Questo è il corso che tengo nel primo semestre dell'anno accademico 2010-2011 all'Università di Pisa.
Se da un lato si può riflettere sugli aspetti 'filosofici' della conoscenza, e dei supporti informatici che oggi permettono di portarla alla luce e condividerla, non si può trascurare di guardare, dall'altro lato, ai concreti progetti attraverso i quali le imprese tentano faticosamente di far sì che le conoscenze siano realmente visibili e condivisibili.
Titolo: Knowledge Management
Corso di studi: Informatica Umanistica (laurea magistrale)
Docente: Francesco Varanini
Argomento:
Il corso propone un avvicinamento al tema a partire da due diversi punti di vista. Da un lato il 'management', inteso come 'scienza della direzione aziendale'. Dall'altro la 'conoscenza', intesa come 'asset intangibile', ricchezza individuale e sociale.
Il management, irrigidito in modelli stereotipati, appare lontano dall'utilizzare al meglio le conoscenze delle persone che lavorano in azienda, e le conoscenze che sono accessibili via Rete.
Eppure le imprese del Ventunesimo secolo, in particolare le imprese italiane, vedono il loro successo legato ad un efficace uso delle conoscenze.
L'immaterialità delle conoscenze rende fondamentale l'uso dell'informatica. Ma il trattamento delle conoscenze esige un uso degli strumenti che si discosta dall'uso adeguato al trattamento dei dati e delle informazioni.
Il corso si baserà sopratutto sull'esame di casi aziendali, legandosi così alla situazione reale delle imprese, in questi anni in gran misura impegnate, in modi diversi, in progetti di Knowledge Management.
Testi d'esame:
• Peter Drucker, Management Challenges for the 21st Century, Butterworth-Heinemann, 1999; trad. it. Le sfide del management del XXI secolo, Franco Angeli, 2009.
• Palvinderjit Kaur, Knowledge Management: A Framework for building Knowledge Sharing Culture, UCTI, April 2007. http://www.scribd.com/doc/22455726/Knowledge-Management
• Luciano Paccagnella, Open Access. Conoscenza aperta e società dell'informazione, Il Mulino, 2010.
• Enzo Rullani, Economia della conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti, Carocci, 2004.
• Francesco Varanini, Contro il management. La vanità del controllo, gli inganni della finanza e la speranza di una costruzione comune, Guerini e Associati, 2010.
Testi per approfondimento:
• Peter L. Berger and Thomas Luckmann, The Social Construction of Reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge, Garden City, New York: Anchor Books, 1966; trad. it. La realtà come costruzione sociale, Bologna, Il Mulino, 1997.
• Thomas Kuhn, The Structure of Scientific Revolution, Chicago, University of Chicago, 1962; tr. it. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1969.
• Ikujiro Nonaka, Hirotaka Takeuchi, The Knowledge-Creating Company: How Japanese Companies Create the Dynamics of Innovation, Oxford: 1995; trad. it. The Knowledge-Creating Company. Creare le dinamiche dell’innovazione, Milano Guerini e Associati, 1997.
Indicazioni per non frequentanti:
Gli studenti possono rivolgersi al docente, durante l'orario di ricevimento o via mail (fvaranini@gmail.com), per avere suggerimenti in merito a come integrare la lettura dei testi d'esame, in particolare per quanto riguarda l'avvicinamento a concreti casi aziendali di Knowledge Management e alla scelta conseguente degli strumenti informatici più adeguati.
lunedì 18 ottobre 2010
sabato 28 agosto 2010
Hjelmslev e il prendere forma della conoscenza
Il modello di Hjelmslev ha un suo segreto fascino. Per la sua pulizia formale, e naturalmente sopratutto per il suo aspetto enantiomorfo. (Enantiomorfismo: 'Rapporto di uguaglianza inversa tra due enti che pertanto risultano simmetrici rispetto a un piano, in modo che l’uno dei due enti possa considerarsi come l’immagine speculare dell’altro').
Anche oggi, completamente tramontata la moda dalla semiotica, mi sembra che il modello continui a parlarci.
E questo nonostante il modello si fondi sull'opposizione complementare 'espressione' vs. 'contenuto', un'opposizione che appare malposta. Contenuto, o content, mi appare concetto fuorviante: il contenuto presuppone l'esistenza di un contenitore. Ma la conoscenza esiste a prescindere da un contenitore. Propendo quindi per l'opposizione 'espressione' vs. 'conoscenza'.
Una brevissima presentazione dell'Hjelmslev's Sign Model, e una provvisoria, ma indicativa, riflessione sul tema -orientata a legare semiotica e Knowledge Management- sta in questo mio breve testo.
Anche oggi, completamente tramontata la moda dalla semiotica, mi sembra che il modello continui a parlarci.
E questo nonostante il modello si fondi sull'opposizione complementare 'espressione' vs. 'contenuto', un'opposizione che appare malposta. Contenuto, o content, mi appare concetto fuorviante: il contenuto presuppone l'esistenza di un contenitore. Ma la conoscenza esiste a prescindere da un contenitore. Propendo quindi per l'opposizione 'espressione' vs. 'conoscenza'.
Una brevissima presentazione dell'Hjelmslev's Sign Model, e una provvisoria, ma indicativa, riflessione sul tema -orientata a legare semiotica e Knowledge Management- sta in questo mio breve testo.
martedì 3 agosto 2010
Coartata scientia iucunda non est. Ovvero: Nulla è superfluo nel costruire conoscenza
Mi è tornata in mente la frase di Ugo da San Vittore, filosofo e teologo vissuto attorno al 1100, dal mio punto di vista soprattutto maestro di quella disciplina che oggi chiamiamo ‘Knowledge Management’.
Rivolgendosi ai suoi studenti, scriveva Ugo nel suo Didascalcon: "sed dicis: ‘multa invenio in historiis, quae nullius videntur esse utilitatis, quare in huiusmodi occupabor?’ bene dicis. multa siquidem sunt in scripturis, quae in se considerata nihil expetendum habere videntur, quae tamen si aliis quibus cohaerent comparaveris, et in toto suo trutinare coeperis, necessaria pariter et competentia esse videbis. alia propter se scienda sunt, alia autem, quamvis propter se non videantur nostro labore digna, quia tamen sine ipsis illa enucleate sciri non possunt, nullatenus debent negligenter praeteriri. omnia disce, videbis postea nihil esse superfluum. coartata scientia iucunda non est."
Spero che abbiate provato a capire, guidati magari dal ricordo di studi lontani, e comunque dalla curiosità e dal fiuto. È proprio quello che Ugo si aspetta da noi. Comunque ora vi propongo una traduzione: “Qualcuno potrebbe dire: ‘Trovo molte cose nella storia sacra che non sembrano essere di alcuna utilità; perché dovrei occuparmene?’. Rispondo dicendo che vi sono effettivamente nella Bibbia molte informazioni che considerate in se stesse non sembrano avere interesse particolare, eppure se le si mette in relazione con altre con le quali sono strettamente connesse e si prende attentamente in esame tutto il complesso, ci si accorge che anch’esse erano convenienti e necessarie. Alcune cose devono essere conosciute in se stesse, altre, sebbene non sembrino meritare le nostre fatiche, non devono affatto essere trascurate per negligenza, poiché senza di esse nemmeno le prime possono venire conosciute profondamente. Impara tutto, ti renderai conto dopo che nulla è superfluo. Una conoscenza limitata non dà piacere.”
Ciò che per Ugo riassumeva la historia, era la Bibbia, il libro dove tutto è scritto. Noi, allo stesso modo, ci affacciamo sul Word Wide Web, questa immensa galassia che tutto potenzialmente contiene. Molte informazioni ci appaiono prive di qualsiasi utilità. Eppure se le poniamo in relazione con altre, e prendiamo consapevolezza della rete che ne emerge, ci accorgiamo che è così che si costruisce conoscenza. La capacità sta nel dar valore ai segnali deboli, alle circostanze apparentemente casuali che ci spingono a tentare nuove connessioni. Del resto, è così che funziona la nostra mente.
Ugo ammoniva i suoi studenti, e anche noi: “Prendi in considerazione tutto, vedrai che poi nulla è superfluo”.
(Il Didascalicon lo trovate qui.
Devo il mio interesse per il Didascalicon a Ivan Illich (In the Vineyard of the Text. A Commentary to Hugh’s Didascalicon, Les Editions du Cerf, Paris, 1991; trad it. Nella vigna del testo. Per una etologia della lettura, Milano, Raffaello Cortina Editore 1994).
Rivolgendosi ai suoi studenti, scriveva Ugo nel suo Didascalcon: "sed dicis: ‘multa invenio in historiis, quae nullius videntur esse utilitatis, quare in huiusmodi occupabor?’ bene dicis. multa siquidem sunt in scripturis, quae in se considerata nihil expetendum habere videntur, quae tamen si aliis quibus cohaerent comparaveris, et in toto suo trutinare coeperis, necessaria pariter et competentia esse videbis. alia propter se scienda sunt, alia autem, quamvis propter se non videantur nostro labore digna, quia tamen sine ipsis illa enucleate sciri non possunt, nullatenus debent negligenter praeteriri. omnia disce, videbis postea nihil esse superfluum. coartata scientia iucunda non est."
Spero che abbiate provato a capire, guidati magari dal ricordo di studi lontani, e comunque dalla curiosità e dal fiuto. È proprio quello che Ugo si aspetta da noi. Comunque ora vi propongo una traduzione: “Qualcuno potrebbe dire: ‘Trovo molte cose nella storia sacra che non sembrano essere di alcuna utilità; perché dovrei occuparmene?’. Rispondo dicendo che vi sono effettivamente nella Bibbia molte informazioni che considerate in se stesse non sembrano avere interesse particolare, eppure se le si mette in relazione con altre con le quali sono strettamente connesse e si prende attentamente in esame tutto il complesso, ci si accorge che anch’esse erano convenienti e necessarie. Alcune cose devono essere conosciute in se stesse, altre, sebbene non sembrino meritare le nostre fatiche, non devono affatto essere trascurate per negligenza, poiché senza di esse nemmeno le prime possono venire conosciute profondamente. Impara tutto, ti renderai conto dopo che nulla è superfluo. Una conoscenza limitata non dà piacere.”
Ciò che per Ugo riassumeva la historia, era la Bibbia, il libro dove tutto è scritto. Noi, allo stesso modo, ci affacciamo sul Word Wide Web, questa immensa galassia che tutto potenzialmente contiene. Molte informazioni ci appaiono prive di qualsiasi utilità. Eppure se le poniamo in relazione con altre, e prendiamo consapevolezza della rete che ne emerge, ci accorgiamo che è così che si costruisce conoscenza. La capacità sta nel dar valore ai segnali deboli, alle circostanze apparentemente casuali che ci spingono a tentare nuove connessioni. Del resto, è così che funziona la nostra mente.
Ugo ammoniva i suoi studenti, e anche noi: “Prendi in considerazione tutto, vedrai che poi nulla è superfluo”.
(Il Didascalicon lo trovate qui.
Devo il mio interesse per il Didascalicon a Ivan Illich (In the Vineyard of the Text. A Commentary to Hugh’s Didascalicon, Les Editions du Cerf, Paris, 1991; trad it. Nella vigna del testo. Per una etologia della lettura, Milano, Raffaello Cortina Editore 1994).
lunedì 2 agosto 2010
L'iPad è un vecchio libro e Steve Jobs un Gattopardo
In questa stagione di crisi, non può essere negato il plauso a chi -quasi fosse dotato di una bacchetta magica- trova ancora una volta una killer application. E quindi muove le acque, apre spazi di mercato.
Dunque onore a Steve Jobs e all’iPad. Ma che tristezza vedere intelligenti e curiosi e creativi tecnici e imprenditori muoversi pedestremente nella scia di Steve. E che tristezza nel cogliere il sospiro di sollievo che aleggia nelle case editrici -in particolare le più retrograde, abbarbicate al tradizionale modo di fare libri e periodici.
Steve Jobs, con l’iPad, offre la comoda via d’uscita dall’impasse in cui colpevolmente le case editrici si sono impantanate. L’iPad sembra cancellare l’arretratezza. L’iPad permette di illudersi: permette di credersi adeguati ai tempi – pur non avendo fatto nulla per capire e per cambiare.
Non critico l’orientamento a trarre profitto dalla situazione. Critico l’incapacità di guardare oltre la punta del proprio naso. Critico la pigrizia – da cui possono nascere solo business di poco respiro. Palliativi. Brodini caldi per tirare avanti qualche anno.
Chi produce conoscenza organizzata in testi -romanzi, poesie, saggi, articoli- si è trovato nelle condizioni di definire il proprio ruolo, il proprio modo di agire. Dico ‘chi produce’ sapendo di mettere in un mazzo figure diverse: autori, editor e redattori, editori, interpreti di varia natura: recensori e professori e via dicendo.
Il testo che ha sotto gli occhi l’autore mentre lo produce sul proprio computer è ben lontano dal testo ‘manoscritto’, a penna o con una macchina per scrivere. E’ un testo disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri. Il testo riacquista la sua natura di tessuto, rete.
Mi limito qui a questi accenni. Ma è chiaro che da questa diversa natura del testo emerge un cambiamento nel ruolo dell’autore, così come, di seguito, del ruolo di editor e redattori, editori, interpreti di varia natura.
Non voglio considerare semplice il passaggio. Cambiare paradigma non è facile. Ciò è tanto vero che per descrivere il testo così come ci è messo a disposizione dal computer si è stati costretti ad inventare un nuovo temine ipertesto. C’è dell’ironia in questo: la parola testo dice già tutto, ci parla di rete e di connessioni potenzialmente infinite. Ma per noi testo è sinonimo di libro. Non riuscendo a concepire un testo disancorato da un supporto -anche se così è, appunto, disancorato dal supporto, il testo che abbiamo sotto gli occhi- identifichiamo il testo con il libro.
Non a caso si parla di content, o contenuto. Il contenitore, il libro, prevale sul contenuto, il testo. Così si continua a ‘vedere’ il testo come inevitabilmente ingabbiato in una forma data a priori, il libro. Obbligati dalla incombente presenza della forma libro si continua a pensare il testo come se fosse sequenziale, con un inizio ed una fine predefiniti. Si continua a pensare il testo come oggetto chiuso, non guardando alla realtà che vede il testo come oggetto di interazione, di lavoro collaborativo, tra soggetti diversi. I ruoli dell’autore, dell’editor, dell’editore, dell’interprete non riguardano né la letteratura né il testo: discendono dal dominio della forma-libro.
La resistenza a cambiare, lo capisco, è grande. A ciò contribuisce l’ignoranza, la scarsa curiosità tecnologica, e direi sopratutto la speranza di tutti ‘gli operatori del settore’ di riuscire a difendere rendite di posizione che il vecchio contesto tecnologico garantiva.
Ed ecco che arriva Steve Jobs con il suo iPad. Rendiamo merito a chi sa fare la mossa efficace nel momento meno sbagliato. (Certo il momento in cui si è mosso Jobs è meno sbagliato del momento in cui si è mosso Jeff Bezos. Eppure trovo in Kindle più meriti che nell’iPad).
Ma in cosa sta il gioco di Jobs. L’avvento dell’iPad mette comodi tutti gli attori del processo - autori, editor, editori, interpreti. Tranquilli, tutto è come prima. Una sola banale, scontata, già da tempo annunciata differenza. Gli stabilimenti di stampa e confezione sono morti. Per il resto, tutto uguale. Il testo chiuso in redazione è pubblicato anziché su carta, secondo la tecnologia nota dai tempi di Gutenberg, tramite una nuova modalità. Resta però un codice chiuso. Che rende indispensabile la mediazione dell’editore. Che garantisce la permanenza come prima dei ruoli degli editor e degli interpreti. Che risolve il complesso tema del ‘diritto d’autore’ nel vecchio modo: attraverso la mediazione dell’editore.
Con l’iPad, si perpetua l’equivoco tra libro e testo. Il testo digitale, liberatorio frutto del computing, ci appariva nativamente disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri, tessuto, rete. Eppure non viveva la vita che la sua natura gli permetteva, perché era poi stampato, chiuso nella forma libro.
Oggi, con l’iPad -strumento che appare come meraviglia tecnologica, manifestazione di quello stesso computing che aveva liberato il testo dalla forma-libro- tutto resta come prima, o finisce per essere peggio di prima: il testo è chiuso nella forma proposta all’universo mondo da Steve Jobs.
Gli editori di tutto il mondo pendono oggi dalle labbra di Steve Jobs. E si fanno per il futuro schiavi o ancelle del business di Steve Jobs.
La letteratura resa possibile dalla codifica digitale dei testi sta comunque nascendo. Ma soccorsi da Jobs tutti coloro che non volevano vedere possono continuare a non vedere.
Dunque onore a Steve Jobs e all’iPad. Ma che tristezza vedere intelligenti e curiosi e creativi tecnici e imprenditori muoversi pedestremente nella scia di Steve. E che tristezza nel cogliere il sospiro di sollievo che aleggia nelle case editrici -in particolare le più retrograde, abbarbicate al tradizionale modo di fare libri e periodici.
Steve Jobs, con l’iPad, offre la comoda via d’uscita dall’impasse in cui colpevolmente le case editrici si sono impantanate. L’iPad sembra cancellare l’arretratezza. L’iPad permette di illudersi: permette di credersi adeguati ai tempi – pur non avendo fatto nulla per capire e per cambiare.
Non critico l’orientamento a trarre profitto dalla situazione. Critico l’incapacità di guardare oltre la punta del proprio naso. Critico la pigrizia – da cui possono nascere solo business di poco respiro. Palliativi. Brodini caldi per tirare avanti qualche anno.
Chi produce conoscenza organizzata in testi -romanzi, poesie, saggi, articoli- si è trovato nelle condizioni di definire il proprio ruolo, il proprio modo di agire. Dico ‘chi produce’ sapendo di mettere in un mazzo figure diverse: autori, editor e redattori, editori, interpreti di varia natura: recensori e professori e via dicendo.
Il testo che ha sotto gli occhi l’autore mentre lo produce sul proprio computer è ben lontano dal testo ‘manoscritto’, a penna o con una macchina per scrivere. E’ un testo disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri. Il testo riacquista la sua natura di tessuto, rete.
Mi limito qui a questi accenni. Ma è chiaro che da questa diversa natura del testo emerge un cambiamento nel ruolo dell’autore, così come, di seguito, del ruolo di editor e redattori, editori, interpreti di varia natura.
Non voglio considerare semplice il passaggio. Cambiare paradigma non è facile. Ciò è tanto vero che per descrivere il testo così come ci è messo a disposizione dal computer si è stati costretti ad inventare un nuovo temine ipertesto. C’è dell’ironia in questo: la parola testo dice già tutto, ci parla di rete e di connessioni potenzialmente infinite. Ma per noi testo è sinonimo di libro. Non riuscendo a concepire un testo disancorato da un supporto -anche se così è, appunto, disancorato dal supporto, il testo che abbiamo sotto gli occhi- identifichiamo il testo con il libro.
Non a caso si parla di content, o contenuto. Il contenitore, il libro, prevale sul contenuto, il testo. Così si continua a ‘vedere’ il testo come inevitabilmente ingabbiato in una forma data a priori, il libro. Obbligati dalla incombente presenza della forma libro si continua a pensare il testo come se fosse sequenziale, con un inizio ed una fine predefiniti. Si continua a pensare il testo come oggetto chiuso, non guardando alla realtà che vede il testo come oggetto di interazione, di lavoro collaborativo, tra soggetti diversi. I ruoli dell’autore, dell’editor, dell’editore, dell’interprete non riguardano né la letteratura né il testo: discendono dal dominio della forma-libro.
La resistenza a cambiare, lo capisco, è grande. A ciò contribuisce l’ignoranza, la scarsa curiosità tecnologica, e direi sopratutto la speranza di tutti ‘gli operatori del settore’ di riuscire a difendere rendite di posizione che il vecchio contesto tecnologico garantiva.
Ed ecco che arriva Steve Jobs con il suo iPad. Rendiamo merito a chi sa fare la mossa efficace nel momento meno sbagliato. (Certo il momento in cui si è mosso Jobs è meno sbagliato del momento in cui si è mosso Jeff Bezos. Eppure trovo in Kindle più meriti che nell’iPad).
Ma in cosa sta il gioco di Jobs. L’avvento dell’iPad mette comodi tutti gli attori del processo - autori, editor, editori, interpreti. Tranquilli, tutto è come prima. Una sola banale, scontata, già da tempo annunciata differenza. Gli stabilimenti di stampa e confezione sono morti. Per il resto, tutto uguale. Il testo chiuso in redazione è pubblicato anziché su carta, secondo la tecnologia nota dai tempi di Gutenberg, tramite una nuova modalità. Resta però un codice chiuso. Che rende indispensabile la mediazione dell’editore. Che garantisce la permanenza come prima dei ruoli degli editor e degli interpreti. Che risolve il complesso tema del ‘diritto d’autore’ nel vecchio modo: attraverso la mediazione dell’editore.
Con l’iPad, si perpetua l’equivoco tra libro e testo. Il testo digitale, liberatorio frutto del computing, ci appariva nativamente disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri, tessuto, rete. Eppure non viveva la vita che la sua natura gli permetteva, perché era poi stampato, chiuso nella forma libro.
Oggi, con l’iPad -strumento che appare come meraviglia tecnologica, manifestazione di quello stesso computing che aveva liberato il testo dalla forma-libro- tutto resta come prima, o finisce per essere peggio di prima: il testo è chiuso nella forma proposta all’universo mondo da Steve Jobs.
Gli editori di tutto il mondo pendono oggi dalle labbra di Steve Jobs. E si fanno per il futuro schiavi o ancelle del business di Steve Jobs.
La letteratura resa possibile dalla codifica digitale dei testi sta comunque nascendo. Ma soccorsi da Jobs tutti coloro che non volevano vedere possono continuare a non vedere.
mercoledì 14 luglio 2010
I colpi al cuore di J. D. Ballard. O i ricordi liberati dalla forma.
Dagli studenti c'è sempra da imparare. E l'apparentemente innocuo riferimento ad una parola -in superficie una espressione tecnica, record- apre terreno ad una riflessione che mi allarga l'orizzonte.
Uno studente che, come dovrebbe sempre essere, lavora da tempo a una tesi centrata su un tema di personale interesse: i romanzi di J. D. Ballard intesi come testi, intesi a prescindere dalla forma-libro, mi scrive.
"Il mio obiettivo è la laurea", ma "non mi interessa una grande votazione". Mi dispiace "da un punto di vista personale passare per arrogante o cose del genere, perché so che ho un modo di esprimere con forza dei giudizi magari superficiali dettati dall'entusiasmo del momento". Con riferimento alle tante fonti prese in considerazione nota che "alcuni approfondimenti mi sembravano indispensabili (Freud e McLuhan sono citati dallo stesso Ballard)". "Poi mi rendo conto che per seguire un percorso di ampio respiro sulle cose che mi appassionano mi ci sarebbero voluti anni".
Quindi -ricordo che si tratta di una laurea in Informatica Umanistica- parla di come procedere. "Dal punto di vista tecnico potrei cominciare col formattare una porzione di testo per inserirla in un database. Più che come narrativa non sequenziale il romanzo in questione potremmo vederlo come un insieme di record di incidenti, non so se è azzardata..."
Gli rispondo.
No, l'idea di considerare il romanzo come un insieme di oggetti di conoscenza che parlano di incidenti non è azzardata. Anzi, è del tutto pertinente.
Ti propongo però una riflessione sul senso profondo di quello che scrivi, che è anche una riflessione sul 'metodo informatico', un discorso che in parte abbiamo già fatto a voce.
Mi pare fuorviante pensare a un data base come supporto alternativo al libro, perché in realtà tra forma-data base e forma-libro non c'è differenza. C'è a fondamento in entrambi i casi un modello definito a priori, un modello nel quale è chiuso il testo, ridotto a 'contenuto'; 'contenuto', appunto, dipendente dal 'contenitore'.
Insomma, guardando ai supporti, o forme della conoscenza, l'Informatica 'normale' fa riferimento alla forma-data base, in realtà è una forma recentissima, apparsa sulla scena negli anni Sessanta del secolo scorso. Una forma che comunque non apporta niente di nuovo, figlia come è dello stesso paradigma che ha generato la forma-libro.
Perciò, d'accordo, per tutti i romanzi di Ballard, e Crash in maniera esemplare, si può dire che si tratta di un "insieme di record di incidenti". Ma quello che dici con questa affermazione va ben oltre quello che appare. Perché non c'è motivo di fermarsi al senso stretto che il termine record ha in Informatica.
Record in Informatica, o meglio in Computer Science è "a group of data or piece of information preserved as a unit in machine-readable form", e quindi, con più precissione "a data structure designed to allow the handling of groups of related pieces of information as though the group was a single entity". Ecco quindi che l'informatica presuppone che per conservare un ricordo si debba accettare una struttura, un modello dei dati definito a priori.
Ma il processo di costruzione della conoscenza del poeta e del romanziere, così come il processo di costruzione di conoscenza dell'imprenditore e in genere di chiunque lavora - per non andare lontano il processo di costruzione della conoscenza di Ballard - non è questo. La struttura data a priori non è necessaria, e tantomeno è indispensabile.
Perciò se metti il testo su un data base lo chiudi in una gabbia - una gabbia differente da quella del libro, ma sempre una gabbia.
Il tuo intento mi pare diverso. Dunque ti serve un paradigma informatico diverso. Penso al Web Semantico. Forse anche qui dovremmo scavare dietro alle parole. Non a caso i francesi traducono 'la Toile', ma può andar bene anche 'la Rete'. Il testo è una rete. Ogni testo 'd'autore' è una una porzione dell'infinita rete testuale -possiamo chiamarla 'letteratura', Juri Lotman paarlava di 'semiosfera', ma secondo me a ben guardare non siamo lontani da quell'entità che Marx nei Grundrisse chiamava General Intellect.
Così ti consiglio di codificare il testo secondo lo standard TEI. Al di là della cavillosa e talvolta difensiva maniera unoiversitaria di intendere la 'codfica digitale dei testi'. Il testo marcato con metatag è un testo libero da forme date a priori, sia del tipo libro, sia del tipo data base. Le marcature, i 'metatag', permettono di muoversi all'interno del testo e nel suo intorno. 'Intorno': il 'testo' può essere osservato a partire da un qualsiasi nodo della rete; ogni testo non è appunto che il modo peculiare di connettere tra di loro nodi della rete. I metatag appunto descrivono (esplicitano) queste peculiarità.
Così riacquista senso il record. Purché si faccia caso a dove cade l'accento. In inglese è accettata sia la pronuncia 'récord' che 'recórd'. Pronunciandolo con l'accento sulla e, come facciamo comunemente noi italiani, ci allontaniamo dall'italiano ricordo - perdendoci in un astratto linguaggio tecnico.
Italiano ricordo, inglese record: è il latino recordari: 'rammemorare', 'richiamare alla mente'," da re- 'movimento all'incontrario', 'restaurare'; inglese restore, e cordis, 'cuore'. La metafora lega il cuore alla mente: senza emozione, senza soprassalto del cuore non c'è memoria, ricordo. Vedi in inglese learn by heart, to get by heart.
Così, mi pare, si torna a Ballard. Ogni crash è un colpo al cuore - più il mondo insano ci rende impermeabili agli accadimenti, impermeabili alle emozioni, duri di cuore, più abbiamo bisogno di nuovi record, esperienze-limite, oltre i confini del già vissuto. E ogni incidente, ogni accadimento, ogni circostanza è un ricordo, o record che dir si voglia.
Uno studente che, come dovrebbe sempre essere, lavora da tempo a una tesi centrata su un tema di personale interesse: i romanzi di J. D. Ballard intesi come testi, intesi a prescindere dalla forma-libro, mi scrive.
"Il mio obiettivo è la laurea", ma "non mi interessa una grande votazione". Mi dispiace "da un punto di vista personale passare per arrogante o cose del genere, perché so che ho un modo di esprimere con forza dei giudizi magari superficiali dettati dall'entusiasmo del momento". Con riferimento alle tante fonti prese in considerazione nota che "alcuni approfondimenti mi sembravano indispensabili (Freud e McLuhan sono citati dallo stesso Ballard)". "Poi mi rendo conto che per seguire un percorso di ampio respiro sulle cose che mi appassionano mi ci sarebbero voluti anni".
Quindi -ricordo che si tratta di una laurea in Informatica Umanistica- parla di come procedere. "Dal punto di vista tecnico potrei cominciare col formattare una porzione di testo per inserirla in un database. Più che come narrativa non sequenziale il romanzo in questione potremmo vederlo come un insieme di record di incidenti, non so se è azzardata..."
Gli rispondo.
No, l'idea di considerare il romanzo come un insieme di oggetti di conoscenza che parlano di incidenti non è azzardata. Anzi, è del tutto pertinente.
Ti propongo però una riflessione sul senso profondo di quello che scrivi, che è anche una riflessione sul 'metodo informatico', un discorso che in parte abbiamo già fatto a voce.
Mi pare fuorviante pensare a un data base come supporto alternativo al libro, perché in realtà tra forma-data base e forma-libro non c'è differenza. C'è a fondamento in entrambi i casi un modello definito a priori, un modello nel quale è chiuso il testo, ridotto a 'contenuto'; 'contenuto', appunto, dipendente dal 'contenitore'.
Insomma, guardando ai supporti, o forme della conoscenza, l'Informatica 'normale' fa riferimento alla forma-data base, in realtà è una forma recentissima, apparsa sulla scena negli anni Sessanta del secolo scorso. Una forma che comunque non apporta niente di nuovo, figlia come è dello stesso paradigma che ha generato la forma-libro.
Perciò, d'accordo, per tutti i romanzi di Ballard, e Crash in maniera esemplare, si può dire che si tratta di un "insieme di record di incidenti". Ma quello che dici con questa affermazione va ben oltre quello che appare. Perché non c'è motivo di fermarsi al senso stretto che il termine record ha in Informatica.
Record in Informatica, o meglio in Computer Science è "a group of data or piece of information preserved as a unit in machine-readable form", e quindi, con più precissione "a data structure designed to allow the handling of groups of related pieces of information as though the group was a single entity". Ecco quindi che l'informatica presuppone che per conservare un ricordo si debba accettare una struttura, un modello dei dati definito a priori.
Ma il processo di costruzione della conoscenza del poeta e del romanziere, così come il processo di costruzione di conoscenza dell'imprenditore e in genere di chiunque lavora - per non andare lontano il processo di costruzione della conoscenza di Ballard - non è questo. La struttura data a priori non è necessaria, e tantomeno è indispensabile.
Perciò se metti il testo su un data base lo chiudi in una gabbia - una gabbia differente da quella del libro, ma sempre una gabbia.
Il tuo intento mi pare diverso. Dunque ti serve un paradigma informatico diverso. Penso al Web Semantico. Forse anche qui dovremmo scavare dietro alle parole. Non a caso i francesi traducono 'la Toile', ma può andar bene anche 'la Rete'. Il testo è una rete. Ogni testo 'd'autore' è una una porzione dell'infinita rete testuale -possiamo chiamarla 'letteratura', Juri Lotman paarlava di 'semiosfera', ma secondo me a ben guardare non siamo lontani da quell'entità che Marx nei Grundrisse chiamava General Intellect.
Così ti consiglio di codificare il testo secondo lo standard TEI. Al di là della cavillosa e talvolta difensiva maniera unoiversitaria di intendere la 'codfica digitale dei testi'. Il testo marcato con metatag è un testo libero da forme date a priori, sia del tipo libro, sia del tipo data base. Le marcature, i 'metatag', permettono di muoversi all'interno del testo e nel suo intorno. 'Intorno': il 'testo' può essere osservato a partire da un qualsiasi nodo della rete; ogni testo non è appunto che il modo peculiare di connettere tra di loro nodi della rete. I metatag appunto descrivono (esplicitano) queste peculiarità.
Così riacquista senso il record. Purché si faccia caso a dove cade l'accento. In inglese è accettata sia la pronuncia 'récord' che 'recórd'. Pronunciandolo con l'accento sulla e, come facciamo comunemente noi italiani, ci allontaniamo dall'italiano ricordo - perdendoci in un astratto linguaggio tecnico.
Italiano ricordo, inglese record: è il latino recordari: 'rammemorare', 'richiamare alla mente'," da re- 'movimento all'incontrario', 'restaurare'; inglese restore, e cordis, 'cuore'. La metafora lega il cuore alla mente: senza emozione, senza soprassalto del cuore non c'è memoria, ricordo. Vedi in inglese learn by heart, to get by heart.
Così, mi pare, si torna a Ballard. Ogni crash è un colpo al cuore - più il mondo insano ci rende impermeabili agli accadimenti, impermeabili alle emozioni, duri di cuore, più abbiamo bisogno di nuovi record, esperienze-limite, oltre i confini del già vissuto. E ogni incidente, ogni accadimento, ogni circostanza è un ricordo, o record che dir si voglia.
sabato 12 giugno 2010
Computer: storia di una parola
Il verbo latino putare -pensare, giudicare, credere, stimare, supporre, immaginare- risale ad una originaria idea di 'tagliare'.
Da qui si passa, cercando la precisione, al 'calcolare', 'conteggiare', 'determinare un valore numerico'. Lo si fa attraverso due verbi: computare e supputare. Il cum, 'con', rimanda all'idea di insieme, di classe. Supputare (sub putare) allude con più precisione al campo della matematica: sub, 'sotto', descrive tempo e ambito, territorio logico all'interno del quale il calcolo può essere ritenuto valido.
Il calcolo di una posizione astrale, il calcolo di un arco temporale all'interno di un calendario, la stima del valore di un bene: tecnicamente si tratta di supputatio. Ma i due verbi, e i sostantivi supputatio e computatio, e supputator e computator, si sovrappongono. Computatio, forse proprio perché espressione meno tecnica, più vicina al senso comune, finisce per prevalere. Così in latino, così in italiano, in spagnolo, in francese e -attraverso il francese- in inglese. (Qui, su questo stesso blog, è messa in luce la significativa distinzione tra computatio e supputatio).
L'Oxford Dictionary data al 1610 computator, e -con pressoché identico significato- data al 1646 computer: “one who computes, a calculator, reckoner, a person employed to make calculations in an observatory, in surveying, etc.”.
Charles Babbage, nella prima metà del 1880, chiama la sue macchine engines, ma verso la fine del diciottesimo secolo si intendeva ormai per computer non solo una persona, ma anche una macchina. La nuova accezione del termine, però, sfugge ai pur occhiuti redattori dell'Oxford English Dictionary. Non appare nell'edizione del 1928 alla lettera C. E non potevamo aspettarcelo, perché il fascicolo era stato stampato nel 1893. Computer, però, non appare nemmeno nel Supplement del 1933 – eppure in quegli anni, al MIT e altrove, le macchine per computare esistevano, e si chiamavano con quel nome. La lacuna è colmata nel nuovo Supplement del 1987. Lì troviamo computer nel senso di “A calculating machine; especially an automatic electronic device for performing mathematical or logical operations”.
Per datare la parola si deve tornare a sfogliare vecchie riviste. Si risale così fino al 22 gennaio 1897: su Engineering, si può leggere: “This was (...) a computer made by Mr. W. Cox. He described it as of the nature of a circular slide rule.”. E' ancora 'mechanical calculating machine'.
Di “electronic machine”, “programmable digital electronic computer”, si inizia a parlare nel 1937. Il termine è ancora nuovo, ma ormai di uso comune in ambiente scientifico e militare, quando nel 1946 inizia a funzionare l'ENIAC: Electronic Numerical Integrator And Computer.
(Questa scheda etimologica nasce nell'ambito del complessivo lavoro che narro in questo blog. Nella sua concisa forma qui presentata, 2.500 battute, è pubblicata ne libro Nuove parole del manager. 113 voci per capire l’azienda, Guerini e Associati, 2011.
-->
Da qui si passa, cercando la precisione, al 'calcolare', 'conteggiare', 'determinare un valore numerico'. Lo si fa attraverso due verbi: computare e supputare. Il cum, 'con', rimanda all'idea di insieme, di classe. Supputare (sub putare) allude con più precisione al campo della matematica: sub, 'sotto', descrive tempo e ambito, territorio logico all'interno del quale il calcolo può essere ritenuto valido.
Il calcolo di una posizione astrale, il calcolo di un arco temporale all'interno di un calendario, la stima del valore di un bene: tecnicamente si tratta di supputatio. Ma i due verbi, e i sostantivi supputatio e computatio, e supputator e computator, si sovrappongono. Computatio, forse proprio perché espressione meno tecnica, più vicina al senso comune, finisce per prevalere. Così in latino, così in italiano, in spagnolo, in francese e -attraverso il francese- in inglese. (Qui, su questo stesso blog, è messa in luce la significativa distinzione tra computatio e supputatio).
L'Oxford Dictionary data al 1610 computator, e -con pressoché identico significato- data al 1646 computer: “one who computes, a calculator, reckoner, a person employed to make calculations in an observatory, in surveying, etc.”.
Charles Babbage, nella prima metà del 1880, chiama la sue macchine engines, ma verso la fine del diciottesimo secolo si intendeva ormai per computer non solo una persona, ma anche una macchina. La nuova accezione del termine, però, sfugge ai pur occhiuti redattori dell'Oxford English Dictionary. Non appare nell'edizione del 1928 alla lettera C. E non potevamo aspettarcelo, perché il fascicolo era stato stampato nel 1893. Computer, però, non appare nemmeno nel Supplement del 1933 – eppure in quegli anni, al MIT e altrove, le macchine per computare esistevano, e si chiamavano con quel nome. La lacuna è colmata nel nuovo Supplement del 1987. Lì troviamo computer nel senso di “A calculating machine; especially an automatic electronic device for performing mathematical or logical operations”.
Per datare la parola si deve tornare a sfogliare vecchie riviste. Si risale così fino al 22 gennaio 1897: su Engineering, si può leggere: “This was (...) a computer made by Mr. W. Cox. He described it as of the nature of a circular slide rule.”. E' ancora 'mechanical calculating machine'.
Di “electronic machine”, “programmable digital electronic computer”, si inizia a parlare nel 1937. Il termine è ancora nuovo, ma ormai di uso comune in ambiente scientifico e militare, quando nel 1946 inizia a funzionare l'ENIAC: Electronic Numerical Integrator And Computer.
(Questa scheda etimologica nasce nell'ambito del complessivo lavoro che narro in questo blog. Nella sua concisa forma qui presentata, 2.500 battute, è pubblicata ne libro Nuove parole del manager. 113 voci per capire l’azienda, Guerini e Associati, 2011.
-->
sabato 1 maggio 2010
Alla ricerca di un libro futuro
Come affermo qui a lato, nelle parole di presentazione di questo blog, sto scrivendo un testo che si propone di gettare qualche cono di luce su un tema che mi è sempre stato a cuore: come si creano e si condividono conoscenze. Di questo testo, in questo blog, non trovate che tracce, frammenti.
Sto scrivendo un 'testo', non un 'libro'. Testo ancora ingarbugliato, da dipanare. Scrivere un testo pensando già ad un libro, e scrivere invece accettando la complessità del testo, sono operazioni ben diverse. Scelgo la seconda via: scrivendo con un word processor, come sto facendo ora, posso accumulare, fidandomi dell'ordine interno che il testo via via assume. Così come -tramite un motore di ricerca- ci si muove nel Web, senza pretendere che la gran massa di conoscenze sia ssoggettato ad un previo ordine, posso ben muovermi nel testo che io stesso scrivo.
Posso pensare che una persona diversa da me, un 'lettore, possa accedere a questo testo muovendosi anche lui tramite un motore di ricerca. Posso pensare che il testo possa essere percorso e segmentato in modi diversi. In questo senso, si può dire che un testo può generare enne libri.
"Probabilmente il testo sarà pubblicato anche sotto forma di libro", aggiungevo, sempre nel testo che trovare qui a lato. E infatti, d'accordo con un editore di libri cui sono affezionato, mi sono trovato a pensare ad un possibile libro. Perciò ho scritto una scheda editoriale.
Ho mandato la scheda al mio editor. Qualche giorno fa ho ricevuto risposta: "ho parlato della tua proposta in riunione editoriale. A tutti noi è sembrato che l'argomento sia interessante ma così come l'hai esposto tu nella scheda troppo difficile, ci sembra più da corso universitario, molto tecnico e difficile per un pubblico più vasto".
Ho risposto: "So che devo ancora dipanare un po' ilgarbuglio, ma sono convinto di poter parlare di questi temi, o di parte di questi temi, in modo veramente semplice e scorrevole. Sono convinto di poter scrivere su questi argomenti un testo leggibile come
un romanzo".
Credo che si possa lavorare al contempo in due direzioni: da un lato si accumula materiale; dall'altro si preparano estrazioni più o meno organizzate, in funzioni di un uditorio. Non a caso coì lavora qualsiasi narratore.
Così, pensando ad un libro di duecento pagine, avendo in mente quella casa editrice e quella collana, mi sono impegnato a scrivere una nuova scheda.
Intanto propongo qui la scheda che è stata giudicata troppo tecnica e difficile.
Tutto oggigiorno passa attraverso la mediazione dell'informatica. L'informatica interpreta e definisce i modi del conoscere e dell'agire umano. La nostra vita quotidiana, nel lavoro e in ciò che facciamo per piacere e per divertimento. La cura della salute e la gestione del denaro. Il funzionamento delle imprese private e della pubblica amministrazione, così come ogni manifestazione della cultura e dell'economia. Qualsiasi attività presuppone l'uso di interfacce hardware. Qualsiasi attività presuppone l'intervento di un software.
Ma ben poco sappiamo di 'come funziona' tutto questo. Gli specialisti ci affliggono con sigle e definizioni tecniche, perlopiù espresse in lingua inglese. Cosicché noi, frenati dal timore dell'ignoto, scegliamo di vivere nell'ignoranza.
Di fronte a sistemi che ci appaiono astrusi, troppo lontani da noi, mossi da un comprensibile atteggiamento difensivo ci sforziamo di non vedere, chiudendoci in un futuro inteso come prosecuzione del passato. Autoconvincendoci che 'nulla è cambiato', ci rifugiamo nel legame affettivo con strumenti che usiamo da tempo immemorabile: carta, penna, libro.
Invece, proprio dall'osservare come sta cambiando sotto i nostri occhi il senso dello 'scrivere' e del 'leggere', proprio dall'osservare come sta cambiando, in senso lato, il modo di produrre, conservare e condividere conoscenza, possiamo prendere spunto per un viaggio appassionante.
Il libro non è certo destinato a scomparire, mantiene il suo fascino e la sua concreta utilità, ma il confronto con altri mezzi già oggi disponibili ci illumina sui suoi limiti. La tecnologia implicita nel libro impone ai testi – che sono tessuti, reti– una struttura sequenziale. Ogni libro è chiuso in se stesso. Il libro subordina il pensiero ad un programma: ad una forma definita a priori. Il libro implica il controllo: non esiste senza la mediazione di un editore.
Proprio guardando al libro, alla sua funzione ed alla sua natura tecnica, abbiamo modo di svelare l'arcano. L'informatica è per un verso nient'altro che l'estrema manifestazione della forma libro. Un sistema di macchine teso ad espandere e a rendere più efficace il modello implicito nel libro. Ma al contempo, per un altro verso, l'informatica offre ad ognuno di noi un approccio alla conoscenza né migliore, né peggiore dell'approccio implicito nel libro, ma diverso.
In questa ottica, scrittura e lettura ci appaiono come un'unica attività. Autore e lettore ci appaiono come un'unica persona; il testo ci appare come una rete in continuo divenire, slegato dalla pagina, dalla carta, da un qualsiasi supporto, eppure accessibile tramite strumenti e supporti diversi; sfuma fino a scomparire il confine tra oralità e scrittura; sfuma anche il confine tra testo alfabetico e musica ed arti visuali; al controllo e all'ottimizzazione si sostituisce l'attenzione all'istante, la ricerca di risposte imperfette ma tempestive, adeguate alla situazione. In luogo di scuole vincolate ad un programma, in luogo di biblioteche accuratamente schedate, il Web, il motore di ricerca ci collocano in un luogo dove la conoscenza emerge in forme sempre nuove, in funzione di quello che serve qui ed ora.
Poiché nessun linguaggio tecnico è veramente necessario, ed anzi il linguaggio tecnico è molto spesso l'alibi di chi non sa, o non vuole spiegarsi, nel libro che avete in mano non troverete nient'altro che narrazioni. Dunque, il romanzo dell'informatica, o l'informatica come romanzo.
Storie singolari: Bacone e le sue Tabulae instantiarum; il Sistema Naturae di Linneo; Charles Babbage alle prese con il sogno dell'Analytical Engine; Vannevar Bush e il suo Memex; Doug Engelbart, sul finire del 1968, mentre mostra a una platea di tecnologi stupiti il primo personal computer, il primo mouse, il primo programma di scrittura.
Ma anche e sopratutto, filosofia. L'informatica è la prosecuzione della filosofia con altri mezzi. Non a caso nel dominio dell'informatica ritroviamo puntualmente ognuna delle ben note categorie: scolastica, metafisica, idealismo, fenomenologia, positivismo e filosofia analitica... Accade però che mentre i filosofi –nulla supponendo di questa contiguità– si isolano in una torre d'avorio quanto più possibile lontana dalla tecnologia, la progettazione e la gestione delle macchine e degli strumenti deputati alla creazione, alla conservazione e e alla condivisione della conoscenza è lasciata in mano a specialisti che adorano la tecnologia come feticcio.
E poesia. Goethe sapeva trattare lo stesso tema scientifico-tecnologico con la stessa chiarezza ed esattezza sia in versi dedicata all'amata, sia in saggi destinati ad 'addetti ai lavori'. Ecco così il poeta-scienziato che osserva una pianta nell'Orto botanico dell'Università di Padova. Gli sovviene l'idea della 'forma formante' – per noi oggi: la forma della conoscenza che costruiamo attimo dopo attimo interagendo con il Web. Forma che si oppone alla schematica classificazione di Linneo – per noi: la forma-libro.
Fino all'ultima narrazione: l’ultimo libro sarà un libro giallo. Per un doppio ordine di motivi. Innanzitutto perché nessun testo come il romanzo giallo è consono alla forma-libro. Il libro presuppone la lettura sequenziale, pagina dopo pagina; ed il romanzo giallo tiene avvinto il lettore, obbligandolo alla sequenza, imponendogli di leggere dalla prima all'ultima pagina. Ma c'è, a spiegare l'attualità del romanzo giallo, un secondo ordine di motivi. Il romanzo giallo ci appare attuale, necessaria lettura, perché ci allena a quel lavoro mentale che ci è proposto oggi dall'uso del personal computer, ed in genere dagli strumenti informatici.
Il lavoro dell’investigatore che sbroglia il garbuglio e che costruisce un mondo a partire da tracce e segnali deboli, è lo stesso lavoro che ci troviamo a svolgere quando, invece di leggere un libro scritto da altri, ci troviamo a costruire conoscenza muovendoci nell'incerto mare del Web, muniti di un motore di ricerca.
Sto scrivendo un 'testo', non un 'libro'. Testo ancora ingarbugliato, da dipanare. Scrivere un testo pensando già ad un libro, e scrivere invece accettando la complessità del testo, sono operazioni ben diverse. Scelgo la seconda via: scrivendo con un word processor, come sto facendo ora, posso accumulare, fidandomi dell'ordine interno che il testo via via assume. Così come -tramite un motore di ricerca- ci si muove nel Web, senza pretendere che la gran massa di conoscenze sia ssoggettato ad un previo ordine, posso ben muovermi nel testo che io stesso scrivo.
Posso pensare che una persona diversa da me, un 'lettore, possa accedere a questo testo muovendosi anche lui tramite un motore di ricerca. Posso pensare che il testo possa essere percorso e segmentato in modi diversi. In questo senso, si può dire che un testo può generare enne libri.
"Probabilmente il testo sarà pubblicato anche sotto forma di libro", aggiungevo, sempre nel testo che trovare qui a lato. E infatti, d'accordo con un editore di libri cui sono affezionato, mi sono trovato a pensare ad un possibile libro. Perciò ho scritto una scheda editoriale.
Ho mandato la scheda al mio editor. Qualche giorno fa ho ricevuto risposta: "ho parlato della tua proposta in riunione editoriale. A tutti noi è sembrato che l'argomento sia interessante ma così come l'hai esposto tu nella scheda troppo difficile, ci sembra più da corso universitario, molto tecnico e difficile per un pubblico più vasto".
Ho risposto: "So che devo ancora dipanare un po' ilgarbuglio, ma sono convinto di poter parlare di questi temi, o di parte di questi temi, in modo veramente semplice e scorrevole. Sono convinto di poter scrivere su questi argomenti un testo leggibile come
un romanzo".
Credo che si possa lavorare al contempo in due direzioni: da un lato si accumula materiale; dall'altro si preparano estrazioni più o meno organizzate, in funzioni di un uditorio. Non a caso coì lavora qualsiasi narratore.
Così, pensando ad un libro di duecento pagine, avendo in mente quella casa editrice e quella collana, mi sono impegnato a scrivere una nuova scheda.
Intanto propongo qui la scheda che è stata giudicata troppo tecnica e difficile.
Tutto oggigiorno passa attraverso la mediazione dell'informatica. L'informatica interpreta e definisce i modi del conoscere e dell'agire umano. La nostra vita quotidiana, nel lavoro e in ciò che facciamo per piacere e per divertimento. La cura della salute e la gestione del denaro. Il funzionamento delle imprese private e della pubblica amministrazione, così come ogni manifestazione della cultura e dell'economia. Qualsiasi attività presuppone l'uso di interfacce hardware. Qualsiasi attività presuppone l'intervento di un software.
Ma ben poco sappiamo di 'come funziona' tutto questo. Gli specialisti ci affliggono con sigle e definizioni tecniche, perlopiù espresse in lingua inglese. Cosicché noi, frenati dal timore dell'ignoto, scegliamo di vivere nell'ignoranza.
Di fronte a sistemi che ci appaiono astrusi, troppo lontani da noi, mossi da un comprensibile atteggiamento difensivo ci sforziamo di non vedere, chiudendoci in un futuro inteso come prosecuzione del passato. Autoconvincendoci che 'nulla è cambiato', ci rifugiamo nel legame affettivo con strumenti che usiamo da tempo immemorabile: carta, penna, libro.
Invece, proprio dall'osservare come sta cambiando sotto i nostri occhi il senso dello 'scrivere' e del 'leggere', proprio dall'osservare come sta cambiando, in senso lato, il modo di produrre, conservare e condividere conoscenza, possiamo prendere spunto per un viaggio appassionante.
Il libro non è certo destinato a scomparire, mantiene il suo fascino e la sua concreta utilità, ma il confronto con altri mezzi già oggi disponibili ci illumina sui suoi limiti. La tecnologia implicita nel libro impone ai testi – che sono tessuti, reti– una struttura sequenziale. Ogni libro è chiuso in se stesso. Il libro subordina il pensiero ad un programma: ad una forma definita a priori. Il libro implica il controllo: non esiste senza la mediazione di un editore.
Proprio guardando al libro, alla sua funzione ed alla sua natura tecnica, abbiamo modo di svelare l'arcano. L'informatica è per un verso nient'altro che l'estrema manifestazione della forma libro. Un sistema di macchine teso ad espandere e a rendere più efficace il modello implicito nel libro. Ma al contempo, per un altro verso, l'informatica offre ad ognuno di noi un approccio alla conoscenza né migliore, né peggiore dell'approccio implicito nel libro, ma diverso.
In questa ottica, scrittura e lettura ci appaiono come un'unica attività. Autore e lettore ci appaiono come un'unica persona; il testo ci appare come una rete in continuo divenire, slegato dalla pagina, dalla carta, da un qualsiasi supporto, eppure accessibile tramite strumenti e supporti diversi; sfuma fino a scomparire il confine tra oralità e scrittura; sfuma anche il confine tra testo alfabetico e musica ed arti visuali; al controllo e all'ottimizzazione si sostituisce l'attenzione all'istante, la ricerca di risposte imperfette ma tempestive, adeguate alla situazione. In luogo di scuole vincolate ad un programma, in luogo di biblioteche accuratamente schedate, il Web, il motore di ricerca ci collocano in un luogo dove la conoscenza emerge in forme sempre nuove, in funzione di quello che serve qui ed ora.
Poiché nessun linguaggio tecnico è veramente necessario, ed anzi il linguaggio tecnico è molto spesso l'alibi di chi non sa, o non vuole spiegarsi, nel libro che avete in mano non troverete nient'altro che narrazioni. Dunque, il romanzo dell'informatica, o l'informatica come romanzo.
Storie singolari: Bacone e le sue Tabulae instantiarum; il Sistema Naturae di Linneo; Charles Babbage alle prese con il sogno dell'Analytical Engine; Vannevar Bush e il suo Memex; Doug Engelbart, sul finire del 1968, mentre mostra a una platea di tecnologi stupiti il primo personal computer, il primo mouse, il primo programma di scrittura.
Ma anche e sopratutto, filosofia. L'informatica è la prosecuzione della filosofia con altri mezzi. Non a caso nel dominio dell'informatica ritroviamo puntualmente ognuna delle ben note categorie: scolastica, metafisica, idealismo, fenomenologia, positivismo e filosofia analitica... Accade però che mentre i filosofi –nulla supponendo di questa contiguità– si isolano in una torre d'avorio quanto più possibile lontana dalla tecnologia, la progettazione e la gestione delle macchine e degli strumenti deputati alla creazione, alla conservazione e e alla condivisione della conoscenza è lasciata in mano a specialisti che adorano la tecnologia come feticcio.
E poesia. Goethe sapeva trattare lo stesso tema scientifico-tecnologico con la stessa chiarezza ed esattezza sia in versi dedicata all'amata, sia in saggi destinati ad 'addetti ai lavori'. Ecco così il poeta-scienziato che osserva una pianta nell'Orto botanico dell'Università di Padova. Gli sovviene l'idea della 'forma formante' – per noi oggi: la forma della conoscenza che costruiamo attimo dopo attimo interagendo con il Web. Forma che si oppone alla schematica classificazione di Linneo – per noi: la forma-libro.
Fino all'ultima narrazione: l’ultimo libro sarà un libro giallo. Per un doppio ordine di motivi. Innanzitutto perché nessun testo come il romanzo giallo è consono alla forma-libro. Il libro presuppone la lettura sequenziale, pagina dopo pagina; ed il romanzo giallo tiene avvinto il lettore, obbligandolo alla sequenza, imponendogli di leggere dalla prima all'ultima pagina. Ma c'è, a spiegare l'attualità del romanzo giallo, un secondo ordine di motivi. Il romanzo giallo ci appare attuale, necessaria lettura, perché ci allena a quel lavoro mentale che ci è proposto oggi dall'uso del personal computer, ed in genere dagli strumenti informatici.
Il lavoro dell’investigatore che sbroglia il garbuglio e che costruisce un mondo a partire da tracce e segnali deboli, è lo stesso lavoro che ci troviamo a svolgere quando, invece di leggere un libro scritto da altri, ci troviamo a costruire conoscenza muovendoci nell'incerto mare del Web, muniti di un motore di ricerca.
Iscriviti a:
Post (Atom)