L'informatica strutturata subordina l'accesso alla conoscenza a modelli, griglie, gerarchie - schemi, tutti, inevitabilmente dati a priori.
Il sistema funziona solo se colloco un dato all'interno del modello dei dati. Solo se assoggetto una informazione ad una transazione. Solo se inserisco un documento in una cartella.
Il sistema funziona solo se conservo una unica versione del dato, dell'informazione, del documento.
Si scarta così tutto ciò che è di difficile collocazione e di difficile trattamento - e si tratta di ciò che spesso, proprio per questa sua anomalia, è potenzialmente più ricco.
Per accedere a quel dato, a quell'informazione, a quel documento devo andare a cercarlo esattamente lì dove è stato correttamente collocato. La transazione funzionerà se, e solo se, si svolgerà esattamente come è stato previsto. Troverò il documento -che adesso cerco per un motivo diverso dal motivo per cui avevo scelto di conservarlo- solo se riuscirò a tornare mentalmente al momento in cui ho scelto la cartella in cui collocarlo.
Funzionano in questo modo i computer quando sono intesi come macchine eredi del progetto della matematica di Hilbert. Non a caso il computer è stato progettato dal suo più acuto allievo, von Neumann: un linguaggio logico, universale e privo di sbavature, capace di descrivere il mondo in modo univoco, discriminando il vero dal falso. Garantendo ragionamenti perfetti e verità indiscutibili. Ciò che non può essere detto tramite questo linguaggio -come sintetizzò Wittgenstein- deve essere taciuto.
Questa macchina funziona come l'uomo non può e non vuole funzionare. Quindi, sostituisce l'uomo. Usando questa macchina l'uomo accetta di pensare in un modo che non è il suo.
Vannevar Bush, che conosceva bene questa macchina quando, negli anni '40 del secolo scorso, se ne stavano costruendo i primi prototipi funzionanti, eccepisce: 'ma l'uomo non ragiona così'.
Bush, a partire da questa constatazione, descrive una macchina diversa. Una macchina che negli anni '60, in virtù del lavoro di due seguaci di Bush, Licklider e Engelbart, verrà effettivamente costruita.
La macchina di Bush non sostituisce l'uomo, ma invece l'accompagna l'uomo nel suo muoversi tra dati, informazioni, documenti. Una macchina che accetta di conservare dati. informazioni, documenti, a prescindere dall'esistenza di modelli, griglie, gerarchia. Una macchina che non elimina tutto ciò che, rispetto ad una astratta idea di perfezione, appare rumore e ridondanza: una macchina che accetta cioè di conservare -e di considerare ricca fonte di conoscenza- dati, informazioni, documenti replicati, caratterizzati da varianti, incompleti, simili l'uno all'altro, in apparenza indistinguibili.
La macchina di Bush permette di accedere a dati, informazioni, documenti, dovunque siano conservati, e di connetterli tra di loro. E' una macchina che accompagna l'uomo nel pensare, nello sgarbugliare il garbuglio che ha in mente. Una macchina che accompagna l'uomo nel suo imperfetto, personale, irripetibile, di volta in volta differente percorso di costruzione di conoscenza.
La 'macchina di Hilbert e di von Neumann' funziona in base ad uno schema dato a priori: un programma. L'uomo può fare solo ciò che la macchina considera fattibile.
La 'macchina di Bush, Licklider e Engelbart' interagisce con l'uomo, accrescendone la creatività, l'immaginazione, l'inventiva.
Perciò si può dire che all'informatica strutturata si oppone l'informatica umanistica.
sabato 10 agosto 2013
sabato 3 agosto 2013
Codice digitale come infinito attuale: una immagine
Fare un gesto, prendere la penna in mano, e iniziare a scrivere su un foglio bianco. O prendere il pennarello e mimare il gesto di scrivere qualcosa sulla lavagna bianca.
Tutto sta nel gesto dello scrivere. Si è aperta con la digitalizzazione -questo è il nuovo campo aperto dal computing- una fenditura, un enorme sconfinato mondo. Si è aperta una fenditura dentro il gesto, si è aperto una fenditura nello spazio tempo: una di quelle situazione racchiuse in un attimo che la science fiction coltiva. E’ un approfondimento abissale del gesto dello scrivere.
Se scrivo sul foglio, sul supporto piano, immediatamente l’utensile graffia o incide il supporto. Se invece vedo il gesto dello scrivere nel contesto della cultura digitale, vedo aprirsi un mondo di passaggi e di processi.
Posso sfiorare uno schermo di iPad o posso scrivere come ora sulla tastiera. Così facendo, come nel caso della tradizionale scrittura su supporto piano, graffio o incido un supporto, lascio traccia su un supporto: un disco, o un supporto allo stato solido. Ma scrivendo su carta vedo il supporto, vedo l'incisione, la tracciatura nel suo farsi. Nel caso della codifica digitale, invece, il supporto è remoto e sempre invisibile. E sopratutto mi è invisibile lo ‘sfondamento’ nello spazio tempo: il segno può incidersi immediatamente sul disco fisso del mio device, o viaggiare nella Rete e depositarsi sul disco del server di una remotissima server farm. Il testo che ho scritto, inciso, memorizzato, non è la preview che ora vedo sullo schermo. La preview infatti risiede solo sulla Ram, non sul disco. Il testo è ciò che ciò che 'si sta scrivendo' in quell'attimo sul disco. Il testo è ciò che quel disco lontano e invisibile restituirà poi in lettura a me o a chiunque altro.
La scrittura digitale un processo istantaneo di cui nulla vedo. E’ una espansione infinita del gesto dello scrivere.
Se scrivo con una penna, o se stampo tramite una macchina da stampa, produco immediatamente il codice. Vedo il codice: i segni tracciati sul supporto. Così come sono in grado di scriverlo, sono in grado di leggerlo.
Se scrivo tramite computer il codice si produce invece in un luogo remoto, attraverso una serie di passaggi -di nodo in nodo della Rete, di macchina in macchina, da disco a disco- passaggi che sfiorano l'infinito. Il codice si forma su quel disco, quel supporto invisibile e remoto, ma è un codice astruso. Solo una macchina è in grado di scrivere quel codice, solo una macchina è in grado di leggere quel codice, solo un a macchina è in grado di renderne a me o ad altri lettori una traccia intellegibile su uno schermo.
Il foglio bianco ricoperto di segni, vergati dalla penna o stampati da una macchina, appare certo e rassicurante. Perché non c'è niente di mezzo tra la mano dotata di penna e il foglio; tra i caratteri di piombo e il foglio; tra la lastra incisa e il foglio. La codifica digitale avviene invece in un luogo remoto, si manifesta in una profonda oscura fenditura dello spazio-tempo. Perciò inquieta.
La codifica digitale è la ‘scrittura’ di cui parla Derrida - sebbene Derrida fosse lontano dal comprendere che stava parlando di ciò che il computing ha reso possibile. La scrittura digitale colloca il testo nell’Ungrund di Böhme: un luogo che è infinito sfondamento, inconoscibile trascendente: l'antitesi appunto di quel ground, di quel solido terreno, collocato nell'ordinaria realtà, che è il supporto piano, il visibile foglio, la pagina del libro.
Un iperspazio, una abissale fenditura si apre dentro il gesto dello scrivere/leggere, dentro un continuum che conoscevamo come certo ed evidente ed indiscutibile. Quello che scrivo, oggi, con la codifica digitale non è più lì, sul foglio o sulla lavagna. Quello che scrivo 'va a a finire' immediatamente in un luogo remoto. Di laggiù, da quest'abissale fenditura tornerà il testo che potremo leggere.
Il testo cioè, nel dominio della codifica digitale, 'va a finire', per poi di là eventualmente tornare, in quello spazio-tempo sul quale si interrogavano i filosofi e i matematici, Aristotele o forse già Parmenide, e poi Plotino: l'infinito attuale. Un infinito presente nell'attimo. Quell'infinito che Cantor cercò di descrivere.
Non a caso il computing discende direttamente dai tentativi di descrivere formalmente che matematici e filosofi portarono avanti tra la fine del 1800 e i primi trent'anni del Ventesimo Secolo.
lunedì 29 luglio 2013
Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura 2013-2014
Questo è il programma del mio insegnamento nel secondo semestre dell'anno accademico 2013-2014, presso il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica, Laurea Magistrale, Università di Pisa.
Titolo: Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura
Docente: Francesco Varanini
Titolo: Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura
Docente: Francesco Varanini
Argomento:
Intendiamo comunemente la letteratura come insieme insieme di opere scritte, composte di segni alfabetici, pervenute a noi tramite la stampa.
Intendiamo comunemente la letteratura come insieme insieme di opere scritte, composte di segni alfabetici, pervenute a noi tramite la stampa.
La codifica digitale -che consente di conservare nella stessa maniera, e di connettere infinite possibili reti, ‘oggetti di conoscenza’ suoni, immagini, segni alfabetici- e le modalità di pubblicazione rese possibili dal World Wide Web, ci impongono un ripensamento.
Segni già presenti ci permettono di immaginare la letteratura del futuro.
Così come può essere ripensata la letteratura, può essere ripensato il lavoro condotto attorno al testo da diversi attori: autore, individuale o collettivo; editore; interprete; lettore.
La parte generale del corso riguarderà il concetto di letteratura.
La parte monografica riguarderà l’opera di James Joyce Finnegans Wake.
Testi di studio
Un testo per ripensare le storia della cultura legata al libro
Ivan Illich, In the Vineyard of the Text : A Commentary to Hugh's Didascalicon, University of Chicago Press, 1993; trad. it. Nella vigna del testo, Cortina, 1994.
Due testi attraverso i quali immaginare il futuro
- Ted H., Nelson, Literary Machines, Swarthmore (Pa), 1981 (pubblicato in proprio). Trad. it. dell'ed. 1990: Literary Machines 90.1, Muzzio, Padova, 1992.
- J. C. R Licklider, Libraries of the future, The MIT Press Cambridge, MA 1965
Altri stimoli per immaginare la letteratura avvenire
- J. Yellowleses, The
End of Books - Or Books without End?, The University of Michigan
Press, Ann Arbor, 2000 http://www.press.umich.edu/pdf/0472111140.pdf
- Nathan Brown, “The Function of Digital Poetry at the Present time”, Electronic Literature. - New Horizons for the Literary, 2008, http://newhorizons.eliterature.org/essay.php@id=11.html
- N. Katherine Hayles (UCLA), Electronic Literature: What is it?, v1.0, January 2, 2007, The Electronic Literature Organization http://eliterature.org/pad/elp.html
- Steven Johnson , “Why No One Clicked on the Great Hypertext Story”, Wired Magazine, April 16, 2013 6:30 am http://www.wired.com/magazine/2013/04/hypertext/
- Paul Lafarge, “Why the book’s future never happened”, Salon, Tuesday,
Oct 4, 2011 04:04 PM CEST http://www.salon.com/2011/10/04/return_of_hypertext/
- Richard Scott Bakker, “The Future of Literature in the Age of Information”, Three Pound Brain, (2011) http://rsbakker.wordpress.com/essay-archive/the-future-of-literature-in-the-age-of-information/
Testi di Francesco Varanini
- Lezione digitale di Tecnologie dell’Informazione e produzione di letteratura, accessibile (sotto forma di testo scritto, narrazione orale, presentazione sintetica) presso iTune University. https://itunes.apple.com/it/podcast/rielaborazione-del-discorso/id400492966?i=88483620
- Un certo tipo di letteratura, http://www.scribd.com/doc/24567746/Francesco-Varanini-Un-certo-tipo-di-letteratura
- La restituzione poetica, http://www.scribd.com/doc/18237293/Francesco-Varanini-La-Restituzione-Poetica-o-il-Ricercatore-Debole
- Il romanzo come baule, http://www.scribd.com/doc/24624819/Francesco-Varanini-Romanzo-Come-Baule-Or-novel-without-bookishness
- Nebrija: L'impero della lingua o la lingua dell'impero,
- L'anonimo cantore, http://www.scribd.com/doc/27577079/Francesco-Varanini-L-Anonimo-Cantore
- Permanentemente registrare, in vista di giorni migliori. Ovvero la conoscenza come divinazione e preghiera, http://www.scribd.com/doc/100496616/Francesco-Varanini-Permanentemente-registrare-in-vista-di-giorni-migliori-Ovvero-la-conoscenza-come-divinazione-e-preghiera
- Inoltre, i testi apparsi sul blog Dieci chili di perle, http://diecichilidiperle.blogspot.it/, in particolare i testi con le etichette: ‘come si scrive’, ‘cosa è il Web’, ‘cosa è la letteratura’, ‘editoria’, ‘romanzo come baule’.
Finnegans Wake
James Joyce, Finnegans Wake, Faber & Faber, London, 1939, New York: The Viking Press, 1939.
Versioni digitali
- eBook The University of Adelaide
- Finnegans Web - Trent University
The complete text of Finnegans Wake, along with a search engine
Avvicinamenti al testo
- Finnegans Web & Wiki
A wiki-based Study Guide to Finnegans Wake
- Glosses of Finnegans Wake
- Finnegans Wake Extensible Elucidation Treasury
- Concordance of Finnegans Wake, compiled by Eric Rosenbloom
Siti contenenti altre fonti Web a proposito di Finnegans Wake
- Wake Links- Web sites, useful and pleasurable, for readers of Finnegans Wake
- Links to Other Finnegans Wake and Joyce Sites
- Online Literary Criticism Collection. Sites about Finnegans Wake
Avvicinamenti ad una ‘lettura digitale’ di Finnegans Wake
- Matt Collette, “Digital tools help uncover memes in literature”, news [at] Norteastern, April 26, 2013 http://www.northeastern.edu/news/2013/04/finnegans-wake-memes/
- Robert Guffey, “The Twelfth Thunder: Beyond the Digital Environment of Finnegans Wake”, Paranoia. The Conspiracy Reader, January 25, 2013,
Un esempio di ri-lettura di Finnegans Wake
Dhau (Pietro Luca Congedo, apparato percussivo, elettrofonie; Luca Barbieri, registri vocali), James Joyce, Anna Livia Plurabella. Notturno, Frammenti elettrofonici di Finnegans Wake
Vedi anche: James Joyce, Anna Livia Plurabella - Modulatore di stati - RTSI - TVcult
Esercitazione
Prendendo ad esempio il lavoro svolto da Dhau, stendere un progetto -e dei limiti del possibile implementarlo- relativo ad un ‘uso’ di Finnegans Wake reso possibile dalla codifica digitale.
Knowledge Management 2013-2014
Questo è il programma del mi insegnamento nel primo semestre dell'anno accademico 2013-2014, presso il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica, laurea Magistrale, Università di Pisa.
Titolo: Knowledge Management
Docente: Francesco Varanini
Argomento:
- Dati, informazioni, conoscenze:
definizioni e concetti
- Lineamenti di storia
dell’organizzazione del lavoro
- Lineamenti di una epistemologia del
sapere prodotto da persone impegnate nel lavoro
- La definizione di conoscenza proposta
di Humberto Maturana: “Non la rappresentazione di una realtà data
a priori, non è un procedimento di calcolo basato sulle condizioni
del mondo esterno. Quando un essere umano si comporta in modo
adeguato e coerente con le circostanze specifiche, allora si dice che
questa persona conosce”.
- Il modello di Nonaka: da conoscenza
tacita a conoscenza esplicita
- Simbiosi uomo-macchina e aumento
dell'intelligenza umana: Bush, Licklider, Engelbart
- Riflessione critica sull'’Information
overload’ (‘infobesity’, ‘infoxication’)
- La conoscenza come asset intangibile
- Portali interni come luogo di
costruzione condivisa di conoscenza
Testi d'esame:
- Alberto De Toni. Andrea Fornasier,
Guida al Knowledge Manaagement, Il Sole 24 ore, 2012.
- Gregory Bateson, “Culture Contat
and Schismogenesis”, Man, vol. 35, (Dec. 1935), pp. 178-183
Gli studenti sono invitati a chiedersi:
- come la schismogenesi influisce
sulla condivisione delle conoscenze
- come evitare l'insorgere della
schismogenesi
- Ikujiro Nonaka, The
Knowledge-Creating Company, Harvard Business Review,
November–December 1991. http://www.scribd.com/doc/68585798/Knowledge-Creating-Company-nonaka
- Ikujiro Nonaka
and Ryoko Toyama, “The
Knowledge-Creating Theory revisited:
Knowledge Creation as a
Synthesizing Process”, Knowledge Management Research &
Practice, e (2003) 1, 2–10.
http://www.ai.wu.ac.at/~kaiser/birgit/Nonaka-Papers/The-knowledge-creation-theory-revisited-2003.pdf
- Ikujiro Nonaka, Hirotaka Takeuchi,
The Knowledge-Creating Company: How Japanese Companies Create the
Dynamics of Innovation, Oxford: 1995; trad. it. The
Knowledge-Creating Company. Creare le dinamiche dell’innovazione,
Milano Guerini e Associati, 1997. (In alternativa ai due articoli sopra indicati, studiare qui il capitolo riguardante il modello, trad. it.: pp.
110 e segg.).
- J. C. R. Licklider, “Man-Computer
Symbiosis”, in: IRE (Institute of Radio Engineers) Transactions on
Human Factors in Electronics, volume HFE-1, pages 4–11, March 1960.
- J. C. R. Licklider, “Memorandum For
Members and Affiliates of the Intergalactic Computer Network”,
Originally distributed as a memorandum April 23, 1963. Published on
KurzweilAI.net December 11, 2001.
http://www.kurzweilai.net/memorandum-for-members-and-affiliates-of-the-intergalactic-computer-network.
- J. C. R. Licklider, “The Computer
as a Communication Device", Science and Technology, April 1968.
http://memex.org/licklider.pdf
- Francesco Varanini, “Percorso di
avvicinamento al Knowledge Management”,
http://www.slideshare.net/fvaranini/francesco-varanini-knowledge-management-7-febbraio-2013
- Francesco Varanini, Dieci chili di
perle In particolare i posti con i tag: ‘Come emerge la
conoscenza’, ‘Cosa è il Web’, ‘Macchine per pensare’.
- Francesco Varanini, “Presentazione”,
in Alberto De Toni. Andrea Fornasier, Guida al Knowledge
Management, Il Sole 24 ore, 2012. http://www.bloom.it/2012/07/conoscenza-come-proprieta-emergente-un-avvicinamento-al-knowledge-management/?p=664
Esercitazione
Fare riferimento ad una azienda nota
per esperienza diretta (ad esempio: nota perché ci si è lavorato) o
indiretta (ad esempio perché se ne è letto in un libro o in
articoli giornalistici).
Progettare di conseguenza un portale
web 2.0 destinato a permettere a chi lavora in quell'azienda la
condivisione delle conoscenze.
lunedì 8 luglio 2013
Decostruzione
Al
di là del motivo immediato per il quale l'informazione è stata
pensata, elaborata, gestita; al di là del buon fine della
transazione che la riguarda, ovvero della sua sua 'certezza',
l'informazione potrà risultare utile in futuro, quando meno ce lo
aspetteremo, là dove meno ce lo aspetteremo.
Perciò
-visto anche il costo tendenzialmente decrescente della memoria di
massa- possiamo e dobbiamo conservare tutto. Indiscriminatamente, e
senza porci problema di ridondanza.
La
ridondanza non pone problemi: o la macchina riconosce le informazioni
replicate come identiche, e le tratta come tali. O coglie lievi
differenze, e queste differenze costituiscono di per sé informazione
utile.
L'alibi
consistente nel timore della ridondanza -alibi che finisce per giustificare il controllo, l'inaridimento,
l'attaccamento alla struttura- mostra tutta la sua debolezza se si
pensa che l'informazione, intesa come insieme di dati costruito in
risposta a un bisogno di conoscenza di un preciso istante, di oggi o
di ieri, è in sé irrilevante. Attraverso le informazioni
strutturate potremo rispondere pienamente solo alle domande che ci
siamo posti ieri, e in base alle quali abbiamo creato la struttura,
definito il modello, connesso tra di loro i dati.
Il
bisogno futuro sarà prevedibilmente diverso. Dunque non ci interessa
in realtà l'informazione, ma i dati che sono serviti a costruirla.
Qualunque cosa si conservi, stiamo conservando dati, la struttura
attuale è sempre irrilevante
La
ricchezza del patrimonio conoscitivo -non solo lascito per i posteri,
diciamo per archeologi o storici di un lontano domani, ma base per
costruire informazioni utilizzabili in un immediato futuro, per
business, per gioco, o per un qualsiasi motivo- non sta dunque nelle
informazioni in sé, non sta nelle strutture, non sta nella totalità,
nell'ordine o nel controllo. Sta nei meri dati. Nei dati quali che
siano: non si sa a priori quali dati serviranno: ogni e qualsiasi
dato potrà risultare, connesso con altri dati di altre fonti,
significativo.
I
dati, però, chiusi in strutture, in modelli, forme, rischiano di
risultarci invisibili e inutilizzabili. La loro fruibilità in quanto
atomi di conoscenza
Avendo
a disposizione dati strutturati in funzione della risposta a una
domanda formulata nel passato, e volendo rendere invece i dati
passibili di utilizzi futuri, oggi imprevedibili, dovremo quindi
svolgere un lavoro di 'decostruzione': o privando da subito i dati dei
legami con la struttura d'origine, immediatamente a valle del loro
utilizzo all'interno della attuale procedura, o rinviando il lavoro di
'decostruzione' al momento futuro in cui l'informazione si rivelerà
utile.
In
ogni casi si tratta di accoppiare al dato metadati relativi alla sua
origine, alla sua storia. In modo da renderlo utilizzabile a
prescindere dalla struttura. Se, in origine, il dato 'parlava' perché
era inserito in una struttura, in futuro dovrà parlare da solo.
La
'decostruzione', dunque, consiste nel trasferire la conoscenza
relativa alla genesi e alla storia del dato dalla struttura
complessiva ad un tag che accompagna il singolo dato. Non si tratta
di cercare una completezza descrittiva. Altrimenti ricadiamo vittime
del preconcetto che vuole l'informazione utile solo se ordinata e
completamente descritta. Non credo si debba pensare perciò ad
organizzare i metadati in una struttura, in una ordinata gerarchia.
Si tratta, semplicemente, di conservare le informazioni disponibili
sull'origine e sulla storia del singolo dato. In modo da rendere più
efficace la sua interpretazione.
Questo
è, in fondo, il senso dei tag Xml. E questa è, in fondo, la pratica
che facciamo quotidianamente usando il motore di ricerca.
La
struttura sarà ogni volta diversa: apparirà, di volta in volta, una narrazione-lettura-del-mondo
differente -è questo il nuovo modo di leggere-. L’informazione grezza è
data, ma non parla, parla solo per via di connessioni, strutture emergenti.
giovedì 4 luglio 2013
Doug Engelbart: strumenti per aumentare l'umana intelligenza
Engelbart, durante il sevizio militare,
tecnico radar alle Filippine, poco più che ventenne, legge AsWe May Think, la lucida visionaria anticipazione di Vannevar Bush. Si laurea in ingegneria elettrica. Preferisce alla carriera
accademica lo Stanford Research Institute, perché ha in testa questa
idea. Ha trentacinque anni quando, agli inizi degli anni sessanta,
l'idea è matura.
La richiesta di un finanziamento, nel
1962, è l'occasione per descrive il Conceptual Framework. La
descrizione ci appare cinquanta anni dopo chiarissima, attuale. Ci
parla del caos nel quale ci troviamo a vivere e lavorare. Caos di
fronte al quale ci sentiamo a prima vista impotenti. Ci aiuta a
capire come possiamo usare al meglio -per muoverci adeguatamente in
questo caos- strumenti che ci sono ormai quotidiani, strumenti che in
questo istante sto usando, strumenti dei quali non cogliamo ancora
appieno le potenzialità ed il significato profondo.
By
“augmenting human intellect" we mean increasing the capability
of a man to approach a complex problem situation, to gain
comprehension to suit his particular needs, and to derive solutions
to problems. Increased capability in this respect is taken to mean a
mixture of the following: more-rapid comprehension, better
comprehension, the possibility of gaining a useful degree of
comprehension in a situation that previously was too complex,
speedier solutions, better solutions, and the possibility of finding
solutions to problems that before seemed insoluble. And by "complex
situations" we include the professional problems of diplomats,
executives, social scientists, life scientists, physical scientists,
attorneys, designers--whether the problem situation exists for twenty
minutes or twenty years.
We do
not speak of isolated clever tricks that help in particular
situations. We refer to a way of life in an integrated domain where
hunches, cut-and-try, intangibles, and the human "feel for a
situation" usefully co-exist with powerful concepts, streamlined
terminology and notation, sophisticated methods, and high-powered
electronic aids.1
Leggo nel titolo di Engelbart,
Augmenting Human Intellect,
l'alternativa piena e liberante al programma nascosto nel
provocatorio titolo di Norbert Wiener: Cybernetics, Control and
Communication in the Animal and Machine.
Non controllare, ma incrementare la capacità di stare-in-situazione.
Non tramite una macchina capace di lavorare come l'uomo, ma tramite
una macchina che si offre all'uomo come utensile.
In base a questo pensiero, in base a questa riflessione filosofica può iniziare il suo lavoro di laboratorio. Sei anni dopo presenterà a una platea stupita di ingegneri il primo Personal Computer.
In base a questo pensiero, in base a questa riflessione filosofica può iniziare il suo lavoro di laboratorio. Sei anni dopo presenterà a una platea stupita di ingegneri il primo Personal Computer.
1Douglas
Engelbart, Augmenting Human
Intellect: A Conceptual Framework,
Summary Report Prepared for Direction of Information Science Air
Force Office of Scientific Research, Stanford Research Institute,
October 1962.
lunedì 1 luglio 2013
Facebook e la privacy: chiedere garanzie al nemico, o meglio andare altrove
Leggo su Facebook in questi giorni il post di diversi amici -sopratutto amiche, forse anche questo vuol dire qualcosa-. E' un testo standard.
"FB ha cambiato ancora una volta la sua configurazione della privacy! A causa della nuova “graphic app” qualunque persona in FB può vedere le tue foto, i tuoi “mi piace”, i tuoi commenti.
"FB ha cambiato ancora una volta la sua configurazione della privacy! A causa della nuova “graphic app” qualunque persona in FB può vedere le tue foto, i tuoi “mi piace”, i tuoi commenti.
Voglio tenere privati i miei rapporti con te. Voglio pubblicare foto di familiari e amici senza che gli estranei vi abbiano accesso; questo succede quando i miei amici cliccano 'mi piace' o aggiungono commenti: automaticamente i loro amici possono vedere anche i nostri messaggi. Purtroppo non possiamo cambiare noi stessi questa configurazione perché FB l’ha configurata così."
Si chiede quindi di compiere una semplice operazione.
"Colloca il puntatore del mouse sul mio nome, senza cliccare; apparirà una finestra. Ora muovi il mouse su 'Amici', sempre senza cliccare, poi clicca su 'impostazioni' e apparirà una lista. Togli la spunta a 'avvenimenti importanti' e 'commenti a mi piace'. In questo modo, la mia attività tra me e i miei amici e familiari non diventerà pubblica."
Spero di aver corrisposto a questa richiesta tutte le volte che mi è stata rivolta. Condivido naturalmente il desiderio di riservare ad una cerchia ristretta certe informazioni, i gusti, le scelte, le appartenenze.
Ma vorrei che si riflettesse anche sul paradosso implicito nella richiesta di amiche e amici.
Facebook è una società con scopo di lucro, e quindi persegue un proprio interesse, che è diverso da quello di ognuno di noi. Dal punto di vista di Facebook, ci sono ovviamente motivi per comportarsi come li comporta. Qualcosa, a proposito di cosa sta dietro la nuova graphic app, lo spiega bene qui Marco Bruschi. Invito tutti coloro che si mostrano seccati e indignati per l'agire di Facebook a leggere questo post.
Facebook è una piattaforma fondata su una ideologia, su una scelta di fondo criticabile per principio: proporre un surrogato del Web, una versione semplificata. Il Web è un bene comune, Facebook è una imitazione accattivante di un bene comune. Facebook è un luogo dove qualcuno ci ospita, ma imponendoci le proprie regole di ospitalità. Da subito ci dice che può disporre di tutto ciò che pubblichiamo -sia pure dentro determinati vincoli, vincoli che però si riserva di modificare unilateralmente. (Ho cercato di esprimere questo mio punto di vista in questo post).
Abissalmente diverso è il Web: lì le regole sono frutto di una sia pur imperfetta scelta cooperativa. Numerosi sono sul Web i luoghi dove possiamo 'postare' testi che esprimono le nostre opinioni, e foto, e qualsiasi altro oggetto di conoscenza, luoghi che possiamo rendere accessibili solo a chi vogliamo noi.
Muoversi nel Web, creare luoghi riservati, richiede un minimo di conoscenza e di attenzione. Ma dobbiamo pur conoscere la macchina se vogliamo usarla consapevolmente.
Non dico quindi di non usare Facebook. Dico di usarlo con cautela. Se tutti sono su Facebook, sto lì anch'io. Ma nessuno mi obbliga a pubblicare su Facebook i miei dati personali. Nessuno mi obbliga a mettere lì le foto dei miei cari o dei miei amori segreti. Posso ben usare Facebook per rimandare i miei amici in altri luoghi del Web, più protetti, luoghi costruiti secondo le mie esigenze, dove io stesso posso decidere chi accede, e anche stabilire regole di accesso diverse da caso a caso, a seconda dei materiali e delle persone.
Usiamo Facebook come vetrina. Se su Facebook tutto è pubblico, basta saperlo, e scegliere cosa vogliamo rendere pubblico, tramite questa vastissima arena.
Se invece per comodità o semplicità finiamo per mettere su Facebook cose che per noi hanno valore, non credo che abbiamo molto di cui lamentarci. Mark Zuckenberg ha creato Facebook per speculare sulla nostra pigrizia. Sta a noi non mettere nelle sue mani roba che vorremmo tenere riservata.
Se invece per comodità o semplicità finiamo per mettere su Facebook cose che per noi hanno valore, non credo che abbiamo molto di cui lamentarci. Mark Zuckenberg ha creato Facebook per speculare sulla nostra pigrizia. Sta a noi non mettere nelle sue mani roba che vorremmo tenere riservata.
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