Noi umani siamo siamo oggi accusati di considerarci eccezionali, dominatori e sfruttatori della natura, padroni del mondo. Siamo invitati a riconoscerci come meri agenti che operano in una rete di agenti, dove sono agenti, accanto a noi e come noi e insieme a noi, cose e macchine.
Ci viene continuamente ripetuto che il vivere consiste nell'interagire con macchine, nell'interfacciarci con macchine, nel co-evolvere con macchine. Veniamo spinti a chiederci quale spazio resti per noi umani in questo scenario. Quale ruolo resti per l’uomo ente tra gli enti, povera cosa.
All’umano pre-giudicato come vittima dell’odio e della paura, schiavo di insane passioni, viene proposto un compagno, e forse anche imposto un maestro: la macchina.
Ma convivono in realtà due progetti.
Da un lato il progetto della macchina a portata di mano, macchina progettata per accompagnare l’umano nel coltivare esperienze, e per offrirgli qui ed ora, di fronte al problema, le tracce di ogni conoscenza che potrebbe rivelarsi utile.
Dall'altro il progetto della macchina enorme cosa astrusa lontana dall’uomo, macchina che che sovradetermina l’umano e lo considera come cosa.
Torniamo così a una responsabilità umana: quali macchine costruiamo come tecnici, quali macchine, come cittadini, lasciamo che vengano costruite.
Il considerare gli umani attanti tra attanti è una grande fuga ontologica. La risposta sta in un umanesimo radicale: non certo un rifiuto della macchina in sé, ma un rifiuto della macchina che non ci accompagna
Scrivo questo sommario all'inizio del 2026. Lo pongo in testa alla ripubblicazione su Stultifera Navis del testo che avevo scritto nel 2015, e che costituisce il terzultimo capitolo di Macchine per pensare, Guerini e Associati, 2016, dove il testo appare con il titolo: Cose lontane e strumenti a portata di mano.
Nessun commento:
Posta un commento