lunedì 24 giugno 2013

Ursula Le Guin, 'Always Coming Home'


La narrazione dei romanzieri di 'fantascienza', si può sostenere, è la più vera, 'meritevole di essere creduta'. A ben guardare, la narrativa mainstream, è in realtà la narrativa più censurata, subordinata a canoni, codici e controlli. Rispetto ad un narratore che ambisce al successo 'di critica e di pubblico', e che quando raggiunge il successo ne diviene schiavo, il narratore apparentemente chiuso nell'alveo marginale della Science Fiction è invece sovranamente libero. Libero di dire, e di guardare il mondo.
Ursula Le Guin, in Always Coming Home,1 ci propone un mondo -nella finzione letteraria, un mondo post catastrofe nucleare- fondato su un sottile equilibrio. Due sottomondi , tra di loro geneticamente e strutturalmente correlati, contribuiscono ad un complessivo equilibrio ecologico, ma restano allo stesso tempo del tutto indipendenti ed autonomi l'uno all'altro.
La Città dell'Uomo: il mondo caldo e quotidiano delle relazioni interpersonali, fondato sull'oralità e sulla tradizione.
La Città della Mente: la Rete di computer interconnessi.
Gli uomini possono permettersi di dimenticare, perché possono accedere, in ogni istante, ai terminali della Città della Mente, e possono da lì attingere le informazioni immediatamente necessarie.
In cambio la Città della Mente chiede agli uomini un flusso continuo di nuovi dati. Ciò che per l'uomo è informazione irrilevante, o scarto, è ricco di valore per la Città della Mente. Che di questa massa di dati si alimenta.
Due mondi totalmente separati l’uno dall’altro, ma viventi in simbiosi. Due ‘sistemi viventi’ che condividono il continuum spazio-temporale, ma che restano diversi ed autonomi. In questo immaginario quadro di un mondo rinato dopo la catastrofe, da un lato la Città dell’Uomo, “rete assai rilassata, leggera e cedevole” delle culture umane, “con la loro piccola scala”, “con il loro grande numero e le loro interminabili differenziazioni”. Dall’altra la Città della Mente, sistema tecnologico integrato, ‘esperto’, rete neurale dotata di capacità di autoapprendimento.
Per questa via Le Guin ci toglie ogni illusione rispetto alla macchina amichevole, espansione delle potenzialità del soggetto, totalmente controllabile dal soggetto. Ma allo stesso tempo pone alla nostra attenzione l’indispensabile ruolo coperto, in un complessivo ambiente ecologico, dai sistemi informativi. Quando la conservazione delle informazioni non è più un obbligo e una schiavitù, si riscoprono i vantaggi: le informazioni sono fonte di conoscenza – contribuiscono a migliorare la qualità della vita e del lavoro.

(Chiede Pandora, lantropologa, ndr) Dunque le biblioteche diventerebbero enormi, se non gettaste via gran parte dei libri e di tutto il resto. Ma come decidete che cosa va conservato e cosa va distrutto?
(Risponde larchivista, ndr) Edifficile. Euna cosa arbitraria, ingiusta ed eccitante. Noi ripuliamo le biblioteche () ogni tanti anni. Qui nel Madrone di Wakwaha la Loggia ha ogni anno una cerimonia di distruzione, tra lErba e il Sole. Esegreta. Soltanto i membri. Una sorta di orgia. Un accesso di desiderio di pulizia; listinto di accumulare, la spinta a collezionare, viene rovesciata su se stessa, è invertita. Liberarsi.
Distruggete i libri preziosi?
Certo; non vogliamo finire seppelliti sotto quelli.
Ma i documenti importanti e le opere letterarie di pregio potreste conservarle in qualche archivio elettronico, alla Exchange, dove non occuperebbero spazio.
La Città della Mente lo fa già. Vuole una copia di ogni cosa. E noi gliene diamo una certa quantità. E poi lospaziodi cui parli è solo una questione di volume più o meno grande: cè dellaltro.
Ma gli intangibilile informazioni
Tangibile o intangibile, o ti tieni una cosa o la dai via. Noi riteniamo più sicuro darla via.
Ma i sistemi di archiviazione e di recupero dei dati servono proprio a questo! Il materiale è conservato perché sia a disposizione di chi ne ha desiderio o ne ha bisogno. Linformazione viene fatta circolarelazione centrale della cultura umana.
A tenere, cresce; a donare scorre. Donare richiede una notevole dose di discriminazione; come attività, forse richiede unintelligenza più disciplinata che non conservare. (pp. 318319)

Uno scambio di battute che ci parla, in apparenza, di quel tema che ci siamo abituati a chiamare Knowledge Management. Ma a meglio guardare, siamo messi di fronte a temi originari, di cui il Knowledge Management non è che una misera conseguenza.
Generazioni di antropologi si sono interrogati sul senso del Potlach: i membri di interi gruppi sociali, in occasioni rituali, distruggono, donandola, la ricchezza precedentemente accumulata. Il fenomeno fu osservato presso gli indios Kwakiutl, sulla costa nord-occidentale americana, nei pressi di Vancouver, a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 da Franz Boas.
Il resoconto del Potlach lasciatoci da Boas, probabilmente la descrizione etnografica più influente che sia mai stata pubblicata, è stato oggetto di diversissime interpretazioni. Qui Le Guin ci propone una lettura interessante: possiamo, appunto, liberarci delle informazioni, liberare la nostra mente, lasciare correre il pensiero in sempre nuovi percorsi creativi. Possiamo farlo perché le macchine ci hanno liberato dalla necessità di conservare. Le macchine, i computer, 'godono' stoccando e tesaurizzando. L'uomo, liberato, 'gode' lasciando fluire il pensiero. Proprio perché disponiamo di una 'scrittura', una scrittura automatica, enormemente più evoluta della scrittura su carta, possiamo tornare a quella libertà creativa che Platone auspica nel Fedro.
La 'scrittura' conservata dalla Città della Mente va bene oltre il permettere nuovo accesso a informazioni accumulate nel passato. Non si tratta solo di sostituire la memoria personale, ridando a chi ne fa richiesta conoscenze già possedute. Quelle tracce accumulate nel tempo, tracce di persone, tempi e luoghi diversi -tracce che oggi ci stiamo abituando a chiamare Big Data- sono la materia prima con la quale ognuno può hic et nunc creare nuova conoscenza.
La conservazione 'automatica' di ogni traccia ci permette di andare oltre la conservazione, oltre la conoscenza già data.
Conservare apparentemente senza scopo significa andare oltre: non trattenere, non limitarsi all''aver già dato'; ed invece agire con l'atteggiamento di chi dona. Solo donando senza aspettarsi nulla si potrà avere in cambio qualcosa di inatteso, ricco, veramente nuovo.

1Ursula K. Le Guin, Always Coming Home, Harper & Row 1985; trad. it. Sempre la valle, Mondadori, 1986. Vedi in Francesco Varanini, Il principe di Condé, Este, 2010, capitolo: “Etnografia dei sistemi informativi”.

lunedì 17 giugno 2013

Il libro come misero output vs. la conoscenza emergente

I libri contengono una porzione infinitesimale della conoscenza che l'uomo ha prodotto, nel corso di milioni di anni, e che sta producendo in quest'istante, e che produrrà nei giorni e nei secoli avvenire. I libri, oltretutto, per la loro organizzazione interna, permettono un accesso limitato alla conoscenza che contengono.
Fino a pochi anni fa il libro costituiva un mezzo sostanzialmente privo di concorrenti. Le base dati strutturate, in fondo, ripropongono, in modo più articolato e sofisticato, l’organizzazione della conoscenza che già il libro ci proponeva.
Ma oggi l'informatica ci offre una valida alternativa: la possibilità di accedere, anziché all'informazione già costruita in libro, alla cucina di ogni possibile libro. Il web ci mostra come sia alla portata di ognuno la complessa, imperfetta e instabile, eppure enormemente ricca, galassia senza forma di conoscenze che l'uomo produce ed è in grado di produrre.
Se il libro appare ordinato e rassicurante, l'infinito pluriverso delle menti umane che istanze dopo istanze producono e riproducono sapere, è -all'opposto- caotico. Ma il caos è un vantaggio: possiamo partecipare alla creazione del mondo. Non a caso l'informatica mette a nostra disposizione strumenti -l'esempio più evidente oggi lo conosciamo sotto il nome di 'motore di ricerca'- che ci permettono di muoverci con significativi gradi di autonomia e di libertà in questa galassia-di-conoscenza-non-ancora-costretta-in-forma. Libertà che invece il libro ci negava.
Eppure, anche avendo a portata di mano questa enorme opportunità, ci rintaniamo nel dar valore al libro, nel guardare solo ciò che il libro mostra, nel concedere al libro un primato che non merita.
Il libro ha onestamente svolto la sua funzione, continuerà a svolgerla; nessuno vuole buttarlo via. Ma il libro è un alibi. L'autorevole gabbia del libro ci tranquillizza, giustificando il nostro chiuderci nel ruolo di passivi lettori di ciò che è già stato scritto.
L'amore per il libro nasconde il timore che nasce dal trovarsi di fronte all'infinito, all'inconcluso. Nasconde il timore di doverci assumere la responsabilità del nostro pensiero e delle nostre parole. Nasconde il timore della novità, dell'incertezza.
Il libro ripete, non narra. La narrazione, conoscenza emergente qui ed ora, è appunto la perenne bufera di distruzione creativa, la continua produzione e riproduzione di conoscenza – processo del quale il libro non fotografa che un istante, uno degli infiniti istanti.
Guardando al magma della conoscenza in fieri che l'informatica mette a nostra disposizione, vediamo il libro come un misero output, un qualsiasi perituro e limitato tabulato sputato fuori da un computer, in funzione di una specifica domanda.
Certo più feconda, anche se perturbante, l'immagine di ognuno di noi, o di gruppi di persone legate da speciali sempre diverse connessioni, noi liberi e soli naviganti nel mare della conoscenza, sull'onda di deboli tracce, di labili connessioni. Noi affacciati su questo mare di informazioni, disposti alla sorpresa. Noi con le menti semideste.
Come ci mostrano uomini sensibilissimi. Penso a Baruch Spinoza, penso a Dick, capaci (in modi diversi – ma ognuno di noi è diverso da ogni altro) di cogliere nessi e segnali deboli e di ascoltare voci. Capace di trascurare il già palese per guardare invece all'immanenza. Immanenza: 'restare dentro'. La conoscenza nasce dalle cose che si fanno. Il Dio dell'informatica sta nei dati grezzi, la forma esterna al dato non ha senso; la struttura già data è di per sé irrilevante.
Così può operare oggi ognuno di noi. Il contributo che realmente possiamo dare al mondo avvenire è costruire nuova conoscenza, narrazioni, a partire da questi dati grezzi. Organizzando e interpretando i dati alla luce della nostra autobiografia, alla luce della nostra irredimibile unicità.

giovedì 6 giugno 2013

L’e-book come incunabolo

La nuova parola incunabolo compare per la prima volta, a quanto si sa, nel trattato sull’arte tipografica di Bernhard von Mallinckrodt, stampato a Colonia nel 1639. La parola si afferma poi definitivamente con il titolo del repertorio di Cornelius van Beughem: Incunabula typographie sive catalogus librorum scriptorumque proximis ab inventione typographiae annis, usque ad annum christi m.d. inclusive, in quavis linguâ editorum. Amsterdam: Johannes Wolters, 1688.
A quel punto, verso il termine del 1600, è ben chiaro quale oggetto tecnologico si intende. Si definiscono così i primi libri stampati, non più replicati a mano da copisti. Ben chiaro è anche quale sia il primo incunabolo, l’incunabolo-simbolo, la Bibbia latina che Johannes Gutenberg stampò a Magonza nel 1453-55. 
Il plurale latino incunabŭla, sta propriamente per ‘fasce’, e deriva da cunae, ‘culla’. Incunabolo è il nome che designa i prodotti usciti dalle officine degli stampatori, nella seconda metà del 1400.  L’oggetto tecnologico che poi ci abitueremo a chiamare libro è allora ancora in fasce, è un bambino nella culla, ancora lontano dalla adulta maturità del libro. Gli incunaboli sono oggetti tecnologici in ogni aspetto modellati sui manoscritti coevi. Sono prodotti tramite una tecnologia nuova, la stampa - ma restano legati al modello del libro scritto a mano dai copisti. Sono un'imitazione del libro prodotto dai copisti.
Proprio come l’incunabolo, alla fine del 1400, era totalmente modellato sulla forma del libro prodotto dai copisti, allo stesso modo l’e-book, oggetto tecnologico che appare sulla scena all'inizio del nuovo millennio, è totalmente modellato sul libro. 
Così come a cavallo tra il XIX e il XX secolo si costruivano le prime automobili avendo ancora in mente la tecnologia e la forma della carrozza, un secolo dopo, di fronte ad una tecnologia che ci permette di pensare il testo al di fuori dei vincoli del libro, ci costringiamo ad imitare, tramite la nuova tecnologia, il vecchio e glorioso libro.
Rispetto alla tecnologia che presiede alla produzione del libro, la tecnologia che preside alla produzione dell'e-book è diversa. Eppure, come l'incunabolo, l'e-book guarda alle proprie spalle. Si imita la carta bianca del libro, si imita il foglio, si imita lo sfogliare delle pagine, si imitano i caratteri da stampa, si impone la lettura sequenziale tipica del libro.
Quando oggi ragioniamo attorno alle caratteristiche degli e-reader, gli strumenti che ci permettono di leggere gli e-book, quando parliamo delle differenze, o dei piccoli vantaggi o svantaggi che distinguono il Kindle di Amazon da un altro e-reader; quando ragioniamo sul formato imposto ai testi da Amazon o da Google, o sui standard ‘aperti’ come e-Pub, ci muoviamo sempre, in ogni caso, nell’angusto mondo di imitazioni di una tecnologia del passato. Pieghiamo il nuovo al vecchio.
Con gli incunaboli e con gli e-book non si guarda al futuro, ma si coltiva invece la sopravvivenza del passato. La parola ci parla di oggetto neonato. Ma la realtà dell'oggetto ci fa pensare piuttosto, sia per gli incunaboli che per gli e-book,  più che ad una culla, ad una tomba.
Potremmo dire che l’e-book è la versione tombale del libro, il libro costretto in una cassa da morto. La biblioteca, in questa luce appare come cimitero.
Il libro costringe il testo ad una unica versione, quella stampata, una volta per tutte. La rivoluzione digitale ci propone l’idea di un testo ben diversa. Un testo che certamente può essere fissato in versioni stabili, conservabili nel tempo. Ma ai tempi del codice digitale il testo è sempre in fieri. Ognuna delle sue versioni resta una delle versioni possibili, tutte ugualmente conservabili nel tempo. I confini del singolo testo esistono, possono essere ben definiti. Eppure sono confini sfumati. Il testo cessa di essere un sistema chiuso. Il codice permette modalità di pubblicazioni diverse: su carta, su schermo. La nuova tecnologia permette di intendere il testo come ‘oggetto di conoscenza’, galassia dai confini sfumati.
Potenzialità, tutte queste, difficili da comprendere. Studiosi che ci propongono, da diversi punti di vista, visioni del futuro, non mancano: Ted Nelson, Licklider; Illich e Lotman. Resta comunque difficile immaginare oggi il testo del futuro. Difficile cogliere gli esiti produttivi, letterari, estetici, del codice digitale.
Ma una cosa è certa: l'e-book non ha nulla a che fare con i modi di fruizione futuri del testo.
La scena che ha al centro l'e-book sarà vista dagli storici del futuro come modesta, infantile.
Ci limitiamo, con l'e-book, a imitare il libro. Il libro è un oggetto tecnologico meraviglioso. Un oggetto che ha per noi un valore affettivo, ma che vanta anche una consonanza ormai consolidata con la nostra mente, con il nostro modo di pensare. Il libro sopravviverà nel tempo, così come la presenza di automobili non impedisce la costruzione di carrozze. Ma è un oggetto tecnologico la cui gran stagione si colloca nel passato.
L'industria cresciuta attorno al libro -case editrici, distribuzione, libreria- tenta, comprensibilmente di sopravvivere. Editor e redattori di case editrici, agenti letterari, autori, non sanno, o non vogliono guardare oltre i confini di processi di lavoro pensati in funzione dell'oggetto libro. Ben pochi sono coloro che, nel mondo editoriale, sanno guardare oltre. Tentano di imporre a tutti di muoversi ancora nello scenario che Johannes Gutenberg inaugurò a metà del 1400 con la sua Bibbia. Di qui il loro impegno nel campo dell’e-book, oggetto tecnologico che è il male minore. Attorno all'e-book si possono organizzare le difese, attestandosi sul minimo cambiamento inevitabile. Con l'e-book, non a caso, si tenta di replicare nel nuovo contesto -tramite DRM, Digital Right Management- il modo di intendere il ‘diritto d’autore’ nato con l'oggetto-libro.
Siamo cresciuti in un mondo di libri. La bookishness, di cui parla Georg Steiner è stata per noi l’universale sfera della cultura colta, della letteratura. Su questo nostro vissuto, qualcuno specula per costringerci a vedere l’e-book come nuova sfera.
Ma l'e-book è cosa ben misera. Il possibile avvenire della conoscenza e della letteratura, accolti nella loro ampiezza, sta ben oltre l'incunabolo, oltre l'apparentemente nuovo che è in realtà imitazione del passato.



sabato 2 marzo 2013

Martin Heidegger e l’informatica come filosofia dei nostri tempi


Il pensiero speculativo del filosofo viaggia per concetti, e quindi, coglie in modo per noi ancora oggi sorprendente ed illuminante l’essenza della cibernetica e dell’informatica. Se l’acutissima lettura heideggeriana dell’informatica non è stata granché studiata, e tanto meno è stata intesa. ciò appare dovuto alla scarsa consuetudine con l’informatica di chi legge Heidegger, e per l’altro verso alla scarsa consuetudine con un certo pensiero filosofico di coloro che hanno tentato di ragionare sul confine tra filosofia e informatica.
Eppure Heidegger ci parla di dato e di informazione, ci parla di computazione, ci parla di pensiero e di conoscenza mediati dall’uso di macchine, ci parla di come l’essere umano rischia -nel dominio dell'informatica- di essere espulso dal processo di costruzione di conoscenza. E ci parla infine dell’esperienza che ognuno di noi fa con programmi per il trattamento dei testi, con il World Wide Web e con il motore di ricerca: al di là del domino della macchina si ritrova, in nuova forma, l’uomo attore del processo.

Questo testo non è che un frammento del mio commento ad una conferenza tenuta il 30 ottobre 1965.
 Il titolo della conferenza appare chiaro: Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie, La fine del pensiero in forma di filosofia. La conferenza è anche nota con il titolo Zur Frage nach der Bestimmung der Sache des Denkens, Sulla questione riguardante la determinazione della materia del pensare

Heidegger: L’esserci è la Lichtung, il diradamento per la presenza in quanto tale, e nel contempo non lo è affatto, nella misura in cui il diradamento è soltanto l’esserci, è garante cioè di questo ente come tale. L’analitica dell’esserci non perviene ancora a ciò che è proprio della Lichtung e non giunge per niente in quell’ambito a cui, dal canto suo, la Lichtung appartiene.
La presenza di ciò che è presente non ha in quanto tale alcun rapporto con la luce (Licht) nel senso del chiarore. La presenza è invece riferita al diradarsi (Lichte) nel senso della Lichtung (clearing).
Ciò a cui questa parola ci fa pensare, lo si può chiarire con un esempio. Una Lichtung (radura) nel bosco è quello che è, non a causa del chiarore e della luce che vi può splendere durante il giorno. La Lichtung cè anche di notte. Lichtung significa: in questo punto il bosco può essere attraversato.
Il filosofo ci ha accompagnato nella zona di confine, dove la filosofia giunge alla sua fine ed offre limmagine estrema di nel dissolversi in scienze diverse, ognuna autonoma ed inconsistente. linformatica prende il posto della filosofia, e sembra offrire alle scienze un fondamento comune:
con larmamentario dellinformatica strutturata lacosadel pensiero, sia pure ridotta a dato computabile, diveniva maneggiabile. Così linafferrabile, il meraviglioso, lo sfuggente apparire, il presentarsi dellessere, sembra diventare afferrabile.
Eppure il filosofo si accorge del pericolo implicito in questa informatica, estrema manifestazione della tecnica: l’orientamento al controllo, l’attaccamento alla conoscenza che c’è già, l’accanita attenzione alla parcellizzazione, il necessario ricorso a fondamenti e ad impalcature. Tutto questo, in realtà, significa rivolgere lo sguardo all’indietro. Perché l’informatica sappia accogliere il presentarsi dell’essere, il frutto di nuovo pensiero, il nuovo apparire di conoscenza, c’è bisogno di qualcos’altro.
Se l’uomo è un libero essere storico, deve guardarsi dal pericolo di consegnare la determinazione di sé al riduttivo modo di pensare informatico. Se la domanda implicita nella filosofia è ‘in cosa consiste la stessa possibilità di pensare’, la domanda deve porsela anche l’informatica, ora che prende il posto della filosofia.

Heidegger: Meditare sul fatto che e su1 modo in cui la Lichtung è garanzia della presenza (Anwesenheit) fa parte della domanda concernente la determinazione della materia (Sache) del pensiero, un pensiero che, volendo corrispondere a questa materia e agli stati che le sono propri, si vede costretto a trasformarsi.
Anche questo parlare a proposito della Lichtung non è forse soltanto una metafora, ricavata dalla radura del bosco? In fin dei conti la radura non è che qualcosa di presente in un bosco presente. Invece la Lichtung, come garanzia propria dello spazio libero, del venire alla presenza e del permanere di ciò che è presente, non è né qualcosa di presente, né una proprietà della presenza. La Lichtung, e ciò che essa stessa dirada, resta piuttosto qualcosa che concerne il pensiero non appena questo è interessato dalla domanda su come stiano le cose a proposito della presenza in quanto tale.
Troviamo qui occasione per osservare la parabola dell’informatica -così come la conosciamo, dal momento del suo emergere come disciplina, o meta-scienza, al momento in cui scrivo.
Possiamo tornare dunque ora a guardare all’informatica infantile, costretta a lavorare su una piccola parte della ‘materia del pensiero’, costretta a contentarsi di dati ‘certi’, ma poveri. Costretta a considerare del pensiero solo ciò che è computabile, cioè: solo ciò che è esprimibile attraverso uno specifico linguaggio formalizzato. Costretta a fondarsi sull’ordinabilità, sul controllo. Questa informatica cerca rimedio all’‘iconoscibilità della cosa’ nella ‘certezza del dato’, segno della cosa finemente definito, in un modo non più comprensibile all’uomo, e comprensibile invece solo da parte di macchine dedicate a questo scopo. C’è -come ci ricorda il filosofo- un evidente limite in tutto questo: la conoscenza non può essere ridotta all’esecuzione di un algoritmo, e non può essere subordinata all’imposizione di una scaffalatura, di una struttura data a priori.
Ma tutto cambia quando l’informatica si scopre in grado non solo di ordinare ed a elaborare fine grained data, ma capace di lavorare con coarse grained data attinti da un ‘fondo’. In questo ‘fondo’ stanno anzi, per meglio dire, non importa come organizzati, materiali di grana diversa, insomma: Sache, Stoff, matter, coarse, roba: in apparenza magari anche robaccia grossolana, cianfrusaglie. E la questione, il problema, la materia del lavoro -ecco in gioco il doppio senso di Sache e di matter- non risiedono più, come nell’informatica infantile, nell’elaborare e nell’ordinare. La questione, il problema, la materia, in questa informatica evoluta, sta nel diradare. Come il bosco si dirada improvvisamente finché -Lichtung- ci appare la radura, così funziona l’informatica che porta a galla, alla luce, ciò che è implicito nella materia, per tentativi ed errori, per approssimazione, senza che alla fin fine importi come.
Due esempi appaiono subito evidenti.
Così, lavorando con materiali eterogenei ed eterocliti, costruiamo conoscenza tramite il Data Mining: rovistando, appunto, in questo ‘fondo’, e cercando cluster, cercando sul momento una struttura utile a tenere insieme abbastanza bene quei materiali, in modo che ci appaia conoscenza. Ci soccorre il senso implicito in cluster: ‘grumo’, ‘blocco’, ‘zolla’; l’idea di possibile ‘coagulazione’, ‘raggrumarsi’, prende il posto del necessario riferimento a una ‘impalcatura’, ‘intelaiatura’ già data.
E così, ancora, lavorando con materiali eterogenei ed eterocliti, costruiamo conoscenza muovendoci nel World Wide Web -sterminato ‘fondo’ di materiali continuamente accumulati, anche con il nostro contributo- estraiamo di volta in volta cose, e con queste costruiamo provvisorie ma efficaci strutture.

Heidegger: Das Lichte è il diradarsi. Lichten vuoi dire liberare, lasciar libero, affrancare. Lichten dipende da leicht (lieve). Alleviare, alleggerire una cosa significa eliminare gli ostacoli, condurla in un ambito senza più resistenze, nello spazio libero. Levare lancora vuol dire: liberarla dal fondo marino che la serra tuttattorno ed elevarla nello spazio libero dellacqua e dellaria.
La presenza è assegnata alla Lichtung intesa come garanzia propria dello spazio libero.
Lichtung, clearing, ‘diradarsi’, ‘farsi chiaro’, processo di continua emergenza di conoscenza adeguata alla situazione.
Qui c’è il processo, il flusso, il continuo manifestarsi della presenza. Un processo sempre in fieri, sempre possibile. Un processo che si dà a prescindere dall’essere umano, ma del quale l’essere umano può essere partecipe.
Possiamo quindi riprendere, andando oltre il mero esempio sopra accennato, il discorso a proposito di ciò che, nei termini proposti dal filosofo, è il World Wide Web.
Nel World Wide Web, possiamo osservare diverse azioni connesse e interagenti, azioni che coinvolgono uomini e macchine, azioni orientate al ‘diradarsi’, ‘superamento di resistenze’: Lichtung, clearing che finisce nel liberare conoscenza. ‘Liberarla dal fondo che la serra ed elevarla nello spazio libero dell’acqua e dell’aria’.
Quando l’essere umano aggiunge tag, ‘etichette’ ai materiali grezzi, l’essere umano e la macchina, accoppiati strutturalmente, stanno cooperando nel liberare il materiale costretto in una Gestell -intelaiatura, scaffale-, costretto ad essere stabile, ma inattivo: Bestand, standing reserve, fondo. Così non importa più di che Sache, roba, stuff, matter si tratti - il materiale in ogni caso è reso vivo, suscettibile di infiniti utilizzi.
Altrettanto importante Lichtung , lavoro di diradamento, di apertura di percorsi, è il sotterraneo, autonomo lavoro del crawler, l’agente software che esplora i luoghi reconditi, rilevando la presenza di ogni genere di Sache, roba, stuff, matter.
E poi possiamo vedere l’essere umano e la macchina, accoppiati strutturalmente, cooperare alla parousía, ‘al far sorgere conoscenza dalla dalla propria essenza’, quando l’essere umano inserisce nella finestra del search engine ,motore di ricerca, parole che presuppongono interrogazioni, domande. E trova, restituite dalla macchina, possibili risposte.
E’ così che il World Wide Web ci narra di come la materia del pensare, la materia per pensare, prende forma. Solo avendo sotto gli occhi di questa narrazione -o anzi: solo perché di questa narrazione abbiamo esperienza, essendone attori partecipi- possiamo cogliere i limiti entro i quali rischia di restare avvinto il nostro pensiero – i limiti dei quali il filosofo ragiona.
Consideriamo quanta materia del pensare, materia per pensare, resterebbe a noi oscura ed ignota, poveramente accessibile, in fondo inaccessibile, nel modo dei libri chiusi, delle biblioteca sia pure ben organizzate, nel mondo sia pure perfettamente strutturato dell’informatica infantile.
Il filosofo sta dicendoci che, forse, le risposte che la filosofia non può più dare potranno essere trovate tramite l’informatica. Ciò accadrà se l’informatica abbandona fondamenti e orientamenti al controllo, e si manifesta invece come affrancamento, liberazione del pensiero.
Così è quando noi, pur limitati nell’agire dalla nostra pochezza, e dalla pochezza delle macchine che ci accompagnano nell’esplorazione, ci muoviamo affacciati sull’ignoto Web con l’ausilio di un motore di ricerca.

sabato 2 febbraio 2013

L'Unheimlich di Freud, il progetto logicista, il Web

All'inizio del Ventesimo Secolo, con Frege e con Russell, si afferma progetto logicista: una 'lingua per le idee', priva di contraddizioni, inequivocabile. Ciò che non può detto in modo inequivoco, deve essere ignorato. In quegli stessi anni Freud porta avanti un progetto opposto: la conoscenza sta nell'informe materia di cui i sogni sono traccia.
Mentre Freud ci invita ad accettare le nostre tenebre, ed il nostro stesso essere stranieri a noi stessi, in quegli stessi anni filosofi e matematici -Frege, Russell, Hilbert- tentano di definire linguaggi capaci di rendere esplicita ogni oscurità, linguaggi capaci di descrivere senza ambiguità ogni cosa.
Frege e Russel preparano l'avvento dell'informatica figlia della matematica: modelli formali, assiomatici, gerarchici, deduttivi. Data bases che pretendono di contenere solo 'verità, e che scartano la conoscenza che non può essere esattamente classificata. Freud, all'opposto, ci parla di quella fonte di conoscenza sovrabbondante, disordinata e anche tenebrosa, ma ricchissima: il World Wide Web.
A Vienna, nel 1919, nei giorni dell’inizio della fine -la prima Guerra Mondiale è appena terminata, il millenario Impero si è sbriciolato- Sigmung Freud, riprendendo in mano un più vasto saggio che aveva da anni nel cassetto, scrive a proposito dell’Unheimliche.1
Poco ci importa che i traduttori italiani abbiano ormai canonizzato una traduzione: perturbanteQuesta espressione rende ben poco del tedesco. Unheimlich, nota Freud, è evidentemente l’antitesi di Heimlich, da heim, ‘casa’, e di Heimisch, ‘patrio’, ‘nativo’, e quindi: ‘familiare’, ‘abituale’. E’ ovvio quindi dedurre che “se qualcosa suscita spavento è proprio perché non è noto e familiare”. E dunque ecco l’inquietante, sinistro, lugubre, sospetto, spaventoso, tenebroso, straniero, estraneo, fonte di disagio, di cattivo augurio. Uncanny, unconfortable, gloomy, ghastly. L’inquiétante étrangeté. Lo ominoso.
Freud nota che ciò che per uno è Heimlich per l’altro è Unheimlich. Così come, possiamo ricordare, seguendo la lezione di Marcel Mauss, il gift è allo stesso tempo dono e veleno: ognuno teme ciò che non gli è familiare, cioè che risulta ignoto e straniero. Ma non basta questo ad avvicinare il mistero dell’Unheimlich. Per coglierlo, ci dice Freud, dobbiamo seguire Schelling. “Unheimlich, dice Schelling, è tutto ciò che avrebbe dovuto restare segreto, nascosto, ed invece è affiorato”.
Ecco dunque che nel Dizionario Tedesco di Jakob e Wilhelm Grimm2 alla voce Heimlich troviamo, accanto al senso di ‘familiare’, ‘domestico’, ‘natale’: “Heimlich in quanto alla conoscenza”: in questo senso, ci dicono i fratelli Grimm, Heimlich traduce il latino mysticus, divinus, occultus, figuratus. Sicché, commentano i fratelli Grimm, “Heimlich assume il significato proprio di Unheimlich, come mostra una frase del drammaturgo Friedrich Maximilian Klinger: ‘a volte mi sento un uomo che vaga nella notte e crede negli spettri; per lui ogni angolo è sinistro (Heimlich) e dà i brividi’”.
Anche a casa nostra, anche nella nostra città, nella nostra patria, nel mondo caldo e familiare dove dovremmo essere protetti da ogni pericolo esterno viviamo nel sospetto e nel timore, viviamo nel timore.
Freud, si sa, vuole parlarci dell’inconscio, ma nel farlo ci sta parlando di conoscenza.
L’ Heimlich-Unheimlich “in quanto conoscenza”: una conoscenza che ci è familiare, che ci rassicura e ci offre conferme. E che e al contempo ci è estranea, provoca spavento, contiene qualcosa di inquietante e sinistro che preferiremmo tenere lontano da noi.
E' così che ci affacciamo sul World Wide Web. Viviamo lo spaesamento, l'inquietudine, ci troviamo di fronte all'Unheimlich. Qualcosa di familiare e allo stesso perturbante, per l'assenza di confini, di ordine e di regole. Ma proprio in questo sta la ricchezza del Web: la ricchezza con la quale dobbiamo imparare a convivere.

1Sigmund Freud, “Das Unheimliche”, Imago, Band V, Wien, 1919; trad. it. Leonardo e altri scritti, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, I, Boringhieri, Torino, 1969, pp. 267-307.
2Jakob e Wilhelm Grimm, Deutsches Wortërbuch, Hirzel, Leipzig, 1877.