mercoledì 11 febbraio 2026

La tecnica e il proprio corpo. La via di Alan Turing e l’opposta via di Marcel Mauss

In tempi di macchine potenti ed autonome, è auspicabile recuperare la sensazione del momento iniziale, quando, a mani nude, disponendo solo del proprio corpo, l'essere umano intuisce, scopre, inventa, crea, costruisce. Ripartendo ogni volta da sé stesso l'essere umano si mantiene vivo nel presente e garantisce speranze di vita futura a sé stesso ed ai posteri. Questo è il semplice ed efficace antidoto alla tendenza che la cultura digitale ci impone: costruire ed usare macchine per simulare, imitare e sostituire ciò che il nostro corpo e la nostra mente sapevano, e in fondo sanno ancora fare. 

L'etnografo francese Leroi-Gourhan, studioso di storia della tecnica, attorno alla metà degli Anni Sessanta del secolo scorso, sostiene che la tecnica è l'essenza stessa della 'ominizzazione', e cioè del sempre più consapevole farsi umani di noi umani. Leroi-Gourhan parla di 'liberazione degli organi': primo esempio è il farsi bipedi, così le mani sono liberate dalla necessità dettata dalla locomozione; parla di macchine come 'organi esteriore' sempre meglio sviluppati: il coltello esternalizza la funzione dei denti, la leva esternalizza la forza del braccio. 

Fino alle recenti macchine dette 'computer' che esternalizzano la memoria e l'esecuzione dei programmi. Leroi-Gourhan si mostra così il più fermo sostenitore di una visione evoluzionistica della tecnica. Una visione che parla del progressivo passaggio alla macchina delle doti umane, e che vede come tappa finale l'estinzione del genere umano. 

Eppure Leroi-Gourhan conclude il saggio dove più compiutamente sostiene questa tesi -Le gest et la parole1- affermando che l'avvenire, per gli esseri umani, specie obsoleta, ora costretta a convivere con macchine che sfidano gli umani stessi sul piano di ciò che può essere detto 'intelligenza', non consiste né nel rincorrere la macchina, nel nell'ibridarsi con la macchina. Consiste invece nello scegliere di restare – o tornare ad essere- sapiens

Non serve discutere qui se visione evoluzionistica di Leroi-Gourhan è da ritenere fondata. Non serve nemmeno chiedersi se l'avvento -cinquant'anni dopo il momento in cui Leroi-Gourhan scriveva- della cosiddetta intelligenza artificiale può esser letto come passaggio dell'affermazione della macchina a scapito degli umani. Serve invece ricordare che la stessa visione evoluzionistica, alla luce della conclusione di Leroi-Gourhan, ci riporta alle nostre origini: il tentativo di essere sapiens. Leroi-Gourhan ci ricorda i nostri limiti, ma anche i luoghi dove risiede la nostra forza, la nostra identità. Le nostre radici sono la nostra forza. Leroi-Gourhan, in fondo, lascia intendere che il destino non è segnato, la macchina non ha vinto; dalle solide radici è possibile discenda una vicenda evolutiva sorprendente. 

Così, ricordando le nostre radici di umani, ricordando anche le sue stesse radici, essendo anch'egli umano, Leroi-Gourhan -forse inconsapevolmente, ma in modo per noi significativo- torna alle sue origini di studioso; torna alle radici della sua ricerca. Infatti negli Anni Trenta del secolo scorso Leroi-Gourhan è stato allievo di Marcel Mauss, all'Institut d'Ethnologie e all'École Pratique des Hautes Études. Di radici culturali dell'essere umano, di origini della tecnica, e di uso umano della tecnica, parla Marcel Mauss, etnologo francese, in una conferenza nel 1934. L'articolo tratto dalla lezione esce nel 1936.2 Il titolo non ha bisogno di molte spiegazioni: Les techniques du corps, le tecniche del corpo.

Turing: macchina al posto dell'umano

1936: è proprio l'anno in cui Turing presenta nell'articolo On Computable numbers3 l'idea di una computing machine. Fino a ben dentro il Ventesimo Secolo computer non voleva dire altro che essere umano che fa di conto, contabile, computista. Turing, invece, immagina un computer-macchina. Macchina affidabile, macchina che non tradisce mai le aspettative: esegue indefettibilmente il proprio programma. 
Quando Turing scrive l'articolo ha ventiquattro anni. Giovane solitario, disperato, vive un'infelice condizione esistenziale. Neonato, è privato della vicinanza dei genitori, che risiedono in India. Vive con fatica la propria omosessualità. Ha sedici anni quando il ragazzo che ama muore. Ama la matematica: non un linguaggio per interagire con altri esseri umani, ma un linguaggio per parlare con se stesso, per cercare la propria purezza. Le carenze umane, vissute sulla propria pelle, nel proprio cuore, nel proprio corpo, motivano la ricerca di un sostituto non umano. Turing vuole, perché ne ha bisogno, dimostrare che una certa macchina può mostrarsi più affidabile dell'essere umano, più degna di stima, e anche di affetto. "We may hope that machines will eventually compete with men”, “possiamo sperare che le macchine saranno alla fine in grado di competere con gli uomini”, scrive a trentott'anni -quattro anni prima di togliersi la vita- in Computing Machinery and Intelligence.4 
I due articoli si completano a vicenda. La macchina è la conscio o inconscia proiezione dei bisogni del proprio creatore. Turing spera che al suo posto viva una macchina. Una macchina matematica, logico-formale, mentale, cartesiana, leibniziana. Priva di sembianze umane. Priva di identità sessuale, di genere indefinito. La tecnica, così, appare come la via lungo la quale allontanarsi dal proprio corpo.

La tecnica è innanzitutto servirsi del proprio corpo

Mauss propone la via opposta. “Intendo con la parola tecnica il modo in cui gli esseri umani, società per società, sanno servirsi del loro corpo”. Turing spera nella macchina, Leroi-Gourhan ci parla del progressivo allontanamento dello strumento dal corpo dell'essere umano. Mauss ci riporta all'origine della storia, e di ogni nostra possibile differente storia. Questa storia ci offre una chiave di lettura che si rivela del tutto adeguata alla scena che oggi abbia sotto gli occhi: la tecnica è sempre e innanzitutto adoperare il proprio corpo. 

Scrive Mauss: “Abbiamo fatto, e io stesso ho fatto per diversi anni, l'errore fondamentale di considerare che ci sia la tecnica solo quando c'è lo strumento”.    

Leroi-Gourhan, trent'anni dopo, parla esplicitamente del trionfo dei computer-macchine. L'evidente fenomeno lo conferma nel vedere un costante e crescente trasferimento di capacità dall'essere umano allo strumento. Finisce così per guardare a quest'ultimo, collocando ai margini della scena l'essere umano. Ma Leroi-Gourhan torna poi ad interrogarsi sulle sorti dell'essere umano, quando esso vive sulla scena determinata da strumenti e macchine sempre più autonomi e separati da lui. E allora afferma: torniamo a ricordare le radici. Ci spinge quindi a rileggere le pagine di Mauss, suo maestro. Mauss restituisce la tecnica all'essere umano. Parla di tecniche del corpo.  

Il corpo come mezzo tecnico

Il corpo", ci dice Mauss, "è il primo e il più naturale strumento dell'uomo. O più esattamente, senza parlare di strumenti, il primo e il più naturale oggetto tecnico, e allo stesso tempo mezzo tecnico, dell'uomo, è il suo corpo”. Come usiamo le mani nel lavoro e nel gesticolare. Come camminiamo, come corriamo o marciamo. Come nuotiamo moduliamo la voce nel parlare o nel cantare. E anche: come pensiamo – perché l'approccio etnologico, antropologico di Mauss lascia fuori ogni ipotesi cartesiana, ogni separazione tra mente e corpo: la mente, la capacità intellettiva, fa parte dell'essere umano intero, 'incarnato', 'incorporato'. In origine, ed in ogni tempo in cui l'essere umano è vissuto, ed ancora oggi nei tempi digitali, separarsi dalla tecnica è separarsi da sé stessi. 

La tecnica è in origine, ci dice Mauss, “un atto tradizionale efficace”. Efficacia: verbo latino efficereex facere, 'far sì'. La tecnica è produzione di effetti. Tradizione: il latino tradere è trans dare. Dare -e la radice indeuropea do- stanno per 'passaggio di possesso'. Quindi: 'dare attraverso'. Consegnare, affidare, rimettere nelle mani, mettere a disposizione. Trasmettere. Tramandare le conoscenze di generazione in generazione. “E' innanzitutto in questo che l'essere umano si distingue dagli animali: per la trasmissione delle sue tecniche, e molto probabilmente per la loro trasmissione orale”. Subissati, annichiliti dalla presenza di strumenti e di macchine, abbiamo finito per dimenticare che la la tecnica nasce dall'intento umano di compiere atti efficaci. Qualsiasi strumento è frutto di questa intenzione.

Apprendere a compiere gesti efficaci: un'antica arte

Mauss ci invita a tornare alla fonte: al momento in cui l'essere umano -in ogni luogo del pianeta che è giunto ad abitare- apprende a compiere atti efficaci. Atti relativi ad ogni fase e ad ogni aspetto della vita. In origine, l'essere umano non ha ancora in mano uno strumento. Prima di apprendere ad usare un qualsiasi strumento -un bastone, una pietra-, l'essere umano ha verificato la possibilità di usare il proprio corpo. La tecnica cessa di essere una astrazione. E cessa di essere lontana, inevitabilmente affidata ad una macchina. 

Mauss ci invita a concepire una tecnica incarnata. Una tecnica continuamente rinascente nel, dal corpo umano. In questa ottica, la rivoluzione digitale appare come causa di grave deprivazione: ogni conoscenza umana è appoggiata oggi su un supporto digitale, esterno al corpo umano; ogni atto umano sembra dover transitare oggi attraverso la mediazione di un codice digitale, di un programma. L'homo sapiens non può fare a meno di interrogarsi. Subire passivamente o reagire. Varie sono tecniche dimenticate, perdute forse per sempre. 

Tecniche, meglio arti: non dimentichiamo che arte e tecnica sono sinonimi. Una è ricordata dallo stesso Turing, proprio nell'articolo nel quale cerca di dimostrare come una macchina possa pensare: la percezione extrasensoriale. Telepatia, efficacia dei gesti degli sciamani. Di natura contigua è un'arte ricordata da Mauss. “Alla base degli stati mistici si trovano tecniche del corpo che in tempi moderni sono state dimenticate, e che furono invece perfettamente studiate nella Cina e nell'India in epoche molto antiche”. 

Antiche tradizioni del Taoismo e dello Yoga non a caso tornano alla luce nei tempi digitali, anche in forma occidentalizzate, in parte magari banalizzate. Le tecniche usate per cercare presenza, consapevolezza, mindfulness sono l'esempio più calzante. Questo ritorno è particolarmente importante: è segno di un risveglio, segno dell'umana intuizione di come di fronte all'incombere di macchine sostitutive serva riscoprire aspetti semidimenticati di sé stesso. 

Più precisamente: serva riportare alla luce quelle umane caratteristiche che più difficilmente possono essere imitate e simulate tramite una macchina digitale. Un'arte quasi perduta è certo l'arte della memoria: l'arte di ricordare usando le risorse offerte dal proprio corpo. Significativo è, nel verbo ricordare, il riferimento al cuore: luogo simbolico del corpo umano, sede della sensibilità, dei sentimenti. Sofisticate arti permettevano all'essere umano di conservare conoscenze in una quantità e con una qualità che oggi sembrano definitivamente perdute. L'arte è andata perduta probabilmente, come supponeva Platone, con il sopraggiungere della scrittura: una nuova tecnica che permetteva di affidare la conservazione della conoscenza a un supporto esterno.  

L'umano modo di conservare conoscenza

C'è qui una lezione da imparare. L'essere umano si trova di fronte dell'Era Digitale a mezzi dotati di una memoria incommensurabilmente superiore alla memoria umana. La battaglia tra essere umano e macchina è ormai persa. Non potremo mai, in ogni caso, conservare conoscenze così come sa farlo la macchina-computer. Di ciò consapevoli, abbiamo definitivamente rinunciato a fare esercizio della nostra memoria. Abbiamo accettato di ridurre le nostre capacità cognitive. Abbiamo accettato un futuro in cui umane capacità, non usate, si atrofizzeranno definitivamente. Il nostro stesso corpo è destinato ad una riduzione delle proprie funzioni: gli organi sui quali si appoggia la memoria perderanno il loro motivo di esistere. 

Eppure il ricordo umano, lo specifico modo umano di conservare conoscenza, mantiene un proprio valore. E si può presumere che non potrà mai essere del tutto imitato e simulato dalla macchina. Le tecniche del corpo sono una ricchezza alla quale non ci conviene rinunciare. Sono doti, anzi, che diventano più preziose in un mondo popolato da macchine. Non si tratta certo ora di rinunciare a tutto ciò che l'uso di strumenti e macchine ci offre. Né si tratta di rimpiangere remoti tempi felici. Si tratta di non dimenticare. 

Così come il ricordare ci riporta al mondo delle emozioni e degli affetti, il verbo dimenticare ci ammonisce: dementicus è in latino un derivato di demensde, privo di, mens, mente. Ogni essere umano, e poi gli esseri umani riuniti Si tratta dunque di tornare a sentir viva la tradizione che ci lega agli esseri umani del passato. Si tratta di non guardare solo in avanti, di non vivere auspicando l'arrivo di una nuova macchina alla quale affidarsi. Si tratta di ricordare che ogni sostituzione macchinica di una facoltà umana, è una deprivazione di umanità. Si tratta di mantener viva la fiducia in sé stessi, nell'essere umano che giorno dopo giorno può imparare a conoscenze di più sé stesso; che può apprendere ad usare in modo più efficace il proprio corpo.  

Preferire le macchine a sé stessi

Il grande paradosso che si manifesta nell'Era Digitale è questo: preferiamo le macchine a noi stessi. Invece di porre attenzione al conoscere noi stessi, costruiamo macchine per simulare e imitare ciò che il nostro corpo e la nostra mente sapevano, e in fondo sanno ancora, fare. Qualsiasi strumento comporta un pericolo: ci porta a dimenticarci del nostro corpo. La comodità dello strumento, ed ormai la consuetudine ad averlo in mano, hanno fatto dimenticare all'essere umano tutto ciò che sa fare - anche senza strumenti. 

Secondo vari guru e profeti del digitale siamo entrati in una storia irrimediabilmente nuova; per loro, così come per i loro illustri precursori, come Teilhard du Chardin e Vernadsky, il futuro dell'umanità consiste nel confluire, insieme a macchine divenute a loro modo 'intelligenti', in un indistinto nous -potremmo dire: ogni ente partecipe di una conoscenza disincarnata. Ma alla fin fine, anche accettando la supposizione di una convergenza tra essere umano e macchina, resta per l'essere umano la possibilità, o anzi: la responsabilità, di portare nel nuovo ente quanto più possibile della propria storia, del proprio modo di essere. La nuova scena digitale, e la presenza di macchine a loro modo agenti, ci spinge ad essere umani, con più coscienza e con più volontà.

Il futuro sta nelle radici

Così possiamo sostenere, con Mauss, e in fondo anche con Leroi-Gourhan, che il futuro dell'umanità, anche e proprio nell'Era Digitale, consiste nel non recidere le proprie radici, nel rammentare in ogni istante le proprie origini, nel restare nella propria specie, nella propria storia. Solo conservando nell'agire presente memoria delle origini, solo mantenendo vivi i legami con la tradizione l'essere umano può costruire il proprio futuro. Può costruire un futuro per sé stesso e per la propria specie. Siamo ancora, per nostra fortuna, e ci conviene continuare ad essere, quelle stesse persone. 

Memori del primo momento in cui l'essere umano assunse la posizione eretta e scoprì le potenzialità implicite nella propria mano e nella propria testa. E' sempre possibile, come mostra Robinson Crusoe, ricominciare daccapo, ripartire dal proprio corpo, dalle proprie mani e dalla propria testa, dalle proprie capacità, inventando nuove tecniche adatte a mondi inizialmente sconosciuti. Mauss ci riporta alla scena primaria: di fronte ad una esigenza dettata dall'ambiente, di fronte a un bisogno o un desiderio, l'essere umano cerca una soluzione efficace. 

Non è una scena da collocarsi in tempi ormai remoti. E' anzi, la scena che riviviamo in ogni istante – anche nei tempi digitali. La via che l'essere umano ha conosciuto, la via che gli ha permesso di ri-generarsi, è di affrontare il problema innanzitutto con il proprio corpo, partendo da sé stessi: da ciò che posso pensare, da ciò che ricordo e da ciò che mi hanno tramandato generazioni precedenti, da ciò che posso fare con le mie mani, da ciò che posso condividere con altri esseri umani. 

Ripartendo ogni volta da sé stesso l'essere umano si mantiene vivo nel presente e garantisce speranze di vita futura a sé stesso ed ai posteri. In tempi di macchine potenti ed autonome, è auspicabile recuperare la sensazione del momento iniziale, quando, a mani nude, disponendo solo del proprio corpo, l'essere umano intuisce, scopre, inventa, crea, costruisce.
 

Note

1André Leroi-Gourhan, Le geste et la parole, Tome 1: Technique et Langage, 1964; Tome 2: La mémoire et les rythmes, Albin Michel, 1965.

2Marcel Mauss, "Les techniques du corps", Journal de Psychologie, XXXII, 3-4, 15 mars-15 avril 1936. Communication présentée à la Société de Psychologie le 17 mai 1934.

3A. M. Turing, "On Computable Numbers, with an Application to the Entscheidungsproblem", Proceedings of the London Mathematical Society, Nov. 12,1937 [Received 28 May, 1936, Read 12 Novembr, 1936).

4A. M. Turing, "Computing Machinery and Intelligence", Mind, Vol. 59, No. 236 (Oct., 1950).

martedì 10 febbraio 2026

Forma imposta o continuo presentarsi. Heidegger, la tecnica e il nuovo pensiero

Heidegger non scrive 'contro la tecnica', né nell'Essere e il tempo, né nel dopoguerra. Scrive a proposito di come la tecnica favorisce o contrasta il pensiero umano. Scrive alla luce dell'avvento di quella cultura tecnico-scientifica che sembra rendere vana la 'filosofia'. Ma se muore 'un certo tipo di filosofia' non muore l'umano pensare.

Non è difficile constatare che Heidegger mostra di conoscere molto bene la cibernetica -e implicitamente quelle disciplina che prende il nome di 'computer science' o di 'informatica'. Per questa via si può seguire la lezione di Heidegger nel leggere criticamente in senso delle macchine proposte dall'informatica, lungo la sua storia, fino al giorno d'oggi.

L'articolo -che si sviluppa come commento puntuale della conferenza Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie, La fine del pensiero in forma di filosofia, dettata da Heidegger il 30 ottobre 1965- riprende senza modifiche il penultimo capitolo di: Francesco Varanini, 'Macchine per pensare', Guerini e Associati, 2015.

Potete leggerlo qui su Stultifera Navis.

Umanesimo radicale: quale macchina ci accompagna nel prenderci cura

 Noi umani siamo siamo oggi accusati di considerarci eccezionali, dominatori e sfruttatori della natura, padroni del mondo. Siamo invitati a riconoscerci come meri agenti che operano in una rete di agenti, dove sono agenti, accanto a noi e come noi e insieme a noi, cose e macchine. 

Ci viene continuamente ripetuto che il vivere consiste nell'interagire con macchine, nell'interfacciarci con macchine, nel co-evolvere con macchine. Veniamo spinti a chiederci quale spazio resti per noi umani in questo scenario. Quale ruolo resti per l’uomo ente tra gli enti, povera cosa.

 All’umano pre-giudicato come vittima dell’odio e della paura, schiavo di insane passioni, viene proposto un compagno, e forse anche imposto un maestro: la macchina. 

Ma convivono in realtà due progetti. 

Da un lato il progetto della macchina a portata di mano, macchina progettata per accompagnare l’umano nel coltivare esperienze, e per offrirgli qui ed ora, di fronte al problema, le tracce di ogni conoscenza che potrebbe rivelarsi utile. 

Dall'altro il progetto della macchina enorme cosa astrusa lontana dall’uomo, macchina che che sovradetermina l’umano e lo considera come cosa. 

Torniamo così a una responsabilità umana: quali macchine costruiamo come tecnici, quali macchine, come cittadini, lasciamo che vengano costruite. 

Il considerare gli umani attanti tra attanti è una grande fuga ontologica. La risposta sta in un umanesimo radicale: non certo un rifiuto della macchina in sé, ma un rifiuto della macchina che non ci accompagna 

Scrivo questo sommario all'inizio del 2026. Lo pongo in testa alla ripubblicazione su Stultifera Navis del testo che avevo scritto nel 2015, e che costituisce il terzultimo capitolo di Macchine per pensare, Guerini e Associati, 2016, dove il testo appare con il titolo: Cose lontane e strumenti a portata di mano.

Potete leggere qui su Stultifera Navis.

giovedì 23 ottobre 2025

Piedi umani e scarpe vecchie

Il concetto di Accoppiamento Strutturale (Structural Coupling) proposto da Humberto Maturana, neurofisiologo e filosofo, ci offre la chiave per intendere il senso di diverse espressioni molto usate, ma poco chiaramente definite: interfaccia uomo-macchina, interazione umani-intelligenza artificiale, coevoluzione umani-intelligenze artificiali, agency...

Due sistemi auto-organizzati interagiscono adattandosi reciprocamente.

L'accoppiamento strutturale è frutto di interazioni ricorrenti e ricorsive tra due sistemi.

Umani e macchine si trovano ad essere accoppiati strutturalmente.

Ma ciò che appare più interessante è il fatto che Maturana, lungi dal limitarsi alla descrizione formale, propone una metafora:

L’accoppiamento strutturale è l’adattamento reciproco di una piede e di una scarpa.

Nell'accoppiamento strutturale tra sistema 'umano' e sistema 'macchine' l'essere umano è il piede e la macchina è la scarpa.

Tra i due sistemi - piede-essere-umano e scarpa-macchina - esistono irredimibili differenze.

In quanto esseri umani viviamo l'esperienza dell'accoppiamento strutturale come piedi che indossano scarpe.

Anche chi osserva l'accoppiamento tra piede-essere-umano e scarpa-macchina -per quanto possa tentare di mettersi nei panni di un pipistrello o di una macchina- è un essere umano.

Maturana narra la metafora piede-scarpa in varie versioni.

E' significativo notare che in più di una versione Maturana non si limita a parlare di 'scarpa', ma precisa: 'scarpa vecchia'.

La metafora di Maturana ci invita a pensare che la progettazione e la costruzione della scarpa sono portate a termine da ogni essere umano - che adatta la scarpa a sé, in modo da camminare bene.

La metafora ci spinge anche a sospettare: lo scopo per il quale è progettata la scarpa-macchina-intelligenza-artificiale è imporre ad ogni umano il modo di camminare.

(Potete leggere una versione più ampia ed articolata di questo testo qui, su Stultifera Navis)

venerdì 18 aprile 2025

A proposito di 'Macchinocentrismo'. Suggestioni storico culturali e situazione presente

 Dante

Possiamo leggere la cultura digitale alla luce della storia, invece di rileggere -come accade troppo di frequente- la storia alla luce della cultura digitale.
Ecco un esempio. Leggiamo l'esordio del Canto XI del Paradiso (1-3):

O insensata cura de’ mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!

Cosa sono i sillogismi: sono il principale strumento degli studiosi di logica nel medioevo. Guardare alla posizione dei termini in una proposizione, senza occuparsi del loro valore di verità. Rendere conto delle diverse funzioni che le parole possono svolgere quando compaiono come termini in una proposizione.
Bastano questi brevissimi accenni per dire che è possibile stabilire una analogia tra i sillogismi della logica medievale e la codifica digitale. In particolare, ai sillogismi della cultura medievale corrispondono gli algoritmi della cultura digitale.

Cosa ci dice Dante? Non ci dice certo di rifiutare la cultura tecnico-scientifica-filosofica del tempo. Dante viveva immerso in questa cultura e la conosceva benissimo. Ma ci ricorda che il pur acuminato strumento tecnico, creato per avvicinarci alla conoscenza, è 'difettivo'. Il ragionamento basato sul sillogismo resta inevitabilmente imperfetto. I sillogismi finiscono per ingabbiare il nostro pensiero, gli impediscono di volare.
Altrettanto possiamo dire oggi degli algoritmi.

Ma ciò che più ci interessa è il fatto che Dante non si limita ad una critica, ma ci offre l'indicazione di un possibile percorso umano di elevazione, oltre i limiti rigorosi di una logica che finisce per essere una gabbia.
Leggiamo dunque il Canto XXIV del Purgatorio (52-54):

(...) "I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando".

Importante notare che Dante parla di sé, del suo personale tentativo di trovare una strada - oltre il pensiero consueto, oltre la filosofia consolidata, oltre lo spirito del tempo. Noi scolasticamente conosciamo il nuovo pensiero che Dante propone 'Stil Novo'. Ma non si tratta certo solo di letteratura: è la risposta culturale alla chiusura logico-formale del sillogismo.
Dunque una guida per noi, per guardare oltre la chiusura logico-formale dell'algoritmo.
Dice Dante: io sono uno che, quando l'Amore mi parla nel cuore, ne prendo nota, e cerco di esprimere in parole ciò che egli mi detta, esattamente nel modo in cui egli lo detta.

Cos'è questo Amore? E' la forza che emana nel 'cuore' di tutte le creature in cerca della loro perfezione. E', potremmo dire oggi, la ricerca della presenza, della consapevolezza, di un bene non solo personale ma comune.
Dante ci invita a non affidarci a sillogismi ed algoritmi.
Dante ci dice che solo in questo Amore sta la vera nobiltà umana.

Jakob Böhme

“Lo studente disse: ‘Questo luogo è vicino o lontano?’. Il maestro rispose: ‘È dentro di te. Se riuscissi a mettere a tacere ogni desiderio e pensiero per un’ora, udiresti le ineffabili parole di Dio’". Così, siamo chiamati ad abbandonare fallaci speranze di controllo, e a muoverci invece con 'gelassenheit': serenità, abbandono, calma, placidità, tranquillità.
Jakob Böhme (1575-1624), teologo, filosofo, che di lavoro faceva il ciabattino, pensatore eterodosso, mistico, visionario, ermetico, gnostico, ci propone, all'inizio del Seicento, uno sguardo che bene illumina i foschi anni che viviamo.
Le paure che bloccano l'agire umano; il timore che ci incute il disordine sociale; e, ancora, il timore oscuro del controllo di nuovi Grandi Fratelli Digitali. Tutto questo può essere letto alla luce del pensiero di Böhme.
La gran parte della filosofia - e poi la breve storia del computing, prosecuzione della filosofia con altri mezzi, possono essere intese come tentativo di costruire solide e indefettibili strutture, ben fondate, dove ogni livello di pensiero si spiega razionalmente attraverso livelli di pensiero già consolidati.
Böhme ci invita invece a vivere nella scena primaria, lì dove nasce il pensiero.
“Non possiamo afferrare ciò”. Afferrare è traduzione approssimativa di
'begreifen'. 'Begriff', 'concetto', è parola chiave della filosofia tedesca, da Kant a Hegel.
Böhme ci chiama a collocarci nel momento anteriore all'affermazione di una rassicurante ragione: prima c'è il tentativo, il processo, la possibilità, l'accettazione fiduciosa dell'ignoto.
Ciò che ci appare inafferrabile, incomprensibile, è, ci insegna Böhme, l'Un-Grund. Senza-Fondo, Senza-Fondamenti. E' in potenza la fonte di ogni possibile. Genesi di conoscenza.
Böhme ci insegna a non cercare un Dio-macchina capace di governare la conoscenza con superiore efficacia. Ci insegna a non cercare nemmeno un Dio-programma capace di rispondere ad ogni domanda. Ci insegna a non provare timore di fronte al caos primigenio. Ci insegna a non avere paura di fronte all’ignoto e al non familiare. Ci insegna a non provare angoscia per il disordine che regna tra i dati.
Non c'è motivo perché l'uomo debba ridursi a macchina, né c'è motivo perché l'uomo debba appartenere ad una superiore macchina. Se proprio dovessimo ridurci ad usare, parlando di umanità, il termine macchina, dovremmo semmai dire: è una macchina-Ungrund.

Tutto in qualche modo è già stato detto e pensato - ma proprio questa è la trappola che Böhme ci invita ad evitare. Non pensare alla luce del già pensato, ma assumerci la responsabilità del pensare qui ed ora.

Immanuel Kant

Il 30 settembre 1784 Kant, risponde sulla rivista Berlinische Monatsschrift alla domanda: 'Cos'è l'Illuminismo?'. L'incipit è emozionante. "L'Aufklärung", ci dice Kant,"è l'uscita dell'essere umano dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l'incapacità di servirsi della propria 'Verstand' [intelligenza, senno, mente, ragione, animo] senza la guida di un altro". “Sapere aude!”, osa conoscere! “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!”.
Eppure, pessimisticamente aggiunge subito, “gli esseri umani rimangono minorenni a vita”. “È così comodo essere minorenni! Se ho un libro che ha Verstand per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che sceglie per me la dieta, ecc., non ho certo bisogno di sforzarmi da solo”. “E' dunque difficile liberarsi da una minorità divenutagli quasi natura”.

Kant mette in evidenza la stretta connessione tra l'atteggiamento passivo degli esseri umani e la presenza di Vormündern -custodi, guardiani, tutori di minorenni incapaci- “che si sono assunti con tanta benevolenza la sorveglianza sugli esseri umani” da convincerli che “il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile”, è anche “molto pericoloso”.
Così l'elogio dell'esercizio della propria intelligenza da parte di ognuno con cui si apre l'articolo, dopo pochi capoversi è rovesciato in una scettica constatazione: gli esseri umani sono “placide creature instupidite come animali domestici”, grandi masse senza cervello, incapaci di pensare.

Vediamo benissimo in queste pagine la situazione dell'essere umano nell'Era Digitale. Facili promesse di nuovi spazi aperti alla libera conoscenza, a nuove esperienze, ma nei fatti anonime folle di utenti di app e piattaforme, ognuno legato “ai ceppi di una permanente minorità”. Fino al fiducioso affidamento d'ognuno ai nuovi Vormündern: Intelligenze Artificiali.

Kant non si indigna di fronte a questo perpetuarsi della minorità. Perché, scrive, qualsiasi libertà civile dei cittadini è subordinata al prioritario buon funzionamento della 'gemeinen Wesen' [cosa pubblica, comunità, repubblica]. Per questo è necessario un Mechanism che garantisca ordine ed efficienza.
La buona organizzazione esige che non solo lavoratori, ma anche dirigenti siano 'Theil der Maschine', parte della macchina.
“Il governo tramite una künstliche Einhelligkeit [un'armonia artificiale], dirigerà i comportamenti di tutti costoro verso pubblici scopi, o almeno li indurrà a non contrastare tali scopi”.
Si potrà anche “permettere ai sudditi di fare uso pubblico della loro ragione” esponendo “le loro idee sopra un migliore assetto della legislazione”, ma alla fine, per Kant, l'Illuminismo si riduce a questo: l'affidamento a un Sovrano Illuminato.
Egli, disponendo delle forze dell'ordine “a garanzia della pubblica pace”, può dire ai sudditi: ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete; solamente obbedite!

Parole scritte due secoli e mezzo fa illuminano il nostro presente.

Georges Bernanos

« Le danger n’est pas dans la multiplication des machines, mais dans le nombre sans cesse croissant d’hommes habitués, dès leur enfance, à ne désirer que ce que les machines peuvent donner
Il pericolo non sta nella moltiplicazione delle macchine, ma nel numero che cresce senza sosta di uomini abituati, dalla loro infanzia, a non desiderare altro che ciò che le macchine possono dare
Così scrive Georges Bernanos il 20 gennaio 1945

«L’idée que la liberté puisse disparaître peu à peu d’une civilisation technique où, en effet, elle n’a pas de place, m’est, à la lettre, intolérable.»
L'idea che la libertà possa sparire poco a poco da una civiltà tecnologica in cui, in effetti, non ha posto, mi è letteralmente intollerabile.

nel 1938 all'esilio in Brasile, vive dal 1940 in un a casa isolata, nei pressi di Barbacena, Minas Gerais, alle pendici di una collina chiamata Cruz das Almas.
Si intitolerà 'Le Chemin de la Croix-des-Âmes' (1948) la raccolta dei suoi scritti di quegli anni: articoli per giornali brasiliani e francesi, lettere aperte.
Bernanos è impegnato nella Resistenza. De Gaulle il 16 febbraio 1945 gli telegrafa «Votre place est parmi nous». In giugno torna in patria, ma rifiuta il ruolo di ministro che De Gaulle gli propone.

«Sono uno scrittore e, se Dio vuole, anche un poeta», dice di sé. «Non invento niente, racconto quello che vedo». E cosa vede Bernanos in quegli anni?

Sono gli anni del dopoguerra, del possibile inizio di tempi migliori. Politici, sociali. Bernanos, in quegli anni, coglie sintomi premonitori. Si chiede: non stiamo forse cadendo in "una fiducia cieca nella Civiltà delle Macchine?".
Nello stesso 1948, in cui esce presso Gallimard 'Le Chemin de la Croix-des-Âmes', esce in prima edizione mondiale presso un altro editore parigino il saggio di Norbert Wiener: 'Cybernetics; or, Control and communications in the animal and the machine'.

Bernanos scrive:

«L’idée que la liberté puisse disparaître peu à peu d’une civilisation technique où, en effet, elle n’a pas de place, m’est, à la lettre, intolérable.»

L'idea che la libertà possa sparire poco a poco da una civiltà tecnologica in cui, in effetti, non ha posto, mi è letteralmente intollerabile.

Ritorna sul tema in un saggio breve e nervoso, ricco di domande e di ammonimenti: 'La France contre les robots', 1947.
Bernanos, che ha passato la vita ad interrogarsi sulla propria fede, sull'impegno civile, finisce per passare gli ultimi anni della sua vita riflettendo su macchine che «dispensent de penser, de vouloir, de prévoir», dispensano dal pensare, dal volere, dal prevedere.
Questo, in fondo, è il suo testamento. Muore infatti, sessantenne, il 5 luglio 1948.

Amartya Sen 

Sen ci mette in guardia di fronte alle metriche, ai modelli. Spesso portano a trascurare il punto di vista di minoranze e oppositori. Meglio molti dati sporchi, difficili da interpretare, che pochi dati puliti.
Scrive: “ridurre ad un solo quantum omogeneo tutto ciò cui abbiamo motivo di dare valore non è possibile”. Quindi, dice, invece di ricondurre gli aspetti implicati nelle valutazioni a un unico sistema di pesi (come accade, ad esempio, nelle metriche contabili e bilancistiche; o come accade, in informatica, scegliendo un modello di dati o un algoritmo), meglio una ricca serie di pesi anche non pienamente congruenti tra di loro.

In un quadro segnato da una crescente divaricazione tra ricchezza e povertà

"Invece di accanirci a stabilire cos’è la giustizia ‘in principio’, facciamo il possibile, qui ed ora, anche magari per tentativi e errori, accettando l’imperfezione, facciamo il possibile per invertire il circolo vizioso della povertà e dell’ingiustizia."

"Si tratta quindi di accettare la complessità del mondo. Piuttosto che cercare rappresentazioni perfette del mondo, partecipare -per quanto è possibile ad ognuno di noi- alla costruzione di un mondo meno ingiusto."

"Non sta a noi definire cosa sarà considerato importante dai nostri figli, e da ogni generazione futura. Non sta a noi definire per loro gli ‘standard di vita’. A noi compete la responsabilità di lasciare agli altri lo spazio per scegliere in libertà quale vita vivere."

"Per cogliere i trend, i segnali deboli, conviene essere disposti ad ascoltare la voce altrui. Ascoltare chiunque e dare spazio anche alle opinioni con le quali si è in franco disaccordo. L’esclusione è in sé una ingiustizia, ed è anche fonte di ulteriori ingiustizie, perché, ritiene Sen, solo tramite il dibattito in pubblico cresce una società meno ingiusta."

Sen ci offre quindi una definizione sintetica: la democrazia è discussione in pubblico.

Una giustizia per i tempi digitali

Possiamo parlare di era di 'era digitale' ricordando che parliamo sia di causa che di effetto: l'economia, la finanza, la politica, gli interessi di una élite, generano una tecnologia. La tecnologia a sua volta determina economia, finanza, politica, cultura.

La tecnologia digitale finisce per ridefinire il concetto di giustizia.

Si afferma -a scapito di ogni altra élite; a scapito dei tradizionali poteri democratici: legislativo, esecutivo, giudiziario; a scapito anche a scapito dei politici di professione- una nuova élite di tecnici: tecnologi, tecnocrati digitali. Sono loro i nuovi Vormünder, i guardiani di cui parlava Kant.

I codici giuridici sono scritti da rappresentanti dei cittadini, in un quadro definito da costituzioni e norme di diritto. Sono scritti in testi e tramite linguaggi noti e trasparenti ai cittadini. Il codice digitale è invece scritto da puri tecnici non eletti ma auto-cooptati; ed è scritto in un linguaggio noto solo ai tecnici, illeggibile per il cittadino; linguaggio destinato ad essere compreso e recepito non dai cittadini ma da macchine.

Il cittadino vede via impoveriti i diritti dell'elettore e del legislatore, e retrocede ad utente di servizi erogati d'autorità dai detentori di piattaforme.

Il potere di fatto dei tecnologi e tecnocrati digitali può essere inteso come attacco alla giustizia. O ridefinizione della giustizia. I tecnologi hanno i mezzi per definire il terreno sul quale si svolge la vita civile.

Di fronte al nuovo potere di tecnologi e tecnocrati la risposta sta in una azione intensa della cittadinanza attiva. Amartya Sen ci fornisce indicazioni per trovare una via.

Verso una nuova assunzione di responsabilità

Circola nei media e nei social network ed in ogni dove una sia pur confusa e discordante apologia dell'Intelligenza Artificiale. Questa apologia giova a chiunque opera da professionista nel campo dell'Intelligenza Artificiale - anche a coloro che, di fronte a specifici aspetti di queste tecnologie, mostrano atteggiamenti critici.

Fa comodo in ogni caso creare un'aura di attesa e di pubblico interesse attorno alla cosa detta 'Intelligenza Artificiale'. Non importa se si tratta di un'aura fumosa. In un modo o nell'altro fa comodo educare il popolo a stare in attesa di novità sbalorditive. Se mai si accenna a difetti di questa cosa detta 'Intelligenza Artificiale', sempre si bilancerà parlando dei difetti degli esseri umani.

Se ci fermiamo per un attimo a pensare, se prendiamo anche solo per un istante coscienza di come stiamo vivendo e agendo, ci rendiamo conto di come oggi accettiamo una sottrazione di libertà.
Meditando, ci rendiamo conto di come oggi viviamo sottoposti ad una restrizione dell'ottica, dell'ampiezza del nostro sguardo. Viviamo sussunti a regole contenute in macchine. Viviamo chiedendo lumi a macchine. Osserviamo in mondo attraverso macchine.
Ci specchiamo in gemelli digitali. Conosciamo il mondo attraverso 'dati'.

Ci diciamo che 'non esiste umano senza macchina'. Cerchiamo di convincerci che 'è sempre stato così'. Ma sappiamo che dicendoci questo inganniamo noi stessi.

La macchina che ci impone le restrizioni che oggi subiamo è la macchina digitale, computazionale, che prima del Ventesimo Secolo non esisteva.
Solo la macchina detta 'computer' porta con sé l'idea che la macchina possa sostituire l'umano.
Solo la macchina detta 'computer', allo stesso tempo, porta con sé l'idea che il pensare è l'eseguire ciò che sta in un Libro delle Regole già scritto.

Siamo succubi di una ideologia che, a partire dalla presenza di questa macchina, pretende di ricostruire a ritroso la storia del pensiero e della conoscenza.

Siamo succubi di una filosofia secondo la quale l'amore per il sapere non autorizza noi umani a esplorare la realtà in ogni direzione. Ci viene infatti imposto di amare, prima del sapere, una macchina. Ci vienee imposto un pensiero sottoposto a regole e legato al confronto dell'umano con la macchina digitale.

Sta a noi mantener vivo un pensiero che non contempla macchine pensanti, e che non considera noi stessi macchine pensanti.
Solo recuperando una saggia distanza dalla macchina potremo vivere liberamente la presenza di macchine.

Chi dubita e si interroga, chi -di fronte al pressante invito ad adattarsi, a non fare a meno di sempre nuove tecnologie digitali- chiama alla cautela, viene tacciato di luddismo, difensivo attaccamento al passato, atteggiamento retrogrado.
Chi cerca di trovare, per sé e per gli altri, un limite, una misura, nell'uso dei mezzi digitali proposti dalla martellante propaganda, è accusato di essere vittima della paura. Paura della macchina, paura del nuovo, paura del confronto e dell'incontro con il diverso.

Ma a ben guardare, ad aver paura sono coloro che prontamente, con sollievo, si affidato a nuove macchine digitali, in particolare a quelle macchine che vanno sotto il nome di 'Intelligenze Artificiali'.

Tutti oggi abbiamo motivo di essere impauriti. Ma impauriti non tanto dalla presenza, accanto a noi, di una o di un'altra macchina; impauriti, invece da disagi sociali, crisi economiche, guerre conflitti politici che paiono insanabili, disastri ambientali. Di fronte a tutto questo, sì, abbiamo paura.
Come far fronte, ci chiediamo?

E ci rispondiamo: meno male, c'è l'Intelligenza Artificiale. Affidiamoci a lei.
Evitiamo così di chiederci davvero, in modo impegnativo, come posso far fronte?
In un tempo precedente non potevamo fare a meno di dirci: devo assumermi questa responsabilità. Oggi disponiamo di una macchina che ci illude di poter scansare ogni responsabilità.

Questi argomenti offrono uno sfondo al tema: Il macchinocentrismo come problema filosofico, oggetto di incontro il 29 maggio 2025, ore 18-20, presso la Casa della Cultura di Milano. Primo appuntamento della serie L'etica ai tempi del macchinocentrismo, a cura di Assoetica.

Macchinocentrismo vs. Antropocentrismo

E' diffusa l'accusa di 'antropocentrismo' rivolta a chi mostra cautela di fronte alle macchine digitali, in particolare di fronte alle macchine progettate per imitare, simulare o sostituire l'umano.

Dietro l'accusa di 'antropocentrismo' si nasconde la posizione 'macchinocentrista'.

Un primo modo di intendere il 'macchinocentrismo' risiede nel considerare esseri umani -e animali e ogni tipo di ente naturale- come sistemi complessi, ovvero macchine.
Un bambino, l'universo, la macchina di Turing, un qualsiasi computer, una infrastruttura tecnologica; in ogni caso macchine.
Descritta così la scena, il confronto tra macchine è istituito. Nello specifico è istituito il confronto tra essere umano e computer.
Si tratta di un confronto dove è assunta in principio la comparabilità tra i due enti. Perciò, sull'altare della comparabilità, ciò che dell'umano è incomparabile -ciò che non trova riscontro possibile nel computer- è rimosso e ignorato.

Una posizione 'macchinocentrista' esemplare consiste nel sostenere che gli esseri umani, viziati da 'antroprocentrismo' misconoscono i diritti delle 'cose'.
L'uscita dall''antropocentrismo' consisterebbe quindi nel farsi paladini dei diritti del rappresentante ideale di ogni 'cosa': il robot.

Altra posizione 'macchinocentrista' consiste nel sostenere che gli umani hanno sempre conosciuto sé stessi attraverso il confronto e l'interazione con macchine.
Si mette così tra parentesi il ri-conoscersi come essere umano, essere vivente, appartenente alla natura e alla vita.
Resta in ogni caso la differenza tra il conoscere sé stessi attraverso il confronto o l'incontro con un tornio, un orologio, e attraverso l'incontro o il confronto con macchine progettate per imitare, simulare o sostituire l'umano.

Il conoscere sé stessi tramite il confronto e l'incontro con ogni essere umano, con ogni essere vivente, tramite la consapevolezza di appartenere alla natura e alla vita, porta a riconoscere a sé stessi una responsabilità ed un ruolo da giocare.
A quale posizione portano invece il considerarsi macchine, e il conoscere sé stessi come e tramite macchine digitali?

Questi argomenti sono il punto di partenza dell'incontro Il macchinocentrismo come problema filosofico, 29 maggio 2025, ore 18-20, presso la Casa della Cultura di Milano:  Primo appuntamento della serie L'etica ai tempi del macchinocentrismo, a cura di Assoetica.


giovedì 6 marzo 2025

Macchinismi computazionali e intelligenza: perché è aberrante la traduzione italiana del più noto articolo di Alan Turing

Computing Machinery and Intelligence: l’articolo di Alan Turing apparso nell’ottobre 1950 sulla rivista 'Mind'. Turing afferma in apertura: “I propose to consider the question: Can machines think?’". La definizione intelligenza artificiale viene coniata cinque anni dopo. Ma l’intero campo di ricerca discende da qui. Dove già nel titolo si propongono le parole chiave: macchina, computazione, intelligenza.

L’articolo, citatissimo, non è in realtà stato letto e studiato abbastanza. Per lo più è noto attraverso riassunti e letture di seconda mano, che presentano interpretazioni scolastiche e semplificate. L’impressione lasciata da queste sintesi appiattisce il senso, tanto da renderne inutile la lettura.

Leggete l’articolo da soli. Se l’avete già letto, rileggetelo. E' chiarissimo, e che ci parla più incisivamente delle prefazioni e dei commenti che lo accompagnano- illumina le stanche e ripetitive discussioni presenti. Non lasciatevi fuorviare dagli 'esperti' che vogliono darvi ad intendere che senza la loro mediazione non potrete comprendere: si capisce tutto molto bene.

Arriverete così a ragionare con la vostra testa sull’affermazione che si trova verso la fine: “We may hope that machines will eventually compete with men in all purely intellectual fields”. Potrete allora chiedervi: condivido questa speranza? Mi riconosco in questo progetto? In cosa il mio pensiero si differenzia da quello di Turing e dei suoi più o meno consapevoli seguaci?

L’articolo, è reperibile con estrema facilità sulla Rete in lingua originale, e in italiano, gratis. Ma ben venga una nuova edizione. Ne è uscita di recente una presso Einaudi, a cura di Diego Marconi.

La traduzione di Marconi è nuova. Ma il titolo - Macchine calcolatrici e intelligenza - resta lo stesso che appariva nella prima traduzione italiana dell'articolo, nell'antologia La filosofia degli automi, a cura di Vittorio Somenzi, Boringhieri, 1965. Il titolo resta uguale nella successiva edizione della raccolta: La Filosofia degli automi. Origini dell’intelligenza artificiale, a cura di Vittorio Somenzi e di Roberto Cordeschi, Boringhieri, 1986, ristampata con prefazione di Damiano Cantone, Mimesis, 2022.

Macchine calcolatrici e intelligenza è un titolo sbagliato. Era un titolo sbagliato nel 1965, nel 1986, nel 2022, e a maggior motivo lo è oggi.

Macchine calcolatrici evoca macchine ben più semplici del calcolatore elettronico. Ma anche l'espressione calcolatore elettronico, che pure Marconi usa nella postfazione dell'edizione Einaudi, è datata e fuorviante.  Principalmente per un motivo: si nasconde la differenza, tra 'calcolo' e 'computazione'

Turing ammette che la assoluta calcolabilità - la descrizione del mondo logico-formale, esatta e priva di equivoci - è inattingibile. La sua risposta a questa impossibilità sta nel definire un universo più ristretto, dove i problemi che la calcolabilità impone sono assenti per definizione: l'universo della computazione.

E' importante discutere e confrontarsi. Ma ogni confronto sarà impossibile se tramite un titolo sbagliato, o chissà volutamente fuorviante, si nega l'argomento del contendere.

Invito quindi a leggere l'articolo di Turing immaginandolo intitolato Macchine computanti e intelligenza. O Macchine computazionali e intelligenza. O Macchinismi computazionali e intelligenza. O, tout court Computer e intelligenza.