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martedì 8 settembre 2015

Macchine per pensare

Non c'è fine in un percorso di ricerca. Ma sono arrivato in qualche modo ad una fine, nel percorso -certo non terminato- di cui lascio traccia in questo blog.
Macchine per pensare -in libreria da metà gennaio 2016, edito da Guerini e Associati- è il primo tomo del Trattato di Informatica Umanistica
Qui di seguito un breve estratto, in parte preso dall'Introduzione, in parte dal penultimo capitolo. 


L’uomo si è affidato alle macchine. Ma nemmeno questo è bastato. Il simulacro della cosa che la macchina informatica ci restituisce è certo più povero dell’idea di Platone. Ma non è tornando all’idea di Platone che riusciremo a pensare nel modo in cui serve pensare oggi. Serve un modo totalmente altro per pensare la sterminata massa di conoscenze di cui l’uomo oggi dispone. Dispone, senza esserne padrone né artefice: perché tra le conoscenze stanno le ‘leggi della natura’, ciò che l’uomo ha saputo osservare ed evincere, solo parzialmente comprendendo.
Di fronte a un qualsiasi problema, dovremmo imparare a non arrenderci mai alla comoda soluzione offerta dalle macchine. Non arrenderci a ciò che è già scritto in un algoritmo.
Di fronte ad ogni macchina, anche alla macchina che sembra offrire una soluzione all’incapacità umana di dominare la complessità, conviene continuare a pensare che là fuori, in qualche luogo ci sia un’altra macchina, in grado di funzionare diversamente. Conviene continuare a pensare che dietro ogni macchina c’è un uomo che, in un modo o in un altro, pensa. E di conseguenza costruisce la macchina.
Di fronte alle macchine, ci dice Wittgenstein, non cessare di filosofare. Filosofare in modo barbaro, come un primitivo che nulla sa della storia della filosofica, del pensiero occidentale e della tecnica. O magari come un marziano.
Heidegger è il maestro che non cessa di filosofare. Solo filosofando si può percepire il meraviglioso. Heidegger, filosofo, ammetter che c’è bisogno, di fronte alla scienza, alla tecnica, alle macchine, di pensare in un modo che va oltre i confini della stessa tradizione filosofica. Ma Heidegger non è né un barbaro né un marziano. Si rifà a Platone, a Aristotele, a Omero, cercando lumi, e ammette di non trovarli.
Heidegger pensava con il suo quaderno e la sua penna in mano, nella sua baita nella Foresta Nera, la finestra aperta sul bosco segnato da sentieri.
Ora noi possiamo seguire Heidegger su terreni sui quali Heidegger non poteva avventurarsi.
Sto pensando con la finestra aperta sul mare, passano navi e barche ognuna seguendo la sua rotta. Ma sto pensando, con l’aiuto di una macchina zu handen, una macchina maneggevole, una macchina che posso guidare abbastanza bene, facendole fare quello che voglio io. Non è proprio la macchina a cui pensava Heidegger -la macchina che prende forma nell’uso-, ma siamo vicini.
Ho aperte sullo schermo diverse finestre: i testi -editi o inediti non importa- di autori diversi in diverse lingue, alte fonti, appunti, miei testi in fieri. Ho accesso ad ogni libro, ad ogni biblioteca, alle tracce di precedenti tentativi di costruire senso esperiti da altri uomini. Posso entrare in colloquio via mail o via skype con ogni altro essere vivente, ogni altro pensatore, barbaro o ortodosso.
Posso accettare il presentarsi del pensiero che si sta formando adesso, pensiero vergine dalle costrizioni che l’informatica si era affannata ad imporgli.
C’è un paradosso in tutto questo, perché la macchina che sto usando è una macchina informatica. Ma la macchina qui è piegata a uno scopo che è l’inverso dello scopo di Turing. Wittgenstein ci aveva avvertito: la macchina può essere sempre usata in un altro modo. Ma anche: possiamo immaginare macchine sempre più adeguate allo scopo che ci si pone. E comunque già così, la macchina di Turing riconcepita da Bush, da Engelbart e Nelson, la macchina che sto usando, è una macchina per pensare.

Così ho potuto ripercorrere la strada che ha portato l’uomo a costruire macchine per non pensare.
Cartesio ha tentato di definire, senza riuscirci, le regole per dirigere l’intelletto umano al retto pensare. Senza riuscirci, ma lasciandoci come eredità un modello gerarchico, strutturato della conoscenza. Il modello sul quale l’informatica ha costruito la sua fortuna. Leibnitz ha seguito Cartesio, riducendo il pensiero a calcolo. Calcolo: cosa dura, materia che si pretende maneggiabile senza cadere nei dubbi del filosofo.
Kant, Frege, Hilbert, sia pure in modi diversi, hanno seguito questa strada. Fino ad arrivare a Turing, per il quale l’umano pensare è ridotto fino ad essere niente più che un lavoro “nel quale l’uomo non ha l’autorità di deviare da esse in alcun dettaglio” da ciò che è scritto in un Libro delle Regole.
Ho potuto narrare di come Freud ci mostra l’ignoto, l’inconscio, e ci invita a trarre di lì, per congetture, conoscenza. Ho potuto narrare di come poi lo stesso Freud abbia chiuso in uno scaffale, imbalsamato in ortodossia, il suo stesso pensiero. Ho seguito altri, come Wilhelm Reich, nel tentare di continuare a maneggiare l’oscura materia del pensiero. Ho cercato di raccontare come da una cultura nasca una macchina. Ho ricordato Konrad Zuse, che aveva sognato una macchina, e poi la costruì, per andare oltre l’orrore.

La Sache -così Heidegger chiamava la ‘problematica materia del pensiero'- con la quale sto lavorando non è roba mia solo mia. La perceptio, la percezione, la cognizione che sto portando alla luce non sono solo una rappresentazione formata dall’io umano, non è in gioco qui solo il frutto della mia capacità di vedere e di pensare. Ciò che possiamo chiamare conoscenza è il frutto del costante ‘pensare insieme’ degli esseri umani, reso efficace dal fatto che ogni essere umano è accompagnato da una macchina per pensare.
L’uomo esiste perché pensa. Pensare è cercare il meraviglioso; è avventurarsi dell’ignoto. Pensare è diradare l’oscurità. Ogni uomo partecipa a questa avventura.
Questo nuovo modo di pensare, che va oltre la tradizionale filosofia, e oltre gli scaffali -tutti i modelli dei dati, le classificazioni e i file system dell’informatica- Heidegger lo intravede parlandoci dell’intravedere, della Lichte, del cercare una luce, una radura nel bosco, o del salpare levando l’ancora e liberando nell’acqua e nell’aria il nostro pensiero.  

lunedì 31 agosto 2009

Zuhandenheit vs. Usability, Martin Heidegger vs. Jakob Nielsen

Il mouse condivide con il telefono cellulare la natura di ‘strumento legato alla mano’. Così in tedesco il Mobiltelefon è comunemente detto Handy. E in finlandese Matkapuhelin , ‘telefono da viaggio’ è kännykkä (e poi känny), ‘prolungamento della mano’ Ma potremmo anche dire che non un singolo device, ma il computer è nel suo insieme 'prolungamento del corpo e della mente'. Forse non è fuori luogo un rimando all'idea di bacchetta che nelle fiabe risolve ogni garbuglio. Forse meglio che bacchetta magica, Magic Wand - dove wand ricorda originario senso di pieghevolezza, flessibilità. Non a caso l'etimologia, tra gli altri lo sostiene Heidegger, ci propone una probabile connessione tra magico e macchina. Il greco magike tekhne è l'arte della magia, dal persiano magush. Magush, come il greco makhana, risalirebbe alla radice indeuropea magh- 'essere capace', 'avere la forza', 'potere'. Dunque idea di potenza, ma anche di saggezza. Traduciamo mago con Wizard. Wizard deriva, come wise, 'saggio', dalla radice indeuropea weid-. Da cui il sanscrito veda: ‘io so’, ‘scienza’, ‘conoscenza’. Sempre dell'origine della conoscenza, della sua costruzione, parliamo.

Heidegger: la natura è physis. Physis porta in sé il senso profondo di 'entrare in un essere luminoso'. Di questo originario significato resta traccia in phainómenon, 'ciò che appare'. Al contempo, physis ci parla del processo creativo che genera l'opera d'arte. E, ancora, physis ci parla di poiesis: 'fare', 'portare alla luce'. Il fiore che sboccia dal germoglio e che si apre nel suo proprio essere (en eautō) è al tempo stesso realizzazione di physis e di poiesis. Passo ulteriore, physis ci parla di téchnē: la téchnē è in origine comprensione delle forme in cui si manifesta la natura, e quindi di come ogni forma, ogni costruzione di manufatti è manifestazione di conoscenza, è un conoscere finalizzato. Il termine che Heidegger usa per indicare l'autentica tecnologia è Entbergen. Il prefisso ent- connota cambiamento da una situazione precedente, negazione di una situazione esistente, passaggio di stato, allontanamento, privazione - come dire 'via da', fuori di'. Bergen sta per 'salvare', 'mettere al sicuro', ma anche: 'estrarre, recuperare'. Così, il verbo Entbergen e il sostantiv Entbergung rimandano a un duplice senso: 'rendere manifesto', 'rivelare' -è il disvelamento che i greci chiamavano alheteia e i romani veritas-, e al contempo 'custodire', 'proteggere' - arrivando fino al 'nascondere'.

Ciò che distingue e definisce ogni 'personal computer', e ciò che con più vicinanza distingue e definisce il mouse e il telefono cellulare -apparentati dal manifestarsi come prolungamenti della mano- è, nel linguaggio di Heidegger la Zuhandenheit. Per rendere l'ampiezza del senso del concetto, cito le traduzioni proposte in diverse lingue: essere-allamano, utilizzabilità, ser a la mano, ser ante los ojos, readyness-to-hand, handyness, utilisabilité.

Das Hämmern selbst entdeckt die spezifische 'Handlichkeit' del Hämmers. Die Seinsart von Zeug, in der es sich von ihm selbst her offenbart, nennen wir die Zuhandenheit. (…) Der nur 'theoretisch' hinsehende Blick auf Dinge entbehrt des Verstehens von Zuhandenheit. (Martin Heidegger, Sein und Zeit, (L'essere e il tempo), 1927, Terzo Capitolo, A, § 15)

E' il martellare stesso a svelare la specifica 'maneggiabilità' del martello. Il modo di essere usato, nel quale esso si palesa da se stesso, lo chiamiamo la sua Zuhandenheit. (…) Allo sguardo che guarda solo 'teoreticamente' alle cose fa difetto la comprensione della Zuhandenheit.

L'utilità -Dienlichkeit (con riferimento al 'servizio'), Beiträglichkeit (con riferimento al 'contributo'), Verwendbarkeit (con riferimento all''uso'), Handlichkeit (con riferimento alla 'maneggiabilità')- appaiono a partire dall'uso, e si riassumono nella Zuhandenheit. Seguendo Heidegger, possiamo dire che le cose, pragmaticamente, si definiscono nell'uso. La cosa è Zeug, espressione che sta genericamente per 'materia', 'roba', ma anche per 'arnese', 'utensile', 'strumento', 'equipaggiamento'. Non conta la cosa in sé, conta la cosa esperita nella quotidianità, in una situazione. Oppure meglio, la generica cosa inizia ad apparirci strumento finalizzato nel momento in cui lo usiamo.

Alla luce della Zuhandenheit, ci appare evidente la miseria della web usability di Jakob Nielsen. Nielsen esordisce con una condivisibile affermazione: “chi ha in mano il mouse decide tutto”. Con un click, con un semplice gesto della mano, posso scegliere di allontanarmi da questo sito, da questo luogo di conoscenza. In risposta a questa libertà, Nielsen chiama usability il tentativo di reprimerla. Ci viene spiegato che, affinché chi si muove liberamente nel Web non se ne fugga altrove, i siti debbono essere chiari e coerenti, devono permettere una navigazione semplice ed efficace, devono mantenere quello che promettono e non mettere mai in situazioni da cui non si sappia come uscire. Ma non è così che si avvicina il libero navigatore, l'autonomo costruttore d i conoscenza, non così si stimola a soffermarsi in questo luogo: perché quello che è per me ora chiaro e coerente, semplice ed efficace, non lo è per te. Io voglio vendere, tu vuoi comprare. Io voglio perdermi per poi ritrovarmi dopo un viaggio che mi ha imposto di scoprire qualcosa di nuovo su me stesso. Tu magari vuoi camminare in linea retta, limitandoti ad andare da qui a lì. Tutti atteggiamenti rispettabili – ma che, nella loro differenza, rendono vana l'illusione che possano esistere strumenti che a tutti, ed in ogni situazione, appaiano facilmente usabili, sempre adeguati. L'utensile universale, il coltellino svizzero multiuso, è uno strumento povero. L'usabilty, sostiene Nielsen, “rivela come il mondo funziona”. Rovescio l'assunto di Nielsen affermando che rifiuto l'usabilità di Nielsen, perché l'usabilità di Nielsen 'impone il modo di muoversi nel mondo'.

Per questa via si finisce per imporre un modo di usare definito a priori. Si assume come punto di partenza una visione metafisica dello strumento: il suo scopo è dato a priori, si deve solo imparare ad usare. Si assume che a persona al lavoro sia poco abile, e debba essere istruita, ovvero addestrata ad usare lo strumento come vuole, come ha già pensato il progettista, il programmatore, il gateekeeper. Il progettista pretende d i sapere meglio dell'utente, della persona al lavoro, in che condizioni lavorerà, e quindi prevede quali strumenti dovrà usare e come dovrà usarli. Ma la pretesa dell'esperto, dello specialista, di sapere meglio dell'altro, e meglio della persona al lavoro, è hybris, è arroganza del potere. Nasconde la volontà di controllo. Heidegger ci aiuta a vedere l'inefficacia di questo atteggiamento, la sua vanità dal punto di vista della persona al lavoro. Solo io qui ed ora essendo in situazione posso sapere cosa mi serve. Perciò i migliori degli strumenti possibili non sono gli strumenti pensati da un esperto di ergonomia, da un designer o architetto, in base ad una astratta idea di uso, sono Zeug, strumenti che prendono senso mentre li si usa. Il computer è un buon computer se posso imparare ad usarlo per tentativi ed errori. Se posso via via più finemente 'personalizzarlo'. Il computer, inteso come macchina per pensare, è una buona macchina se è plastica, adattabile alle mie esigenze e alla situazione. E' una buona macchina se è adeguata ad accoppiarsi strutturalmente con me, persona diversa da ogni altra. Per usare le parole di Humberto Maturana: la migliore scarpa, per me, non è la scarpa più nuova, magari 'tecnologicamente avanzata', è la scarpa vecchia. Il piede e la scarpa si adattano nel corso del tempo, più è stretta e frequente l'interazione, più si adattano reciprocamente. Ma c'è la scarpa progettata per adattarsi. E c'è la scarpa progettata per non piegarsi al mio modo di essere. La macchina è la migliore delle macchine possibili se valorizza la mia diversità, non se mi impone un uso razionale, economico, 'corretto'.

martedì 10 febbraio 2026

Forma imposta o continuo presentarsi. Heidegger, la tecnica e il nuovo pensiero

Heidegger non scrive 'contro la tecnica', né nell'Essere e il tempo, né nel dopoguerra. Scrive a proposito di come la tecnica favorisce o contrasta il pensiero umano. Scrive alla luce dell'avvento di quella cultura tecnico-scientifica che sembra rendere vana la 'filosofia'. Ma se muore 'un certo tipo di filosofia' non muore l'umano pensare.

Non è difficile constatare che Heidegger mostra di conoscere molto bene la cibernetica -e implicitamente quelle disciplina che prende il nome di 'computer science' o di 'informatica'. Per questa via si può seguire la lezione di Heidegger nel leggere criticamente in senso delle macchine proposte dall'informatica, lungo la sua storia, fino al giorno d'oggi.

L'articolo -che si sviluppa come commento puntuale della conferenza Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie, La fine del pensiero in forma di filosofia, dettata da Heidegger il 30 ottobre 1965- riprende senza modifiche il penultimo capitolo di: Francesco Varanini, 'Macchine per pensare', Guerini e Associati, 2015.

Potete leggerlo qui su Stultifera Navis.

martedì 22 dicembre 2020

Quale filosofia per i tempi digitali

Sommario

Di fronte alla 'novità digitale', dove sembra che l'umana capacità di pensare possa essere trasferita ad una macchina, la filosofia è sempre più necessaria. Ugualmente è necessaria filosofia di fronte alla conoscenza scientifica, settoriale e specialistica, fondata su linguaggi escludenti.

Purtroppo ciò che vediamo accadere è invece la genuflessione della filosofia di fronte alla 'novità digitale', alla scienza ed alla tecnica.

Ma più che di morte della filosofia si deve parlare di resa dei filosofi. 

Possiamo guardare alla scena già presente, già popolata di intelligenze artificiali, robot, macchine autonome. Possiamo anche affacciarci sulla scena futura, dove è ben possibile che uomini e intelligenze artificiali convivano in pari posizione. Possiamo guardare a tutto questo con lo sguardo dell'essere umano che pensa dubitando, cercando la sintesi e la propria saggezza.



Il filosofo non è il sapiente, è l'amatore di sapienza. Non chi ha acquisito la sapienza, ma chi tende ad essa. Chi desidera attingere a conoscenza. Il filosofare è il pensiero che va oltre limiti e costrizioni, cercando il sapere al di là di ogni conoscenza settoriale. Per questo si arriva a proclamare la morte della filosofia: di fronte al proliferare di discipline, una conoscenza multidisciplinare appare oggi inattingibile.
Abbiamo assistito negli ultimi secoli al trionfo del pensiero scientifico e tecnico. Scienziati e tecnici non sono filosofi, perché rinunciano a priori ad accettare la complessità, la rete che tutto connette, l'interlacciamento, il garbuglio che lega tra di loro i saperi specialistici. Non solo scienziati e tecnici di discipline diverse non sono in grado di parlare tra di loro, ma anche all'interno della stessa disciplina la ricerca procede per crescente specializzazione. Esemplare il caso dell'informatica: chi conosce un codice non conosce l'altro, chi lavora su una tecnologia ignora del tutto l'altra. 
Si potrebbe da questa situazione dedurre che la figura del filosofo acquista oggi, nell'Era Digitale, una nuova centralità. Si potrebbe sostenere che più che mai servono oggi filosofi: esseri umani liberi pensatori tesi oltre ogni conoscenza settoriale, specialistica. Disposti a cercare il 'dischiudimento': la conoscenza narrata andando oltre i linguaggi escludenti degli addetti ai lavori. Disposti al rischiaramento: l'illuminazione che rende chiaro l'oscuro. Disposti a svelare il senso nascosto, quel senso che ogni scienza nomina e descrive a suo modo. Si potrebbe pensare al filosofo come al miglior compagno per il cittadino che cerca una via per addentrarsi nella novità digitale. 
  
Filosofie digitali 
Ciò che vediamo accadere, è qualcosa di diverso. Più che di morte della filosofia, possiamo forse parlare di resa dei filosofi. 
E' in fondo una resa quella dei finissimi pensatori che restano legati al passato, e lo proiettano sul presente che resta incompreso, non studiato né veramente accettato. L'antico esercizio si ripete uguale, si rileggono i classici e alla loro luce tutto si spiega. Bellamente si evita così di prendere in esame il mondo che si ha sotto gli occhi, di esercitarsi a comprendere ciò che in tempi recenti è accaduto ed emerso. Scienza e tecnica, ai loro occhi, nulla di differente mostrano, tutto è giù stato visto e detto. Tantomeno rilevante appare al loro sguardo la novità digitale. Non c'è non c'è discontinuità, catastrofe che non venga ricondotta a ciò che la storia in tempi andati ha già mostrato. Si evita così di osservare la novità che interroga. 
Basta citare un aspetto della novità: mai prima degli ultimi cent'anni, mai prima dell'apparire sulla scena della macchina digitale si era immaginato che potesse essere progettata da un umano una macchina in grado di prendere il posto dell'umano. Sostituendolo, come propone Turing, anche nel suo agire più alto e più nobile: il pensare. La novità è evidente – eppure si sceglie di non vederla. 
Altri filosofi di gran traiettoria hanno invece accettato la discontinuità: scienza e tecnica hanno ormai trionfato. Hanno accettato il fato avverso: la filosofia è ormai obsoleta. Con un misto di invidia nei confronti degli scienziati e di rimpianto per il tempo che fu, questi filosofi continuano a esercitare il loro pensiero finissimo, ma rivolti al passato, ripassando la storia, distinguendo filoni. Umiliati dagli abbaglianti successi della scienza e della tecnica, dubbiosi si interrogano, e cercano di ritagliarsi spazi sul terreno ormai così solidamente occupato. Se andrà bene, d'ora in poi la filosofia sopravviverà come epistemologia, studio dei metodi e dei fondamenti della scienza. Eppure qualcuno di questi filosofi coraggiosamente cerca di trovare ancora motivi per non rinunciare all'antica vocazione al pensiero senza confini: si inchina ai suoi successi della scienza e della tecnica, ma osserva come ogni disciplina sia chiusa nella propria stretta cultura, chiusa proprio lessico. Conclude quindi che forse resta aperto un possibile ruolo: il 'traduttore', dedito a promuove il dialogo tra famiglie professionali di scienziati e tecnici. 
Altri filosofi ancora, anche in età matura o avanzata, si avventurano invece con giovanile baldanza nelle nuove terre scientifiche e tecniche. E soprattutto, con speciale entusiasmo, si dichiarano abitatori della terra promessa digitale. Proclamano allora la loro dedizione a far proprio il nuovo verbo. Osservano giovani generazioni per imitarne i comportamenti; leggono e citano con reverente attenzione testi che cantano la bellezza e le virtù di algoritmi e di intelligenze artificiali. Finiscono così per essere ingenui ed acritici apologeti di una nuova indiscussa verità. 
C'è poi il nutrito gruppo di filosofi che da subito hanno incassato la sconfitta, e che su questa sconfitta, con abile giravolta, hanno costruito la propria carriera. Privi di qualsiasi nostalgia o rimpianto per un ruolo perduto, semplicemente badano a crearsene uno nuovo. Essi hanno rinunciato sotto ogni aspetto al pensiero senza limiti e costrizioni. Si sono fatti al contrario sacerdoti di un singolo, settoriale, escludente campo di ricerca. Hanno rinunciato ad essere 'filosofi', per essere invece 'filosofi di ...'. Non una, ma enne filosofie. Ognuna commenta e celebra la storia di una disciplina, la sua pretesa autonomia, ognuna si fa custode di un lessico specifico, di un metodo di ricerca. Filosofie di servizio, al servizio, abbelliscono così il panorama di ogni disciplina. 
Di queste filosofie fattesi ancelle di singoli rami della scienza e della tecnica, sono caso esemplare le varie filosofie, ognuna delle quali accompagna una sfaccettatura della ricerca e dello sviluppo nel campo della computer science. Filosofie con l'aggettivo, dove 'digitale' è solo uno dei diversi aggettivi usati. 
Il filosofo qui ha un ruolo di complemento; ruolo che può essere esercitato con un grado di libertà non concesso agli addetti ai lavori: tecnici, imprenditori e finanziatori. Il tecnico è impegnato a costruire strumenti e sistemi che funzionino davvero. L'imprenditore e il finanziatore cercano il ritorno dell'investimento. Il filosofo si limita a cantare le gesta. Storia e tradizione ci ricordano il filosofo che attraversava terre incognite alla ricerca di conoscenza, il filosofo che sondava l'oscuro alla ricerca della luce. Ma ora il pensiero che conta e quello degli scienziati e dei tecnici; il filosofo si limita ad accompagnarli. Ma in questo accompagnamento, il ruolo della filosofia appare rovesciato. Il vecchio filosofo cercava il rischiaramento. Il nuovo filosofo cerca l'oscurità. Neologismi e gerghi, abbondantemente usati, hanno un preciso scopo: confondere il cittadino, intimidirlo, mostrando la forza e la superiorità della tecnica digitale. E quindi, anche, la necessità del nuovo filosofo-accompagnatore. 
  
Spiacevoli costanti 
Le filosofie digitali appaiono accomunate da due spiacevoli costanti. Questa costante è la terzietà. 
La prima costante consiste nell'ambito di indagine e nell'ampiezza dello sguardo. Questi nuovi filosofi guardano esclusivamente al terreno digitale. Ciò che esiste al di fuori, al di là, del terreno digitale -la vita, la natura- è ignorato o rimosso. La storia del pensiero degna di essere presa in considerazione inizia con Alan Turing. Di quel vasto e sfumato esercizio umano che possiamo definire con la parola 'pensiero' sembra degno di restar vivo solo ciò che computabile, cioè calcolabile tramite una macchina. 
La seconda costante della filosofia dell'era digitale è la terzietà. Sul terreno digitale, si afferma, esistono due 'agenti ': l'essere umano e la macchina. Di fronte alla duplice presenza, il filosofo sceglie di seguire la via del fair play indicata da Alan Turing: offrire ad entrambi gli agenti le stesse chances, le stesse probabilità di successo. 
Il nuovo filosofo si pone nella posizione di estraneo, imparziale osservatore privo di interessi in comune con entrambe le parti in causa. Ci sono certo accenti diversi. C'è il filosofo digitale che mostra compassionevole interesse per gli esseri umani, e c'è il filosofo digitale che scommette sull'avvento di nuovi esseri digitali, di macchine morali che saranno migliori degli esseri umani. Ci sono filosofi che di fronte ad ogni innovazione tornano a dichiararsi sostenitori di una tecnologia Human-centered. E ci sono filosofi che invece si lanciano decisamente sullo scenario post-umano. 
Ma in ogni caso il nuovo filosofo considera doveroso produrre il massimo sforzo soggettivamente possibile per allontanare da sé ogni umana inclinazione; considera doveroso allontanarsi dal proprio essere umano.

Turing, Heidegger, Wittgenstein 
Insomma, nel Ventesimo Secolo si afferma una filosofia che guarda con lo stesso distacco ad esseri umani e macchine. Celebra infatti Turing, che era mosso dalla speranza di poter costruire una macchine migliore di lui stesso. 
Martin Heidegger e Ludwig Wittgenstein rispondono a Turing. Come ho mostrato in Macchine per pensare. L'informatica come prosecuzione della filosofia con altri mezzi, entrambi avevano ben presente in cosa consistesse quella novità che oggi comunemente riassumiamo tramite il termine digitale. Heidegger ci parla del senso dell'esperienza umana: si impara ad usare il martello nel martellare. Ma qualcosa cambia quando l'essere umano è privato della possibilità di fare esperienza, perché gli sono proposte o imposte esperienze già confezionate, progettate da tecnici nel chiuso dei loro laboratori. Come mostro nelle Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale, questo è ciò che accade nell'odierna situazione digitale. 
E' sempre Heidegger a ricordarci che l'agire umano pienamente inteso consiste nell'accettare di trovarsi sbattuti a vivere in una terra sconosciuta, nell'essere nella condizione di chi si trova ad avventurarsi in luoghi dei quali nulla sappiamo veramente. 
Ora, proprio questo appare essere l'atteggiamento più conveniente per noi esseri umani di fronte alla novità digitale. Ci conviene pensare che ci avventuriamo nell'ignoto. Ignoto per tutti. Nessuno dei tecnici dediti a progettare un qualche aspetto della scena digitale ha una visione d'insieme. Nessuno di loro sa veramente cosa sta facendo. Anche i cosiddetti 'nativi digitali' si avventurano su un terreno nuovo - e nel farlo non dispongono nemmeno dell'esperienza di chi ha vissuto nel tempo precedente, e ha visto emergere la novità digitale. Heidegger ci dice: vivere è sentire su di sé il peso di una ansiosa preoccupazione, ed è solo da questa inquietudine che può nascere l'agire efficace e allo stesso tempo responsabile. Questo vale per ogni essere umano, ma innanzitutto per chi oggi progetta strumenti o mondi digitali. Heidegger ci ricorda che il progettare è sempre connesso al progettare sé stessi; è connesso alla personale ricerca di consapevolezza, alla personale saggezza. 
Facile notare come i filosofi digitali scelgono invece la via opposta. Non chiamano il progettista a fare i conti con la responsabilità personale. Al tecnico è chiesto solo di sviluppare nuove tecniche. 
Il filosofo digitale si rivolge semmai al cittadino, invitandolo a non dubitare, a fidarsi, a prendere per buona ogni innovazione. 
Wittgenstein non è tanto lontano da Heidegger quando ci invita a considerare che pensare significa superare quei umilianti momenti in cui siamo costretti ad ammettere: 'non mi ci raccapezzo', 'non so che strada prendere', 'non so come venirne fuori'. In questi momenti, forte è la tentazione di rinunciare, e di lasciare alla macchina il compito di pensare al nostro posto. 
Dice ancora Wittgenstein: noi siamo, quando filosofiamo, come uomini primitivi, come dei selvaggi, che ascoltano le espressioni di uomini civilizzati, le fraintendono, ma sanno poi sanno andare oltre, e trovare un senso. 
In effetti oggi è difficile, all'apparenza impossibile, mantener vivo l'approccio trans-disciplinare, multi-disciplinare, disposto alla complessità. Difficile abbracciare l'enorme e sempre crescente massa, l'intrico di conoscenze. Difficile anche accettare l'abisso della propria ignoranza, la povertà degli strumenti di cui disponiamo. 
Noi umani nel pensare ci muoviamo a tentoni, privi di certezze, guidati da deboli congetture. Ma proprio questo è il filosofare: sondare l'oscuro. E proprio qui sta l'amore per la sapienza: io, essere umano, nonostante tutto ci provo, e in questo tentativo sta la mia etica. 

Pensiero critico 
Questo umano pensare responsabile, riflessivo, per quanto possibile saggio, non rifiuta certo il progresso e l'innovazione. Possiamo guardare anzi con appassionata, affascinata attenzione a tutto ciò che di nuovo scienza e tecnica propongono. 
Eppure possiamo ritenere inutile una 'nuova filosofia' che si fa paladina della scienza e della tecnica. Possiamo sostenere, al contrario, che serva oggi una filosofia che si ponga come costruttiva critica della scienza e della tecnica. 
Possiamo guardare alla scena già presente, già popolata di intelligenze artificiali, robot, macchine autonome. Possiamo anche affacciarci sulla scena futura, dove è ben possibile che uomini e intelligenze artificiali convivano in pari posizione. Possiamo guardare a tutto questo con lo sguardo dell'essere umano che pensa dubitando, cercando la sintesi. 
Non importa se si tratta forse di una 'posizione di minoranza'. Di minoranza, perché lontana dalla posizione di scienziati e tecnici, che avanzano nella ricerca senza porsi troppe domande. Di minoranza, perché il mainstream della filosofia si è inginocchiato alla scienza. Di minoranza, perché i filosofi digitali hanno scelto la terzietà, l'indifferenza tra l'umano e il macchinico. In un senso più ampio, di minoranza anche perché forse Intelligenze Artificiali e robot sovrasteranno l'essere umano, e una nuova capacità di ragionare surclasserà ciò che è umanamente possibile. 
Si può del resto sostenere che chi merita il titolo di filosofo si trova sempre in una posizione di minoranza. 
In ogni caso resta a noi essere umani la possibilità di fidarci di noi stessi. Quindi posso dire: anche quando, in un futuro forse non così lontano, esisteranno macchine più 'intelligenti' di noi umani, più capaci, più efficienti, magari anche più 'morali', continuerò, in quanto essere umano, a pensare. A filosofare. 

 

sabato 2 marzo 2013

Martin Heidegger e l’informatica come filosofia dei nostri tempi


Il pensiero speculativo del filosofo viaggia per concetti, e quindi, coglie in modo per noi ancora oggi sorprendente ed illuminante l’essenza della cibernetica e dell’informatica. Se l’acutissima lettura heideggeriana dell’informatica non è stata granché studiata, e tanto meno è stata intesa. ciò appare dovuto alla scarsa consuetudine con l’informatica di chi legge Heidegger, e per l’altro verso alla scarsa consuetudine con un certo pensiero filosofico di coloro che hanno tentato di ragionare sul confine tra filosofia e informatica.
Eppure Heidegger ci parla di dato e di informazione, ci parla di computazione, ci parla di pensiero e di conoscenza mediati dall’uso di macchine, ci parla di come l’essere umano rischia -nel dominio dell'informatica- di essere espulso dal processo di costruzione di conoscenza. E ci parla infine dell’esperienza che ognuno di noi fa con programmi per il trattamento dei testi, con il World Wide Web e con il motore di ricerca: al di là del domino della macchina si ritrova, in nuova forma, l’uomo attore del processo.

Questo testo non è che un frammento del mio commento ad una conferenza tenuta il 30 ottobre 1965.
 Il titolo della conferenza appare chiaro: Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie, La fine del pensiero in forma di filosofia. La conferenza è anche nota con il titolo Zur Frage nach der Bestimmung der Sache des Denkens, Sulla questione riguardante la determinazione della materia del pensare

Heidegger: L’esserci è la Lichtung, il diradamento per la presenza in quanto tale, e nel contempo non lo è affatto, nella misura in cui il diradamento è soltanto l’esserci, è garante cioè di questo ente come tale. L’analitica dell’esserci non perviene ancora a ciò che è proprio della Lichtung e non giunge per niente in quell’ambito a cui, dal canto suo, la Lichtung appartiene.
La presenza di ciò che è presente non ha in quanto tale alcun rapporto con la luce (Licht) nel senso del chiarore. La presenza è invece riferita al diradarsi (Lichte) nel senso della Lichtung (clearing).
Ciò a cui questa parola ci fa pensare, lo si può chiarire con un esempio. Una Lichtung (radura) nel bosco è quello che è, non a causa del chiarore e della luce che vi può splendere durante il giorno. La Lichtung cè anche di notte. Lichtung significa: in questo punto il bosco può essere attraversato.
Il filosofo ci ha accompagnato nella zona di confine, dove la filosofia giunge alla sua fine ed offre limmagine estrema di nel dissolversi in scienze diverse, ognuna autonoma ed inconsistente. linformatica prende il posto della filosofia, e sembra offrire alle scienze un fondamento comune:
con larmamentario dellinformatica strutturata lacosadel pensiero, sia pure ridotta a dato computabile, diveniva maneggiabile. Così linafferrabile, il meraviglioso, lo sfuggente apparire, il presentarsi dellessere, sembra diventare afferrabile.
Eppure il filosofo si accorge del pericolo implicito in questa informatica, estrema manifestazione della tecnica: l’orientamento al controllo, l’attaccamento alla conoscenza che c’è già, l’accanita attenzione alla parcellizzazione, il necessario ricorso a fondamenti e ad impalcature. Tutto questo, in realtà, significa rivolgere lo sguardo all’indietro. Perché l’informatica sappia accogliere il presentarsi dell’essere, il frutto di nuovo pensiero, il nuovo apparire di conoscenza, c’è bisogno di qualcos’altro.
Se l’uomo è un libero essere storico, deve guardarsi dal pericolo di consegnare la determinazione di sé al riduttivo modo di pensare informatico. Se la domanda implicita nella filosofia è ‘in cosa consiste la stessa possibilità di pensare’, la domanda deve porsela anche l’informatica, ora che prende il posto della filosofia.

Heidegger: Meditare sul fatto che e su1 modo in cui la Lichtung è garanzia della presenza (Anwesenheit) fa parte della domanda concernente la determinazione della materia (Sache) del pensiero, un pensiero che, volendo corrispondere a questa materia e agli stati che le sono propri, si vede costretto a trasformarsi.
Anche questo parlare a proposito della Lichtung non è forse soltanto una metafora, ricavata dalla radura del bosco? In fin dei conti la radura non è che qualcosa di presente in un bosco presente. Invece la Lichtung, come garanzia propria dello spazio libero, del venire alla presenza e del permanere di ciò che è presente, non è né qualcosa di presente, né una proprietà della presenza. La Lichtung, e ciò che essa stessa dirada, resta piuttosto qualcosa che concerne il pensiero non appena questo è interessato dalla domanda su come stiano le cose a proposito della presenza in quanto tale.
Troviamo qui occasione per osservare la parabola dell’informatica -così come la conosciamo, dal momento del suo emergere come disciplina, o meta-scienza, al momento in cui scrivo.
Possiamo tornare dunque ora a guardare all’informatica infantile, costretta a lavorare su una piccola parte della ‘materia del pensiero’, costretta a contentarsi di dati ‘certi’, ma poveri. Costretta a considerare del pensiero solo ciò che è computabile, cioè: solo ciò che è esprimibile attraverso uno specifico linguaggio formalizzato. Costretta a fondarsi sull’ordinabilità, sul controllo. Questa informatica cerca rimedio all’‘iconoscibilità della cosa’ nella ‘certezza del dato’, segno della cosa finemente definito, in un modo non più comprensibile all’uomo, e comprensibile invece solo da parte di macchine dedicate a questo scopo. C’è -come ci ricorda il filosofo- un evidente limite in tutto questo: la conoscenza non può essere ridotta all’esecuzione di un algoritmo, e non può essere subordinata all’imposizione di una scaffalatura, di una struttura data a priori.
Ma tutto cambia quando l’informatica si scopre in grado non solo di ordinare ed a elaborare fine grained data, ma capace di lavorare con coarse grained data attinti da un ‘fondo’. In questo ‘fondo’ stanno anzi, per meglio dire, non importa come organizzati, materiali di grana diversa, insomma: Sache, Stoff, matter, coarse, roba: in apparenza magari anche robaccia grossolana, cianfrusaglie. E la questione, il problema, la materia del lavoro -ecco in gioco il doppio senso di Sache e di matter- non risiedono più, come nell’informatica infantile, nell’elaborare e nell’ordinare. La questione, il problema, la materia, in questa informatica evoluta, sta nel diradare. Come il bosco si dirada improvvisamente finché -Lichtung- ci appare la radura, così funziona l’informatica che porta a galla, alla luce, ciò che è implicito nella materia, per tentativi ed errori, per approssimazione, senza che alla fin fine importi come.
Due esempi appaiono subito evidenti.
Così, lavorando con materiali eterogenei ed eterocliti, costruiamo conoscenza tramite il Data Mining: rovistando, appunto, in questo ‘fondo’, e cercando cluster, cercando sul momento una struttura utile a tenere insieme abbastanza bene quei materiali, in modo che ci appaia conoscenza. Ci soccorre il senso implicito in cluster: ‘grumo’, ‘blocco’, ‘zolla’; l’idea di possibile ‘coagulazione’, ‘raggrumarsi’, prende il posto del necessario riferimento a una ‘impalcatura’, ‘intelaiatura’ già data.
E così, ancora, lavorando con materiali eterogenei ed eterocliti, costruiamo conoscenza muovendoci nel World Wide Web -sterminato ‘fondo’ di materiali continuamente accumulati, anche con il nostro contributo- estraiamo di volta in volta cose, e con queste costruiamo provvisorie ma efficaci strutture.

Heidegger: Das Lichte è il diradarsi. Lichten vuoi dire liberare, lasciar libero, affrancare. Lichten dipende da leicht (lieve). Alleviare, alleggerire una cosa significa eliminare gli ostacoli, condurla in un ambito senza più resistenze, nello spazio libero. Levare lancora vuol dire: liberarla dal fondo marino che la serra tuttattorno ed elevarla nello spazio libero dellacqua e dellaria.
La presenza è assegnata alla Lichtung intesa come garanzia propria dello spazio libero.
Lichtung, clearing, ‘diradarsi’, ‘farsi chiaro’, processo di continua emergenza di conoscenza adeguata alla situazione.
Qui c’è il processo, il flusso, il continuo manifestarsi della presenza. Un processo sempre in fieri, sempre possibile. Un processo che si dà a prescindere dall’essere umano, ma del quale l’essere umano può essere partecipe.
Possiamo quindi riprendere, andando oltre il mero esempio sopra accennato, il discorso a proposito di ciò che, nei termini proposti dal filosofo, è il World Wide Web.
Nel World Wide Web, possiamo osservare diverse azioni connesse e interagenti, azioni che coinvolgono uomini e macchine, azioni orientate al ‘diradarsi’, ‘superamento di resistenze’: Lichtung, clearing che finisce nel liberare conoscenza. ‘Liberarla dal fondo che la serra ed elevarla nello spazio libero dell’acqua e dell’aria’.
Quando l’essere umano aggiunge tag, ‘etichette’ ai materiali grezzi, l’essere umano e la macchina, accoppiati strutturalmente, stanno cooperando nel liberare il materiale costretto in una Gestell -intelaiatura, scaffale-, costretto ad essere stabile, ma inattivo: Bestand, standing reserve, fondo. Così non importa più di che Sache, roba, stuff, matter si tratti - il materiale in ogni caso è reso vivo, suscettibile di infiniti utilizzi.
Altrettanto importante Lichtung , lavoro di diradamento, di apertura di percorsi, è il sotterraneo, autonomo lavoro del crawler, l’agente software che esplora i luoghi reconditi, rilevando la presenza di ogni genere di Sache, roba, stuff, matter.
E poi possiamo vedere l’essere umano e la macchina, accoppiati strutturalmente, cooperare alla parousía, ‘al far sorgere conoscenza dalla dalla propria essenza’, quando l’essere umano inserisce nella finestra del search engine ,motore di ricerca, parole che presuppongono interrogazioni, domande. E trova, restituite dalla macchina, possibili risposte.
E’ così che il World Wide Web ci narra di come la materia del pensare, la materia per pensare, prende forma. Solo avendo sotto gli occhi di questa narrazione -o anzi: solo perché di questa narrazione abbiamo esperienza, essendone attori partecipi- possiamo cogliere i limiti entro i quali rischia di restare avvinto il nostro pensiero – i limiti dei quali il filosofo ragiona.
Consideriamo quanta materia del pensare, materia per pensare, resterebbe a noi oscura ed ignota, poveramente accessibile, in fondo inaccessibile, nel modo dei libri chiusi, delle biblioteca sia pure ben organizzate, nel mondo sia pure perfettamente strutturato dell’informatica infantile.
Il filosofo sta dicendoci che, forse, le risposte che la filosofia non può più dare potranno essere trovate tramite l’informatica. Ciò accadrà se l’informatica abbandona fondamenti e orientamenti al controllo, e si manifesta invece come affrancamento, liberazione del pensiero.
Così è quando noi, pur limitati nell’agire dalla nostra pochezza, e dalla pochezza delle macchine che ci accompagnano nell’esplorazione, ci muoviamo affacciati sull’ignoto Web con l’ausilio di un motore di ricerca.

mercoledì 30 luglio 2014

Knowledge Management 2014-2015

Questo è il programma del mi insegnamento nel primo semestre dell'anno accademico 2014-2015, presso il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica, Laurea Magistrale, Università di Pisa.

Titolo: Knowledge Management
Docente: Francesco Varanini

Argomento:
Il Knowledge Management come zona di confine

Il valore di un’azienda -di una grande come di una piccola impresa, di una organizzazione senza scopo di lucro così come della Pubblica Amministrazione- risiede in ultima analisi di cui dispongono le persone che hanno lavorato in tempi passati, e che lavorano oggi, in quell’azienda.

Il Knowledge Management è la disciplina attraverso la quale si portano alla luce, e si rendono fruibili, le conoscenze di cui dispongono le persone.

L’informatica, tradizionalmente intesa, offre strumenti per la conservazione delle conoscenze. Ma solo delle conoscenze espresse sotto forma di ‘dati’.

L’informatica si fonda sulla strutturazione: forme date a priori, modelli esaustivamente descritti gerarchie, classi, ordinamenti. Così, secondo regole logico-formali, vengono conservati, organizzati e gestiti i dati.
Ma ‘la mente umana non funziona così’. La ‘conoscenza’, frutto dell’esperienza, emerge nella mente umana in modo caotico, disordinato. Esisterà sempre ‘nuova conoscenza’ che ‘starà stretta’ nelle strutture già predisposte.

Per intendere ‘cosa è la conoscenza’, e ‘come funziona l’emergere della conoscenza’ ci è utile guardare, più che ai processi di formalizzazione tipici dell’informatica, al processo creativo che porta alla creazione dell’opera letteraria.

Non a caso l’ipertesto, e tutta la tradizione della ‘nuova informatica’ legata al World Wide Web, prendono spunto dalla metafora della letteratura, e tendono verso il superamento delle ‘forme date a priori’ tipiche sia del libro che del file system e del Dbms.

Il Knowledge Management, è diventato veramente praticabile quando si sono avuti a disposizione strumenti tecnologici adeguati: Content Management System, portali web 2.0., strumenti di lavoro collaborativo, motori di ricerca ecc.

Esame:
L’esame verterà sulla relazione tra aspetti:
- l’approccio epistemologico che presiede alla costruzione della conoscenza
- il modello di organizzazione del lavoro
- le tecnologie informatiche, come 'inveramento' di un approccio epistemologico e di un modello di organizzazione del lavoro
(Per maggiori chiarimenti e informazioni, rivolgersi via posta elettronica al docente)

Approcci epistemologici che presiedono alla costruzione della conoscenza
Da un lato:
- Le Regulae di Cartesio
- Il logicismo di Russel e Frege
- Il sistema assiomatico di Hilbert
Da un lato opposto:
- La forma formante di Goethe
- L’inconscio secondo Freud
- Il basho di Nishida
- L’abduzione di Charles S. Peirce
- La Zuhandenheit di Heidegger
- L’esplicitazione delle conoscenze tacite di Michael Polanyi
- La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn

Modelli di organizzazione del lavoro
- Polis greca
- Monastero benedettino
- Bottega rinascimentale
- Taylorismo
- Fordismo
- Scuola della Relazioni Umane
- Democrazia industriale
- Toyotismo
- Neoliberismo

Tecnologie:
- Unstructured Data
- Unstructured Text
- Free Text Records
- Full Text
- Full Text Database
- Document Management
- Content Management
- Web Content Management
- Semantic Web
- Collaborative Work Management
- Enterprise Content Management
- Enterprise Information Management
- Employee Experience Management
- Information Retrieval
- Document Retrieval
- Text Retrieval
- Full Text Search
- Free Text Search
- Internet Search Engines
- World Wide Web Search Engines

Testi:
- Mayuko Uehara, “Japanese Aspects of Nishida’s Basho: seeing the ‘Form without Form’” in Frontiers of Japanese Philosophy 4, Lam Wing-keung and Cheung Ching-yuen (eds.), Nagoya: Nanzan Institute for Religion & Culture, 2009 (il 28 agosto 2014 il testo è reperibile all’indirizzo: https://nirc.nanzan-u.ac.jp/nfile/2106, altrimenti richiedere al docente).
- Massimo Folador, L'organizzazione perfetta. La regola di San Benedetto. Una saggezza antica al servizio dell'impresa moderna, Guerini, 2006
-Ikujiro Nonaka, Hirotaka Takeuchi, The Knowledge-Creating Company: How Japanese Companies Create the Dynamics of Innovation, Oxford: 1995; trad. it. The Knowledge-Creating Company. Creare le dinamiche dell’innovazione, Milano Guerini e Associati, 1997.
(In alternativa o a complemento della lettura del libro di Nonaka:
- Ikujiro Nonaka, "The Knowledge-Creating Company", Harvard Business Review, November–December 1991. http://www.scribd.com/doc/68585798/Knowledge-Creating-Company-nonaka
- Ikujiro Nonaka and Ryoko Toyama, “The Knowledge-Creating Theory revisited: Knowledge Creation as a Synthesizing Process”, Knowledge Management Research & Practice, 2003,  1. http://www.ai.wu.ac.at/~kaiser/birgit/Nonaka-Papers/The-knowledge-creation-theory-revisited-2003.pdf).
- Henry Ford, My Life and Work, In Collaboration With Samuel Crowther, Doubleday, 1922 (reperibile all’indirizzo http://www.gutenberg.org/ebooks/7213); trad. it.: La mia vita e la mia opera, Apollo, 1925; La salamandra, 1980.
- Thomas Kuhn, The Structure of Scientific Revolution, University of Chicago, 1962; tr. it. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, 1969.

- Francesco Varanini, “Percorso di avvicinamento al Knowledge Management”, http://www.slideshare.net/fvaranini/francesco-varanini-knowledge-management-7-febbraio-2013
- Francesco Varanini, blog: Dieci chili di perle, , in particolare i post con i tag: ‘Come emerge la conoscenza’, ‘Cosa è il Web’, ‘Macchine per pensare’.
- Francesco Varanini, “Presentazione”, in Alberto De Toni. Andrea Fornasier, Guida al Knowledge Management, Il Sole 24 ore, 201. http://www.bloom.it/2012/07/conoscenza-come-proprieta-emergente-un-avvicinamento-al-knowledge-management/?p=664
- Francesco Varanini, “Zuhandenheit vs. Usability, Martin Heidegger vs. Jakob Nielsen”, http://diecichilidiperle.blogspot.it/2009/08/zuhandenheit-vs-usability-martin.html
- Francesco Varanini, “Martin Heidegger e l’informatica come filosofia dei nostri tempi”, http://diecichilidiperle.blogspot.it/2013/03/martin-heidegger-e-linformatica-come.html
Francesco Varanini, “Un certo tipo di letteratura”, http://www.scribd.com/doc/24567746/Francesco-Varanini-Un-certo-tipo-di-letteratura
- Francesco Varanini, “Goethe: La Conoscenza come morfogenesi. Commento a 'Die Metamorphose Der Pflanzen'”, http://it.scribd.com/doc/27298452/Francesco-Varanini-Goethe-La-Conoscenza-come-morfogenesi-Commento-a-Die-Metamorphose-Der-Pflanzen
- Francesco Varanini, Contro il management. La vanità del controllo, gli inganni della finanza e la speranza di una costruzione comune, Guerini, 2010.
- E in genere tutti i post apparsi sul blog Dieci chili di perle, http://diecichilidiperle.blogspot.it, in particolare i posti con i tag: ‘Come emerge la conoscenza’, ‘Cosa è il Web’, ‘Macchine per pensare’.

domenica 17 maggio 2009

L'informatica come filosofia. Una involontaria lezione di Richard Rorty

Non so quanto Rorty fosse interessato alla Computer Science. Ma mi piace immaginare che avrebbe accolto questo testo, questo abuso del suo pensiero, con un mezzo sorriso. Certo tutto quello che ha scritto, e che sappiamo di lui, ci ricorda che –a differenza da molti professionisti della filosofia– si è tenuto lontano dall'usare il suo acuminato argomentare per svalutare la Computer Science e, in generale, per occultare le proprie aree di ignoranza.
Il suo pensiero ci parla di un momento di passaggio, di allontanamento da un modello che si pretendeva indiscutibile. Il suo pensiero ci parla di come si costruisce conoscenza. Seguendo il filo del discorso di Rorty possiamo cogliere il senso profondo di due modi diversi di intendere l'informatica. Da un lato l'informatica fondata su modelli costruiti a propri, tesa a conservare in modo strutturato e controllato informazioni considerate certe. Dall'altro lato l'informatica che ci aiuta a porci domande nuove, e a trovare risposte nuove, anche lontane dalle attese e dai luoghi comuni.
Delle opere di Rorty, mi limito qui alla lettura Mirror of Nature (Richard Rorty, Philosophy and the Mirror of Nature, Princeton: Princeton University Press, 1979; trad. it. La filosofia e lo specchio della natura (Testo inglese a fronte), Bompiani).

Pars destruens
Rorty: Dobbiamo in particolare a Kant la nozione della filosofia come tribunale della ragione pura, che conferma o respinge le pretese della cultura restante.
L'informatica intesa come tribunale della ragione pura, che accetta o respinge la conoscenza degna di essere presa in considerazione.

Rorty: Un bimillenario modo di filosofare ci ha abituati all'idea di un 'sapere fondazionale' che giudica la validità di tutte le altre aree della cultura (dalla scienza alla religione, dalla matematica alla poesia) assegnando, ad ognuna di esse, un posto specifico: immagine che trova in Kant, e nella sua concezione della filosofia come metacritica delle scienze speciali, la manifestazione esemplare.
Da questo bimillenario modo di filosofare nasce il modo di intendere lo studio teorico del management e la moderna organizzazione delle conoscenze e delle attività. Un sistema totale, gerarchico centralizzato e dettagliato, un modello perfetto, che si pretende orientato all'ottimizzazione. Essendo il modello fondato su una (illusoria) pretesa di perfezione, l'azione finisce per ridursi al controllo: la prassi deve conformarsi al modello. L'informatica, così come prima la burocrazia ottocentesca, di cui è erede, è in quanto idea, il frutto del feticismo scientistico; ed è allo stesso tempo, in quanto sistema, la piattaforma sulla quale il modello si appoggia.

Rorty: Il platonismo tiene fisso lo sguardo sulle idee immutabili del 'buono' e del 'vero', fino a creare una rete di distinzioni categoriali che tutto spiega, tutto contiene.
Riteniamo ben fatte solo le basi dati che si fondano su un data model. Il data model impone organizzazione immutabile alle informazioni, alla luce di una idea immutabile del 'buono' e del 'vero'. Già si rifacevano a un data model i sistemi mnemotecnici, i teatri della memoria che, almeno a partire dalla Grecia classica, presiedevano all'uso del nostro cervello come base dati. Le stanze dei teatri della memoria, così come i 'campi' ed i 'record', le tabelle relazionate l'una con l'altra, impongono alla conoscenza una struttura di distinzioni categoriali discendenti da un modello previamente costruito. Al di fuori di questo modello, di questa struttura, platonicamente non esiste conoscenza.

Rorty: Nella filosofia platonico–kantiana, priorità della sostanza sul fenomeno, dell'universale sul particolare, della necessità sulla contingenza, della natura sulla storia.
Possiamo esprimerci analogamente a proposito dell'informatica. Priorità della sostanza: attenzione alla coerenza interna del modello, non importa se astratto, decontestualizzato. Orientamento alla generalizzazione: la lettura del fenomeno è subordinata alle regole che, in funzione della sua stabilità, presiedono al funzionamento della base dati. Ansia di ottimizzazione: il mondo è un orologio, la macchina che meglio lo rappresenta funziona con l'esattezza di un orologio. Il sistema più efficace è il sistema che funziona con maggiore economia di mezzi.
La procedura è fondata sulla necessità, mentre la contingenza si manifesta come irrilevante varianza, destinata ad essere riassorbita senza tenere conto delle sue tracce.
Rorty prende spunto dal Canone Occidentale di Harold Bloom per parlare di canone platonico–kantiano. Bloom, osservando quella specifica manifestazione della conoscenza che chiamiamo 'letteratura' si arroga il diritto di definire i luoghi e i confini, il buono ed il vero: Shakespeare al centro, e poi via via gli altri autori degni di essere letti e studiati e ricordati, in base a un criterio di inclusione e di esclusione. Un preteso attacco da parte di portatori di interessi particolari, al 'vero sapere' , ai 'veri valori' giustifica la costruzione di un modello chiuso.
Così anche il canone platonico–kantiano: una rete categoriale in grado di abbracciare il tutto, in grado di tutto ordinare e di tutto spiegare.
Possiamo allora parlare, guardando all'informatica applicata al business e al funzionamento organizzativo, di canone IBM–Microsoft–Sap. Anche qui, come nel Canone di Bloom, ordinamento, controllo, norma.
Una sola macchina, un solo hardware, un solo software, un solo standard, un solo modello.

Rorty: Esiste un'immagine che continua a tenere prigioniera la filosofia. È l'immagine –si pensi ancora a Kant– della mente come un grande specchio. Il funzionamento della mente-specchio può essere studiato attraverso metodi puri, non empirici.
Ecco l'immagine della mente come computer, e del computer come mente. Una immagine menzognera, che ci allontana dall'esperienza empirica del lavoro quotidiano con il computer. Se domina la metafora della mente specchio, domina anche l'immagine del sistema informativo fondato su data model, modelli puri. Sapere esattamente incasellato in contenitori predefiniti.

Rorty: Per la filosofia platonico–kantiana, la mente è 'specchio' che rappresenta la realtà.
Dunque la conoscenza è 'rappresentazione'. Gli sforzi di Cartesio e di Kant sono volti ad ottenere rappresentazioni più accurate attraverso l'esame, la riparazione e la pulitura dello specchio.

Rorty: La filosofia platonico–kantiana intende se stessa come disciplina che possiede una sua specifica e privilegiata via d'accesso ai fondamenti della conoscenza e ai meccanismi della mente. Per la filosofia platonico–kantiana conoscere significa rappresentare accuratamente quel che si trova fuori della mente. La 'vecchia' filosofia pretende di sapere il modo in cui la mente riesce a costruire tali rappresentazioni.
Per Rorty la metafora dello specchio è centrale: descrive la 'vecchia' filosofia. Per l'informatica la metafora dello specchio è centrale: descrive l'informatica che chiamo 'infantile'.
Per questa filosofia e questa informatica la persona osservante ed operante non conta. La sua soggettività è considerata ininfluente. Della persona, non contano carattere, cultura, collocazione storica e sociale. Conta la purezza del metodo di analisi e rappresentazione del 'vero'. Della mente della persona conta solo la capacità di essere specchio, rispecchiare il 'buono' ed il 'vero'.
Lo specchio può essere ripulito e reso più luminoso, brillante. Questa è l'unica via attraverso la quale ottenere 'rappresentazioni' –fotocopie del 'reale'– più adeguate.
La mente come specchio porta, per analogia cognitiva, al 'sistema informativo come specchio'. Il 'sistema informativo' è la mente artificiale che 'rappresenta' la realtà. Così le informazioni fornite dai 'sistemi informativi', specchio della realtà, finiscono per apparire l'unica affidabile fonte di conoscenza. Così l'approfondimento della conoscenza passa sempre e necessariamente attraverso l'affinamento degli strumenti, dei meccanismo di rappresentazione: specchio più pulito, più luminoso e brillante, hardware e software in grado di garantire una più accurata gestione del dato. Solo fotocopie più nitide.

Rorty: Nevrotica ansia cartesiana di certezze.
In informatica: nevrotica sussunzione all'idea di una necessaria certezza e all'univocità del dato.
L'informatica che pone al centro del proprio progetto il dato univoco e la struttura, cerca vanamente la lingua astrattamente perfetta. Servono invece sistemi in grado di interagire tra di loro, e con le persone.
Si cercano linguaggi eleganti e raffinati'. Si usano i linguaggi (informatici) che si conoscono –Cobol o C++ o Java o .net– nell'illusione che riescano a descrivere neutralmente ogni mondo.

Rorty: Il pensiero rappresentativo e 'fotocopiativo' porta con sé la figura dello 'spettatore' e l'atteggiamento dello 'spettatore'. Il filosofo e lo scienziato 'spettatore' osserva il mondo in base a modelli che sovrastano lo spettatore, e che lo spettatore non può e non vuole mettere in discussione. Lo spettatore è sempre innocente, mai individualmente responsabile delle immagini del mondo che pure produce, e presenta come 'vere'.
Così agisce in fondo il professionista dell'informatica: è spettatore innocente. E' attore irresponsabile. La qualità dell'informazione dipende dal modello dei dati. Il modello dei dati dipende dall'analisi, e cioè da ciò che ha detto e richiesto il cliente. L'output dipende dall'input. La macchina –che si limita ad eseguire il programma– non può sbagliare. La responsabilità del professionista dell'informatica si riassume nel fotografare la realtà con un programma e nel far funzionare la macchina come da programma.

Pars construens
Rorty, per presentarci l'approccio platonico–kantiano parla di 'canone'. Si riferisce esplicitamente al 'Canone Occidentale' di Harlod Bloom: così come Bloom pretende di definire i luoghi e i confini, il buono ed il vero, di quella specifica manifestazione della conoscenza che chiamiamo 'letteratura', così più in generale l'approccio platonico–kantiano subordina la lettura del mondo ad un 'sapere fondazione' e ad una rete (imposta previamente e dall'esterno) di distinzioni categoriali.
Ma l'analogia ha un limite evidente.
Per Bloom è una ipostasi; è una struttura di base immutabile e vera e giusta; è, platonicamente, sostanza, essenza che permane immutabile al di là degli accidenti. Rorty, invece, con il concetto di 'canone' gioca. Su di lui ha influito più Thomas Kuhn di Harold Bloom. E allora il 'canone' è in realtà un 'paradigma': un modello che in un dato momento storico gode di un alto grado di consenso, ma che è soggetto a sconferma empirica. E gli scienziati ed i filosofi più apprezzabili sono coloro che, lavorando come si deve all'interno di un paradigma, scoprono i segni di un diverso paradigma emergente).
Possiamo dunque opporre al canone platonico–kantiano -nella sua versione informatica il canone IBM–Microsoft–Sap- il canone (o meglio: emergente paradigma) Bush–Nelson–Engelbart–Berners-Lee–Cunningham.
Vannevar Bush: l'idea di una macchina che aiuta la persona a pensare, a interrogarsi sul mondo.
Ted Nelson: l'idea di un nuovo tipo di letteratura, che è conoscenza e che è piacere, fondata sul superamento della gabbia del libro, della sequenza ordinata: l'ipertesto, testo reticolare percorribile in diversi modi, potenzialmente infinito, nasce qui.
Douglas Engelbart: interazione tra uomo e macchina. Interfacce grafiche, mouse. Ipertesti.
Berners-Lee: il Word Wide Web come grande Rete Semantica aperta a diverse connessioni, multimediale, ipertestuale, interattiva.
Ward Cunningham: piattaforme di lavoro collaborativo, in particolare di scrittura collaborativa. Azzeramento del confine tra specialista e utente.
Si arriva per questa via ad intendere la conoscenza come common, risorsa collettiva di tutti e di nessuno. Non ci sono confini (se non confini fittizi) tra il sapere (e il sistema informativo) di ogni persona e di ogni azienda. Di fronte a questi mondi, finanza e denaro non sono più metri adeguati: 'the for-pay economy is not the only way to create value'.

Rorty non manca di cogliere in Martin Heidegger la presunzione greco-germanica, quella hybris che ha percorso la filosofia da Platone a Kant a Hegel. Né sottovaluta le simpatie naziste del filosofo tedesco. Eppure apprezza Heidegger. Apprezza l'Heidegger pragmatista di Sein und Zeit (L'essere e il tempo), l'ultimo Heidegger. Lo accomuna al 'secondo Wittgensein', il Wittgeinstein delle Philosophische Untersuchungen (Ricerche filosofiche). Una 'svolta linguistica' porta entrambi al cruciale passaggio “dalla coscienza al linguaggio”. Nella prospettiva che era già di Humboldt, per Heidegger e Wittgenstein il linguaggio è Welterschliessung: 'apertura di mondo', 'world disclosure'.
La conoscenza non esiste se non attraverso la percezione soggettiva. La conoscenza non esiste se non tramite un linguaggio in grado di descriverla e di esprimerla. Quindi, centralità della Sprachphilosophie. Centralità dei 'giochi linguistici', degli 'atti linguistici'.
Quello che conta non è la lingua in sé. La lingua perfetta non esiste, e comunque non serve.
Heidegger e Wittgenstein ci mostrano come linguaggio emerge dall'interazione tra persone, e tra persone e mondi. Un linguaggio non vale l'altro. Non tutti i linguaggi sono buoni a descrivere tutti i mondi.
Invece di privilegiare linguaggi eleganti e raffinati, ci si dovrebbe dunque preoccupare dell'adeguatezza del linguaggio 'al mondo in cui io sono'.
E' il salto di qualità che ci propone l'XML, Extensible Markup Language, 'a general-purpose specification for creating custom markup languages': strumento ermeneutico (techne hermeneutiké, 'arte di interpretare') e gnoseologico, con il suo apparentemente semplice approccio, fondato sull'apporre etichette, permette agli attori di descrivere il mondo esplicitando i nomi delle cose che popolano quel mondo. Evitando l'uso di simboli astratti, si può narrare il mondo, parlare dell'essere-nel-mondo. Tendere alla comprensione ontologica.


Rorty: Sbarazzarsi del bimillenario modo di filosofare che ci ha abituati all'idea di un 'sapere fondazionale': un sapere che giudica la validità di tutte le altre aree della cultura (dalla scienza alla religione, dalla matematica alla poesia) assegnando, ad ognuna di esse, un posto specifico.
Promuovere, in cambio, una cultura libera dalle ossessioni concettuali della metafisica greca, e dalle ossessioni del feticismo scientistico che ne segue le tracce.
Se vediamo un solo modello, è solo a causa della nostra miopia. Se crediamo che il nostro modello sia il migliore, stiamo adottando un meccanismo di difesa. Se pensiamo che esista un unico mondo, è perché viaggiando altrove temiamo di scoprire qualcosa in grado di minare le nostre sicurezze. Se ci sforziamo di ridurre la ridondanza, se cerchiamo una apparente sicurezza in modelli semplificati, è perché non vogliamo ammettere che viviamo comunque sull'orlo del caos.
L'uomo (tramite un qualsiasi linguaggio) costruisce (edifica) conoscenza, e si mantiene in relazione con la conoscenza, e accede alla conoscenza, e rinnova continuamente la conoscenza.
In questo, l'informatica ci è amica, ci accompagna. Navigando nel World Wide Web, scrivendo con un word processor, raccogliendo e interpolando informazioni, costruendo testi multimediali mescolando parole immagini e suoni, ogni uomo partecipa alla costruzione di una cultura sempre più lontana dalle ossessioni della metafisica greca e del moderno feticismo scientistico.

Rorty: Noi non possiamo descrivere la natura usando un linguaggio che crediamo essere il suo.
La presunzione, o la fallace convinzione di chi si occupa di informatica pota a pensare che il linguaggio –sia il Cobol o o C++ o Java o .net o quello che sia– possa rappresentare, rispecchiare il mondo.
Ma il linguaggio con il quale descriviamo 'la natura' -qualsiasi linguaggio- non è il linguaggio della natura. E' un linguaggio creato dall'uomo, uno dei linguaggi possibili. Relativamente efficace, nato all'interno di una cultura, capace di leggere solo alcuni aspetti del mondo.

Rorty: I fatti non sono pensabili a prescindere dalla struttura proposizionale del linguaggio.
Il linguaggio determina la visione del mondo. La scelta del linguaggio –anche del linguaggio informatico– non è né irrilevante né innocente. Non è irrilevante perché solo attraverso il linguaggio i fatti sono pensabili. Non è innocente perché la scelta del linguaggio porta con sé la scelta della struttura: e quindi porta scritta in sé sia la modalità di rappresentare il mondo, sia la modalità di interagire con il mondo.
Si usano i linguaggi (informatici) che si conoscono –Cobol o C++ o Java o .net o quello che sia–nell'illusione che riescano a descrivere neutralmente ogni mondo.
Ma il linguaggio, portando in sé una propria sintassi e una propria semantica, –Cobol o C++ o Java o .net o quello che sia– si trasforma così in un Cavallo di Troia: impone al mondo una visione del mondo già fatta.

Rorty: Conoscere la realtà non significa 'fotocopiarla', ma 'venire a capo delle sue sfide'.
Prendere per buoni sistemi informativi esistenti, edificati in tempi precedenti, è vano e fallace. In ogni istante possiamo fotografare la realtà, ed ogni fotografia sarà diversa.
Possiamo invece usare gli operatori booleani per interagire con la realtà. Interrogarsi sulla natura e sugli stati del mondo significa partecipare a costruire: l'organizzazione è frutto di co-creazione.

Rorty: Ciò che chiamiamo 'mondo' non è la totalità dei dati di fatto. Esso è l' insieme delle limitazioni cognitivamente significative che sono imposte ai nostri sforzi di imparare dalle –e di avere il controllo sulle– reazioni della natura a partire da previsioni attendibili.
Ciò che chiamiamo 'sistema informativo' è lungi dall'accogliere la totalità dei dati. Il sistema informativo non è una rappresentazione, uno specchio del mondo. E' solo l'insieme di informazioni raccolte a partire da limitate e limitanti domande che ci siamo posti a proposito degli stati del mondo.

Rorty: Le risposte che ci dà la natura sono sempre indirette, in quanto restano legate alla struttura delle nostre domande.
L'informatica che pone al centro della propria attenzione la 'struttura dei dati' si illude di rappresentare la natura, replicandone la struttura. Ma la 'struttura' che filtra il nostro rapporto con la 'natura', con il mondo osservato –e quindi: la struttura dei dati– non è la struttura della 'natura' –per noi inattingibile, invisibile– ma 'la struttura delle nostre domande'. Sia che le domande siano state formulate una volta per tutte, previamente, attraverso 'query strutturate'. Sia che le domande siano ri-formulate di volta in volta, attraverso strumenti di Knowledge Discovery, Data Mining, Information Retrieval. Ovvio che, dove la tecnologia lo permette –e oggi la tecnologia lo permette pressoché in ogni caso– meglio riformulare di volta in volta le domande. Le domande anche in apparenza simili, formulate in momenti diversi, di fronte a stati del mondo diversi, sono diverse.

Rorty: Per queste sue caratteristiche di sapere narrativo, la filosofia appare protesa a edificare, cioè a formare gli uomini, più che a 'conoscere' oggettivamente il mondo. In questa nuova veste, di tipo etico-formativo, la filosofia non si pone più come espressione privilegiata del sapere, ma come una delle tante voci all'interno della 'conversazione' complessiva dell'umanità. Conversazione che si nutre del dialogo, ossia di una 'democrazia dialettica' che vive del confronto costante dei diversi punti di vista, senza pretese di sopraffazione reciproca.
E' questa la confusa, incerta, ma ricca 'democrazia' fondata sulla conversazione che vediamo emergere nella pluralità di voci della Grande Rete, fatta di diverse e interconnesse 'reti sociali', nei blog.
Conversazioni alle quali concorrono 'filosofi' e pretesi ignoranti. La conoscenza non nasce dall'ordine e dal controllo, ma dalla contaminazione, dal dialogo. Se un gioco non si basa su una partita unica –come accade con i sistemi fondati sull'univocità del dato– ma viene ripetuto nel tempo, allora verranno a crearsi dei meccanismi di credibilità e di reputazione in grado di condurre le parti a comportamenti di tipo cooperativo.
Al posto del garante, o platonico guardiano della 'qualità dell'informazione', garante o platonico guardiano del 'grado di verità della conoscenza', emerge –in virtù degli strumenti informatici oggi disponibili– la figura del narratore: la persona che osserva il mondo, e può essere ognuno di noi, e contribuisce al sapere collettivo osservando il mondo a partire dalla propria cultura e dalla propria storia e dal proprio carattere.

Rorty: Questo soggetto, portatore di credenze, emozioni e speranze non assomiglia al filosofo tradizionale ma piuttosto al narratore, al romanziere.
A ben guardare, l'informatica intesa secondo il paradigma Bush–Nelson–Engelbart–Berners-Lee–Cunningham non offre altro che strumenti per narrare.

Rorty: Gradualmente sostituire il concetto di verità come corrispondenza alla realtà con l'idea che verità è la convinzione che si forma durante scontri liberi e aperti.
Chi si occupa di informatica crede (spera, si illude) di essere di essere il garante e il depositario della 'vera' informazione, l'informazione che descrive il mondo come è. Ma esistono all'interno dell'organizzazione –di ogni impresa– diverse visioni del mondo, diverse letture della realtà. Ogni stakeholder è portatore di una propria visione. All'informatica intesa come strumentazione che difende l'immagine (unica) della realtà, pretesa immagine 'vera', si contrappone l'informatica che offre strumenti per scoprire e per collaborare. Portare alla luce conoscenze tacite e latenti, favorire il lavoro collaborativo teso a costruire una sempre mutevole 'verità' ragionevolmente condivisa.