venerdì 8 luglio 2011

Il dato come descrizione codificata della cosa

Questo è un nodo centrale della riflessione che porto avanti. Perciò, in questo blog che è un cantiere, o un baule di materiali provvisori, eccomi tornare sullo stesso argomento dell'ultimo post pubblicato prima di questo.
Se lo scrivere usando il computer ci insegna qualcosa, il primo insegnamento è che nessun testo è definitivo.


Vivendo e lavorando l’uomo crea se stesso. Si può quindi pensare all’uomo a prescindere dalle cose. Ma la cosa resta fondamentale nella vita e nel lavoro dell’uomo. Viviamo e lavoriamo osservando cose, creando cose, scambiando cose, utilizzando cose.
Eppure, delle cose abbiamo una percezione imprecisa. La cosa è, in fondo, indescrivibile, inconoscibile. Possiamo intendere la filosofia come il tentativo di dire ‘cosa è la cosa’. Kant ci dice che -essendo la cosa inafferrabile attraverso l’esperienza ‘fisica’, nella vita quotidiana- dobbiamo spostarci di piano. Ciò che per Kant può essere conosciuto è solo la rappresentazione mentale della cosa.
Qui interviene l’informatica, che è prosecuzione della filosofia con altri mezzi. Se la cosa è inconoscibile, può essere però conosciuto il dato che la rappresenta. Come vuole Kant, il dato descrive la cosa attraverso linguaggi formalizzati. Se pur non possiamo afferrare la cosa, sono conoscibili, e maneggiabili, i dati che la descrivono. Allo sfuggirci dell’essenza della cosa, si risponde con la ‘certezza del dato’.
Dobbiamo quindi spostare l’attenzione, e chiederci cosa è il dato.
Il dato è la descrizione della cosa. Dato, non a caso, deriva da data. Si conviene dunque che la conveniente descrizione della cosa esiste dal momento in cui questa descrizione -possiamo chiamarla codifica- passa di mano. Questo è infatti il senso del latino littera data, lettera consegnata al messaggero. La data, dunque, è l’attimo successivo a quello in cui ‘sto dando’; è l’attimo in cui posso dire: ‘ho dato’. In questo attimo posso affermare che la descrizione esiste, che è un dato.
Lo spagnolo sposta l’attenzione. Invece di littera data, carta fecha, ‘carta fatta’, ‘lettera scritta’ -la data è infatti in spagnolo la fecha-. E’ uno spostamento significativo dal punto di vista del lavoro: il momento chiave non è quello in cui scambio o consegno, bensì il momento in cui faccio.
Ma anche nella situazione proposta dalla lingua spagnola, a ben guardare, restiamo sul piano della convenzione. Nessuno può dire con precisione quando ho finito di fare la cosa.
Se io descrivessi la cosa un attimo prima o un attimo dopo, la descrizione sarebbe diversa. E dunque, la formalizzazione dell’informatica non ci salva. Se la cosa resta inconoscibile, anche la sua descrizione è sempre convenzionale.
E dunque non resta che chiederci si quali basi si fonda la convenzione. Proprio di questo interrogativo ci parla, in fondo, la cosa. Il latino ci ricorda che cosa deriva da causa. La descrizione della cosa è quindi ‘decisa da un tribunale’. Il tedesco Ding e l’inglese thing ci propongono invece l’idea che la descrizione della cosa sia ‘decisa da un’assemblea’.
Possiamo preferire l’autorità del giudice o l’autorità dell’assemblea. Ma in ogni caso il dato -la descrizione della cosa, alla cui certezza così tanto ci piace afferraci- non è che una convenzione.

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