giovedì 24 dicembre 2015

Natale 1944 a Berlino. Salvarsi costruendo una mattina che sarà chiamata computer

Brano tratto da Macchine per pensare, Guerini e Associati, gennaio 2016.

Diretto dall'Air Marshall Arthur Harris, comandante in capo del Bomber Command della Royal Air Force britannica, il bombardamento massivo di Berlino ha inizio nel novembre del 1943. E' particolarmente duro nelle notti del 23-24 e del 29-30 dicembre. Dopo una pausa nella notte di Capodanno, torna a flagellare la città già nelle notti dall'1 al 2 e dal 2 al 3 gennaio.
Tuttavia, il morale della popolazione civile tedesca non è definitivamente fiaccato. Durante il '44 è ancora possibile una vita quotidiana. I servizi essenziali sono mantenuti in piedi. La stessa produzione bellica di Berlino, lungi dall'essere annientata, continua anzi a crescere per tutto l'anno.
Giunge il nuovo Natale.
Il Natale nel 1944, è il più buio Natale nella storia di Berlino. Chi non era fuggito, attende con ansia fin all'alba del l'urlo delle sirene. Ma non c'è quella notte nessun allarme, nessun attacco aereo. E' un Natale di donne e bambini. Giorno di lutto per i padri e i mariti morti, giorno pieno di dolore e di timore per i padri e mariti che non hanno ricevuto licenza.
Il quella città flagellata, Konrad Zuse, giovane ingegnere, sta costruendo la quarta versione di una macchina - che sarà riconosciuto solo dopo molti anni come il primo computer della storia.



Konrad Zuse al lavoro

In Oranienstraße, mentre Berlino è flagellata da bombardamenti, Zuse non demorde, non si perde d'animo. Nonostante tutto, il lavoro prosegue alacremente attorno alla Algebraisches Rechengerät V4 - questa la denominazione che si legge sui disegni tecnici della macchina: potremmo tradurre: Algebraic Computing Device, ACD. Un nome che possiamo ben collocare accanto ai nomi, spesso fantasiosi, dei primi computer statunitensi.
Automatic Sequence Controlled Calculator, ASCC; Electronic Numerical Integrator And Computer, ENIAC; Electronic Discrete Variable Automatic Computer; EDVAC; Universal Automatic Computer, UNIVAC. Fino alla sigla consapevolmente paradossale proposta da von Neumann: Mathematical Analyzer, Numerical Integrator, and Computer, quindi: MANIAC. L’interesse ossessivo maniacale, per la propria macchina, è in fondo istinto vitale, atteggiamento opposto ai paranoici progetti di chi vede introno a sé nemici, e costruisce armi per distruggere.

Il contabile della Zuse Apparatebau ha una figlia, che collabora con i servizi segreti. Per questa via Zuse viene a sapere che negli Stati Uniti si sta costruendo una macchina forse comparabile. Zuse è preda da una curiosità ardente, quasi dolorosa. Briga finché non riesce a poter gettare lo sguardo su una foto di quella macchina. E' l'Harvard Mark I, macchina progettata da Howard Aiken, del dipartimento di fisica dell'Università di Harvard, completata nel gennaio 1943. A partire dall'originale progetto di Aiken, il Mark I è in realtà realizzato dall'IBM nei propri laboratori Endicott, con il nome di Automatic Sequence Controlled Calculator, ASCC.
Zuse, osservando la foto, si sforza di immaginare l'architettura della macchina. E in effetti l'Harvard Mark I -calcolatore digitale a relè, che legge le istruzioni contenute in un nastro di carta perforato- ha molto in comune con i VersuchModellen di Zuse. Ma è una macchina enorme, pesa quattro tonnellate e mezzo, è lunga sedici metri, alta due e mezzo, fatta di 765.000 componenti e centinaia di chilometri di cavi. E' il frutto della sconfinata potenza economica e tecnologica americana.

La Zuse Apparatebau è un'impresa marginale, ma comunque dedita ad attività militari, assoggettata a rigide- procedure. Si lavora in regime di assegnazione obbligatoria, lavoro forzato. Ma le macchine Hollerith non bastano più di fronte al caos, non sono in grado di dire chi lavora e dove. Ora ogni organizzazione è saltata.
Due dozzine di persone sono presenti ogni giorno in laboratorio. Tra di loro personale della Henschel Flugzeug-Werke e ingegneri del centro di telecomunicazioni dell' OKW, Oberkommando der Wehrmacht, Comando Supremo delle Forze Armate tedesche.
Zuse finisce per non sapere chi quel giorno verrà a lavorare. E’ impossibile pianificare, ma attorno alla macchina ferve il lavoro. Uno entra in officina, capisce da solo cosa fare, prende in mano una saldatrice, fa la sua parte.
Qualche professionalità è indispensabile. Zuse non può fare tutto da solo, ha necessità di qualcuno con competenze matematiche in grado di sostituirlo nel lavoro di programmazione -anticipando i tempi, sta mettendo a punto il Plankalkül, probabilmente il primo linguaggio di programmazione di alto livello. Arriva per strane vie un cieco che si rivela abilissimo.
Qui veramente, nel cuore della città bombardata, in un laboratorio dove si insegue un sogno, Arbeit mach frei, il lavoro rende liberi. Nel laboratorio di Zuse nessuna scritta ostentata, nessun proclama: solo lavoro cercato e offerto. Lavoro come resistenza all’insensatezza, alla paura, alla morte che incombe. Lavoro inteso come modo per mantenere viva la propria dignità. Lavoro praticato quotidianamente, il corpo e la mente coinvolti, per tenersi vivi.

Nel gennaio del ‘45, mentre sul fronte occidentale è ancora in corso il contrattacco tedesco nelle Ardenne, sul fronte orientale l’Armata Rossa rompe la resistenza tedesca, avanzando di trenta, quaranta chilometri al giorno occupa Varsavia, Danzica, la Prussia Orientale, Poznan, fino a schierarsi su una linea a sessanta chilometri ad est di Berlino, lungo il fiume Oder.
In quei giorni Zuse trova il tempo di sposarsi con Gisela Brandes, una sua collaboratrice. Intorno bombardamenti, distruzione, paura a fior di pelle, assenza di futuro. Ma Konrad vuole "una nobile cerimonia", un matrimonio solenne - lui in frac e cilindro, lei vestita di bianco. Una carrozza per gli sposi.

3 febbraio 1945: un bombardamento aereo causa distruzione nella Luisenstadt, l'area attorno a Oranienstraße. Le stesse case attorno all'officina sono abbattute. Il lavoro è stato portato avanti fino all’estremo. Ma è ormai impossibile proseguire.

Zuse smonta la macchina, imballa le parti, le carica su un convoglio ferroviario, sul quale sale insieme alla moglie incinta. Il convoglio parte da Berlino il 16 febbraio.

domenica 6 dicembre 2015

Tornare a filosofare con l'aiuto della macchina. Wittgenstein vs. Turing


Tra gli argomenti centrali di Macchine per pensare sta il 'non contentarci delle macchine che abbiamo'. La macchina che abbiamo, il computer di Turing e von Neumann non è stato progettato per aiutarci a pensare. Al contrario, è stato progettato per imporci un modo di pensare. Per questo conviene all'uomo usare il computer in un modo 'barbaro'. Solo così il computer è strumento per espandere l'umana capacità di pensare in modo libero e creativo.
Riprendo da Macchine per pensare questo brano:

Argomenta Wittgenstein:

La macchina come simbolo del suo modo di funzionare: La macchina -potrei dire a tutta prima- sembra già avere in sé il suo modo di funzionare. Che significa ciò? Conoscendo la macchina, sembra che tutto il resto, cioè i movimenti che essa farà, siano già completamente determinati.
Parliamo come se queste parti si potessero muovere solo così, come se non potessero fare nulla di diverso- (...) Usiamo la macchina, o l'immagine di una macchina, come simbolo di un determinato modo di funzionare. (...) Potremmo dire che la macchina, o la sua immagine, sta all'inizio di una serie di immagini che abbiamo imparato a derivare da questa.

Wittgenstein, così come smonta le pretese della logica formale, apre ad altri tipi di linguaggi, e ci richiama a considerare la ricchezza dei linguaggi naturali, della lingua ordinaria, così anche ci
spinge a non contentarci della macchina che abbiamo, macchina di Turing e di von Neumann.
La macchina di Turing e di von Neumann non è né la migliore né l’unica delle macchine possibili, “perché certamente la macchina può muoversi anche in modo del tutto diverso”.
Wittgenstein aveva anche tentato di convincere Turing ad allargare lo sguardo - quando il giovane matematico aveva partecipato alle lezioni del filosofo, a Cambridge, al termine degli Anni Trenta. Tentativi vani. Wittgenstein insiste nel considerare le macchine come conseguenza del pensiero umano. Turing insiste nel limitare il campo per via di regole formali, e per immaginare machine in grado di sostituire l’uomo.
Wittgenstein dunque, scrivendo negli Anni Quaranta, sa da dove viene e cosa è il computing. E non a caso Wittgenstein proprio qui, parlando di come possiamo cogliere il senso della macchina, si sporge fino ad offrire una estrema, stimolante definizione di cosa è la filosofia.

Wann denkt man denn: die Maschine habe ihre möglichen Bewegungen schon in irgendeiner mysteriösen Weise in sich? - Nun, wenn man philosophiert. (...)
Wir sind, wenn wir philosophieren, wie wilde, primitive Menschen, die die Ausdrucksweise zivilisierter Menschen hören, sie mißdeuten und nun die seltsamsten Schlüsse aus ihrer Deutung ziehen.

Quando si pensa che le macchine hanno già in sé, in qualche modo misterioso, i propri possibili movimenti? -Beh, quando filosofiamo. (…)
Noi siamo, quando filosofiamo, come uomini primitivi, come dei selvaggi, che ascoltano le espressioni di uomini civilizzati, le fraintendono, e poi traggono dalla loro interpretazione le più strane conclusioni.

Wir sind, wenn wir philosophieren, wie wilde, primitive Menschen. Noi siamo, quando filosofiamo, come uomini primitivi. Uomini che pensano di nuovo, ponendosi in una posizione originaria. Bisogna dire: ‘quando filosofiamo’. Quando ‘facciamo della filosofia’, o ‘quando facciamo i filosofi’ sarebbe svalutare il senso, subordinarlo al giudizio dei filosofi di professione, che credono di pensare, in virtù di un qualche riconoscimento istituzionale, meglio degli altri esseri umani. Ma Wittgenstein ci dice: non sono loro che sanno filosofare. Sa filosofare chi si allontana dal loro pensiero eletto a canone.
Mißdeuten: misinterpretare, fraintendere, non in senso riduttivo -come se avessero ragione Frege e Turing- e il senso fosse definito una volta per tutte in un Libro delle Regole-, ma ‘capire tra le righe’, che è il senso originario di intelligere, inter ligere.
E poi, come in Freud, troviamo aus ihrer Deutung: dall’interpretazione di quei segni, che accettiamo come stranieri, come provenienti da un altro mondo, si potranno trarre conclusioni strane, non previste dal Libro delle Regole, e per questo ricche.
Come Freud riconosceva vantaggioso lo sguardo dei profani sui sogni, così Wittgentein ci invita a guardare il mondo, e le macchine, con sguardo selvaggio, barbaro, esterno - se vogliamo: sguardo da marziano. Così, con sguardo di un barbaro, dobbiamo osservare la macchina.
Se per Turing la macchina può pensare come l’uomo e anzi al posto dell’uomo, per Wittgenstein la macchina è sempre -come in altro modo diceva Marx- frutto del pensiero dell’uomo. E anzi la macchina c’è solo perché l’uomo la sta pensando.
Se per Turing la presenza della macchina chiama l’uomo al rispetto delle regole, per Wittgenstein la presenza della macchina chiama l’uomo ad andare oltre ogni Libro delle Regole.
Se per Turing la presenza della macchina giustifica la resa dell’uomo alla passività, per Wittgenstein la presenza della macchina è un interrogativo aperto. La presenza della macchina sfida l’uomo, e lo incita a scoprire il senso, sempre nuovo senso.

Nota
Le citazioni di Wittgenstein sono tratte da: Ludwig Wittgenstein, Philosophische Untersuchungen, Basil Blackwell, Oxford, 1953; trad. it. Ricerche filosofiche, Einaudi, 1967, §193, § 194. Trad. mia.


martedì 1 dicembre 2015

SAP: storica sconfitta dell'IBM e avvento della filosofia tedesca fatta macchina

Avevo già scritto, su questo blog, del 'Sap come filosofia'. Torno sul tema, in un quadro filosofico più preciso, in Macchine per pensare (Guerini e Associati, 2016), il libro di cui questo blog è stato laboratorio. Estraggo da Macchine per pensare questo brano.

Il comunicato distribuito il 7 aprile 1964 annuncia la presentazione System/360: "This is the beginning of a new generation - not only of computers- but of their application in business, science and government". Si tratta di un computer digitale elettronico finalmente maturo e disponibile per l'uso aziendale.
La macchina è un main frame, un'unica struttura centrale posta a governo delle informazioni. I dati sono caricati sulla stessa grande macchina tramite il lavoro di tastieriste, sulla stessa grande macchina girano tutti i programmi, le operazioni di elaborazione dei dati, a cura di tecnici specializzati, si accodano l’un l’altra, i risultati dell’elaborazione sono accessibili dopo un congruo periodo di tempo su un tabulato stampato, o sullo schermo di un terminale.
L’IBM gode di una posizione quasi monopolistica. L’intero processo di trattamento dei dati di quasi tutte le organizzazioni pubbliche e private importanti del pianeta è basato su macchine -hardware- IBM, linguaggio di programmazione IBM, tecnici IBM, formazione professionale IBM, presidio di consulenti IBM.
Ma ora, negli Anni Sessanta, sviluppi tecnologici permettono di lavorare in real time, lo stesso lavoratore può caricare i dati tramite il suo terminale, senza passare attraverso figure professionali specificamente dedicate al caricamento dei dati. L’elaborazione avviene in modo automatico, i risultati del calcolo sono subito disponibili sullo schermo di qualunque terminale.
Utilizzando questa nuova tecnologia, il governo IBM dell’intero processo verrebbe messo in discussione. Si accrescerebbe di gran lunga il peso di chi scrive il programma -il software-, la gestione delle macchine sarebbe semplificata. L’IBM, ovviamente tesa come ogni Corporation alla difesa dei volumi d’affari, è restia a cavalcare questa nuova onda.
Verso il termine degli Anni Sessanta vari progetti IBM potrebbero cogliere i vantaggi del real time. Ma proprio perché vanno a ledere rendite di posizione, i progetti languono.

SAP
Cinque giovani dipendenti IBM non ci stanno. Claus Wellenreuther, Hans-Werner Hector, Klaus Tschira, Dietmar Hopp, Hasso Plattner sono dotati di una buona formazione: economia aziendale, fisica, matematica, ingegneria. Decidono di andare avanti da soli. Nel ‘72 i  cinque, in età compresa tra i ventotto e i trentasette anni, fondano per questo una società, Systemanalyse und Programmentwicklung, Analisi dei Sistemi e sviluppo di Programmi, SAP. Diverrà negli Anni Ottanta il più rilevante produttore globale di software per aziende, scardinando il primato IBM.
IBM propone ad ogni azienda la possibilità di sviluppare software coerenti con la propria cultura e le proprie strategie. SAP all’opposto propone un software sviluppato nella softwarehouse e poi ceduto in uso ad ogni azienda come oggetto unico, non modificabile. IBM vende software diversi, strumenti per lo sviluppo software, hardware. SAP offre sul mercato uno solo software, un solo programma. SAP svaluta l’hardware, la mera macchina: l’hardware -ferraglia, circuiti elettronici- è un supporto necessario ma irrilevante. Ciò che conta è il software.
Possiamo definire macchina anche il software - ma allora si tratta di macchine immateriali, mentali, knowledge, General Intellect, puro pensiero. La separazione del software dall’hardwdare è la prosecuzione su un nuovo terreno della separazione della mente, luogo del puro pensiero, dal vile corpo umano.
Con SAP il pensiero tedesco, il genio tedesco per la visione sistematica, il sogno tedesco di una società totalmente organizzata occupano finalmente il posto che meritano. Sotto le vesti di software, il pensiero tedesco detta le regole ad ogni organizzazione aziendale.

I cinque giovani tecnici tedeschi portano a compimento la visione enunciata da Alan Turing nel ‘50.
Scriveva Turing che la macchina può sostituire l’uomo nel pensare e nel lavorare. Purché, precisava Turing, si accetti una esatta definizione del lavoro. “Il lavoro è eseguire ciò che sta scritto in un Book of Rules, in un Libro delle Regole”.1 Ora finalmente, con SAP, il lavoro umano, all’interno di ogni organizzazione, è subordinato davvero ad un Libro delle Regole. Non solo l’operaio subisce il comando imposto dalla catena di montaggio. Ora qualsiasi impiegato può fare solo ciò che SAP -software, pensiero codificato- permette di fare. L’idea dell’organizzazione razionale, di cui SAP si afferma portatrice, è imposta urbi et orbi.
Solo ingegneri tedeschi potevano concepire SAP. Solo la filosofia tedesca spiega SAP. Solo SAP offre una versione così sintetica e precisa della filosofia tedesca.

Hegel
Per Hegel lo Spirito sviluppa sé stesso, si arricchisce di contenuto e si plasma nella forma fino a divenire padrone di sé e trasparente a sé stesso.2 Allo stesso modo con SAP l’idea dell'organizzazione perfetta, da puro elemento del pensiero, si trasforma in prassi, in inattaccabile, indiscutibile legge imposta alla gestione aziendale.
Hegel, e gli analisti che progettano SAP considerano la realtà come manifestazione razionale e necessaria dello Spirito. L'idea di società totalmente organizzata contenuta in SAP è quindi definita una volta per tutte. E poi imposta al mondo come assioma dato per vero. Immodificabile.
Per Hegel la storia andava intesa come graduale affermazione della ragione nel mondo. In Hegel è esplicita la consapevolezza che la filosofia è l’autocoscienza -la consapevolezza di sé- teorica di un processo storico che culmina con l’organizzazione moderna dello stato. La ragione che assume coscienza di sé nella filosofia è la stessa che stabilisce la propria supremazia nel mondo attraverso l’organizzazione politica della società. Il compiuto e razionale sistema filosofico si identifica con la compiuta razionalità delle organizzazioni.
Di questo passaggio dall’idea alla prassi il SAP è la prova provante: il modello di organizzazione razionale è dato; la storia delle organizzazioni va intesa come cammino verso la graduale affermazione della verità postulata dal SAP. Tramite SAP l'idea dell'organizzazione perfetta, da puro elemento del pensiero, da pensiero ordinato e ordinatore che pensa se stesso, si trasforma in concreta gestione aziendale. È filosofia che si dispiega sovrana a partire dal piano teorico per poi determinare la prassi.
SAP è ontologia: così come le leggi morali sovrastano l’uomo, il software è inteso come sguardo dall’alto che sovradetermina il funzionamento delle organizzazioni. Descrive le modalità fondamentali dell’essere, e quindi dell’organizzazione dell’ente, senza abbassarsi a tener conto delle sue manifestazioni particolari. Ogni provincia dell’organizzazione sarà governata dalla sua legge.
SAP è religione laica. L’idea, contenendo in sé la ragione, non può fallire. Comprando il software, compriamo l'idea dell'organizzazione perfetta. Idea che deve essere semplicemente applicata, inverata, trasferita dal cielo alla terra.
In presenza del SAP, nessuno potrà considerarci responsabili di insuccessi. Il SAP, che è la ragione organizzativa, giustifica se stesso. Non dovremo più sforzarci di migliorare la nostra organizzazione. Dovremo semplicemente sostituirla con l’organizzazione che SAP ci propone.
SAP è l’esempio che meglio di ogni altro ci permette di osservare come il software, divenuto tanto potente da poter funzionare tramite una qualsiasi macchina, finisca con l’apparire come Sapere Assoluto.

1 Alan Turing, “Computing Machinery and Intelligence”, Mind, Vol. 59, Number 236, October 1950, pp. 433-460. Poi in Alan Mathison Turing, Mechanical Intelligence, edited by Darrel C. Ince, North-Holland, Amsterdam-London-New York-Tokio, 1992; trad. it. Intelligenza meccanica, Boringhieri, Torino, 1994. Prima trad. it. “Macchine calcolatrici e intelligenza”, in Johann von Neumann, Gilbert Ryle, C. E. Shannon, Charles Sherrington, A. M. Turing, Norbert Wiener e altri, La filosofia degli automi, a cura di Vittorio Somenzi, Boringhieri, Torino, 1965, pp. 116-156.
2 Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Phänomenologie des Geistes, (System der Wissenschaft, Erster Teil), Joseph Anton Goebhardt, Bamberg und Würzburg, 1807; trad. it. Fenomenologia dello spirito, a cura di Enrico De Negri, La Nuova Italia, Firenze, 1933-1936

martedì 8 settembre 2015

Macchine per pensare

Non c'è fine in un percorso di ricerca. Ma sono arrivato in qualche modo ad una fine, nel percorso -certo non terminato- di cui lascio traccia in questo blog.
Macchine per pensare -in libreria da metà gennaio 2016, edito da Guerini e Associati- è il primo tomo del Trattato di Informatica Umanistica
Qui di seguito un breve estratto, in parte preso dall'Introduzione, in parte dal penultimo capitolo. 


L’uomo si è affidato alle macchine. Ma nemmeno questo è bastato. Il simulacro della cosa che la macchina informatica ci restituisce è certo più povero dell’idea di Platone. Ma non è tornando all’idea di Platone che riusciremo a pensare nel modo in cui serve pensare oggi. Serve un modo totalmente altro per pensare la sterminata massa di conoscenze di cui l’uomo oggi dispone. Dispone, senza esserne padrone né artefice: perché tra le conoscenze stanno le ‘leggi della natura’, ciò che l’uomo ha saputo osservare ed evincere, solo parzialmente comprendendo.
Di fronte a un qualsiasi problema, dovremmo imparare a non arrenderci mai alla comoda soluzione offerta dalle macchine. Non arrenderci a ciò che è già scritto in un algoritmo.
Di fronte ad ogni macchina, anche alla macchina che sembra offrire una soluzione all’incapacità umana di dominare la complessità, conviene continuare a pensare che là fuori, in qualche luogo ci sia un’altra macchina, in grado di funzionare diversamente. Conviene continuare a pensare che dietro ogni macchina c’è un uomo che, in un modo o in un altro, pensa. E di conseguenza costruisce la macchina.
Di fronte alle macchine, ci dice Wittgenstein, non cessare di filosofare. Filosofare in modo barbaro, come un primitivo che nulla sa della storia della filosofica, del pensiero occidentale e della tecnica. O magari come un marziano.
Heidegger è il maestro che non cessa di filosofare. Solo filosofando si può percepire il meraviglioso. Heidegger, filosofo, ammetter che c’è bisogno, di fronte alla scienza, alla tecnica, alle macchine, di pensare in un modo che va oltre i confini della stessa tradizione filosofica. Ma Heidegger non è né un barbaro né un marziano. Si rifà a Platone, a Aristotele, a Omero, cercando lumi, e ammette di non trovarli.
Heidegger pensava con il suo quaderno e la sua penna in mano, nella sua baita nella Foresta Nera, la finestra aperta sul bosco segnato da sentieri.
Ora noi possiamo seguire Heidegger su terreni sui quali Heidegger non poteva avventurarsi.
Sto pensando con la finestra aperta sul mare, passano navi e barche ognuna seguendo la sua rotta. Ma sto pensando, con l’aiuto di una macchina zu handen, una macchina maneggevole, una macchina che posso guidare abbastanza bene, facendole fare quello che voglio io. Non è proprio la macchina a cui pensava Heidegger -la macchina che prende forma nell’uso-, ma siamo vicini.
Ho aperte sullo schermo diverse finestre: i testi -editi o inediti non importa- di autori diversi in diverse lingue, alte fonti, appunti, miei testi in fieri. Ho accesso ad ogni libro, ad ogni biblioteca, alle tracce di precedenti tentativi di costruire senso esperiti da altri uomini. Posso entrare in colloquio via mail o via skype con ogni altro essere vivente, ogni altro pensatore, barbaro o ortodosso.
Posso accettare il presentarsi del pensiero che si sta formando adesso, pensiero vergine dalle costrizioni che l’informatica si era affannata ad imporgli.
C’è un paradosso in tutto questo, perché la macchina che sto usando è una macchina informatica. Ma la macchina qui è piegata a uno scopo che è l’inverso dello scopo di Turing. Wittgenstein ci aveva avvertito: la macchina può essere sempre usata in un altro modo. Ma anche: possiamo immaginare macchine sempre più adeguate allo scopo che ci si pone. E comunque già così, la macchina di Turing riconcepita da Bush, da Engelbart e Nelson, la macchina che sto usando, è una macchina per pensare.

Così ho potuto ripercorrere la strada che ha portato l’uomo a costruire macchine per non pensare.
Cartesio ha tentato di definire, senza riuscirci, le regole per dirigere l’intelletto umano al retto pensare. Senza riuscirci, ma lasciandoci come eredità un modello gerarchico, strutturato della conoscenza. Il modello sul quale l’informatica ha costruito la sua fortuna. Leibnitz ha seguito Cartesio, riducendo il pensiero a calcolo. Calcolo: cosa dura, materia che si pretende maneggiabile senza cadere nei dubbi del filosofo.
Kant, Frege, Hilbert, sia pure in modi diversi, hanno seguito questa strada. Fino ad arrivare a Turing, per il quale l’umano pensare è ridotto fino ad essere niente più che un lavoro “nel quale l’uomo non ha l’autorità di deviare da esse in alcun dettaglio” da ciò che è scritto in un Libro delle Regole.
Ho potuto narrare di come Freud ci mostra l’ignoto, l’inconscio, e ci invita a trarre di lì, per congetture, conoscenza. Ho potuto narrare di come poi lo stesso Freud abbia chiuso in uno scaffale, imbalsamato in ortodossia, il suo stesso pensiero. Ho seguito altri, come Wilhelm Reich, nel tentare di continuare a maneggiare l’oscura materia del pensiero. Ho cercato di raccontare come da una cultura nasca una macchina. Ho ricordato Konrad Zuse, che aveva sognato una macchina, e poi la costruì, per andare oltre l’orrore.

La Sache -così Heidegger chiamava la ‘problematica materia del pensiero'- con la quale sto lavorando non è roba mia solo mia. La perceptio, la percezione, la cognizione che sto portando alla luce non sono solo una rappresentazione formata dall’io umano, non è in gioco qui solo il frutto della mia capacità di vedere e di pensare. Ciò che possiamo chiamare conoscenza è il frutto del costante ‘pensare insieme’ degli esseri umani, reso efficace dal fatto che ogni essere umano è accompagnato da una macchina per pensare.
L’uomo esiste perché pensa. Pensare è cercare il meraviglioso; è avventurarsi dell’ignoto. Pensare è diradare l’oscurità. Ogni uomo partecipa a questa avventura.
Questo nuovo modo di pensare, che va oltre la tradizionale filosofia, e oltre gli scaffali -tutti i modelli dei dati, le classificazioni e i file system dell’informatica- Heidegger lo intravede parlandoci dell’intravedere, della Lichte, del cercare una luce, una radura nel bosco, o del salpare levando l’ancora e liberando nell’acqua e nell’aria il nostro pensiero.  

giovedì 5 febbraio 2015

Lasciate perdere la Search Engine Optimization (SEO) e i suoi sacerdoti

Mettetevi nei panni di un autore: pensate davvero che l’unico modo per fare conoscere un vostro libro sia necessario vederlo apparire nelle grandi librerie, sul bancone delle novità, in cima alla pila?
Se avete bisogno di immaginare il vostro libro sul bancone delle novità, in cima alla pila, allora fate bene a fidarvi di chi vi viene a parlare di SEO, Search Engine Optimization.
Questi esperti, questi piccoli guru, SEO, Search Engine Optimizer, vi diranno che, scritto un post sul vostro blog, prima di pubblicarlo sul Web, dovrete fare cose contrarie al senso comune, cose come una preghiera salmodiata in una lingua sconosciuta, preghiera rivolta al Dio Google, perché abbia pietà di voi. E altrettanto vi diranno i SEO, Search Engine Optimizer, a proposito delle pagine del vostro sito aziendale, acciocché vengano lette: dovrete adempiere a un rito, impetrare la grazia, adorare il totem, Dio Google, compiendo azioni di cui a voi, poveri umani, non è dato di capire il significato.
E vi accadrà allora che spaventati, voi piccoli uomini, di fronte all’insensatezza di ciò che vi si propone, timorosi di non saperlo far bene -come muoversi a Dio piacendo tra SERP, SEM e SEA-, consapevoli di come sia improbabile che Dio Google ascolti la vostra povera voce, vi affiderete a lui, il SEO, Search Engine Optimizer, sacerdote del culto, adoratore professionista di Dio Google, e gli direte: fai tu per noi, noi abbiamo scritto povere parole, aggiungi loro ciò che Dio Google vuol sentirsi dire per farci apparire in Alto Sulla Prima Pagina, sull’altare di questa Imprescindibile Esigenza cambia le nostre stesse parole se necessario. Non abbandonarci, ti prego, soccorrici, SEO, Search Engine Optimizer.
Perché, vi diranno, non conta quello che avete scritto, conta invece ridire ciò che voi avete scritto con troppo povere e sincere parole in un linguaggio ben accetto a Dio Google. Vi diranno che è peccato mortale non aggiungere keyword e description, invocazioni a Dio Google. Vi diranno che quello che avete scritto è troppo lungo o troppo breve. E vi diranno che avete usato le parole sbagliate. E vi diranno cosa dovete scrivere in neretto e cosa no. E vi diranno che è indispensabile aggiungere alle parole che avete scritto una immagine. E vi spiegheranno che comunque è vano considerarsi sulla retta via. Poiché Dio Google è irascibile, il suo umore sottile ed instabile, le sue ire e i suoi malumori rischiano di costantemente di scatenarsi. Poiché Dio Google, vi spiegheranno ancora i SEO, Search Engine Optimizer, vuole essere ingannato, ma è impossibile a noi umani dire fino a che punto. Cosicché, vi diranno i SEO, Search Engine Optimizer, non ci resta che vivere timorosi e succubi, in ogni istante paventando la tremenda punizione: l’Abbassamento Del Ranking.
E così voi che vi siete avvicinati al Web inizialmente con timore, ma in fondo con fiducia, considerandolo un luogo dove essere se stessi, luogo dove è finalmente possibile far ascoltare la propria voce, voi alla pari su questo nuovo terreno, alla pari del grande giornalista della grande testata, o del Pentagono o della Coca Cola, e così voi che vi siete avvicinati con fiducia al Web vi ritroverete succubi di un giudicante Grande Fratello.
E così finirete per dimenticare i lettori ai quali intendevate rivolgervi con ill vostro blog, finirete per dimenticare i clienti ai quali intendevate rivolgervi tramite il sito della vostra azienda; finirete considerare misura della bontà delle parole che avete scritto, o della vostra offerta commerciale, il giudizio insondabile del Dio Google: ciò che è bello e che è buono, il bene, è ciò che è premiato dal Sacro Ranking, il posto in Alto Sulla Prima Pagina.
E così potrete trovarvi a considerare troppo selvaggio e terribile questo costante, istantaneo confronto con il terribile giudizio del Dio Google, e vi troverete forse a preferire un mondo più protetto, dove le regole appaiono più semplici e dove si è costantemente condotti per mano, e abbandonerete allora il Web, e troverete conforto in Facebook. Vi apparirà semplice e confortevole usare le modeste opzioni offerte, vi troverete a vostro agio nello scrivere brevi post. Liberati dalla necessità di aggiungervi description e keyword. Al posto del giudizio terribile del Dio Google il più confortevole ‘mi piace’ degli amici. Al posto del difficile tentativo di essere se stessi -il vostro blog posto alla pari del sito del grande giornale; il vostro sito che si confronta con il sito della Coca Cola- il ben più facile gioco del dichiararsi follower, seguaci di qualcun altro.
E così, confortati dalle regole che Facebook vi impone, esperti ormai della gestione del vostro profilo personale, compierete il passo: aprirete una pagina. Ed ecco che allora il SEO, Search Engine Optimizer, verrà a trovarvi, con un altro nome sul biglietto da visita, e vi spiegherà che anche qui, anzi, più chi che nel Selvaggio Web, c’è un Dio che governa il mondo e che gode dell’insindacabile diritto di determinare chi vedrà la vostra pagina e chi no. E vi dirà che le leggi del Dio Facebook sono imperscrutabili e saggiamente astruse. E vi dirà che il Dio Facebook ha ora un nome più preciso, Dio Facebook For Business. E vi dirà che voi non potete capire, ma per vostra fortuna c’è lui, sacerdote del culto, lui pronto a dirvi cosa fare e come farlo.
Amici, lasciate perdere chi vorrebbe insegnarvi come fare, chi vorrebbe imporvi di andare contro il vostro fiuto e il vostro buon senso, lasciate perdere chi vuol farvi apparire difficile ciò che è facile, lasciate perdere gli ‘esperti’ che vogliono farvi apparire necessaria la loro mediazione, lasciate perdere chi vuole imporvi Regole Astruse Definite ed Imposte Dalla Macchina-Dio.
Il World Wide Web è il contrario di tutto questo. Il Web è un’altra cosa. E’ nato per permettere ad ognuno di essere se stesso. Il Web è nato per dare spazio a chi impara facendo. Ricordate, amici, che, dopotutto, scrivete per qualcuno che forse vi leggerà, non per Dio Google.
Ricordate che state cercando qualcuno che legga le cose interessanti che avete scritto. State cercando qualcuno che compri i vostri prodotti, che si distinguono per la loro qualità e la loro originalità. Questi lettori e questi potenziali clienti sono persone intelligenti, che non si fermano alla prima riga del motore di ricerca!
Adeguando il nostro modo di comunicare a ciò che Dio Google vorrebbe imporci, adeguandoci a ciò che i Sacerdoti SEO ci consigliano, rendiamo i nostri testi più standard, più normali; depotenziamo la nostra offerta, e quindi, in fin dei conti, diminuiamo le possibilità di raggiungere quei lettori che sono interessati proprio a ciò che di nuovo e di originale -non standard, non normale- noi proponiamo.
Amici, potrà anche capitarvi di parlare al vostro SEO della tesi che ho appena sostenuto -certo è una cosa che avevate già pensato da soli-. E’ probabile allora che il vostro SEO vi dica: ‘Certo, è la teoria della coda lunga’. Ed è possibile che continui a parlare cercando di spiegarvi con i giusti paroloni ciò che sapevate già, per arrivare a dirvi che sì, è vero, ma serve sempre la guida dell’‘esperto’.
Di fronte a questi paroloni, che di frequenti mi capita di ascoltare, mi consolo sempre con quelle parole di Stendhal, che sintetizzano in anticipo qualsiasi teoria delle code lunghe: "J'écris pour des amis inconnus, une poignée d'élus qui me ressemblent: les happy few”.
Scrivo per degli amici sconosciuti, un pugno di eletti che mi assomigliano: i pochi felici. Questo è il Web. Alla fin fine, ho ragione: perché nello scrivere e nel pubblicare questo testo non ho utilizzato nessuno strumento di Search Engine Optimization: nessuna description, nessuna keyword, nessuna immagine. Non ho neanche scandito il testo in paragrafi con titoli in neretto. Eppure voi mi state leggendo.

Le sacre regole dettate da famosi SEO dicono che è sbagliato e sconveniente pubblicare lo stesso testo su due siti diversi. Violo consapevolmente la regola pubblicando su www.bloom.it e qui, su diecichilidiperle.blogspot.com.




venerdì 30 gennaio 2015

L'Intelligenza Artificiale di Marvin Minsky: una promessa non mantentua


Due idee, emerse entrambe negli Anni Cinquanta, stanno alla base di due possibili, diversi sviluppi di ciò che chiamiamo computing.
Da un lato l’idea di Turing, schematica e fondata su un consolante a priori: una ‘macchina pensante’ potrà lavorare e pensare meglio di quanto pensi l'uomo, purché si accetti al definizione proposta da Turing: 'pensare e lavorare consiste nel comportarsi secondo quello che è previsto in un book of rule, in un libro delle regole. Dall'altro l’idea di von Neumann, ben più complessa e filosoficamente profonda: l’‘automa capace di autoriprodursi’, sistema caratterizzato da tutte le complessità del vivente.
Prevale, come fonte dei successivi studi e delle successive ricerche, l'idea di Turing, sono impliciti anche nella sua più avanzata ed ambiziosa manifestazione, l’Intelligenza Artificiale.
Un anno dopo la morte di Turing, cinque anni dopo l'uscita di Computing Machinery and Intelligence, nell’estate del 1955, John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon scrivono un breve testo1 dove si indicano i temi di un incontro previsto per l’estate successiva. Il luogo dell’incontro -Darmouth- è significativo: lì dove nell’estate del ‘40 una una platea di matematici -tra cui Birkhoff e Wiener- aveva assistito alla dimostrazione del Complex Number Calculator di Stibitz, si riuniscono adesso adesso un gruppo di studiosi di formazione matematica, che amano però definirsi computer scientist.
Claude Shannon, diciotto anni dopo la tesi di laurea che segna il suo precoce esordio,2 ora opera presso quegli stessi Bell Telephone Laboratories dove già aveva lavorato anche Stiblitz; Rochester lavora all’IBM; presso la storica sede di Poughkeepsie è stato Chief Architect, tra il ‘48 e il 52, del 701, il primo computer IBM general-purpose, capostipite delle macchine che presto diverranno indispensabili in ogni azienda3; Minsky appena discusso la tesi di PhD in matematica a Princeton4, tesi che è diretta ripresa delle argomentazioni del Logical Calculus di MacCulloch e Pitts; anche McCarthy ha ottenuto il PhD in matematica a Princeton, ma sopratutto ha subito l’influenza di von Neumann, 5 che lo ha spinto ad occuparsi di brain automation.
McCarthy, Minsky, Rochester, Shannon hanno trasformato il linguaggio della matematica in programming language, linguaggio teso a fornire istruzioni a macchine dette computer. Ora il loro intento è fondare la manifestazione estrema della logica matematica: l’Intelligenza Artificiale.
Colpisce però notare come nel Proposal quasi nulla si aggiungere a quanto è dato leggere in Computing Machinery and Intelligence, l’articolo scritto da Turing di cinque anni prima.

The study is to proceed on the basis of conjecture that every aspect of learning or any other feature of intelligence can in principle be so precisely described that a machine can be simulate it.

If machine can do a job, then an automatic calculator can be programmed to simulate the machine.

It may be speculated that a large part of human thought consist of manipulating words according rules of reasoning and rules of conjectures.

E così, anche, senza nulla aggiungere al Logical Calculus di McCulloch e Pitts, ci si chiede

how can a set of (hypotetical) neurons be arranged so as to form concepts.

Cinque anni dopo, alle soglie degli Anni Sessanta, nella stagione della guerra scientifica e tecnologica con l’Unione Sovietica, gli anni dello Sputnik e dei primo volo nello spazio di Jurij Gagarin, Harvey Minsky lavora al MIT, Department of Mathematics e Research Laboratory of Electronics. Nell’ottobre del ‘60 riassume in Steps Toward Artificial Intelligence i risultati raggiunti, ed i progetti di futura ricerca - attività, tutte, svolte “With the joint Support of the U. S. Army, Navy, and Air Force”.6
Non si potrebbe immaginare un testo più lontano dai documenti, stilati in quegli anni da Licklider e Engelbart, documenti rivolti agli stessi interlocutori e finanziatori militari. Licklider e Engelbart7 guardano alla simbiosi uomo macchina, al computer come tramite per l’incremento dell’umana intelligenza. Minsky, invece, afferma:

I believe that [...] we are on the threshold of an era that will be strongly influenced, and quite possibly dominated, by intelligent problem-solving machines.

Mentre Licklider e Engelbart si rifanno al As We May Think,8 il seminale testo del 1945 di Vannevar Bush, dove il We si riferisce ad esseri umani intenti a costruire conoscenza, per Minsky, in quegli stessi anni, la strada da percorrere consiste nel costruire macchine capaci di pensare meglio dell’uomo. Dove però il pensare dell’uomo è, in fondo, ridotto al pensare logico-formale, matematico. Non a casi si citano Turing, Rashevsky, McCulloch e Pitts, Wiener, ma ci si rifà anche, esplicitamente, a Russell e Whitehead, alla logica proposizionale e ed ai sistemi assiomatici.

The problem domain here is that of discovering proofs in the Russell-Whitehead system for the propositional calculus. That system is given as a set of (five) axioms and (three) rules of inference; the latter specify how certain transformations can be applied to produce new theorems from old theorems and axioms.9

Minsky ammette che negli anni avvenire si dovrà passare attraverso un periodo che vedrà dominare “man-machine systems”.10 Ma sarà solo una tappa “in our advance toward the development of ‘artificial intelligence’”. Non più “hinking aids” per poveri esseri umani, ma “more ambitious projects directly concerned with getting machines to take over a larger portion of problem-solving tasks”.
Minsky non può non ammettere le aporie logiche, le contraddizioni formali con le quali si erano scontrati, soccombendo, Russel e Frege, e poi di nuovo Gödel. Ma le risolve nel modo più scolastico che si possa immaginare, facendo appello all’autorità indiscutibile di Turing.

Here is a certain problem of infinite regression in the notion of a machine having a good model of itself: of course, the nested models must lose detail and finally vanish. But the argument, e.g., of Hayek11 that we cannot “fully comprehend the unitary order” (of our own minds) ignores the power of recursive description as well as Turing’s demonstration that (with sufficient external writing space) a ‘general-purpose’ machine can answer any question about a description of itself that any larger machine could answer.12

Nel mondo del computing, ogni problema sarà risolto. Saranno presto disponibili macchine capaci di pensare meglio dell’uomo.
Negli anni successivi la profezia resta ben lontana dall’avverarsi. Ma per Minsky, guru ormai affermato, impermeabile ormai ad ogni domanda di verifica scientifica, il gioco è orami facile. Basta spostarsi di volta in volta su una nuova accattivante teoria, cavalcandola in modo da ottenere onori e da attrarre fondi per finanziare ricerche. E non importa se la teoria è povera di spessore, basta che sia adatta ai tempi, e sia buona per essere vantaggiosamente divulgata.
Torna così in Computation. Finite and Infinite Machine e in Peceptron13 sulla capacità delle reti neurali di calcolare funzioni booleane: poco aggiunge in fondo a ciò che avevano già detto McCulloch e Pitts nel Logical Calculus. Passa poi a sostenere -in The Society of Mind14- che l’intelligenza è frutto dell’interazione tra agenti, in sé privi di intelligenza.
Vent’anni dopo The Society of Mind Minsky arriva, bontà sua, ad ammettere che “we need to find more complicated ways to explain our most familiar mental events”: il titolo del nuovo libro è Emotion Machine15. Ma anche questo nuovo tentativo di spiegare cosa siano mente e intelligenza manca di originalità e di profondità.


1John McCarthy, Marvin L. Minsky, Nathaniel Rochester, Claude E. Shannon, Proposal for the Dartmouth Summer Reaserch Project on Artificial Intelligence, August 31, 1955. AI Magazine 27(4): 12-14 (2006)
2Claude Elwood Shannon, “A Symbolic Analysis of Relay and Switching Circuits”, cit., 1937 e 1938.
3Nathaniel Rochester, “The 701 Project as Seen by Its Chief Architect”, Ann. Hist. Comp., Vol. 5, No. 2, Apr. 1983, pp. 202-204. Nathaniel Rochester, “Symbolic Programming”, IRE Trans. Electronic Comp., Vol. EC-2, 1953, pp. 10-15.
4Marvin Lee Minsky, Theory of Neural-analog reinforcement systems and its application to the brain-model problem, Princeton University, Ann Arbor, december 1954 (Dissertation).
5Nils J. Nilson, John McCarthy. A biographical Memoir, National Academy of Science, Washington, 2011.
6Marvin Minsky. “Steps Toward Artificial Intelligence”, Proceedings of the Institute of Radio Engineers, January 1961, Vol 49, pp 8-30. Poi in Edward A. Feigenbaum and Julian Feldman (eds.), Computers and Thoughts, McGraw-Hill, New York, 1963, pp 406-450.
7Douglas C. Engelbart, Augmenting Human Intellect: a Conceptual Framework, October 1962
8Vannevar Bush, As We May Think, The Atlantic Monthly (Boston), 176, july 1945, pp. 101-108.
9Marvin Minsky. “Steps Toward Artificial Intelligence”, Proceedings of the Institute of Radio Engineers, cit., p. 21.
10Marvin Minsky. “Steps Toward Artificial Intelligence”, Proceedings of the Institute of Radio Engineers, cit., p. 28.
11Friedrich A. Hayek, The Sensorv Order, Routledge and Kegan Paul, London, 1952: 8.69, 8.79.
12Marvin Minsky, “Steps Toward Artificial Intelligence”, Proceedings of the Institute of Radio Engineers, cit., p. 28, nota.
13Marvin Minsky and Seymour Papert, Perceptrons: An Introduction to Computational Geometry, The MIT Press, Cambridge, Ma., 1969; 1972 (2nd edition with corrections, first edition)
14Marvin Minsky, The Society of Mind, Simon and Schuster, New York, 1988.
15Marvin Minsky, The Emotion Machine: Commonsense Thinking, Artificial Intelligence, and the Future of the Human Mind, Simon & Schuster, New York, 2006.