venerdì 4 marzo 2011

Un certo tipo di letteratura e altri scritti

Ho provato qui in estrema sintesi a indicare un percorso che può portarci a ripensare ciò che intendiamo per letteratura alla luce della lezione del computing e delle Web Technologies.
Aggiungo qui qualche traccia di percorsi che ho esplorato. Testi che sul Web hanno trovato qualche lettore. E già qui sta un motivo di riflessione: è così importante, è forse indispensabile pubblicare un libro quando un numero significativo di persone si sono già avvicinati a testi che presentano il mio pensiero? Cosa aggiunge al valore di ciò che sostengo la pubblicazione sotto forma di libro?
Il primo scritto che segnalo è Un certo tipo di letteratura. Dove si mostra la contiguità tra letteratura, la narrazione, e ciò che si tende a chiamare oggi Knowledge Management. Parto da un folgorante, illuminante exergo di Ted Nelson, il gran visionario che negli anni '60 del secolo scorso pensò l'ipertesto -il resto come rete e non solo come sequenza-, pensò al supporto cartaceo come vincolo limitante, pensò alla letteratura come processo incessante. La frase -che è presumibilmente del 1981- sembra scritta oggi, e ci illumina sul presente:

Immaginate un’accessibilità e un entusiasmo nuovi, che possano schiodare la narcosi da video che oggi incombe sul Paese come una cappa di nebbia. Immaginate una nuova cultura libertaria dove spiegazioni alternative permettono a chiunque di scegliere l’approccio e il tracciato a lui più confacente; dove le idee siano accessibili e interessanti per chiunque, così che l’esperienza umana possa godere di una nuova libertà e di una nuova ricchezza; immaginate una rinascita della letteratura.
Ted H. Nelson, Literary Machines, 1981

Il secondo testo che propongo è La restituzione poetica. Qui metto in gioco lo 'sguardo etnografico' che mi ha guidato quando lavoravo come antropologo, sguardo con il quale poi, mi sono reso conto, ho continuato a guardare il mondo, da critico letterario, da analista di organizzazione, così come da poeta in prima persona. (Da questo sguardo del poeta, che è allo stesso tempo scienziato, nasce il mio interesse per Goethe, interesse di cui in questo blog trovate vari cenni).
Il terzo e il quarto testo connettono i miei ragionamenti sul futuro della letteratura -ovvero la letteratura come rete di testi che rimandano a testi che rimandano a testi...- con lo studio di una letteratura in particolare, o forse dovrei dire una meta-letteratura: la letteratura in lingua spagnola, e la lingua ad essa legata, nel loro continuo andirivieni tra due mondi, di qua e di là dall'Oceano, e andirivieni tra tempi diversi, ma in fondo compresenti: la lingua del 1500, la lingua del finire del Ventesimo Secolo. E' il tema a cui ho dedicato nel 1998 Viaggio letterario in America Latina, un saggio per lungo tempo inaccessibile, perché esaurito, ora di nuovo disponibile presso un diverso editore, ed anche accessibile in buona misura su Google Libri -ancora un esempio di come il libro oggetto limita l'accesso alla conoscenza, e di come invece il Web, in forma nuove, ripropone e allarga l'accesso. ristampato,

sabato 29 gennaio 2011

Against Facebook

Anch’io sono su Facebook, e mi dirà qualcuno che legge se per coerenza dovrei togliermi di lì.
Ma i motivi per criticare questa piattaforma sono tali e tanti che non si può star zitti. Fa impressione la miope accondiscendenza con la quale accettiamo la sostituzione del World Wide Web con questo simulacro. Fa impressione la piaggeria con la quale ci accodiamo gli uni agli altri, aprendo pagine personali ed aziendali in questo luogo chiuso, negatore già in origine della liberà digitale. Fa impressione la passività con la quale, pur di essere presenti lì, accettiamo vincoli umilianti – fino a cedere i diritti di ciò che è nostro a chi governa quel sottomondo.
Fa impressione notare come non si colga la differenza tra la galassia Google e questa ridicola gabbia. E' giusto vedere in Google una minaccia, per come Google è in grado di sapere di noi, e tracciare i nostri comportamenti. Ma almeno, tutto ciò che Google propone, ogni luogo ed ogni strumento, si fonda sui protocolli Internet, e sulle raccomandazioni che governano il World Wide Web. Ogni dato può essere connesso ad ogni altro dato, dentro e fuori dal perimetro di ciò che Google ci offre. Google, al di là di tutto, sta nel World Wide Web, che è un luogo pubblico e in fondo democratico, fondato su regole in buona misura trasparenti e condivise.
Google accetta l’idea dei Commons, anzi la sostiene. Ognuno può contribuire alla creazione di risorse condivise, le mie conoscenze sono anche le tue, la mia rete è anche la tua. Puristi criticano giustamente Google per l’imperfezione con la quale rispetta i fondamenti del Web Semantico, “a common framework that allows data to be shared and reused across application, enterprise, and community boundaries”. Ma se Google rispetta le regole della condivisione in modo parziale, Facebook se ne frega del tutto. Facebook pretende di sostituirsi al World Wide Web. Ci impone un suo codice, e impone le regole in base alle quali ognuno deve sottostare. Impone ad ognuno il proprio framework, consapevolmente impedisce che i dati siano “shared and reused across application, enterprise, and community boundaries”.
Dispiace, dicevo, osservare la piaggeria, la disponibilità alla sudditanza, l'atteggiamento remissivo di operatori di imprese, attori di vario tipo, società di consulenza, anche di origine universitaria, che spingono ad utilizzare Facebook, proponendolo anche in ambiti aziendali.
Guarda caso sono gli stessi che spingono con tutte le loro forze sul pedale dell’iPad. Chiaro il disegno. Con l’iPad si pretende di sostituire il World Wide Web in un mondo chiuso tramite le limitazioni del browser, e quindi tramite la trasformazione di liberi accessi via Web in applicazione controllate. Con Facebook, parallelamente, secondo braccio della stessa strategia a tenaglia, si pretende di sostituire il World Wide Web con una sua versione stupida e povera. Dove il ‘cittadino digitale’ è di nuovo ridotto ad utente.
Per applicazioni importanti e difficili, così, ognuno dovrà ricorre ai soliti esperti che ci dicono cosa fare, come fare, e ci fanno pagare per darci, a fronte di un nostro bisogno, un qualche aggeggio costruito in modo tale da assoggettarci al controllo. Per chi si occupa da professionista di informatica, il solito dispetto nei confronti degli strumenti che fanno venir meno la loro necessaria mediazione; il solito tentativo di rendere banale ciò che le persone possono fare da sole; il solito tentativo di ripristinare il loro controllo ed il loro necessario intervento.
E così tutti noi, eccoci a giochicchiare con Facebook, sprecando così il tempo che potremmo dedicare a navigare nel vasto mare del Web; rinunciando anche a quel po’ di costruttiva fatica necessaria per mettere in piedi un proprio blog. Eccoci qui a subire l’aspettativa di coloro a cui fa comodo che ce ne stiamo buoni buoni dentro Facebook. Fa comodo che si stia lì a cazzeggiare, a mettere lì la fotina accompagnata da qualche tag, a dire cosa mi passa per la mente ora, a dire due parole sull'ultimo libro letto o il film visto.
Non ci fa onore, sopratutto, limitarci a dire mi piace o non mi piace. Non siamo nati per essere follower. La Rete ci libera dall'essere gregari. Ma Facebook ci ricaccia in uno spazio chiuso, predeterminato, uniformato, livellato in basso.
Il mettere le nostre piccolo cose lì dove e come Facebook ci concede di metterle, è costruire conoscenza? In parte sì. Non disprezziamo nulla. Prendiamo quello che c'è di buono anche in Facebook, d'accordo. Facebook, si dice, ha contribuito alle recenti rivoluzioni democratiche in Nord Africa.
Meglio Facebook che nulla. Eppure Facebook resta la caricatura di ciò che un 'social network' potrebbe essere. La responsabilità, come sempre, è nostra. Di noi che anche di fronte a strumenti che ci permettono di 'stare al centro', preferiamo per pigrizia il ruolo di seguaci.
Il successo universale non è motivo sufficiente per dar valore a una cosa. I libri che vendono di più non sono sempre i migliori. Le piattaforme Web più diffuse non sono per questo le più utili, le più libere, le più etiche.
Confrontate Facebook con Ushahidi. Da un lato un mondo-giocattolo, dove tutti siamo ridotti alla misera apparente libertà che può avere il povero Truman Burbank chiuso nel suo universo di cartapesta, ognuno di noi ridotto a vivere in un Truman Show. Dall’altro il vero mondo abitato da uomini liberi, che si auto-organizzano per offrirsi reciprocamente, tramite reti sociali, i servizi che gli Stati e le organizzazioni pubbliche e private non sanno, o non voglio offrire.
Non a caso, a guidare i due progetti, da un lato ragazzi viziati, arroganti, cresciuti nei falsi miti dell’Occidente, tesi a nient’altro che a guadagnare senza limite vile denaro. Dall’altro kenioti e ugandesi, uomini e donne che hanno studiato a costo di enormi sacrifici, che hanno toccato con mano la povertà ed i veri bisogni.

venerdì 28 gennaio 2011

Il Web è la letteratura, la letteratura è il Web

Cosa è la letteratura. Una domanda che pare eccessiva, o troppo banale.
Borges, forse più di ogni altro autore del Ventesimo Secolo, ci spinge a osare, e a non dare per scontato lo ‘spazio letterario’. La Biblioteca di Babele distrugge i confini limitati che la nozione stessa di biblioteca porta con se. La costruzione di senso ci appare nel giardino dei sentieri che si biforcano slegata da qualsiasi cammino già percorso. Menard che riscrive il Don Quijote distrugge il ruolo consolidato dell’autore inteso come forgiatore di opera nuova. Funes che non riesce a dimenticare distrugge il ruolo del lettore stupido di fronte ad un libro nuovo.
Lo sguardo di Borges si affaccia dall’esterno sulla letteratura che conosciamo, facendocela apparire come niente più di una delle letterature possibili. I confini tra generi letterari, tra letterature nazionali, tra letteratura alta e letteratura bassa, tra mainstream e schund, alla luce del suo sguardo, ci appaiono del tutto convenzionali.
E ancora la letteratura, con Borges, ci appare come ‘costruzione in abisso’: Borges meta-autore scrive di Borges autore; dentro una biblioteca universale sta una biblioteca che contiene un altra biblioteca, e così in un gioco infinito. E dentro un libro sta un libro rimanda ad ogni altro libro. E dunque la letteratura è un sistema ricorsivo: una macchina per compiere attività ripetitive. E dunque la letteratura è un meta-testo che contiene ogni testo. E dunque la letteratura è un prodotto collettivo, dove la figura del singolo autore appare ricondotta al suo marginalissimo significato. Il singolo autore è autore di niente più che minuscole varianti di un’opera che è costruzione sociale in continuo divenire. Ogni singola opera non è che una rete intimamente connesse a una rete più vasta, opera omnia.
Possiamo dire che Borges, con lo sguardo anticipatore dell’artista, ci parla della letteratura così come essa ci si presenta nell’epoca del computing e del World Wide Web.
Possiamo allora forse dire che Borges ci guida nel rispondere ad un fascio di interrogativi che osservatori attenti si pongono.
Cosa cambia nella macchina della produzione di letteratura lì dove la letteratura è prodotta per mezzo di computer – perché ormai l’autore scrive con un word processor – e quindi ogni testo è un testo digitalizzalo. E perché anche dove l’autore continui a scrivere con carta e penna il testo è rivisto da editor ed editori mediante computer, ed in ogni caso la digitalizzazione è necessaria mediazione anche per la stampa del tradizionale libro cartaceo.
Cosa cambia quando il testo è impalpabile ‘software’, codice digitalizzato, scrittura che può generare manifestazioni differenti, manifestazioni che possono apparire agli occhi del fruitore come sequenze di segni alfabetici, di ideogrammi, di immagini fisse o in movimento, di suoni o di musica.
Cosa cambia quando di fronte a questo testo, sempre potenzialmente in fieri, autore, lettore ed interprete perdono le reciproche distante, fino ad apparire come diversi atteggiamenti di una stesso persona.
Cosa cambia quando la letteratura è fruibile come sistema percorribile muovendosi all’interno della singola opera con libertà sconfinata, seguendo una parola, una frase, un percorso di senso. Cosa cambia quando il testo non è più unidirezionale, condizionato da un inizio ed una fine, da un incipit ed un explicit, ed è invece liberamente percorribile come rete. Questa enorme novità, possiamo sottolineare, è talmente rivoluzionaria da spingerci ad adottare una nuovo termine: ‘ipertesto’. Perché, sebbene ogni testo sia potenzialmente ciò che oggi intendiamo con ‘ipertesto’, la parola testo -che pure sta per ‘tessuto’, e quindi ci parla già di questa possibilità, di questa implicita rete- la parola testo vede ridotto il suo senso dall’analogia con il libro.
Cosa cambia quando la letteratura –intesa come biblioteca digitale– è percorribile attraversando le singole opere, scomponendole e ricomponendole, in enne sempre diverse opere possibili.
Cosicché quando parliamo di ‘critica del testo’, o di ‘teoria della letteratura’, limitiamo il nostro pensiero alla letteratura fatta di opere discrete, ognuna chiusa nella forma di singolo libro.
E cosa cambia quando la letteratura non è più soggetta all’oblio. La produzione letteraria, abbiamo sempre pensato, gode del vincolo legato alla memoria. La memoria ci appariva fino ad ieri per sua natura limitata. L’impossibilità di ricordare tutto ci impone di reinventare. Il poeta, ci siamo detti, è colui che abusa: va oltre il senso già dato. Ma se ora disponiamo di memoria infinita, se tutto può essere ricordato, se è facile accedere a tutto ciò che è stato scritto, ed anche a tutta la letteratura orale, quale spazio resta, o si apre, per la creazione letteraria.
Sono domande senza risposta. Ma le domande ci permettono di dire che la letteratura è altrove, non è più, solo, lì dove la cercavamo. Non è più solo nelle poche opera pubblicate, conservate in biblioteche sotto forma di libri cartacei. Non è più solo dove continuano a cercarla critici letterari, storici della letteratura, filologi.
In questa luce ci appare criticabile l’atteggiamento di studiosi che si affacciano sullo scenario aperto dalle ‘nuove tecnologie’, e magari si interrogano a proposito della ‘lingua del web’ ed lavora su corpora estratti dal Web. Il loro atteggiamento è criticabile perché considerano la ‘letteratura sul Web’, un mondo separato e minore rispetto al nobile mondo letterario fatto di tradizionali libri.
In questa luce appare criticabile l’atteggiamento di quegli studiosi ben disposti verso il nuovo che emerge, e che pure meravigliati si interrogano sul perché non sia apparso, nei dieci o vent’anni di vita del Web, nessuna opera che ai loro occhi di critici attenti appaia come ‘capolavoro’. Essi cercano il ‘capolavoro’ lì dove, nel nuovo scenario, non può essere. Cercano la singola opera, così come la si poteva cercare nel mondo letterario fatto di opere discrete, di singole opere chiuse in singoli libri.
Dovremmo imparare a guardare altrimenti alla letteratura. La letteratura è il World Wide Web. Il World Wide Web è la letteratura. Nel Web potremo trovare, come Borges ci ha insegnato, ogni opera possibile. Il ‘capolavoro’ è lì, ma non già costruito, inteso come unico capolavoro possibile. Nel Web sta il capolavoro come sistema di possibilità, come testo potenziale. Forse sarà il critico attento, forse ogni ‘lettore’, a costruire ‘capolavori’ muovendosi nella gran galassia.
Oltre Borges, mi pare che ci guidi Marx quando parlava di General Intellect. E mi pare abbastanza evidente il filo che lega la noosfera di Theilard de Chardin, il pianeta modificata dal pensiero umano in una continua evoluzione, alla biosfera di Vernadski,il globo terrestre inteso come sistema vivente unitario. Altrettanto evidente è il passaggio dalla biosfera di Vernadski alla semiosfera di Lotman. La semiosfera è il luogo della semiosi, della continua, indefessa produzione di senso.
Forse proprio da Lotman dovremmo ripartire, se il nostro scopo è intendere perché il Web è la letteratura e la letteratura è il Web.
“L’universo semiotico”, ci dice Lotman, “può essere considerato un insieme di testi e di linguaggi separati l’uno dall’altro. In questo caso tutto l’edificio apparirà formato da singoli mattoni”. E questa è la letteratura che conosciamo, fatta di sigole opere, singoli libri, singole biblioteche. “È però più feconda”, continua Lotman, “l’impostazione opposta. Tutto lo spazio semiotico si può considerare infatti come un unico meccanismo (se non come un unico organismo). Ad avere un ruolo primario non sarà allora questo o quel mattone, ma il ‘grande sistema’ chiamato semiosfera”.

mercoledì 19 gennaio 2011

Una possibile meta-lezione universitaria, ovvero Podcast e Webcast su iTune University

Il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica dell'Università di Pisa ha generato un Laboratorio di Cultura Digitale. Il Laboratorio di Cultura digitale ha prodotto una serie di 'testi multimediali ed ipertestuali' relativi a insegnamenti del Corso stesso, e in genere dell'Università di Pisa. Questi 'testi', in virtù di un accordo con la Apple, sono disponibili come Webcast e Podcast su iTune University.
Uno dei primi 'testi', montato -a partire da miei materiali- dal ricercatore Alberto Dalla Rosa, è una mia 'lezione' sul tema del mio insegnamento 'Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura'.
Debbo necessariamente scrivere 'lezione' tra virgolette. Perché dobbiamo chiederci: cosa è davvero una lezione universitaria? E che senso ha oggi l'Università, luogo tra i tanti in una pluralità di media e di ambienti di apprendimento? Come si riconfigura il ruolo del 'docente' in un quadro che ci vede tutti knowledge worker?
Ecco dunque un piccolo esempio di narrazione non troppo accademica, che pone al centro degli interrogativi attorno ai quali ragiono in questo blog. Come si scrive e come si legge oggi? Come si produce letteratura?
Una notte ho narrato a me stesso scrivendo con la voce...Qui riporto brani di quello che ho chiamato 'Discorso notturno a me stesso'. E qui racconto come è nato questo 'discorso'. E anche da dove viene in titolo di questo blog: Dieci chili di perle.
Lo 'scrivere', oggi, con gli strumenti di cui disponiamo, vada ben oltre il 'vergare segni su un supporto cartaceo'.
Oggi allo 'scrivere con una penna', vergando segni su un supporto  che chiamiamo 'foglio, si affianca lo scrivere interagendo con un Personal Computer dotato di word processor tramite una tastiera; e affianca anche lo 'scrivere con la voce'.
La scrittura così, quale sia il mezzo usato, ci appare come manifestazione, formalizzazione del personale pensiero mediata da diverse tecnologie. Dunque dobbiamo chiederci a quali diversi risultati ci porta lo scrivere in diversi ambienti e contesti tecnologici.
E' importante ricordare che il Personal Computer non è una macchina con la quale si pretende di sostituire l'uomo, una macchina alla quale l'uomo è asservito, ma al contrario, è una protesi del nostro personale sistema mente-corpo, uno strumento, un utensile, che permette all'uomo di 'espandere l'area della propria coscienza', come voleva Licklider.
E ancora possiamo dire che questo modo 'allargato' di intendere la scrittura si fonda con quella interazione con strumenti e utensili di cui parla in modo illuminante Heidegger quando ci propone il concetto di Zuhandenheit.

martedì 14 dicembre 2010

Il diritto d'autore ed il diritto di copia

Mi ricapita sotto gli occhi per caso questo testo scritto nel 2007. Mi pare pertinente ai temi che tratto in questo blog.

Un equivoco inquina le riflessioni sulla proprietà intellettuale.
Chiamiamo 'diritto d'autore' la stratificazione di due diversi diritti: diritto d'autore in senso stretto e diritto di copia. (La dizione italiana sottolinea un aspetto, la dizione inglese –copyright- sottolinea l’altro, cosicché l’equivoco risulta ingigantito).
Il diritto d’autore è un diritto morale. La persona ha il diritto di fare, della propria opera, ciò che vuole. Può diffonderla gratuitamente, può venderla sul mercato. Ritengo questo diritto inalienabile. Ma per difenderlo, in fondo, non c'è bisogno né di norme, né di editori.
Cervantes, di fronte ad un autore che approfitta del successo del Don Quijote e ne pubblica una seconda parte, si rimbocca le maniche e scrive -all’inizio di malavoglia- la sua seconda parte. Dimostrando di essere più bravo difende al contempo la sua opera e la sua immagine.
Accanto a Cervantes, i Grateful Dead. Il gruppo rock californiano, già negli anni degli hippy, permetteva che durante i concerti venissero registrati bootleg. La circolazione di incisioni 'private' accresce la notorietà, e quindi la partecipazione ai concerti futuri. E forse non danneggia nemmeno la vendita dei dischi portati sul mercato dalla casa discografica (che comunque resta libera di proporre al gruppo il contratto che ritiene più equo).
Trovo affermato qui un principio: l'autore sa che la valorizzazione dell'opera non passa solo e necessariamente attraverso l'editore.
Il diritto di copia è tutt'altra cosa. L'editore, avendo sopportato i costi della riproduzione e della diffusione, chiede regole che garantiscano il ritorno dell’investimento. La protezione legale, dunque, riguarda la difesa del diritto di un editore -colui che ha sottoscritto un accordo con l'autore- rispetto ad altri editori. L'autore è innocente, e non c'entra per nulla.
Negli ultimi decenni, però, le cose sono cambiate radicalmente. Riprodurre non è più così costoso, la mediazione di tecnici specialisti non è più indispensabile, l'autore può raggiungere i lettori in molti modi diversi. Ma sopratutto, oggi l'editore non può garantire il controllo: non è in grado di impedire che vengano fatte fotocopie, o che il testo sia diffuso via Web.
In questo scenario, che vede l'autore disporre di un vasto ventaglio di possibilità, il futuro mi pare stia in un patto diverso. Non più cessione di diritti, ma partnership tra il creatore dell’opera e editore, dove l'autore mette in gioco l'opera e l'editore la conoscenza di un canale, di un mercato, e il suo marchio, che aggiunge valore.

Altre riflesssioni su questi temi, che mi vengono ora, in mente si trovano su Bloom, qui, qui e qui.

lunedì 1 novembre 2010

L’iPad e il nuovo modo di scrivere

Ho detto in due diversi post, qui e qui, di come l’iPad sia criticabile: perché riduce la novità del personal computer, depotenziandone e svalorizzandone caratteristiche chiave. L’iPad, così, offre il destro a restauratori e nostalgici del tempo perduto – il cui ruolo sociale tende a scomparire nel mondo svelato dal personal computer, e dalla Rete.
Detto questo, possiamo invece guardare ai meriti di questa macchinetta, e cioè agli aspetti per i quali l’iPad appare significativo passo avanti nella linea evolutiva alla quale il personal computer appartiene.
I meriti risiedono non tanto nel nuovo modo di leggere, la funzione sulla quale sembra fondarsi la fama dell’iPad. All’opposto, credo che i meriti si fondino su come l’iPad ci mostra, meglio di qualsiasi altro device, un nuovo modo di scrivere.
Lo scrivere è, in origine, un gesto violento. L’etimo sia di scrivere che di write rimanda in modo preciso ed inequivocabile al graffiare un supporto, all’incidere una superficie. Il supporto cambia nel tempo: pietra, pergamena, cera, carta. Con le lastre da stampa si torna addirittura indietro, alla pura incisione. Si evolvono gli utensili: una selce appuntita, un bastone di legno, uno scalpello, uno stilo, un pennino. Ma resta in tutti i casi il gesto violento.
E se nel tempo si aggiunge un senso a quello dell’incidere e del graffiare, si tratta di un gesto che implica ancora forza, violenza: il pressare, l’imprimere. Così in francese imprimer, presse. In spagnolo imprimir, prensa. In inglese print, press.
Possiamo leggere in questo modo di intendere la scrittura tradisce il timore dell’impermanenza, della vacuità. Il timore che non resti traccia. La ricerca dell’indelebilità. La lotta contro il tempo fondata su una forzatura, appunto, potrei dire, sul ferire il supporto.
Molti intellettuali ignoranti, od in malafede si chiedono: cosa ne sarà della parola scritta se affidata a supporti digitali? Qual’è la certezza che la parola digitalizzata permanga nel tempo?
Sono in malafede, attribuiscono ogni pericolo ed ogni limite alla tecnologia che non si sforzano di conoscere. Possiamo comprenderli solo ricordando che il loro atteggiamento è in origine, quale che sia la tecnologia, fondato sul timore di perdere la parola scritta. Sanno bene dei limiti della parola incisa sul supporto: i manoscritti ed i libri stampati si deteriorano con il passare degli anni e dei secoli; i manoscritti e i libri e le intere biblioteche possono andar persi e possono essere irrimediabilmente bruciati.
La scrittura come gesto violento è legata intrinsecamente al timore di perdere la parola scritta.
E infatti, altri intellettuali più intelligenti e acuti -ne cito due: George Steiner e Ivan Illich- parlano della paura di perdere il libro, del timore di un mondo senza libri scritti nel consueto modo. E Illich in particolare si sofferma sulla caratteristica che più ci pare necessaria e più ci rassicura: l’ancoraggio del testo alla pagina.
Come si può intendere un testo mobile e mutevole, in apparenza privo di luogo, un testo che compare e scompare su uno schermo. Come si può costruire con simili testi un sapere, una conoscenza dotata di sapore e di valore? Come emerge da questi testi in apparenza così labili una letteratura?
Non ho una risposta. Della letteratura avvenire possiamo vedere solo pochi indizi, pochi incerti passi. Ma posso vedere con chiarezza come il punto di partenza -il momento in cui si genera il testo: il gesto di chi scrive- presenta aspetti di novità. E posso notare come di questa novità l’iPad è testimone esemplare.
Ritorniamo alla violenza implicita nell’uso della penna e del foglio, violenza replicata in toto nella stampa. Ritorniamo al gesto violento rappresentato dal colpo inferto al foglio dal carattere della macchina da scrivere. Ritorniamo al gesto violento ancora implicito nel battere, nello schiacciare i tasti di una tastiera.
Ricordiamo ancora che una generazione di palmari, anche avendo a disposizione la funzione touch screen, presupponeva una simulazione del gesto della scrittura su carta: si usava uno stilo, esercitando con questo una adeguata pressione sullo schermo.
Un’altra famiglia di palmari tutt’ora in auge, caso esemplare il Blackberry, presuppone l’uso di una tastiera.
Poniamo attenzione alla fondamentale differenza.
Lontani dal paradigma che presuppone il graffiare, l’incidere, lo schiacciare, molti passi avanti nel nuovo terreno aperto dal mouse -che ci chiede gesti leggeri- con l’iPad, così come già con l’iPhone si scrive senza la mediazione di nessun utensile, con un gesto lontanissimo dal graffiare, dall’incidere, dal pressare, dallo schiacciare.
Si scrive con le mani, con le dita, con i polpastrelli. Si scrive sfiorando la superficie con un gesto lieve. Sfiorare: ‘toccare impercettibilmente la superficie’, cercando con essa un’intima sintonia. Così si interagisce con l’iPhone e con l’iPad.
Un gesto che ha intimamente a che fare con la sintonia, con il sentire. Interessante, per cogliere la differenza dalla tradizionale scrittura, il senso dell’inglese feel. La radice indoeuropea pol-/pal- sta per ‘toccare leggermente con la mano’, ‘accarezzare’. Di qui anche il greco psallein: ‘suonare l’arpa, toccandone lievemente le corde’. E nella nostra lingua, attraverso il latino, palpare e palpitare.
Le carezze, il tocco leggero delle dita sull’arpa, il palpitare del cuore. Se scrivere è, come è, esternalizzare la conoscenza che abbiamo in mente, darle forma, questa assenza di ogni forzatura, questa vicinanza tra mente e corpo e supporto, aprono un nuovo orizzonte.
Possiamo veramente pensare che una scrittura così priva di violenza, una scrittura che si manifesti con questa leggerezza, con questa ritmica misura, possa generare testi diversi.

Arbitrary Restriction of Goods Is the Future

Un amico mi dice che le apps per iPad hanno un loro senso. Le apps, applicazioni, programmi che girano solo su iPad si giustificano con la novità del device. L’iPad, utensile diverso da ogni altro, con una sua specifica proposta di interazione uomo-macchina, giustifica e anzi motiva programmi ad hoc. Altrimenti, si dice, non si sfrutterebbero le potenzialità della macchina. Insomma, come vuole la Apple, dovremmo plaudere a questo modo di combinare “the power of the Internet with the simplicity of Multi-Touch technology”.
E naturalmente, la strada aperta da Apple è subito seguita. Alle applicazioni create per iPod Touch, iPhone, iPad è subito percorsa da altri: si è lieti di far sapere che, pur ancora lontani dal numero di app reperibili presso Apple Store, esistono ormai oltre centomila applicazioni per Android, il sistema operativo per dispositivi mobili di Google.
Così, dietro l’ipocrita finzione di una semplificazione tesa a migliorare la vita all’utente, si nasconde il solito trucco: obbligare di nuovo a sottostare al comando di un intermediario che usa la tecnologia per limitare l’accesso alla conoscenza.
Sembreranno parole troppo grosse. Ma il punto è che non solo il fine, ma anche il percorso è sempre il solito: diseducare la persona tramite ogni forma di pubblicità, fare appello alla sua pigrizia e alle aspettative più superficiali, trattare ognuno da stupido rendendolo passivo consumatore.
E questo anche quando, tramite l’uso del personal computer, le persone hanno dato prove di non essere pigre, di saper scegliere da soli quello che gli serve. E quando tutti hanno provato come si vive meglio senza una pubblicità passivizzante e invasiva.
Un computer ha un costo sempre più basso. Nonostante le funeree previsioni di esperti che temevano troppo difficile l’uso, qualunque bambino, o qualunque persona non scolarizzata, chiunque impara da solo facilmente a interagire con la macchina e a fare ciò che gli pare e gli serve: giocare, scrivere, leggere.
I protocolli che presiedono al funzionamento di Internet e del World Wide Web sono trasparenti. Chiunque li può usare. Il Browser, sia Explorer di Microsoft o sia Firefox o sia Safari della Apple, rende accessibile la conoscenza ‘che c’è in Rete’ in modo trasparente, senza gerarchie e senza giudizi di valore e senza distinguere tra ciò che costa e ciò che è gratuito. Google, a fronte di una nostra domanda, mostra le fonti in una gerarchia che è conseguenza all’abilità di chi ha caricato le conoscenze, e al contempo è conseguenza della nostra capacità di cercare ciò che ci serve con acume e precisione.
Insomma, con i personal computer connessi in Rete il mondo è cambiato: produrre conoscenze, scambiarle, accedere a conoscenze non è mai stato così facile. Sempre più conoscenze sono prodotte senza l’intervento di professionisti della comunicazione: siamo tutti, sempre più, produttori e consumatori di conoscenze. Le conoscenze a tutti disponibili, senza intermediari, in gran misura gratuite, hanno cambiato il mondo. Così è smentita nei fatti l’ipocrita pretesa di chi vuole far credere che il costo sia una garanzia di qualità. Abbiamo sotto gli occhi la dimostrazione che il processo sociale di creazione di conoscenza funziona a prescindere da pubblicità, censure, controlli. In una parola, senza senza gatekeeper.
Così è smentita l’ipocrita pretesa di chi voleva far credere che troppe informazioni sono dannose, pericolose, ingestibili, fonte di paura. La situazione della persona che prima non aveva accesso a conoscenze, se non a fatica, se non pagando. Aveva a disposizione poco prima, ha molto adesso. Impara, senza paura, per tentativi ed errori a fruirne.
Gli unici che hanno paura, credo, sono i sacerdoti della mediazione. Loro, più di ogni altro, erano abituati a sistemi organizzati, gerarchici, stabili, controllati. La galassia informe e sconfinata capisco che possa sconcertarli.
Gravissimi problemi oggi per loro. Loro che hanno vissuto imponendo il loro ordine e il loro controllo, la loro mediazione. Loro che fondano il proprio ruolo sullo spiegare agli altri come accedere alla conoscenza. Loro che vivono traducendo per gli altri conoscenze appositamente espresse in modi incomprensibili ai più. Un gran mazzo di figure professionali è coinvolto in questo gioco, oggi sempre più difficile da giocare. Non me ne voglia nessuno se faccio qualche esempio: professori e giornalisti e editori e censori di professione. Dietro i professionisti, naturalmente, un’industria.
E’ l’industria che un tempo si chiamava dell’editoria e oggi qualcuno chiama, pensando di essere più moderno, del content. La parola è interessante, perché svela l’inganno: non interessa la produzione e la circolazione della conoscenza in sé. Si vuole che sia visibile ed accessibile solo la conoscenza ridotta a contenuto. La conoscenza chiusa in contenitori assoggettati al controllo dai mediatori.
Dunque: professionisti della comunicazione ed intellettuali di professione si sostengono nel resistere al cambiamento culturale che il personal computer, Internet ed il World Wide Web hanno reso possibile. Avrebbero potuto darsi da fare per ripensare il proprio ruolo alla luce del nuovo paradigma. Ma molto più facile appare loro tentare con ogni mezzo di ripristinare la situazione precedente.
Con una differenza non trascurabile. Il libro, il giornale, il Broadcasting radiofonico e televisivo: mezzi che si fondavano su una tecnologia che impediva di fare altrimenti. L’unico modo per diffondere conoscenza attraverso la stampa era passare attraverso un passaggio: la trasformazione del manoscritto in libro stampato. Operazione che poteva svolgersi solo tramite intermediari specializzati. E così anche la diffusione ‘via etere’. Mentre oggi ciascuno può editare. Ciascuno può ‘mettere in onda’. Come far ritornare il mondo indietro? Come tornare a quel tempo in cui -a tutto vantaggio dei mediatori di professione, e con loro, dei censori- la mediazione era tecnicamente necessaria?
Sembrava una guerra persa. Ma ecco dove vengono buone le app. La conoscenza accessibile via browser non è assoggettabile al controllo. Mentre invece è controllabile la conoscenza ridotta ad applicazione, o il cui accesso è subordinato all’uso di una specifica applicazione proprietaria. Ecco così che, dietro l’apparente facilitazione dell’accesso, si controlla l’accesso, fino a negarlo.
Ecco così che, persa la battaglia del personal computer, si lavora in ogni modo per non perdere la battaglia dei device più limitati e limitanti, più stupidi e instupidenti: i telefoni cellulari, i palmari, i lettori di eBook.
Di questa tendenza l’iPhone è il più glorioso esempio. E l’iPad è l’ultima incarnazione. Invece di proporre al mercato un personal computer più piccolo, dotato di tutti i vantaggi del personal computer, ecco un telefono cellulare più grosso, dotato di tutte le limitazioni del telefono cellulare.
Ai vantaggi sostanziali del personal computer, si contrappongono la facilità d’uso dell’iPad, il suo aspetto glamorous. I suoi limiti per quanto riguarda la produzione di conoscenza e l’accesso alla conoscenza sono nascosti dietro l’apparenza, dietro la “simplicity of Multi-Touch technology”.
Ho ridetto così, seguendo un percorso parallelo e convergente, quello che avevo detto in un precedente post: Steve Jobs è un Gattopardo, creando giocattoli per adulti come l’iPad lavora perché tutto cambi in apparenza, ma nulla nella sostanza. L’iPad è un inestimabile servizio offerto agli editori più retrogradi, agli intellettuali seduti sui loro vani allori.
A me piace dirla così. Altri, con buone ragioni, la dicono in in modo più brutale. Damiano Ceccarelli mi segnala un articolo apparso su Cracked.com. Con quel misto di satira e di estrema serietà che caratterizza il sito, si dice che “Arbitrary Restriction of Goods Is the Future”.
Arbitraria restrizione, sì: nel libro la restrizione -il passaggio attraverso i cancelli dell’editore- è legata all’impossibilità di fare altrimenti. Qui, dove esistono e sappiamo usare il personal computer, Internet ed il World Wide Web- la restrizione è più grave, perché puro arbitrio nascosto dietro pubblicità ingannevole.
Damiano Ceccarelli commenta, sintetizzando ulteriormente: con vari aggeggi e vari inghippi “è stato trovato il modo per rendere a pagamento quello che sul web è gratuito”.