Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post

sabato 29 giugno 2024

Varie brevi riflessioni, intorno ai temi trattati nel libro 'Splendori e miserie delle intelligenze artificiali', e intorno ai temi sui quali mi interrogo in questo blog

 Brevi riflessioni pubblicate come post su Linkedin. 

L'usignolo meccanico, fiaba di Anderson, commento di Janine Chasseguet-Smirgel
Il CEO di Cisco e le iniziative vaticane come comoda propaganda
Nel 1969 Rudolf Arnheim spiegava che la cosiddetta 'intelligenza artificiale'...
Emily Bender e i pappagalli stocastici (per lo più maschi)
Umano essere-nel-mondo o sostituzione digitale
La libertà di non essere digitali, ovvero il digitale alla prova della sostenibilità
GPT: una confutazione poetica
La conversione di Yoshua Bengio
Qualcuno crede di essere capace di costruire robot dotati di 'saggezza artificiale'
Dieci possibili impegni per un 'digitale' sostenibile
Noi umani non cederemo la responsabilità della cura a una macchina
Wittgenstein: "Vogliamo camminare; dunque abbiamo bisogno dell’attrito. Torniamo sul terreno accidentato!"
Trent'anni fa leggevamo il libro di Negroponte 'Essere digitali'. Oggi...
Gli studenti del MIT di sessant'anni fa erano ben più fortunati degli studenti di oggi: 'Il Mulino di Amleto'
Perché la lezione di Epimeteo è più importante della lezione di Prometeo
Esperienza: vedere con i propri occhi l'opera d'arte
Le intelligenze artificiali non hanno accesso a ciò che non è digitalizzato
La formazione degli esseri umani e l'apprendimento delle macchine
Algor-etica: un concetto sgangherato ed equivoco
Papa Francesco parla di intelligenza artificiale
Il paradosso di Nishida: affidandosi alla macchina si rinuncia all'esperienza
Michael Polanyi e la conoscenza umana, inattingibile per la macchina
Marcel Mauss: la tecnica è innanzitutto usare consapevolmente il proprio corpo 
Perché i non giovani capiscono la cultura digitale meglio dei giovani
L'intelligenza artificiale come fuga dalla responsabilità personale
Stampa e intelligenza artificiale. Due salti tecnologici. Ma il paragone è improponibile
Judea Pearl, l'intelligenza artificiale causale e le macchine morali
Scott Aaronson e la sicurezza di GPT5
Intelligenze artificiali come metafora di sudditanza e di attesa di soccorso
Oscilliamo tra miseria e splendore. Miseria: affidarsi alla macchina. Splendore: la bellezza in noi, speriamo di vederla nella macchina.

martedì 22 marzo 2022

Architetture civili digitali

C'è software e software. Le architetture digitali civili sono frutto del senso di responsabilità personale e sociale di progettisti che si considerano prima che tecnici, cittadini appartenenti ad una comunità, eredi di una storia, viventi in una cultura.

Così, dalla posizione del cittadino, il progettista sviluppa strumenti per la cittadinanza attiva e per la partecipazione. Partecipazione in diversi sensi: partecipazione alla produzione sociale di conoscenza; partecipazione alla produzione di norme di legge; partecipazione al governo di istituzioni pubbliche o imprese private; partecipazione a processi organizzativi e flussi di lavoro.
Poi purtroppo le architetture civili finiscono per degenerare, trasformandosi nel loro contrario: strumenti nelle mani di Sovrani che riducono i cittadini a sudditi-utenti.
Ma possiamo sempre progettare nuove architetture civili...

L'informatica come potere 
Un primo modo consiste nell'intendere i costrutti digitali -computer, smartphone, sistemi, piattaforme, servizi, software e app- come mezzi che sono allo stesso tempo: In grado di condizionare e vincolare le libere scelte degli esseri umani; mezzi dotati di proprie regole indiscutibili alle quali i cittadini, ridotti ad utenti, debbono sottostare. Autonomi, sempre più indipendenti nel loro funzionamento dall'agire e dal pensare degli esseri umani.
Per questa via: I tecnici e gli imprenditori digitali si allontanano dal loro essere cittadini tra i cittadini, e appaiono invece come gli esponenti chiave di una che detiene il potere. Le tecnologie digitali appaiono così come il motore di una crescente divaricazione sociale: da un lato ricchezza, dall'altro povertà; da un lato sovranità, dall'altro sudditanza. I cittadini ridotti a sudditi-utenti sono spinti a vivere e a lavorare in luoghi digitali imposti come sostituti dei luoghi naturali. Ai cittadini non è data la possibilità di contribuire né alla costruzione dei luoghi digitali, né alla definizione delle regole che nei luoghi digitali vigono. Si apre la strada verso una situazione dove gli esseri umani si trovano obbligati a convivere con entità digitali dotate di propria autonomia ed 'intelligenza'.

L'informatica come servizio 
Un differente modo di intendere l'informatica e le tecnologie digitali vede ogni costrutto digitale come strumento creato da esseri umani ed usato da esseri umani. Esseri umani agenti e pensanti, viventi nel mondo, presenti con il proprio corpo, legati tra di loro da relazioni sociali. Consapevoli del proprio agire politico. Ogni costrutto digitale, in questo caso, resta un 'utensile' nelle mani dell'essere umano. 

In entrambi i casi l'informatica contempla il necessario lavoro di tecnici specialisti. Ma nel primo caso i tecnici digitali si pongono come esperti esterni, che creano mondi per gli altri esseri umani, abbassati da cittadini a passivi utenti. Nel secondo caso i tecnici digitali mantengono invece la consapevolezza del loro appartenere alla comunità sociale, del loro essere anch'essi cittadini del mondo. 
Stante il primo modo di intendere l'informatica si pone un problema che tocca le basi dello stesso concetto di 'legge'. Perché le leggi veramente vigenti sono le leggi -i vincoli sociali, le norme di comportamento- espresse in forma di software, applicazione, algoritmo. 
Software, applicazioni, algoritmi, sono documenti scritti in un codice noto solo ai tecnici e destinati ad istruire una macchina a funzionare in un certo modo. Cosicché per conoscere ciò che è scritto in codice digitale, il cittadino deve affidarsi a macchine e a tecnici specialisti. In questa situazione, il processo di produzione normativa stabilito da Costituzioni e giurisprudenza è svilito. 
Così come è svilito il ruolo del giurista nel suo studio e nella sua interpretazione del diritto. Stante il secondo modo di intendere l'informatica, invece, la vita sociale e civile restano intatte. I documenti sono scritti in tramite linguaggi alfabetici ed ideografici pensati da esseri umani per esseri umani. Gli esseri umani, riuniti in quanto cittadini in comunità sociali, continuano ad essere i produttori di regole di convivenza civile e di norme. 
Qui, insomma, i costrutti digitali sono intesi come mezzi per esercitare più pienamente i diritti ed i doveri impliciti nella cittadinanza. Lo sviluppo dei costrutti digitali è teso in ogni caso innanzitutto ad uno scopo: offrire la possibilità ad ogni cittadino di essere più partecipe, più attivo. 
Possiamo affermare sinteticamente che l'informatica intesa nel primo modo tende ad edificare una nuova realtà dis-umana, astratta, logico-formale. Mentre l'informatica intesa nel secondo modo -che possiamo chiamare informatica umanistica- si presenza come risorsa alla portata di ogni cittadino, come servizio civile. La caratteristica distintiva dell'informatica intesa nel primo modo è l'attenzione al dato. La caratteristica distintiva dell'informatica intesa nel secondo modo come, è l'attenzione al documento.

Ho scritto un articolo a questo proposito. Si trova qui sul portale Solotablet.

Nell'articolo parlo di come si può opporre virtuosamente il concetto di documento al concetto di dato. E ripercorro brevemente la storia di alcune benemerite 'architetture civili digitali': Internet, e-mail, Bulletin Board System (BBS), World Wide Web, Wiki, Blockchain. Ricordo però poi come questi strumenti, rovesciando gli intenti dei progettisti e l'iniziale uso, hanno finito per essere volti nel loro contrario: nuovi strumenti di controllo sociale. Auspico quindi l'emergere di nuove 'architetture digitali civili'.

Questo testo è nato nel quadro di riflessioni condivise con Luca Barbieri e Giuseppe Vincenzi, che qui ringrazio. Insieme a loro, nell'ambito della associazione Assoetica, si sta ragionando sui Registri Digitali Distribuiti. Per i fruttosi scambi sugli stessi argomenti ringrazio anche Antonio Iacono.

 

martedì 22 febbraio 2022

La pericolosa banalità dell'Algoretica e dell'Antronomia. Ovvero la pretesa di sostituire il 'computabile' all''umano'

Mi scrive un amico segnalandomi un articolo di padre Paolo Benanti. Mi segnala in particolare una frase: "Dobbiamo stabilire un linguaggio che sappia tradurre il valore morale in qualcosa di computabile per la macchina. La percezione del valore etico è una capacità puramente umana. Lavorare valori numerici è invece abilità della macchina. L'algoretica nasce se siamo in grado di trasformare in qualcosa di computabile il valore morale."

La pretesa di rendere i valori morali computabili da una macchina è insidiosa. Se si considera veramente il valore morale computabile, si apre la strada all'espropriazione dell'etica. 

Primo passaggio: i valori morali cessano di essere valori dell'essere umano e diventano patrimonio dell'esperto capace di trasformare l'etica in qualcosa di computabile. Ma computabile vuol dire: eseguibile da una macchina. Si apre così la strada -secondo passaggio- all'autonomia morale della macchina. Terzo passaggio: la macchina, che computa meglio dell'essere umano, sarà forse più morale dell'essere umano.

Ecco dunque apparire sulla scena la Moral Machine. Porta questo nome un progetto del MIT.  Ma, a proposito delle 'macchine morali', la descrizione più significativa mi pare si trovi nella conclusione del Book of Why di Judea Pearl. Qui il discorso è chiaramente sviluppato fino al terzo passaggio. (Per evitare fraintendimenti e sottolineare il pericoloso rilievo di questa posizione, trascrivo le frasi in inglese e aggiungo una mia traduzione). 

"Once we have built a moral robot, many apocalyptic visions start to recede into irrelevance. There is no reason to refrain from building machines that are better able to distinguish good from evil than we are, better able to resist temptation, better able to assign guilt and credit. At this point, like chess and Go players, we may even start to learn from our own creation. We will be able to depend on our machines for a clear-eyed and causally sound sense of justice. We will be able to learn how our own free will software works and how it manages to hide its secrets from us. Such a thinking machine would be a wonderful companion for our species and would truly qualify as AI’s first and best gift to humanity".

"Una volta che avremo costruito un robot morale, molte visioni apocalittiche inizieranno a recedere nell'irrilevanza. Non c'è motivo di astenersi dal costruire macchine che siano in grado di distinguere il bene dal male meglio di noi, meglio in grado di resistere alla tentazione, meglio in grado di assegnare colpe e meriti. A questo punto, come i giocatori di scacchi e di Go, potremmo anche iniziare a imparare dalla nostra stessa creazione. Saremo in grado dipendere dalle nostre macchine per un senso di giustizia lucido e causalmente sano. Saremo in grado di imparare come funziona il nostro software di libero arbitrio e come riesce a nasconderci i suoi segreti. Una tale macchina pensante sarebbe una meravigliosa compagna per la nostra specie e si qualificherebbe veramente come il primo e miglior regalo dell'IA all'umanità".

Dovremmo dunque dipendere da macchine per concepire il senso della giustizia. Dovremmo considerare lo stesso umano libero arbitrio un software. Dovremmo considerare la 'macchina pensante' compagna meravigliosa per la nostra specie, dovremmo apprendere da lei chi siamo e come pensare rettamente. Macchina maestra di etica. Questo non lo sostiene un delirante fanatico, lo sostiene in un libro del 2018, Judea Pearl, stimatissimo computer scientist, vincitore del Turing Award nel 2011. (Commento in modo più dettagliato il libro di Pearl qui).

Luca Peyron è un pensatore meno presuntuoso di Benanti, e aveva scritto anche cose interessanti sul corpo umano nei tempi digitali, ma in fondo segue lo stesso percorso, o anzi partecipa alla stessa ricorsa proponendo l'antronomo.

"L’antronomo è colui o colei che in un processo di creazione di un prodotto o servizio legato alla trasformazione digitale e le tecnologie emergenti pone l’umano come norma". Non competerà più all'essere umano conoscere il senso dell'umano. A dirci cosa è l'umano sarà d'ora in poi un Esperto Legittimato, iscritto ad una corporazione, dotato di patente attribuita dalla corporazione stessa.

L''umano come norma' di Peyron ci appare così vicinissimo al 'valore morale' di Benanti. Tutto deve essere detto da Esperti. 

Algoretico. Antronomo. In entrambi i casi si tratta di due esemplari Disabling Professions. L'avvento in ogni ambito di caste di esperti riduce gli spazi di partecipazione sociale, impedisce l'esercizio di una cittadinanza attiva e deprime la stessa qualità del pensiero. Il membro di una casta di esperti è portato a subordinare il proprio pensiero alla difesa del ruolo e a colludere con gli appartenenti ad altre caste di esperti. 

La presenza di esperti che parlano al posto loro depotenzia e deprime l'essere umano. Ciò è vero in modo speciale per quanto riguarda l'etica. Ogni essere umano possiede una propria etica. Magari può faticare a portarla alla luce. 

Potrebbe servire un amorevole accompagnamento teso a far crescere la consapevolezza della propria etica. Ma cosa fanno questi 'esperti'. Pearl pretende di sostituire alla morale della persona la morale della macchina. Benanti dice: la percezione del valore etico è una capacità puramente umana; ma si candida per trasferire questa capacità alla macchina. Peyron condivide l'approccio: l'umano è una categoria astratta, riducibile a norma, che l'esperto conosce meglio dell'essere umano stesso.

A ben guardare è la posizione del Grande Inquisitore di Dostoevskji. Non si contempla un cittadino in grado di attingere il libero arbitrio, capace di responsabilità. Si considerano necessarie narrazioni attraverso il quale educare il popolo. Ben venga quindi l'algoretica, pensiero espresso tramite un codice dominato dall'élite e fuori dalla portata dei cittadini.  (Parlo di questa posizione, nella versione fatta propria dal Vaticano, in quest'altro articolo. E in modo più approfondito parlo di questo nel mio libro Le Cinque Leggi Bronzee). 

Gli Esperti concordano nel passaggio chiave. Passaggio di stato. Tutto deve essere codificato in forma digitale. Tutti i nostri umanissimi discorsi devono essere resi computabili. E alla fine ci viene detto che i nostri discorsi non sono più i discorsi che noi abbiamo pronunciato. Ai nostri discorsi è sostituita la loro versione computata. 

Servirebbe a questo punto una seria riflessione sul Digital Twin. Il senso del pretenzioso assunto implicito nel concetto di gemello digitale è questo: attraverso la raccolta di dati può essere costruita la rappresentazione virtuale di ogni entità fisica, vivente o non vivente. All'essere è sostituito l'essere digitale. Al 'cerca te stesso' -la domanda chiave della filosofia- è sostituito il 'cerca te stesso nel tuo digital twin'. Alla vita nel mondo è sostituita la vita nel Metaverso. All'etica enunciata attraverso le lingue parlate dagli esseri umani è sostituita l'etica computata.

Voglio invece continuare a pensare che l'etica sia pensiero umano. Pensiero che non necessita nessuna computazione per essere efficace. Voglio continuare a pensare che più di ogni macchina sia buon compagno per l'uomo l'uomo stesso. 

L'essere umano è sfidato dall'avvento del digitale. La sfida può essere accolta considerando che, al di là di vantaggi che la digitalizzazione può portare, il futuro dell'essere umano va cercato oltre i confini dettati dalla computazione, dalla codifica digitale, dall'avvento di macchine autonome. Il futuro va cercato oltre l'esempio costituito dal modo di funzionare delle macchine. 

Ma Benanti e Peyron, peccando di sudditanza, si fanno adepti della digitalizzazione, ovvero della sua trasformazione  in 'qualcosa di computabile'.

venerdì 26 novembre 2021

Sempre a proposito di critica politica del digitale. I mezzi e i luoghi del nuovo potere

Non dobbiamo farci trarre in inganno. Una comune narrazione porta a considerare luoghi critici della politica digitale i bit e il cloud.

Ma guardando a questi concetti, abbagliati dalla loro apparenza, dalla patina esoterica delle parole nuove, restiamo lontani dall'avvicinarci all'intendere la base materiale del potere esercitato per via digitale.

I bit sono solo uno degli aspetti del codice. Possiamo smascherare l'apparente significato politico del bit attraverso lo studio del codice. Il codice va osservato come sovrapposizione di tre aspetti: supporto, linguaggio, testo. Il bit non è altro che scrittura sul supporto. Guardando al bit non cogliamo il luogo dove si esercita il potere digitale, consistente nella sottrazione all'essere umano dei frutti del proprio lavoro e della propria conoscenza.

Il cloud nasconde, dietro la sua così ben propagandata apparenza volatile, aerea, il luogo fisico. Il cloud è una architettura la cui base materiale è la Server Farm (o Data Center). Enormi magazzini di conoscenze prodotte da esseri umani, ben presenti sulla Terra, ma cancellate dalle mappe. Nella Server Farm ronzano, perpetuamente accese, macchine fisiche e supporti di memoria fisici, detenuti da Padroni del Digitale. Cloud, espressione nuova, nasconde la realtà politica del Mainframe, la macchina 'centrale' che tutto contiene, o della rete Client/Server. Dove il Server, macchina padrona, contiene tutto e determina tutto. Mentre la macchina nelle mani dell'essere umano è progressivamente svuotata e svilita.

Conosciamo praticabili alternative politiche all'architettura Client/Server. La più radicale è il Peer-to-Peer. Non è utopia: un progetto politico da considerare è Bitcoin-Blockchain.

Il bit è uno strato impolitico. Il cloud è una apparenza venduta all'utente. La comunemente accettata idea di dematerializzazione nasconde un inganno: in ogni architettura digitale resta presente la base materiale, nascosta però al cittadino ridotto a utente.

I luoghi politici a cui conviene guardare per una critica della politica digitale non sono il bit ed il cloud. Sono il dato e la piattaforma. Al di là delle parole, spiego cosa intendo.

I dati sono conoscenze frammentate, impoverite, separate dalla fonte e oggetto di appropriazione da parte dei Nuovi Padroni Digitali. Solo studiando i dati -la loro voluta frammentazione, la loro conservazione, il loro uso- possiamo indagare sul processo -politico ed economico- di sottrazione all'essere umano dei frutti del proprio lavoro e della propria conoscenza.

Le piattaforme sono istituzioni totali, artificiali, sostitutive dei luoghi sociali e terreni, di proprietà privata -una proprietà che sfugge al controllo pubblico degli Stati e degli organismi internazionali- capaci di propria produzione normativa e di controllo sociale. Dietro ogni piattaforma sta una Server Farm proprietaria, occultata agli sguardi non solo dei cittadini ma anche di ogni organismo di controllo pubblico.

Sulle piattaforme i cittadini sono ridotti a utenti di servizi preconfezionati. Servizi che occultano uno scopo implicito: sottrarre -sotto forma di dato- ciò che è frutto del lavoro e del pensiero umano.

(Parlo di piattaforme in vari altri luoghi. Tra cui questo).

martedì 16 marzo 2021

La posizione del Vaticano di fronte all'Intelligenza Artificiale e la lezione della Lettera ai Filippesi

Il rapporto Artificial Intelligence Index 2021 della Stanford University, uscito all'inizio di marzo, segnala gli eventi più importanti dell'anno scorso nel campo dell'Intelligenza Artificiale. Tra questi cita i “five news topics that got the most attention in 2020”. Tra questi, “the Vatican’s AI ethics plan”, noto sotto il titolo Rome Call for Ethics AI. 
La figura che appare a fronte dell'iniziativa è monsignor Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, consigliere spirituale della Comunità di Sant'Egidio, ma la presenza papale è evidente: Venerdì, 28 febbraio 2020 Monsignor Paglia legge all'Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia per la vita un discorso scritto da Papa Francesco (in quei giorni condizionato da problemi di salute). Si legge nel discorso del Papa: l'Intelligenza Artificiale porta “mutazioni profonde nel modo di interpretare e gestire gli esseri viventi e le caratteristiche proprie della vita umana”. 
In quella occasione viene presentata la Rome Call for Ethics AI. Firmano -insieme al Vaticano, al Ministro per l’Innovazione Tecnologica del governo italiano e alla FAO- Microsoft e IBM. 

Nuovi Concordati 
Il diverso statuto giuridico dei firmatari spinge ad una riflessione che possiamo articolare in due punti.
Primo punto, non certo nuovo, è la sovrapposizione tra Stato indipendente, Stato del Vaticano, e vertice della Chiesa Cattolica. Secondo punto, più nuovo, che troviamo tra i firmatari, con pari dignità e con pari autorevolezza, insieme a stati nazionale, organismi sovranazionali, entità private come Microsoft e IBM. 
I due punti spingono a ricordare quel particolare accordo, recepito del resto nella nostra stessa Costituzione, che è il Concordato. 
Facile ricordare l'importanza storica mostrata da questo istituto giuridico nel Ventesimo Secolo: basta ricordare i casi, tra le due guerre, dell'Italia e della Germania. La legittimazione dello Stato del Vaticano a stabilire accordi si fonda sulla sovrapposizione tra Stato del Vaticano stesso e Chiesa Cattolica. Le pubbliche autorità di Italia e della Germania ammettono una sorta di doppia cittadinanza. Numerosi cittadini dei due stati sono allo stesso tempo anche membri della Chiesa. I membri, o fedeli, della Chiesa attribuiscono alla Chiesa stessa una autorità. Lo Stato Vaticano legittimato da questa autorità tratta da pari a pari con gli Stati nazionali e gli organismi internazionali. 
Esistono forti analogie tra le fonti dell'autorità del Vaticano e le fonti dell'autorità di Microsoft, IBM, Google (dovremmo dire con più precisione la capogruppo Alphabet), Facebook, Amazon. Queste imprese private possono trattare da pari a pari con gli Stati nazionali e con gli organismi internazionali in virtù della legittimazione attribuita loro dai propri utenti. Come e più dei membri di una Chiesa, gli utenti delle grandi case digitali sono assoggettati alle loro leggi. Come ben sappiamo una parte sempre più significativa della vita politica e civile si svolge nel quadro delle regole e degli spazi concessi dalle grandi case digitali. La loro sorveglianza ed il loro controllo sull'agire dei cittadini è più efficace e pressante della sorveglianza e del controllo che gli stati nazionali sono in grado di esercitare. 
Dunque ci sono motivi per intendere la firma, un'anno fa, della Rome Call for Ethics AI come primo passo di un nuovo assetto del diritto internazionale. Il Vaticano, proponendo l'accordo, forte della propria storia, prepara il terreno per futuri concordati dove gli stati nazionali, federali o confederali, e l'Europa unita, nella sua duplice natura di riunione tra governi nazionali e di parlamento unico sovranazionale, gli stati tutti, insomma, si troveranno a dover stabilire accordi trattando da pari a pari con le nuove potenze private digitali. 
Qualcuno propone l'analogia tra le grandi case digitali e le Compagnie dell'epoca dell'Imperialismo. Ma c'è una grande differenza. Le Compagnie erano entità private come le grandi case digitali, ma agivano su concessione degli stati nazionali. La concessione alla Compagnia delle Indie fu infatti revocata nel 1800 dal governo inglese. La forza delle grandi case digitali sta nell'aver acquisito potere a prescindere da qualsiasi concessione. Le grandi case digitali, anzi, hanno creato un nuovo terreno di azione, solo a loro veramente noto, e da loro controllato, sono dunque loro nella situazione di concedere agli stessi stati nazionali spazi di azione. 
 Il potere delle grandi case digitali è dunque evidente nel presente nel governo delle piattaforme e nelle resti sociali: luoghi di vita per i cittadini; è evidente nell'appropriazione di beni comuni: i dati; è evidente nel concetto stesso di cloud: il luogo da dove si esercita il potere è ubiquo e fuori dal pubblico controllo. Ma l'attenzione dello Stato Vaticano, con motivo, va oltre, e guarda alla scena emergente sulla quale si va manifestando in modo più pesante il controllo sulle vite degli esseri umani. Il Vaticano guarda all'Intelligenza Artificiale. ​ 

Rome Call for Ethics AI 
Passiamo dunque ad osservare cosa nella Rome Call for Ethics AI è stato concordato. Per leggere senza fraintendimenti il documento, è necessario innanzitutto ricordare il senso dell'espressione Intelligenza Artificiale, Artificial Intelligence, AI. La storia stessa dell'Intelligenza Artificiale è resa irrilevante da un dato di fatto. Intelligenza Artificiale è oggi un termine ombrello teso a colpire e ammonire l'opinione pubblica. Filoni di ricerca diversissimi, ed anche in contraddizione tra di loro, sono confluiti sotto il termine ombrello. Ciò che accomuna i diversi campi di ricerca, e che a ragione inquieta le autorità vaticane, è lo scopo dei progetti: sostituire l'essere umano con macchine. Si può naturalmente disquisire all'infinito sulle modalità e sulla misura di questa sostituzione. Si può parlare di accompagnamento dell'umano, si può discettare di convivenza, interfacciamento, simbiosi tra uomo e macchina. Ma non si può ignorare la presenza dei progetti, i loro successi, l'enorme quantità di investimenti che i progetti raccolgono. Meschina appare l'opinione di chi si consola rinviando nel tempo la questione, considerando che gli effetti più perversi si manifesteranno solo in tempi futuri. Ingenuo e disinformato chi minimizza. Le autorità vaticane, giustamente, invitano ad occuparsene oggi. Perché, come si legge nel documento, è in gioco “il modo in cui percepiamo la realtà e la stessa natura umana”. Il Vaticano, facciata istituzionale della Chiesa Cattolica, si pone come difensore dei diritti degli esseri umani di fronte alla minaccia esistenziale implicita in “tecnologie che si comportano come attori razionali ma non sono in alcun modo umani”. ​ 

Ripitturare la facciata con nuovi paroloni 
Peccato che l'appello non contenga niente di nuovo, e si limiti a ripetere ciò che gli stessi attori impegnati nello sviluppo di Intelligenze Artificiali hanno, sulla carta, concordato, e scritto in ormai numerosi manifesti e lettere d'impegno. Non si pone minimamente in discussione la corsa del progresso.
La Chiesa si adegua al mondo. Come vogliono le grandi case digitali l'Intelligenza Artificiale dovrà essere robusta. In aggiunta, si concede, dovrà è essere anche benefica. Facile e comodo ripetere che “gli esseri umani e la natura” dovranno essere “al centro dello sviluppo dell'innovazione digitale”. 
Facile anche affermare che gli esseri umani dovranno essere “supportati e non sostituiti” dalle Intelligenze Artificiali. Solennemente si afferma che “affinché il progresso tecnologico si allinei con il vero progresso della razza umana e con il rispetto del pianeta, deve soddisfare tre requisiti. Deve includere ogni essere umano, senza discriminare nessuno; deve avere a cuore il bene dell'umanità e il bene di ogni essere umano; infine, deve essere consapevole della complessa realtà del nostro ecosistema”. “
Avere a cuore il bene dell'umanità e il bene di ogni essere umano”. Possiamo notare come nella Call si ripetano alla lettera le Tre Leggi della Robotica formulate nel 1940, sintetizzate dieci anni dopo nella Legge Zero dallo scrittore di fantascienza, e scienziato, Isaac Asimov: “Un robot non può recar danno all’umanità e non può permettere che, a causa di un suo mancato intervento, l’umanità riceva danno”. In più c'è solo il riferimento all'ecosistema. 
Ora, le leggi di Asimov sono ancora un riferimento affascinante e preciso. Però, anche se vorremmo che bastassero, hanno almeno tre punti deboli. 
Il primo consiste nell'universalismo: si dà per scontato che esista un'etica universale, indipendente dalle culture e dalla storia. Qui sta l'aspetto forse più insidioso del patto che la Chiesa propone ai fabbricanti di Intelligenze Artificiali: noi massimi portatori dei valori universali dell'umanità, vi legittimiamo nella vostra pretesa, o speranza, di inserire questi valori negli algoritmi. 
Il secondo è che si resta nelle mani dei tecnici che programmano il codice: il cittadino non ha modo di controllare, non esiste difesa di fronte ad un tecnico malevolo. 
Il terzo è che nel momento in cui si accetta l'esistenza di “attori razionali in alcun modo umani”, si deve accettare di conseguenza la possibilità che questi attori, Intelligenze Artificiali divenute autonome, possano divenire in grado di andare oltre le stesse regole imposte loro dai tecnici che le hanno progettate. 
Resta dunque aperto un doppio ordine di interrogativi. Osserviamo come nella Call si guarda al primo punto: si dice che è diritto di ogni persona essere messa in grado di sapere se sta interagendo con una macchina o con un essere umano (“must be aware when he or she is interacting with a machine”). Santa ipocrisia! Tra i firmatari c'è Microsoft, finanziatore di Open AI, impresa leader nel campo delle ricerche AI più avanzate. Open AI è al centro all'attenzione per aver sviluppato GPT-3, linguaggio la cui caratteristica è proprio rendere indistinguibile agli esseri umani se a parlare loro è una macchina o un essere umano. 
Quanto al secondo punto, si sceglie di non affrontarlo. Siccome la corsa al progresso non è messa in discussione, il rischio esistenziale dovrà essere accettato. Anche nel lungo periodo, la speranza resta affidata ai “valori e principi che saremo capaci di instillare nell'AI”. Saremo in grado: l'appello non chiama in causa gli esseri umani: cittadini, membri della Chiesa: ci si limita a chiamare in causa in causa gli imprenditori, i manager, i tecnici impegnati nel settore digitale. 
Caratteristico dell'appello vaticano è il ricorrente uso -a partire dal titolo- della parola etica. Si parla di “integrità etica della razza umana”. Che però appare esclusivamente affidata “impegno etico di tutti gli attori coinvolti” dell'industria digitale. 
Non aggiunge nulla l'uso del neologismo: algor-ethics. Che anzi sancisce che tutto dipende dagli addetti ai lavori. I cittadini ed i fedeli non sono che sudditi o utenti. “I promotori dell'appello esprimono il loro desiderio di lavorare insieme, in questo contesto e a livello nazionale e internazionale, per promuovere 'l'algor-etica'”. “Dobbiamo partire fin dall'inizio dello sviluppo di ogni algoritmo con una visione 'algor-etica', cioè un approccio di etica per progettazione”. ​ 

La voce di Papa Francesco 
Faremmo torto alle buone intenzioni dell'iniziativa, se non guardassimo, oltre che al testo della Call, al discorso del Papa che la promuove e la celebra. 
 Anzi, è giusto ricordare quanto il Papa afferma nell'Enciclica Laudato si'. “Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio” (109). “Di fatto la tecnica ha una tendenza a far sì che nulla rimanga fuori dalla sua ferrea logica” (108). “Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere. (…) È terribilmente rischioso che esso risieda in una piccola parte dell’umanità” (104). 
Si coglie un richiamo a queste affermazioni nel discorso papale che motiva la Call: “la profondità e l’accelerazione delle trasformazioni dell’era digitale sollevano inattese problematiche, che impongono nuove condizioni all’ethos individuale e collettivo”. “'L'Intelligenza Artificiale' (…) induce mutazioni profonde nel modo di interpretare e gestire gli esseri viventi e le caratteristiche proprie della vita umana, che è nostro impegno tutelare e promuovere, non solo nella sua costitutiva dimensione biologica, ma anche nella sua irriducibile qualità biografica”. 
“Esiste una dimensione politica nella produzione e nell’uso della cosiddetta 'Intelligenza Artificiale', che non riguarda solo la distribuzione dei suoi vantaggi individuali e astrattamente funzionali”. “In altri termini: non basta semplicemente affidarci alla sensibilità morale di chi fa ricerca e progetta dispositivi e algoritmi; occorre invece creare corpi sociali intermedi che assicurino rappresentanza alla sensibilità etica degli utilizzatori e degli educatori”. 
La consapevolezza della tremenda potenza e della dimensione politica, però, per il momento si traduce in un povero frutto: l'algor-etica, appunto. Un appello alle “competenze che intervengono nel processo di elaborazione degli apparati tecnologici”, una chiamata loro rivolta, tesa ad “assicurare una verifica competente e condivisa dei processi secondo cui si integrano i rapporti tra gli esseri umani e le macchine nella nostra era”. Così il Santo Padre, nel mentre afferma che “non basta semplicemente affidarci alla sensibilità morale di chi fa ricerca e progetta dispositivi e algoritmi”, si presta a considerare significativo passo avanti un patto con chi fa ricerca e progetta dispositivi e algoritmi. 
L'algor-etica, dice, “potrà essere un ponte per far sì che i principi si inscrivano concretamente nelle tecnologie digitali”. Si fonda così l'accordo i nuovi potentati della scena digitale; l'intenzione di e lavorare insieme con loro espressa nella Call. “L’'algor-etica' potrà essere un ponte per far sì che i principi si inscrivano concretamente nelle tecnologie digitali”, dice il Papa, anticipando e legittimando il testo della Call. ​ 

Realpolitik 
Quali sono i principi che il Papa desidera si inscrivano concretamente nelle tecnologie digitali, possiamo chiederci. Quali sono valori e principi che, come si legge nella Call, dovranno essere insillatati in ogni Intelligenza Artificiale? Papa Francesco dice: “i principi della Dottrina Sociale della Chiesa offrono un contributo decisivo: dignità della persona, giustizia, sussidiarietà e solidarietà”. 
 Il riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa finisce per essere generico. Papa Francesco ritiene sia terribilmente rischioso che potenza implicita nell'Intelligenza Artificiale risieda in una piccola parte dell’umanità. Ma il monito papale finisce per trovare povera traduzione proprio in concordato con questi nuovi potentati. 
La Rome Call for Ethics AI è un appello. L'aspetto cruciale dell'approccio vaticano sta nel non rivolgersi agli esseri umani tutti, ai cittadini del pianeta, ma ai nuovi potenti della terra. Il Vaticano, prima e più dei governi nazionali e degli organismi internazionali, chiama in causa le imprese e i tecnici impegnati nello sviluppo di “sistemi di IA”. La Chiesa, come madre che ha a cuore i suoi figli, chiama i nuovi potenti a condividere il ruolo di guida e di protettore. 
Come testimonia l'apprezzamento da parte della Stanford University, l'iniziativa vaticana finisce per essere una legittimazione, quasi una santificazione delle imprese e i tecnici impegnati nello sviluppo di “sistemi di IA”, cui è concessa la patente di disseminatori di 'algor-etica'. 
Naturalmente, le imprese e i tecnici impegnati nello sviluppo di “sistemi di IA”, intendono l''algor-etica' a modo loro. La intendono come una ripetizione di ciò che già hanno sottoscritto in diversi manifesti. L'IA dovrà essere sviluppata alla luce generici e non impegnativi principi: trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità, affidabilità, sicurezza e privacy. Principi affidati all'insindacabile cura degli addetti ai lavori. Questi sono i banali principi affermati nella Call, i principi che alla fine il Vaticano sottoscrive. Qualcosa di un po' diverso dai “principi della Dottrina Sociale della Chiesa”. Qualcosa di diverso da ciò che si leggi nell'enciclica Laudato si'. E ancor più. qualcosa di diverso da ciò che possiamo leggere nel Nuovo Testamento. 
Il Vaticano per ora si contenta di proporre una nuova vaga parola, interpretabile a proprio piacimento. Ottenendo il risultato di vedersi accolto nell'empireo di coloro che governano lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale. ​ 

Assumere la condizione di essere umano 
Così purtroppo la montagna vaticana partorisce il topolino. Eppure se teniamo presenti la tradizione cristiana e la Parola di cui la Chiesa è custode, ed anche se prendiamo spunto, come visto, dall'enciclica Laudato si', siamo stimolati a letture molto più profonde e impegnative. Per non entrare in dispute teologiche, dottrinali e pastorali, mi limito a citare di passaggio la parabola del Grande Inquisitore narrata da Dostoevskij. Il Grande Inquisitore, austero esponente della Chiesa, inveisce contro il Cristo, misteriosamente riapparso. Perché sei venuto a disturbarci? L'élite che regge il mondo si considera investita di una sacra missione; ha buon gioco a sostenere che il popolo, vittima delle proprie paure e della propria ignoranza non può capire. Il popolo deve essere governato con messaggi consolatori e rassicuranti. In modo da non disturbare gli 'addetti ai lavori', gli esperti, i professionisti, l'élite, la classe politica. 
Nell'Era Digitale questa distanza raggiunge la massima misura. I tecnici digitali, nuova avanguardia dell'élite, lavorano nei loro laboratori, sempre più lontani dai cittadini. Lontanissimi dai cittadini sono i tecnici che lavorano allo sviluppo di diverse forme di Intelligenza Artificiale. Lontanissimi da i lavoratori dei magazzini e dai consumatori sono i tecnici che scrivono gli algoritmi che governano il funzionamento della gran macchina di Amazon. 
Lontanissimi dai comuni esseri umani sono gli 'esperti' -ricercatori tecnico-scientifici e manager dei potentati digitali- che si impegnano a insufflare un'etica negli algoritmi. Anche dando per scontato che possa esistere una universale definizione dell'etica -cosa che appare indimostrabile- l'etica è affidata al buon senso ed al buon cuore dei tecnici. Ora il Vaticano si candida a partecipare a questa insufflazione. Il Vaticano offre anche alla comunità professionale degli esperti una nuova parola: algor-etica. Ma ben poco c'è dietro la parola. I tecnici vanno per la loro strada, e i preoccupati interrogativi posti nell'enciclica Laudato si' restano lettera morta. 
Paolo, nella Lettera ai Filippesi, indica un altro ben più impegnativo, radicale percorso. Il tecnico digitale, chi scrive algoritmi, disponendo di strumenti preclusi agli altri esseri umani, si trova ad essere oggi nelle condizioni di un dio che crea e governa il mondo. Nel versetto 2, 7 leggiamo: Cristo, lui che gode della condizione divina, se ne è spogliato, facendo propria la condizione umana; si è fatto riconoscere dagli esseri umani come essere umano. Spogliarsi dei propri privilegi. Svuotarsi del proprio potere. Guardare il mondo, la vita, i frutti stessi del proprio lavoro, con la saggezza dell'essere umano. Qualcosa di ben diverso dal comodo impegno ad insufflare principi etici negli algoritmi. 
Kènosis, la parola greca che indica questo atteggiamento, descrive un percorso di conversione doloroso: chiama alla rinuncia alle sicurezze e le certezze che il tecnico, nel corso della sua carriera, si costruisce. Ma solo attraverso questa conversione, chi lavora nel campo dell'Intelligenza Artificiale, potrà cogliere il senso di ciò che sta facendo.

giovedì 14 gennaio 2021

Per una Critica della Politica Digitale

Il mio libro Le Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale. E perché conviene trasgredirle (Guerini e Associati, 2020) può essere inteso come una Critica della politica digitale. Per mettere a fuoco l'argomento, basta guardare a eventi che si svolgono nei giorni in cui scrivo questo post. 
A Washington assalto al Campidoglio. Amazon decide con atto unilaterale di non offrire più spazio al social network Parlor, reo di aver ospitato i messaggi e pubblicato i video dei facinorosi che hanno assaltato il Campidoglio. 
Amazon, però, in quanto società privata, difende le proprie informazioni. Nello svelarle e nel renderle pubbliche, più dell’FBI, si rivelano efficaci gli hackers. 
L'affermazione della giustizia e la difesa dei diritti è in mano a Amazon. 
Che spazio resta per lo Stato nell'Era Digitale? Dove sta la Cosa Pubblica, l’Istituzione nella quale ci riconosciamo tutti come cittadini, dotati di uguali diritti e doveri? Quale valore hanno le leggi stabilite dalla fonte autentica, i cittadini stessi, tramite i Parlamenti? Quale spazio resta per la pubblica erogazione di giustizia? 
Questi argomenti, che sono tema di sei incontri online organizzati presso la Casa della Cultura di Milano, primo incontro 21 gennaio 2020 ore 18, possono essere articolati per punti come segue. 

0. Per una critica della politica digitale 
Guru del nuovo tempo insistono nel presentare ai cittadini la novità digitale mettendo in luce il bello e il buono di una nuova era di abbondanza. Sul versante opposto, critici spesso privi di reali conoscenze delle tecnologie muovono critiche ingenue o preconcette. Il cittadino da un lato è portato a fidarsi ciecamente, dall’altro a diffidare per principio. Le narrazioni di un tipo e dell’altro si oppongono. Ma ogni voce, di un tipo o dell’altro, sembra infine ricordare a noi cittadini la nostra ignoranza, e quindi la nostra incapacità di capire. L’innovazione appare come fatale manifestazione di Leggi di Natura, incontrastabile. Si pone così la necessità di una nuova riflessione sul libero arbitrio, sulla libertà, sui diritti civili e politici. Serve dunque ricollocare la novità nella storia, e smascherare il linguaggio tecnico, per tornare ad una lettura politica. Serve dire di come oggi -e sempre più, a quanto sembra, negli anni a venire- strumenti, macchine e piattaforme digitali appaiono dispositivi orientati al controllo sociale, macchine per governare a scapito dei diritti civili. Solo alla luce di una lucida critica si potranno individuare e rendere attivi, sul terreno digitale, nuovi spazi di democrazia e di partecipazione. E solo così si potranno individuare vie che evitino il tradursi della ricerca scientifica e tecnologia in fonte di disuguaglianza sociale. L’avvento di macchine sempre più potenti ed autonome, infatti, può essere accettato e vissuto con fiducia. Purché la presenza della macchina sia intesa come stimolo che spinga ad apprezzare, per differenza, la nostra umanità; ed a scoprire modi nuovi di essere cittadini attivi, saggi e responsabili. 

1. Linguaggi umani e codici digitali come mezzi di partecipazione e di governo 
Ad ogni cittadino è offerto un insegnamento elementare, che è la base sulla quale si erige la democrazia: l’alfabetizzazione. Saper scrivere e saper leggere, è il modo per partecipare alla scrittura delle leggi che reggono lo Stato democratico. E’ il modo per conoscere le leggi che siamo chiamati a rispettare. E’ il modo per partecipare alla vita sociale e politica. 
Ma oggi tutto ciò che conta è scritto in un codice digitale, in una ‘lingua’ che solo tecnici specialisti conoscono, e che è invece inaccessibile ai cittadini. Si tratta, oltretutto, di una lingua progettata per essere letta da macchine, e non da esseri umani. Questa lingua pensata rivolgersi a macchine è infine imposta come nuova, più evoluta lingua, agli stessi esseri umani. 
Così al cittadino è negata anche la possibilità di controllare ciò che è scritto nel codice. E risulta impossibile distinguere se a parlare all’essere umano è un essere umano o una macchina. Di fronte a tutto questo serve una nuova alfabetizzazione.

2. La Legge di Moore: speranza di abbondanza o darwinismo volgare 
La tecnica consiste nel progressivo trasferimento di capacità dagli esseri umani a macchine. Con l’avvento delle tecnologie digitali la rapidità del trasferimento si incrementa a dismisura. Ma la tecnologia digitale comporta qualcosa di più: la macchina digitale appare sempre più autonoma dall’essere umano, e finisce per contrapporsi all’essere umano. 
La fonte dell’autonomia della macchina sta nella sua capacità di calcolo. Il trionfo della novità digitale trova la sua manifestazione nella cosiddetta Legge di Moore: la crescita esponenziale della potenza di calcolo dei computer. 
I limiti stessi delle capacità di progettazione dei tecnici sarebbero resi sempre meno rilevanti dall’incremento della capacità di calcolo. Fino al punto in cui, secondo alcuni, la macchine prenderebbe il posto dell’essere umano in quanto specie a suo modo vivente. 
La storia, dunque, sarebbe, in epoca digitale, determinata, trascinata in avanti dalla potenza di calcolo delle macchine. Il progresso senza crisi ed il trionfo dell’abbondanza sarebbero così garantiti. Si tratta, però, di un darwinismo volgare. La storia della vita non si svolge come crescita esponenziale; si svolge per errori, catastrofi, crisi. 
C’è motivo di pensare che l’affidamento alla Legge di Moore costituisca una fuga dalla responsabilità filosofica e politica – ed una rinunciataria concessione di autorità ai tecnici digitali. La ragione può spingere gli umani ad affidarsi alla macchina. Ma la saggezza e consapevolezza portano a non affidarsi ciecamente alla tecnica. 

3. L’innovazione tecnico-scientifica e la trasformazione delle élites 
L’Era Digitale è la stagione in cui si concretizzano i progetti dell’Illuminismo. La Rivoluzione Scientifica e Tecnica alimenta la Rivoluzione Industriale. Il tecnico entra a far parte dell’élite. 
Nei tempi digitali si assiste ad un ulteriore passaggio: ogni campo della scienza e della tecnica, così come ogni azione politica richiede l’uso di macchine digitali. Qualsiasi altra componente dell’élite, quindi, dipende dai computer scientist e dai tecnici digitali: solo essi progettano le macchine e conoscono veramente le macchine tramite le quali l’élite esercita il proprio potere. 
Assistiamo dunque a una duplice evoluzione. Scienza e tecnica appaiono sempre più come progettazione di nuova vita e di nuovi mondi. Scienziati e tecnici si allontanano dal loro essere cittadini. 
La libertà di ricerca che ogni scienziato ed ogni ricercatore merita rischia così di separarsi dalla responsabilità del cittadino, e dalla sua partecipazione alla cura della cosa pubblica. 

4. La forma Stato nell’Era Digitale: democrazie o democrature 
Nell’era digitale scienziati e tecnici si fanno tecnocrati. La tradizionale figura del suddito, inevitabilmente subordinato al sovrano, si manifesta nell’Era Digitale nella figura dell’utente di programmi, di servizi, di piattaforme. 
L’utente gode solo dei diritti che il tecnico programmatore gli concede. Gli utenti costituiscono una massa, un popolo. 
Ogni componente del popolo è descritto secondo indicatori definiti dai tecnici, ma è sostanzialmente privo di individualità e di autonomia. Così la democrazia formale, svuotata di sostanza, si trasforma in democratura. Esempio finale: la tecnocrazia cinese. 

5. Fondamenti della cittadinanza digitale 
La storia dell’informatica vede ciclicamente l’emergere di progetti che attribuiscono al cittadino autonomia nelle scelte e nella produzione di conoscenza. Basta citare il World Wide Web e Blockchain. 
Ma presto l’innovazione tecnica tesa alla partecipazione sociale si rovescia nel suo contrario: le élite si appropriano dei progetti, ripristinandovi l’orientamento alla sudditanza ed al controllo. 
Si vanifica così la promessa delle democrazie rappresentative fondate du una costituzione votata dai cittadini. L’utente di servizi prefabbricati è la nuova incarnazione del suddito. I fondamenti di una cittadinanza digitale restano da progettare. 

6. Politiche per il lavoro umano 
Si può intendere il lavoro come massima manifestazione dell'essere umano. Lavoro nel senso di azione consapevole e responsabile. 
Di fronte a macchine -Intelligenze Artificiali, algoritmi, robot, fabbriche automatiche- capaci di sostituire il toto il lavoro degli esseri umani, non basta più parlare di ‘politiche del lavoro’: si deve parlare di politiche per il lavoro umano. Il lavoro non è per l’essere umano solo cessione di tempo o conoscenze in cambio di una remunerazione. Il lavoro è esperienza vitale. Dunque anche quando il lavoro sia svolto da macchine autonome indipendenti dagli esseri umani, ed anche quando ad ognuno sia garantito un salario sociale, in quanto esseri umani dovremo interrogarci ancora in merito al lavoro. Il tempo liberato dovrà essere colmato di impegni che evitino all’essere umano la passività del mero consumatore, l’inanità. Ciò che chiamiamo hobby o attività svolta per diletto, è in realtà lavoro. Sembra dunque opportuno cercare nuovi ‘patti per il lavoro umano’. Nei patti dovranno essere necessariamente coinvolti i tecnici progettisti delle macchine. Perché deve in ogni caso essere chiara la responsabilità di esseri umani che progettano la sostituzione di esseri umani con macchine.