interrogarsi sulle possibili evoluzioni, nel nuovo contesto, di figure consolidate: autore, interprete, editore, lettore.
Non si guarderà però alla situazione presente e imminente con l’intento di cogliere punti di rottura e discontinuità. Né si considererà il World Wide Web come mondo separato, nel quale emerge una specifica ‘letteratura’. Si cercheranno invece di cogliere gli elementi di continuità, guardando a come libera espressione dell’autore, tradizione letteraria, critica letteraria e attenzione filologica manifestano nel nuovo contesto.

Alcuni dei temi oggetto di riflessione:
- Strumenti e spazi di libertà per l’autore, individuale e collettivo
- Come intendere la letteratura oggi, ovvero il Web come metafora
- Per una nuova definizione del ‘testo canonico’
- Verso una filologia digitale: approcci e strumenti
- L’e-book come incunabolo
- Testo vs. Libro. Il futuro del libro come forma e come oggetto
- Una ipotesi a proposito del recente successo dei ‘libri gialli’

Esercitazioni:
Come le arterie di un ragno divino: un progetto di scrittura collaborativa multimediale. Sono invitati a partecipare sia i frequentanti sia i non frequentanti (oltre ad altri studenti interessati al progetto). Tramite appositi tag resterà evidenza del contributo di ognuno. Punto di partenza dell’esercitazione è il capitolo “Come le arterie di un ragno divino”, compreso in: Francesco Varanini, Viaggio letterario in America Latina, Marsilio, Venezia, 1998. (Il testo è almeno parzialmente leggibile tramite Google Book. Per il testo di partenza, la piattaforma di lavoro e lo sviluppo dell’esercitazione rivolgersi via e-mail al docente).

'Decostruzione' tramite strumenti informatici di un romanzo a scelta. Si chiede allo studente di agire con libertà e con atteggiamento creativo, allo scopo di progettare la trasformazione di un romanzo -nato per essere fruito tramite supporto cartaceo- in un ‘oggetto di conoscenza’ basato su codifica digitale. Si chiede di operare utilizzando algortimi, o linguaggi di programmazione, o linguaggi di marcatura, o tool, insomma strumenti che fanno parte del bagaglio dell’informatico-umanista. Si chiede un progetto chiaro nello scopo, e preciso per quanto riguarda gli strumenti adottati. Non importa se lo sviluppo sarà parziale e non completo.

Letture obbligatorie:
Witold Gombrowicz, Ferdydurke, Ròj, Varsavia, 1937 (ma con data 1938). Con lo stesso titolo, in spagnolo: Argos, Buenos Aires, 1947; in francese: Julliard, Paris, 1958; e in italiano Einaudi, Torino, 1961 (trad. incompleta, basata sulla trad. francese, a sua volta originata dall’ed. in spagnolo). Le diverse modifiche che differenziano l’ed. spagnola da quella del ’37 sono mantenute dall’autore nell’ed. polacca del 1969 (Instytut Literacki, Paris), da cui la trad. it. di Vera Verdiani: Ferdydurke, Feltrinelli, Milano, 1993.
Si chiede una lettura personale ed un commento, meglio se se sotto forma di scheda scritta, badando in particolare ai seguenti aspetti:
Relazione professori-studenti
Il problema della forma
Cosa è moderno
La fortuna di un romanzo
La fruizione del romanzo tramite traduzioni

- Francesco Varanini, Lezione digitale di Tecnologie dell’Informazione e produzione di letteratura, accessibile (sotto forma di testo scritto, narrazione orale, presentazione sintetica) presso iTune University. http://itunes.apple.com/it/podcast/rielaborazione-del-discorso/id400492966?i=88483620
- Francesco Varanini, “Un certo tipo di letteratura”: http://www.scribd.com/doc/24567746/Francesco-Varanini-Un-certo-tipo-di-letteratura
- Francesco Varanini, “La restituzione poetica”: http://www.scribd.com/doc/18237293/Francesco-Varanini-La-Restituzione-Poetica-o-il-Ricercatore-Debole
- Francesco Varanini, “Il romanzo come baule: http://www.scribd.com/doc/24624819/Francesco-Varanini-Romanzo-Come-Baule-Or-novel-without-bookishness
- Francesco Varanini “Nebrija: L'impero della lingua o la lingua dell'impero”: http://www.scribd.com/doc/24848495/Francesco-Varanini-Elio-Antonio-de-Nebrija-L-Impero-della-Lingua-o-la-lingua-dell-Impero
- Francesco Varanini, “Permanentemente registrare, in vista di giorni migliori. Ovvero la conoscenza come divinazione e preghiera”, http://www.scribd.com/doc/100496616/Francesco-Varanini-Permanentemente-registrare-in-vista-di-giorni-migliori-Ovvero-la-conoscenza-come-divinazione-e-preghiera

Bibliografia di approfondimento:
- Ivan Illich, In the Vineyard of the Text : A Commentary to Hugh's Didascalicon, University of Chicago Press, 1993; trad. it. Nella vigna del testo, Cortina, 1994.
-Jay David Bolter, Writing Space. The computer, Hypertext and The History of Writing, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale (N.J.), 1991, trad. it. Lo spazio dello scrivere. Computer, ipertesti e storia della scrittura, Vita e Pensiero, Milano, 1993. (Evitare possibilmente la seconda edizione, sia in inglese che in italiano; è peggiorativa).
- George P. Landow, Hypertext 2.0., Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1997; trad. it. L' ipertesto. Nuove tecnologie e critica letteraria, Bruno Mondadori, Milano, 1998.
- Ted H., Nelson, Literary Machines, Swarthmore (Pa), 1981 (pubblicato in proprio). Trad. it. dell'ed. 1990: Literary Machines 90.1, Muzzio, Padova, 1992.
- J. C. R Licklider, Libraries of the future, The MIT Press Cambridge, MA 1965, reperibile su Internet Archive: http://archive.org/details/librariesoffutur00lickuoft