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giovedì 6 febbraio 2025

'Beyond cyborgs: the cybork idea for the de-individuation of (artificial) intelligence and an emergence-oriented design', articolo apparso su 'AI & Society', 1 febbraio 2025


Cosa è Cybork? Chi è Cybork? Dove sta Cybork? 


Cybork è Bildung; è complessità irrisolta; forma emergente; sistema sociotecnico; insieme di relazioni, processi, configurazioni fluide e comportamenti. 

Vedevamo distinzioni tra esseri umani e tecniche, strumenti; tra attori e rete; tra enti e loro agire. Nell'immagine del Cybork questi confini convenzionali sfumano fino a cessare di esistere. 
L'immagine del Cybork attingibile resterà approssimativa. 
Il Cybork è incalcolabile; non riducibile ad una descrizione computazionale. Intravvedere il Cybork significa avvicinarsi a scoprire il senso che sta oggi dietro le parola lavoro, dietro la parola work. Avvicinarsi al Cybork significa accettare la stessa nostra appartenenza al sistema che intendiamo osservare e descrivere. 
Accettare il Cybork significa accettare i limiti dello sguardo individuale, sapendo che c'è sempre qualcosa che non siamo in grado di vedere e di percepire. 
Scrivere a proposito del Cybork insieme ad altri umani, prendendo in considerazione altri testi scritti in precedenza da umani, è accettare di essere parte di un Cybork. 

Questo è ciò che penso in questo istante. 
Essendo il concetto di Cybork complesso, emergente, sfuggente, in un altro istante potrei pensare qualcosa di differente.  

Ringrazio Federico Cabitza -che per primo ha 'visto' il Cybork: con lui ho scritto un precedente articolo a questo proposito- per avermi invitato a partecipare a questo lavoro. Ringrazio Chiara Natali e David Gunkel per il lavoro svolto insieme, lavoro che ha trovato punto di incontro nel testo di questo articolo.
Non pretendo certo che nessuno di loro condivida appieno il mio pensiero, ma spero in nuove convergenze in articoli futuri. 

Per quanto mi riguarda sono specialmente interessato a studiare, e se possibile a mostrare, le differenze interne al Cybork. Differenze tra l'umano e il macchinico presenti anche anche quando essi sono strutturalmente accoppiati nel Cybork. Mio riferimento, in questa riflessione, è Marcel Mauss, Les Tecniques du corps, 1934.
Sto anche ragionando sulle sostanziali differenze che secondo me distinguono il Cybork da altri concetti in apparenza simili: la Human–AI interaction as System 0 Thinking: e la Human-AI Coevolution. 
E sto scrivendo un articolo -che pubblicherò su Stultifera Navis dove spero di riuscire a mostrare i limiti della Actor Network Theory di Bruno Latour. Limiti che risultano evidenti alla luce di quella che mi appare la svolta chiave del pensiero dello stesso Latour, svolta che trova manifestazione nel suo libro Aramis ou l'amour des techniques. Credo infatti Aramis sia un esemplare Cybork.

martedì 20 agosto 2024

La tecnica e il proprio corpo. La via di Alan Turing e l'opposta via di Marcel Mauss

Propone Leroi-Gourhan in Le gest et la parole: il proprio avvenire, per gli esseri umani ora costretti a convivere con macchine, consiste nello scegliere di restare – o tornare ad essere- sapiens.

Di radici culturali dell'essere umano, di origini della tecnica, e di uso umano della tecnica, parla in una conferenza nel 1934 Marcel Mauss, etnologo francese maestro di Leroi-Gourhan.

L'articolo tratto dalla lezione esce nel 1936.1 Proprio l'anno in cui Turing presenta nell'articolo On Computable numbers l'idea di una computing machine. Fino a ben dentro il Ventesimo Secolo computer non voleva dire altro che essere umano che fa di conto, contabile, computista. Turing, invece, immagina un computer-macchina. Macchina affidabile, macchina che non tradisce mai le aspettative: esegue indefettibilmente il proprio programma.

Quando Turing scrive l'articolo ha ventiquattro anni. Giovane solitario, disperato, vive un'infelice condizione esistenziale. Neonato, è privato della vicinanza dei genitori, che risiedono in India. Vive con fatica la propria omosessualità. Ha sedici anni quando il ragazzo che ama muore. Ama la matematica: non un linguaggio per interagire con altri esseri umani, ma un linguaggio per parlare con se stesso, per cercare la propria purezza.

Le carenze umane, vissute sulla propria pelle, nel proprio cuore, motivano la ricerca di un sostituto non umano. Turing vuole, perché ne ha bisogno, dimostrare che una certa macchina può mostrarsi più affidabile dell'essere umano, più degna di stima, e anche di affetto.

"We may hope that machines will eventually compete with men”, “possiamo sperare che le macchine saranno alla fine in grado di competere con gli uomini”, scrive a trentott'anni -quattro anni prima di togliersi la vita- in Computing Machinery and Intelligence. I due articoli si completano a vicenda. La macchina è la conscio o inconscia proiezione dei bisogni del proprio creatore.

Turing spera che al suo posto viva una macchina. Una macchina matematica, logico-formale, mentale, cartesiana, leibniziana. Priva di sembianze umane. Priva di identità sessuale, di genere indefinito.

La tecnica, così, finisce per essere la via lungo la quale allontanarsi dal proprio corpo.

Mauss propone una via opposta. “Intendo con questa parola il modo in cui gli esseri umani, società per società, in un modo tradizionale, sanno servirsi del loro corpo”.2 Vernadsky, McLuhan e Leroi-Gourhan ci parlano del progressivo allontanamento dello strumento dal corpo dell'essere umano. Mauss torna daccapo: la tecnica è innanzitutto uso del proprio corpo.

“Abbiamo fatto, e io stesso ho fatto per diversi anni, l'errore fondamentale di non considerare che ci sia la tecnica solo quando c'è lo strumento”. Possiamo dire che anche Vernadski resta vittima di questo errore. E lo stesso Leroi-Gourhan, attratto dall'evidente fenomeno, dalla fuga in avanti, dal costante e crescente trasferimento di capacità dall'essere umano allo strumento, finisce per guardare a quest'ultimo, quasi collocando ai margini della scena l'essere umano. Ma Leroi-Gourhan torna poi a interrogarsi sulle sorti dell'essere umano, quando appunto esso vive sulla nuova scena determinata da strumenti e macchine sempre più autonomi e separati da lui. E allora afferma: torniamo a ricordare le radici. Ci spinge quindi a rileggere le pagine di Mauss, suo maestro.

Mauss restituisce la tecnica all'essere umano. Parla di tecniche del corpo.

“Il corpo è il primo e il più naturale strumento dell'uomo. O più esattamente, senza parlare di strumenti, il primo e il più naturale oggetto tecnico, e allo stesso tempo mezzo tecnico, dell'uomo, è il suo corpo”.

Come usiamo le mani nel lavoro e nel gesticolare. Come camminiamo, come corriamo o marciamo. Come nuotiamo moduliamo la voce nel parlare o nel cantare. E anche: come pensiamo – perché l'approccio etnologico, antropologico di Mauss lascia fuori ogni ipotesi cartesiana, ogni separazione tra mente e corpo: la mente, la capacità intellettiva, fa parte dell'essere umano intero.

Ci si apre un nuovo orizzonte: è ben vero che assistiamo ad un progressivo allontanamento dello strumento dal corpo umano. Ma Mauss ci richiama all'origine di questa storia. Storia della vita, della natura, storia umana, e storia personale di ogni singolo essere umano. In origine, ed in ogni tempo in cui l'essere umano è vissuto, ed ancora oggi nei tempi digitali, separarsi dalla tecnica è separarsi da sé stessi.

La tecnica è in origine, ci dice Mauss, “un atto tradizionale efficace”.

Efficacia: verbo latino efficere, ex facere, 'far sì'. La tecnica è produzione di effetti. Tradizione: il latino tradere è trans dare. Dare -e la radice indeuropea do- stanno per 'passaggio di possesso'. Quindi: 'dare attraverso'. Consegnare, affidare, rimettere nelle mani, mettere a disposizione. Trasmettere. Tramandare le conoscenze di generazione in generazione.

“E' innanzitutto in questo che l'essere umano si distingue dagli animali: per la trasmissione delle sue tecniche, e molto probabilmente per la loro trasmissione orale”.

Subissati, annichiliti dalla presenza di strumenti e di macchine, abbiamo finito per dimenticare che la la tecnica nasce dall'intento umano di compiere atti efficaci. Qualsiasi strumento è frutto di questa intenzione.

Mauss ci invita a tornare alla fonte: al momento in cui l'essere umano -in ogni luogo del pianeta che è giunto ad abitare- apprende a compiere atti efficaci. Atti relativi ad ogni fase e ad ogni aspetto della vita.

In origine, l'essere umano non ha ancora in mano uno strumento. Prima di apprendere ad usare un qualsiasi strumento -un bastone, una pietra-, l'essere umano ha verificato la possibilità di usare il proprio corpo.

La tecnica cessa di essere una astrazione. E cessa di essere lontana, inevitabilmente affidata ad una macchina. Mauss ci invita a concepire una tecnica incarnata. Una tecnica continuamente rinascente nel, dal corpo umano.

In questa ottica, la rivoluzione digitale appare come causa di grave deprivazione: ogni conoscenza umana è appoggiata oggi su un supporto digitale, esterno al corpo umano; ogni atto umano sembra dover transitare oggi attraverso la mediazione di un codice digitale, di un programma. L'homo sapiens non può fare a meno di interrogarsi. Subire passivamente o reagire.

Varie sono tecniche dimenticate, perdute forse per sempre. Tecniche, meglio arti: non dimentichiamo che arte e tecnica sono sinonimi.

Una è ricordata dallo stesso Turing, proprio nell'articolo nel quale cerca di dimostrare come una macchina possa pensare: la percezione extrasensoriale. Telepatia, efficacia dei gesti degli sciamani.

Di natura contigua è un'arte ricordata da Mauss. “Alla base degli stati mistici si trovano tecniche del corpo che in tempi moderni sono state dimenticate, e che furono invece perfettamente studiate nella Cina e nell'India in epoche molto antiche”.

Queste antiche tradizioni del Taoismo e dello Yoga non a caso tornano alla luce nei tempi digitali, anche in forma occidentalizzate, in parte magari banalizzate. Le tecniche usate per cercare una mindfulness sono l'esempio più calzante.

Questo ritorno è particolarmente importante: è segno di un risveglio, segno dell'umana intuizione di come di fronte all'incombere di macchine sostitutive serva riscoprire aspetti semidimenticati di sé stesso. Più precisamente: serva riportare alla luce quelle umane caratteristiche che più difficilmente possono essere imitate e simulate tramite una macchina digitale.

Un'arte quasi perduta è certo l'arte della memoria: l'arte di ricordare usando le risorse offerte dal proprio corpo. Significativo è, nel verbo ricordare, il riferimento al cuore: luogo simbolico del corpo umano, sede della sensibilità, dei sentimenti. Sofisticate arti permettevano all'essere umano di conservare conoscenze in una quantità e con una qualità che oggi sembrano definitivamente perdute. L'arte è andata perduta probabilmente, come supponeva Platone, con il sopraggiungere della scrittura: una nuova tecnica che permetteva di affidare la conservazione della conoscenza a un supporto esterno.

C'è qui una lezione da imparare. L'essere umano si trova di fronte dell'Era Digitale a mezzi dotati di una memoria incommensurabilmente superiore alla memoria umana. La battaglia tra essere umano e macchina è ormai persa. Non potremo mai, in ogni caso, conservare conoscenze così come sa farlo la macchina-computer.

Di ciò consapevoli, abbiamo definitivamente rinunciato a fare esercizio della nostra memoria. Abbiamo accettato di ridurre le nostre capacità cognitive. Abbiamo accettato un futuro in cui umane capacità, non usate, si atrofizzeranno definitivamente. Il nostro stesso corpo è destinato ad una riduzione delle proprie funzioni: gli organi sui quali si appoggia la memoria perderanno il loro motivo di esistere.

Eppure il ricordo umano, lo specifico modo umano di conservare conoscenza, mantiene un proprio valore. E si può presumere che non potrà mai essere del tutto imitato e simulato dalla macchina.

Le tecniche del corpo sono una ricchezza alla quale non ci conviene rinunciare. Sono doti, anzi, che diventano più preziose in un mondo popolato da macchine.

Non si tratta certo ora di rinunciare a tutto ciò che l'uso di strumenti e macchine ci offre. Né si tratta di rimpiangere remoti tempi felici. Si tratta di non dimenticare. Così come il ricordare ci riporta al mondo delle emozioni e degli affetti, il verbo dimenticare ci ammonisce: dementicus è in latino un derivato di demens: de, privo di, mens, mente. Ogni essere umano, e poi gli esseri umani riuniti

Si tratta dunque di tornare a sentir viva la tradizione che ci lega agli esseri umani del passato. Si tratta di non guardare solo in avanti, di non vivere auspicando l'arrivo di una nuova macchina alla quale affidarsi. Si tratta di ricordare che ogni sostituzione macchinica di una facoltà umana, è una deprivazione di umanità.

Si tratta di mantener viva la fiducia in sé stessi, nell'essere umano che giorno dopo giorno può imparare a conoscenze di più sé stesso; che può apprendere ad usare in modo più efficace il proprio corpo.

Il grande paradosso che si manifesta nell'Era Digitale è questo: preferiamo le macchine a noi stessi. Invece di porre attenzione al conoscere noi stessi, costruiamo macchine per simulare e imitare ciò che il nostro corpo e la nostra mente sapevano, e in fondo sanno ancora, fare.

Qualsiasi strumento comporta un pericolo: ci porta a dimenticarci del nostro corpo. La comodità dello strumento, ed ormai la consuetudine ad averlo in mano, hanno fatto dimenticare all'essere umano tutto ciò che sa fare - anche senza strumenti.

Secondo vari guru e profeti del digitale siamo entrati in una storia irrimediabilmente nuova; gli stessi guru e profeti, e anche loro illustri precursori, come Teilhard du Chardin e lo stesso Vernadsky, il futuro dell'umanità consiste nel confluire, insieme a macchine divenute a loro modo 'intelligenti', in un indistinto nous -potremmo dire: ogni ente partecipe di una conoscenza disincarnata. Ma alla fin fine, anche accettando la supposizione di una convergenza tra essere umano e macchina, resta per l'essere umano la possibilità, o anzi: la responsabilità, di portare nel nuovo ente quanto più possibile della propria storia, del proprio modo di essere. La nuova scena digitale, e la presenza di macchine a loro modo viventi, ci spinge ad essere umani, con più coscienza e con più volontà.

Così possiamo sostenere, con Leroi-Gourhan, e con Mauss, che il futuro dell'umanità, anche e proprio nell'Era Digitale, consiste nel non recidere le proprie radici, nel rammentare in ogni istante le proprie origini, nel restare nella propria specie, nella propria storia.

Solo conservando nell'agire presente memoria delle origini, solo mantenendo vivi i legami con la tradizione l'essere umano può costruire il proprio futuro. Può costruire un futuro per sé stesso e per la propria specie. Siamo ancora, per nostra fortuna, e ci conviene continuare ad essere, quelle stesse persone. Memori del primo momento in cui l'essere umano assunse la posizione eretta e scoprì le potenzialità implicite nella propria mano e nella propria testa.

E' sempre possibile, come mostra Robinson Crusoe, ricominciare daccapo, ripartire dal proprio corpo, dalle proprie mani e dalla propria testa, dalle proprie capacità, inventando nuove tecniche adatte a mondi inizialmente sconosciuti.

Mauss ci riporta alla scena primaria: di fronte ad una esigenza dettata dall'ambiente, di fronte a un bisogno o un desiderio, l'essere umano cerca una soluzione efficace. Non è una scena da collocarsi in tempi ormai remoti. E' anzi, la scena che riviviamo in ogni istante – anche nei tempi digitali. La via che l'essere umano ha conosciuto, la via che gli ha permesso di ri-generarsi, è di affrontare il problema innanzitutto con il proprio corpo, partendo da sé stessi: da ciò che posso pensare, da ciò che ricordo e da ciò che mi hanno tramandato generazioni precedenti, da ciò che posso fare con le mie mani, da ciò che posso condividere con altri esseri umani. Ripartendo ogni volta da sé stesso l'essere umano si mantiene vivo nel presente e garantisce speranze di vita futura a sé stesso ed ai posteri.

In tempi di macchine potenti ed autonome, è auspicabile recuperare la sensazione del momento iniziale, quando, a mani nude, disponendo solo del proprio corpo, l'essere umano intuisce, scopre, inventa, crea, costruisce.


1Marcel Mauss, “Les Techniques du corps”, Journal de Psychologie, XXXII, ne, 3-4, 15 mars - 15 avril 1936. Communication présentée à la Société de Psychologie le 17 mai 1934.

2 Marcel Mauss, “Les Techniques du corps”, Journal de Psychologie, XXXII, ne, 3-4, 15 mars - 15 avril 1936. Communication présentée à la Société de Psychologie le 17 mai 1934.

giovedì 30 novembre 2023

Marcel Mauss, 'Le tecniche del corpo', 1934. Un testo chiave che ogni tecnologo dovrebbe leggere

Si dice che è inevitabile ed opportuno affidarci ai tecnici ed alla tecnica. 
Sappiamo di cosa stiamo parlando? Quanti testi inutili leggiamo? Quante volte leggiamo testi di seconda mano, che citano interpretando malamente o capziosamente? 
Con quale cognizion di causa i tecnici progettano? Invece di leggere testi scritti nei recenti tempi digitali, torniamo a leggere testi che illuminano la scena digitale. 
Ecco un testo chiave: Marcel Mauss, Le tecniche del corpo, 1934. 


Erroneamente crediamo che ci sia tecnica solo dove c'è strumento o macchina. Per capire la tecnica dobbiamo partire invece dal modo con cui usiamo il nostro corpo. Il corpo è il primo strumento dell'uomo, o meglio: il primo oggetto tecnico. 
Mauss mostra che noi umani conosciamo ed usiamo tecniche pur senza saperle descrivere formalmente. (Michael Polanyi non fa che ripeterlo). Mauss ci ricorda anche che tecniche universali imposte ad ogni cultura umana sono una forzatura. E ci fa riflettere su come tecniche siano imposte oggi in virtù di pura irrispettosa autorità, distruttrice di culture e differenze. 
Si può quindi supporre se non fosse per questa autorità, ammantata di propaganda, butteremmo magari a mare molte delle tecniche digitali che ci vengono proposte. 
Mauss, ancora, ci spinge a pensare che trasformarsi in cyborg non basti: se non sappiamo usare il nostro corpo, non sapremo usare nemmeno parti macchiniche aggiunte a noi stessi. 
Ma non contentatevi di questo riassunto, leggete queste venti pagine. Aiutano a pensare. Le trovate qui nell'originale francese e qui in italiano.

mercoledì 14 aprile 2021

Onlife

 On life: se non avessimo perso l'abitudine a cercare il senso nelle espressioni in lingua straniera che ormai usiamo senza pensare, ci potrebbe venire in mente “sulla vita”: si tratta forse di un pensiero rivolto alla vita sulla terra, alla natura, alla vita umana?

Si tratta invece di un neologismo creato, o comunque diffuso, da un personaggio di pubblica notorietà, che ha eletto sé stesso a profeta o divulgatore di una nuova cultura digitale ai quali i cittadini tutti dovranno adattarsi.

Il neologismo è calcato sull'espressione inglese on line. Facilissima da tradurre con una identica espressione italiana: in linea.

Linea è una bella parola che ritroviamo in ogni lingua moderna, rimanda a una pianta usata da noi esseri umani fin da tempi remoti: il lino. L'idea di linea discende dall'osservare il filo di lino. Essere on line, in linea, è essere connessi tramite un filo. C'è della poesia nell'immagine che ci vede tutti connessi tramite sottili fili di lino. Più pesante, incombente, è un sinonimo di online: wired. L'inglese wire, discende da una radice protogermanica che sta per 'metallo'. Dunque un filo di ferro, che può essere torto e piegato.

Basterebbe dunque dire che viviamo nell'era della connessione. Tramite strumenti digitali, noi cittadini del pianeta siamo connessi l'uno all'altro.

Ma dire questo non basta al noto divulgatore. Egli intende educare il popolo, condurlo ad una disciplina. Cosa significa essere umani nell'era digitale? Si dovrà dunque far credere a noi esseri umani di essere oggi sbalzati in una dimensione dove le dicotomie fra reale e digitale, e tra umano e macchina non sono più definibili in maniera nitida.

Ecco dunque il noto divulgatore coniare la nuova espressione, buona per far capire il concetto al cittadino, considerato incapace di pensare in proprio e veramente comprendere. Il divulgatore constata: viviamo in nuovo ambiente, fatto di esperienze online e offline: esperienze vissute a prescindere da connessioni, e esperienze che sono conseguenza di connessioni. E fin qui possiamo facilmente essere d'accordo con lui.

L'umana consapevolezza può ben esserci di aiuto nel distinguere i momenti della vita, scegliere quali strumenti usare, decidere il come usarli, quando e dove. L'essere umano può scegliere quando e come perché, e con quali cautele usare una piattaforma digitale. Certo, questo richiede educazione, attenzione, senso di responsabilità. E' importantissimo oggi lavorare a formare questa nuova coscienza sociale e politica. Ma cosa dice invece il noto divulgatore: state vivendo in un'ibrida onlife. La condizione è data per fatale e per ineluttabile.

Ricalcando on line, si dice: on life. Una comoda assonanza tra due parole inglesi permette di un salto concettuale: un filo di lino non è nulla rispetto alla complessità della vita; eppure lì dove si parla di connessione, si vuol far pensare che si parli di vita intera.

C'è un esempio che il noto personaggio porta in ogni occasione. La società dell'informazione è la società delle mangrovie. Le mangrovie crescono nel delta del fiume, dove l’acqua dolce (l’analogico) si confonde con l’acqua salata del mare (il digitale). Ed è in questa dimensione ibrida, in questa acqua salmastra, che crescono le mangrovie, il mondo onlife.

Possiamo ripeterlo: la complessità della vita è ridotta ad una opposizione: analogico o digitale. Badate bene: analogico e digitale sono aggettivi che descrivono macchine. Certo, possiamo intendere l'essere umano come una macchina, e confrontare l'essere umano con altre macchine, e cercare la convivenza tra esseri umani e macchine. Ma è questo che vogliamo? Vogliamo considerare noi stessi come macchina, intendendo per macchina un computer, o magari una 'intelligenza artificiale'? C'è una ricchezza nell'essere-in-connessione degli esseri umani, nella società umana, nella vita umana, che la parola nuova onlife ci porta a dimenticare, o a considerare irrimediabilmente persa.

Le metafore, del resto, vanno usate con cautela. Sono narrazioni: dobbiamo accettare che ci dicano più di quanto appare a prima vista. O ancora: dobbiamo accettare che, al di là delle intenzioni dei noti divulgatori, parlino in modo differente ad ogni essere umano.

Un'arte tipicamente umana è il narrarsi storie. Ecco dunque cosa mi evoca la parola onlife, spiegata attraverso la metafora della mangrovia.

Ho vissuto e lavorato in un luogo la cui conformazione geofisica è la foresta di mangrovie. Il confondersi dell'acqua salmastra con l'acqua dolce non è che un aspetto. La marea sale e il suolo fangoso scompare alla vista e di questo intrico emergono ormai solo le chiome verdi. I rami si trasformano in radici. Il confine è sempre mutevole, non solo tra le acque, ma ancor più tra le terre. Isole emergono e scompaiono. Impossibile dire dove sta, tra San Lorenzo e Tumaco, tra Ecuador e Colombia, dove sta la frontiera.

Lì ho visto svolgere i lavori più disumani che abbia mai conosciuto in vita mia. Donne e bambini a raccogliere nel fango conchas prietas, apprezzati frutti di mare.



Ed oggi la zona è uno dei luoghi del mondo più crudeli, invivibili per gli esseri umani. Terra in mano alla malavita, a commercianti fuorilegge di droga e di armi.

Le mangrovie, e dietro le mangrovie l'onlife, parlano dunque anche di un pericolo, di una minaccia. Potremo certo muoverci su questo terreno. Ma ciò è possibile solo se ci manteniamo vigili.

La lezione che traggo da tutto questo è che a noi esseri umani compete la responsabilità di rispettare la natura e la vita. Ed anche la responsabilità di migliorare la natura e la vita, se possibile, ma sempre consapevoli del nostro farne parte.

Ci conviene pensare che l'onlife non è altro che una parte della vita che quotidianamente viviamo. Un terreno che possiamo esplorare.

Questo testo è stato pubblicato il 6 aprile 2021 sul blog Oltrepassare.

martedì 22 dicembre 2020

Quale filosofia per i tempi digitali

Sommario

Di fronte alla 'novità digitale', dove sembra che l'umana capacità di pensare possa essere trasferita ad una macchina, la filosofia è sempre più necessaria. Ugualmente è necessaria filosofia di fronte alla conoscenza scientifica, settoriale e specialistica, fondata su linguaggi escludenti.

Purtroppo ciò che vediamo accadere è invece la genuflessione della filosofia di fronte alla 'novità digitale', alla scienza ed alla tecnica.

Ma più che di morte della filosofia si deve parlare di resa dei filosofi. 

Possiamo guardare alla scena già presente, già popolata di intelligenze artificiali, robot, macchine autonome. Possiamo anche affacciarci sulla scena futura, dove è ben possibile che uomini e intelligenze artificiali convivano in pari posizione. Possiamo guardare a tutto questo con lo sguardo dell'essere umano che pensa dubitando, cercando la sintesi e la propria saggezza.



Il filosofo non è il sapiente, è l'amatore di sapienza. Non chi ha acquisito la sapienza, ma chi tende ad essa. Chi desidera attingere a conoscenza. Il filosofare è il pensiero che va oltre limiti e costrizioni, cercando il sapere al di là di ogni conoscenza settoriale. Per questo si arriva a proclamare la morte della filosofia: di fronte al proliferare di discipline, una conoscenza multidisciplinare appare oggi inattingibile.
Abbiamo assistito negli ultimi secoli al trionfo del pensiero scientifico e tecnico. Scienziati e tecnici non sono filosofi, perché rinunciano a priori ad accettare la complessità, la rete che tutto connette, l'interlacciamento, il garbuglio che lega tra di loro i saperi specialistici. Non solo scienziati e tecnici di discipline diverse non sono in grado di parlare tra di loro, ma anche all'interno della stessa disciplina la ricerca procede per crescente specializzazione. Esemplare il caso dell'informatica: chi conosce un codice non conosce l'altro, chi lavora su una tecnologia ignora del tutto l'altra. 
Si potrebbe da questa situazione dedurre che la figura del filosofo acquista oggi, nell'Era Digitale, una nuova centralità. Si potrebbe sostenere che più che mai servono oggi filosofi: esseri umani liberi pensatori tesi oltre ogni conoscenza settoriale, specialistica. Disposti a cercare il 'dischiudimento': la conoscenza narrata andando oltre i linguaggi escludenti degli addetti ai lavori. Disposti al rischiaramento: l'illuminazione che rende chiaro l'oscuro. Disposti a svelare il senso nascosto, quel senso che ogni scienza nomina e descrive a suo modo. Si potrebbe pensare al filosofo come al miglior compagno per il cittadino che cerca una via per addentrarsi nella novità digitale. 
  
Filosofie digitali 
Ciò che vediamo accadere, è qualcosa di diverso. Più che di morte della filosofia, possiamo forse parlare di resa dei filosofi. 
E' in fondo una resa quella dei finissimi pensatori che restano legati al passato, e lo proiettano sul presente che resta incompreso, non studiato né veramente accettato. L'antico esercizio si ripete uguale, si rileggono i classici e alla loro luce tutto si spiega. Bellamente si evita così di prendere in esame il mondo che si ha sotto gli occhi, di esercitarsi a comprendere ciò che in tempi recenti è accaduto ed emerso. Scienza e tecnica, ai loro occhi, nulla di differente mostrano, tutto è giù stato visto e detto. Tantomeno rilevante appare al loro sguardo la novità digitale. Non c'è non c'è discontinuità, catastrofe che non venga ricondotta a ciò che la storia in tempi andati ha già mostrato. Si evita così di osservare la novità che interroga. 
Basta citare un aspetto della novità: mai prima degli ultimi cent'anni, mai prima dell'apparire sulla scena della macchina digitale si era immaginato che potesse essere progettata da un umano una macchina in grado di prendere il posto dell'umano. Sostituendolo, come propone Turing, anche nel suo agire più alto e più nobile: il pensare. La novità è evidente – eppure si sceglie di non vederla. 
Altri filosofi di gran traiettoria hanno invece accettato la discontinuità: scienza e tecnica hanno ormai trionfato. Hanno accettato il fato avverso: la filosofia è ormai obsoleta. Con un misto di invidia nei confronti degli scienziati e di rimpianto per il tempo che fu, questi filosofi continuano a esercitare il loro pensiero finissimo, ma rivolti al passato, ripassando la storia, distinguendo filoni. Umiliati dagli abbaglianti successi della scienza e della tecnica, dubbiosi si interrogano, e cercano di ritagliarsi spazi sul terreno ormai così solidamente occupato. Se andrà bene, d'ora in poi la filosofia sopravviverà come epistemologia, studio dei metodi e dei fondamenti della scienza. Eppure qualcuno di questi filosofi coraggiosamente cerca di trovare ancora motivi per non rinunciare all'antica vocazione al pensiero senza confini: si inchina ai suoi successi della scienza e della tecnica, ma osserva come ogni disciplina sia chiusa nella propria stretta cultura, chiusa proprio lessico. Conclude quindi che forse resta aperto un possibile ruolo: il 'traduttore', dedito a promuove il dialogo tra famiglie professionali di scienziati e tecnici. 
Altri filosofi ancora, anche in età matura o avanzata, si avventurano invece con giovanile baldanza nelle nuove terre scientifiche e tecniche. E soprattutto, con speciale entusiasmo, si dichiarano abitatori della terra promessa digitale. Proclamano allora la loro dedizione a far proprio il nuovo verbo. Osservano giovani generazioni per imitarne i comportamenti; leggono e citano con reverente attenzione testi che cantano la bellezza e le virtù di algoritmi e di intelligenze artificiali. Finiscono così per essere ingenui ed acritici apologeti di una nuova indiscussa verità. 
C'è poi il nutrito gruppo di filosofi che da subito hanno incassato la sconfitta, e che su questa sconfitta, con abile giravolta, hanno costruito la propria carriera. Privi di qualsiasi nostalgia o rimpianto per un ruolo perduto, semplicemente badano a crearsene uno nuovo. Essi hanno rinunciato sotto ogni aspetto al pensiero senza limiti e costrizioni. Si sono fatti al contrario sacerdoti di un singolo, settoriale, escludente campo di ricerca. Hanno rinunciato ad essere 'filosofi', per essere invece 'filosofi di ...'. Non una, ma enne filosofie. Ognuna commenta e celebra la storia di una disciplina, la sua pretesa autonomia, ognuna si fa custode di un lessico specifico, di un metodo di ricerca. Filosofie di servizio, al servizio, abbelliscono così il panorama di ogni disciplina. 
Di queste filosofie fattesi ancelle di singoli rami della scienza e della tecnica, sono caso esemplare le varie filosofie, ognuna delle quali accompagna una sfaccettatura della ricerca e dello sviluppo nel campo della computer science. Filosofie con l'aggettivo, dove 'digitale' è solo uno dei diversi aggettivi usati. 
Il filosofo qui ha un ruolo di complemento; ruolo che può essere esercitato con un grado di libertà non concesso agli addetti ai lavori: tecnici, imprenditori e finanziatori. Il tecnico è impegnato a costruire strumenti e sistemi che funzionino davvero. L'imprenditore e il finanziatore cercano il ritorno dell'investimento. Il filosofo si limita a cantare le gesta. Storia e tradizione ci ricordano il filosofo che attraversava terre incognite alla ricerca di conoscenza, il filosofo che sondava l'oscuro alla ricerca della luce. Ma ora il pensiero che conta e quello degli scienziati e dei tecnici; il filosofo si limita ad accompagnarli. Ma in questo accompagnamento, il ruolo della filosofia appare rovesciato. Il vecchio filosofo cercava il rischiaramento. Il nuovo filosofo cerca l'oscurità. Neologismi e gerghi, abbondantemente usati, hanno un preciso scopo: confondere il cittadino, intimidirlo, mostrando la forza e la superiorità della tecnica digitale. E quindi, anche, la necessità del nuovo filosofo-accompagnatore. 
  
Spiacevoli costanti 
Le filosofie digitali appaiono accomunate da due spiacevoli costanti. Questa costante è la terzietà. 
La prima costante consiste nell'ambito di indagine e nell'ampiezza dello sguardo. Questi nuovi filosofi guardano esclusivamente al terreno digitale. Ciò che esiste al di fuori, al di là, del terreno digitale -la vita, la natura- è ignorato o rimosso. La storia del pensiero degna di essere presa in considerazione inizia con Alan Turing. Di quel vasto e sfumato esercizio umano che possiamo definire con la parola 'pensiero' sembra degno di restar vivo solo ciò che computabile, cioè calcolabile tramite una macchina. 
La seconda costante della filosofia dell'era digitale è la terzietà. Sul terreno digitale, si afferma, esistono due 'agenti ': l'essere umano e la macchina. Di fronte alla duplice presenza, il filosofo sceglie di seguire la via del fair play indicata da Alan Turing: offrire ad entrambi gli agenti le stesse chances, le stesse probabilità di successo. 
Il nuovo filosofo si pone nella posizione di estraneo, imparziale osservatore privo di interessi in comune con entrambe le parti in causa. Ci sono certo accenti diversi. C'è il filosofo digitale che mostra compassionevole interesse per gli esseri umani, e c'è il filosofo digitale che scommette sull'avvento di nuovi esseri digitali, di macchine morali che saranno migliori degli esseri umani. Ci sono filosofi che di fronte ad ogni innovazione tornano a dichiararsi sostenitori di una tecnologia Human-centered. E ci sono filosofi che invece si lanciano decisamente sullo scenario post-umano. 
Ma in ogni caso il nuovo filosofo considera doveroso produrre il massimo sforzo soggettivamente possibile per allontanare da sé ogni umana inclinazione; considera doveroso allontanarsi dal proprio essere umano.

Turing, Heidegger, Wittgenstein 
Insomma, nel Ventesimo Secolo si afferma una filosofia che guarda con lo stesso distacco ad esseri umani e macchine. Celebra infatti Turing, che era mosso dalla speranza di poter costruire una macchine migliore di lui stesso. 
Martin Heidegger e Ludwig Wittgenstein rispondono a Turing. Come ho mostrato in Macchine per pensare. L'informatica come prosecuzione della filosofia con altri mezzi, entrambi avevano ben presente in cosa consistesse quella novità che oggi comunemente riassumiamo tramite il termine digitale. Heidegger ci parla del senso dell'esperienza umana: si impara ad usare il martello nel martellare. Ma qualcosa cambia quando l'essere umano è privato della possibilità di fare esperienza, perché gli sono proposte o imposte esperienze già confezionate, progettate da tecnici nel chiuso dei loro laboratori. Come mostro nelle Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale, questo è ciò che accade nell'odierna situazione digitale. 
E' sempre Heidegger a ricordarci che l'agire umano pienamente inteso consiste nell'accettare di trovarsi sbattuti a vivere in una terra sconosciuta, nell'essere nella condizione di chi si trova ad avventurarsi in luoghi dei quali nulla sappiamo veramente. 
Ora, proprio questo appare essere l'atteggiamento più conveniente per noi esseri umani di fronte alla novità digitale. Ci conviene pensare che ci avventuriamo nell'ignoto. Ignoto per tutti. Nessuno dei tecnici dediti a progettare un qualche aspetto della scena digitale ha una visione d'insieme. Nessuno di loro sa veramente cosa sta facendo. Anche i cosiddetti 'nativi digitali' si avventurano su un terreno nuovo - e nel farlo non dispongono nemmeno dell'esperienza di chi ha vissuto nel tempo precedente, e ha visto emergere la novità digitale. Heidegger ci dice: vivere è sentire su di sé il peso di una ansiosa preoccupazione, ed è solo da questa inquietudine che può nascere l'agire efficace e allo stesso tempo responsabile. Questo vale per ogni essere umano, ma innanzitutto per chi oggi progetta strumenti o mondi digitali. Heidegger ci ricorda che il progettare è sempre connesso al progettare sé stessi; è connesso alla personale ricerca di consapevolezza, alla personale saggezza. 
Facile notare come i filosofi digitali scelgono invece la via opposta. Non chiamano il progettista a fare i conti con la responsabilità personale. Al tecnico è chiesto solo di sviluppare nuove tecniche. 
Il filosofo digitale si rivolge semmai al cittadino, invitandolo a non dubitare, a fidarsi, a prendere per buona ogni innovazione. 
Wittgenstein non è tanto lontano da Heidegger quando ci invita a considerare che pensare significa superare quei umilianti momenti in cui siamo costretti ad ammettere: 'non mi ci raccapezzo', 'non so che strada prendere', 'non so come venirne fuori'. In questi momenti, forte è la tentazione di rinunciare, e di lasciare alla macchina il compito di pensare al nostro posto. 
Dice ancora Wittgenstein: noi siamo, quando filosofiamo, come uomini primitivi, come dei selvaggi, che ascoltano le espressioni di uomini civilizzati, le fraintendono, ma sanno poi sanno andare oltre, e trovare un senso. 
In effetti oggi è difficile, all'apparenza impossibile, mantener vivo l'approccio trans-disciplinare, multi-disciplinare, disposto alla complessità. Difficile abbracciare l'enorme e sempre crescente massa, l'intrico di conoscenze. Difficile anche accettare l'abisso della propria ignoranza, la povertà degli strumenti di cui disponiamo. 
Noi umani nel pensare ci muoviamo a tentoni, privi di certezze, guidati da deboli congetture. Ma proprio questo è il filosofare: sondare l'oscuro. E proprio qui sta l'amore per la sapienza: io, essere umano, nonostante tutto ci provo, e in questo tentativo sta la mia etica. 

Pensiero critico 
Questo umano pensare responsabile, riflessivo, per quanto possibile saggio, non rifiuta certo il progresso e l'innovazione. Possiamo guardare anzi con appassionata, affascinata attenzione a tutto ciò che di nuovo scienza e tecnica propongono. 
Eppure possiamo ritenere inutile una 'nuova filosofia' che si fa paladina della scienza e della tecnica. Possiamo sostenere, al contrario, che serva oggi una filosofia che si ponga come costruttiva critica della scienza e della tecnica. 
Possiamo guardare alla scena già presente, già popolata di intelligenze artificiali, robot, macchine autonome. Possiamo anche affacciarci sulla scena futura, dove è ben possibile che uomini e intelligenze artificiali convivano in pari posizione. Possiamo guardare a tutto questo con lo sguardo dell'essere umano che pensa dubitando, cercando la sintesi. 
Non importa se si tratta forse di una 'posizione di minoranza'. Di minoranza, perché lontana dalla posizione di scienziati e tecnici, che avanzano nella ricerca senza porsi troppe domande. Di minoranza, perché il mainstream della filosofia si è inginocchiato alla scienza. Di minoranza, perché i filosofi digitali hanno scelto la terzietà, l'indifferenza tra l'umano e il macchinico. In un senso più ampio, di minoranza anche perché forse Intelligenze Artificiali e robot sovrasteranno l'essere umano, e una nuova capacità di ragionare surclasserà ciò che è umanamente possibile. 
Si può del resto sostenere che chi merita il titolo di filosofo si trova sempre in una posizione di minoranza. 
In ogni caso resta a noi essere umani la possibilità di fidarci di noi stessi. Quindi posso dire: anche quando, in un futuro forse non così lontano, esisteranno macchine più 'intelligenti' di noi umani, più capaci, più efficienti, magari anche più 'morali', continuerò, in quanto essere umano, a pensare. A filosofare. 

 

lunedì 7 dicembre 2020

La macchina che ci accompagna nella vita ci blandisce, ci lusinga, ci dice...

La macchina che ci accompagna nella vita ci blandisce, ci lusinga, ci dice: 'fai questo, è nel tuo interesse'. La nostra convinzione, la fiducia in noi stessi, ci permetterà andare contro questo invito, e di rispondere: 'no, non voglio'. Ci permetterà di considerare il computer che possediamo -ricordiamo che è computer anche un tablet, uno smartphone- bastone, bisaccia, scarpa vecchia. Ci permetterà, almeno in qualche misura, di usare il computer in modo aberrante. Uso aberrante: uso che apparirà pericolosamente strano, irregolare, anomalo. agli occhi di chi ha progettato, disegnato l'applicazione, costruito la macchina. 
Usare la macchina in modo aberrante è tornare ad essere pienamente cittadini, violando il dettato della Terza Legge che dice: riduci te stesso a passivo utente. 
Eppure in cuor nostro sappiamo che solo in qualche misura riusciremo a piegare il computer a mezzo proprio, mezzo che espande il personale modo di sentire e di volere. Sappiamo che le macchine di cui disponiamo sono lontane dall'essere strumenti che il libero essere umano può modificare attraverso l'uso, plasmare, adattare a sé, e magari anche riparare da sé. 
L'Era Digitale è appunto la stagione in cui una immane, potenza emana dalla macchina, schiacciando l'essere umano. Perciò il dettato della Terza Legge si rovescia veramente solo se i tecnici si riconoscono essi stessi cittadini prima che tecnici. 
La storia della bastone, della bisaccia e della scarpa vecchia è rivolta, in fondo, innanzitutto ai loro. Le narrazioni sono le fonti del progetto. Non c'è nessun definitivo motivo che obbliga a immaginare macchine che siano surrogati del destino, delle Leggi di Natura, della Provvidenza, della Grazia del Fato. Il tecnico non ha motivo per far proprio lo struggente desiderio di Turing: costruire una macchina migliore di sé stesso. 

Se osserviamo la scena e agiamo in quanto esseri umani, non basta certo intendere la relazione tra essere umano e macchina come una questione di interfacce. Non basta immaginare e progettare un accoppiamento tra due organismi -l'essere umano e la macchina- ai quali è riconosciuta pari dignità, pari autonomia o autodeterminazione. 
Non basta almanaccare attorno alla presenza di due diversi tipi di intelligenza. Non basta ricordare gli aspetti per i quali l'intelligenza umana prevale sull'intelligenza macchinica. Non basta dire che è prematuro preoccuparsi ora, perché i nodi verranno al pettine in un tempo futuro più o meno lontano. A un certo punto, ognuno è libero di fare scelte radicali e di dire: faccio appello alla mia saggezza; sto dalla parte dell'essere umano; sto dalla parte della specie cui appartengo. A valle di questa scelta risulta chiaro che esiste una discriminante precisa: o la macchina è un aiuto all'essere umano, o è una sostituzione dell'essere umano. Baloccarsi nella zona grigia, cercare sottili distinguo, proporre scenari dove la macchina e l'essere umano vincono insieme, tutto questo va inteso in fondo come partito preso: scelta di stare dalla parte della macchina. 

La storia della cultura digitale ci parla chiaramente. 
Nel 1950 Alan Turing scrive, in conclusione del suo articolo Computing Machinery and Intelligence: “We may hope that machines will eventually compete with men in all purely intellectual fields”. “Possiamo sperare che le macchine alla fine competano con gli uomini in tutti i campi puramente intellettuali”. Qui, nell'articolo dal quale prende il via ogni ricerca sull'Intelligenza Artificiale, a chiare lettera si parla a favore di una sostituzione dell'essere umano con una macchina. Se poi si limita il campo al 'puramente intellettuale', è ancora uno schiaffo all'essere umano: per l'essere umano il pensare e l'agire, la ragione e la saggezza sono sempre compresenti. Separare ed esclusivamente privilegiare il puramente intellettuale è un atto di violenza perpetrato contro l'essere umano. 
Ma cinque anni prima, nel 1945, Vannevar Bush propone l'altra via. Scriveva: As we may think. Immaginava come l'essere umano avrebbe potuto sperimentare, costruire conoscenza, se dotato di una macchina in grado di fornirgli fonti, di aiutarlo a connetterle tra loro, incrementando l'umana capacità di costruire reti di senso. Una macchina -scriveva Bush- adatta a ad accompagnare l'uomo nel pensare così come chi cerca tracce di vita in un terreno inesplorato. Così si muove il pioniere nel bosco, così si muove il viandante. La macchina immaginata da Bush -la chiamava Memex- è il prototipo del Personal Computer. E' una bastone, una bisaccia, una scarpa vecchia. 
 Ci conviene considerare che non c'è via di mezzo. O la via di Turing -affidare le proprie speranze alla macchina- o la via di Bush: fidarci di noi stessi.

Questo articolo è strettamente legato al precedente: Bastone, bisaccia e scarpa vecchia. Come raccontare il computer con le parole del mito. Ma ancor più di questo è legato al mio libro Le Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale. E perché conviene trasgredirle, Guerini e Associati, 2020. Si trova infatti qui un esplicito riferimento alla Terza delle Leggi di cui parlo nel libro: nell'Era Digitale il cittadino è ridotto a passivo utente. E si trova anche, in questo articolo, un implicito ma chiaro riferimento alla Seconda Legge, che recita, 'Preferirai la macchina a te stesso'. Nel mio libro invito a comprendere le leggi per poterle trasgredire. L'invito è rivolto anche a chi legge questo articolo.

Bastone, bisaccia e scarpa vecchia. Come raccontare il computer con le parole del mito

Come raccontare del computer con le parole del mito. Come comprendere il computer alla luce delle ancestrali narrazioni che accompagnano l'essere umano. Come raccontare a noi stessi cosa è il computer, tanto da convincerci che è per noi esseri umani un mezzo.
L'essere umano è un viandante, perennemente in cammino. Il presente è un momento nel viaggio dal passato al futuro, dal noto all'ignoto. E' l'esistere gettati in terre sconosciute. L'essere umano è debole nel corpo, debole nell'anima. Peccus: 'difettoso nel piede'. Claudicante. Di qui il peccato: incapacità di stare sulla retta via. Tendente ad errare: 'camminare senza meta'. Mancus: 'difettoso nella mano' - cosciente di come sa usare malamente il proprio corpo, cosciente dei limiti degli artefatti che la sua mente e la sua mano sanno creare. L'essere umano patisce di gravi mancanze; è dolorosamente consapevole dei propri limiti, delle proprie deficienze. 
Così l'essere umano finisce per affidarsi, abbandonarsi a potenze esterne. Facile ritenersi vittima del destino o totalmente assoggettato, soggiogato a Leggi di Natura. Facile affidarsi passivamente alla Provvidenza, attendere la Grazia divina o abbandonarsi al Fato. O affidare le proprie sorti a una Scienza o una Tecnica intesa intesa come potenza che autonomamente si svela. E' la china che porta nell'Era Digitale a fidarsi della macchina, a credere nell'Intelligenza Artificiale. Fino a non guardare più il cielo, le stelle, fino a non dar credito al proprio sguardo, e a fidarsi di una mappa digitale, ingannevole, manipolata rappresentazione del mondo. Fino a rinunciare al viaggio, a chiudersi in casa, e di ridursi a chiedere lumi a qualche oggetto tecnico, magari vestito di qualche aspetto antropomorfo, che con voce melliflua ci dice cosa fare, ci rassicura in merito a ciò che stiamo facendo, ci dice magari anche chi siamo. 

Eppure non è questo l'unico modo di esistere. L'essere umano che non rinuncia alla propria saggezza -Qohelet, Giobbe- a costo di enorme sofferenza, cammina solo sotto il cielo. Dio l'ha abbandonato, nessun carro della storia trascina in avanti, nessun soccorso esterno allevia la fatica. Eppure, pur costretto ad aiutarsi da solo, cammina. 
Il bastone, impugnato passo dopo passo, è il sostegno, il supporto al quale appoggiarsi, il compenso alla propria zoppia, e alla fatica dell'andare. E' anche il mezzo con il quale eventualmente difendersi. E' anche una compagnia. E' il segno della propria imperfezione, ma anche il segno, della propria potenza. Una potenza che nasce nel corpo e nella mente, e che si espande oltre il corpo: il mondo resta, sconosciuto, troppo vasto e alieno; ma l'essere umano cammina nonostante tutto speranzoso, fiducioso -per esperienze vissute- di poter affrontare situazioni che sembrano al momento superiori alla sue forze.
Porta con sé in una bisaccia leggera alimenti, indumenti, e insieme i pochi strumenti che gli sono stati utili in passato. Porta con sé anche poche povere cose che gli rammentano al sua identità, i propri ricordi. Eppure sa che le provviste che porta con sé presto termineranno. Sa che dovrà mettere nella bisaccia nuovi alimenti, nuovi indumenti, tratti dal mondo sconosciuto nel quale si sta addentrando. Sa che gli strumenti andranno piegati ad un nuovo uso, o forse anche si riveleranno del tutto inutili, ed andranno sostituiti con altri, nuovi. Sa dunque che via via il contenuto della bisaccia cambierà; ma sa anche che lascerà sempre posto nella bisaccia per ciò che gli è tanto prezioso quanto gli alimenti, gli indumenti, gli strumenti: i propri ricordi, la memoria della propria storia – sa che senza di questo rinuncerebbe ad essere umano. 
Ha ai piedi scarpe vecchie. Comode: corrispondenti alla conformazione del proprio corpo. Adatte: con l'andare, plasma sempre più il duro cuoio, rendendo la calzatura via via migliore: consona al proprio corpo, al proprio modo di essere in movimento. La qualità dei materiali, le intenzioni del calzolaio, tutto questo passa in secondo piano. La scarpa nuova non è buona, per divenire buona deve essere invecchiata insieme a chi la indossa. 
Il computer è un bastone. Ci conviene immaginarlo come il bastone con il quale il viandante si sorregge. Ci conviene considerarlo lo strumento al quale appoggiarsi. Lo strumento al quale ricorre per difendersi, e per aumentare il raggio e la potenza della propria azione. 
Il computer è una bisaccia. La bisaccia è leggera e può essere portata sempre con sé, anche nelle situazioni più estreme. Ma sia bisaccia, o zaino o valigia o baule, ci conviene immaginare il computer come involucro che permette di portare con sé ciò che è necessario, utile e piacevole nel viaggio che è la vita. Ricordi irrinunciabili e risorse e strumenti che migliorano ed approfondiscono, che rendono più piena l'esistenza. 
Il computer è una scarpa vecchia. Ci conviene considerarlo strumento che si adatta sempre più al personale modo di esistere, di pensare e di agire. Strumento plastico, che -quali siano i disegni del progettista e i vincoli imposti dal produttore e del fornitore di servizi- si allontana dal disegno e dai vincoli in forza della personale fiducia in sé stesso dell'essere umano che lo possiede e lo adopera. 

Sono particolarmente affezionato a questa 'descrizione mitica' del computer, inteso non come macchina che campeggia al centro della scena, ma come insieme di strumenti, dispositivo, device, che accompagna l'essere umano nella propria vita. 
Una versione ridotta di questa descrizione appare alle pagine 292-293 nel mio libro Le Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale. E perché conviene trasgredirle, Guerini e Associati, 2020. E comunque la descrizione mi sembra una sintesi di ciò che intendo dire con questo libro.
Questo articolo è strettamente connesso a quello che pubblico di seguito, con il titolo La macchina che ci accompagna nella vita ci blandisce, ci lusinga, ci dice...

domenica 9 febbraio 2020

Viaggio bibliografico nella ‘cultura digitale’



“Be There Here”
Headline di una campagna pubblicitaria AT&T

"Nei modello dei mezzi di comunicazione di massa, il messaggio procede dalla posizione dell'emittente a quella del destinatario. Nella comunicazione umana reale, invece, chi invia il messaggio, prima di poter inviare qualcosa, non deve essere solo nella posizione dell'emittente, ma anche in quella del destinatario".
Walter J. Ong

"Immaginate una accessibilità ed un entusiasmo nuovi, che possano schiodare dalla narcosi da video che oggi incombe come una cappa di nebbia. Immaginate una nuova cultura, dove spiegazioni alternative permettano a ciascuno di scegliere il tracciato a lui più confacente, così che l'esperienza umana possa godere di una nuova libertà e di una nuova ricchezza."
Ted Nelson

"Sta avvenendo oggi una rivoluzione nella tecnologia della comunicazione, una rivoluzione profonda come quella dell'invenzione della stampa."
Ithiel de Sola Pool

"L'economia del futuro non si baserà più sul possesso, ma sulle relazioni."
John Perry Barlow

"Vivere nell'era digitale significherà una sempre minore dipendenza dall'essere in un determinato posto in un determinato momento, e diventerà possibile trasmettere anche il posto."
Nicholas Negroponte


Sul rapporto tra oralità e scrittura, e sulla ‘nuova oralità’ legata all’uso di nuovi media, il principale riferimento è: Walter J. Ong, Orality and Literacy. The Technologizing of the Word, London and New York, Methuen; trad. it. Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Bologna, Il Mulino, 1986.

Sulla rivoluzione epocale legata al superamento della concezione tradizionale di 'testo' legata all'idea di 'libro stampato': Jay David Bolter, Writing Spaces. The computer Hypertext and The History of Writing, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale (N.J.), 1991.

Sulla continuità tra la ‘nuova cultura’ degli anni sessanta e l’uso libertario' delle tecnologie, sul 'nuovo modo di pensare' legato ad un uso 'democratico' dell'informatica: Ted H. (Teodor Holm) Nelson, Computer Lib/Dream Machines, 1974, ora Seattle (Wash.), Microsoft Press, 1987;
Teodor Holm Nelson, "A Vision of the Future", Publishers Weekly, 23 novembre 1986. Sulla genesi dei concetti di 'ipertesto' e di Rete delle Reti: Ted H. Nelson, Literary Machines, Swarthmore (Pa), 1981 (pubblicato in proprio). Trad. it. dell'ed. 1990: Literary Machines 90.1, Padova, Muzzio, 1992.
A proposito di Ted Nelson: Peter Jackson, “Ted Nelson touch: Project Xanadu”, PC Magazine (ed. inglese), July 1992. Jim Whitehead, “Orality and Hypertext: An Interview whit Ted Nelson”, Cyberspace Report, 1966.

Ancora sulla continuità tra la ‘nuova cultura’ degli anni sessanta e l’uso libertario' delle tecnologie, in particolare sulle figure degli hacker (ed anche sulla storia del sistema telefonico negli USA), Bruce Sterling, The Hacker Crackdown. Law and Disorder on the Electronic Frontier, 1992; trad. it. Giro di vite contro gli hacker. Legge e disordine sulla frontiera elettronica, Milano, Shake, 1993.

Sul concetto di 'digitalizzazione delle informazioni': Nicholas Negroponte, Being Digital, New York, Alfred A. Knopf, 1995; trad. it. Essere digitali, Milano, Sperling & Kupfer, 1995. (Raccolta di interventi apparsi su Wired, il mensile californiano che si presenta come ‘bibbia della cultura digitale’. Gli eccessivi costi della versione on–line della rivista, Hot Wired, hanno causato la crisi della casa editrice, ceduta nella primavera 1988 al Gruppo Condé Nast, editore di Vogue).

Sulla ‘nuova libertà’ offerta dalle nuove tecnologie alle persone –che possono presentarsi sul mondo virtuale della Rete coperti da maschere diverse– , vedi Sherry Turkle, Life on the Screen: Identity in the Age of the Internet, New York, Simon & Schuster, 1995
Ancora su Sherry Turkle(psicanalista–semiologa americana cresciuta in Francia alla scuola del decostruzionismo): Sherry Turkle, “Who am We”, Wired, January 1996; Pamela McCorduck, “Sex, Lies and Avatars”, Wired, April 1996 (profilo di Sherry Turkle).

Sulla ‘vita artificiale’ generata dal software: Claus Emmeche, The Garden in the Machine. The Emerging Science of Artificial Life, Princeton N. J., Princeton University Press, 1994; trad. it. Il giardino delle macchine. La nuova scienza della vita artificiale, Torino, Bollati Boringhieri, 1996.

Sulla ‘vita nel cyberspazio’ -–parola inventata agli inizi degli anni ottanta dallo scrittore di fantascienza William Gibson(Neuromancer, 1984) vedi: Cyberspace. First Steps, Massachusetts Institute of Technology, 1991; trad. it. Cyberspace. Primi passi nella realtà virtuale, Padova, Muzzio, 1993. E: Douglas Rushkoff, Cyberia, New York, Harper Collins, 1994; trad. it. Cyberia. La vita tra le pieghe dell'iperspazio, Milano, Urra, 1994.

L’idea ‘cyberspazio’, mondo apparente creato dalle tecnolgie delle comunicazioni, luogo virtuale nel quale i soggetti si ‘incontrano’ per mezzo delle tecnologie digitali, era stata largamente anticipata: basti citare il teorico situazionista francese Debord e lo scrittore di fantascienza Philip Dick: Guy Debord, La Societé du spectacle, Paris, Lebovici, 1971; Commentaires sur la Societé du spectacle, Paris, Lebovici, 1988; trad. it. Commentari sulla società dello spettacolo e La società dello spettacolo, Milano, Sugarco, 1990. Philip K. Dick, Ubik, 1969; Roma, Fanucci, 1989.


giovedì 20 giugno 2019

Per una cittadinanza digitale

Il ragionamento che guarda alla cittadinanza digitale può essere articolato a partire da tre parole.
Cittadinanza, partecipazione, digitale. Il ragionamento sulle tre parole porta, alle fine, ad aggiungerne un'altra: infrastruttura.
Partecipazione: il latino particeps è composto da pars e dal tema del verbo capere, 'prendere': partecipe è chi 'prende parte'. Interessante però soffermarci qui su pars, da cui in italiano parte. Pars è nome d'azione del verbo parere, 'produrre', il cui senso sta nel modo di 'produrre' umanamente più ricco: il partus, parto. Siamo portati a considerare la parte come qualcosa di dato, come se all'origine stesse una separazione: se, indicatore di separazione, parere. Ma in l'etimologia ci suggerisce una lettura più profonda. Ogni essere umano è parte, nel senso che è stato partorito. La separazione è solo la separazione del parto. La separazione sociale sta piuttosto nel verbo dividere, dove il senso originario sta nel vid:  'mancante di'. La figura sociale esemplare che ci parla del senso della 'divisione', ovvero della forzata separazione dal corpo sociale è la vedova, colei che è 'mancante di', 'costretta alla separazione'. E' così che la saggezza umana, in qualsiasi cultura, consiglia di preoccuparsi nella reintegrazione nel tessuto sociale delle vedove e degli orfani. Possiamo chiederci come la tecnologia possa sostenerci nel reintegrare nel tessuto sociale chi è costretto alla separazione. La parola device ci parla di questo: dalla consapevolezza della divisione emerge il tentativo di superarla, espressa dal verbo francese diviser, 'divisare'. Di qui l'inglese device.
Cittadinanza: il latino cives, 'cittadino', discende da una radice indoeuropea che sta per 'insediarsi'. L'insediamento è un processo, o meglio è frutto di un passaggio. L'origine sia del migrare che del mutare è ben raccontata dal verbo latino meare: 'passare per una data via'.  Il 'passaggio al digitale' è una migrazione verso una nuova cittadinanza. Importante notare che il cives prende in latino un significato giuridico. Ma il senso originale dell'espressione è più vasto e più profondo. Ne è testimonianza in fatto che dalla stessa radice discendono in sanscrito espressioni che stanno per 'caro'. Dunque la cittadinanza è una relazione tanto giuridica quanto affettiva.
Del senso della parola digitale, ho parlato e scritto in varie occasioni, per esempio qui. In fondo la parola digitale è deludente. Digitale non vuol dire altro che 'numerico'. La parola quindi ci ammonisce, chiamandoci a non ridurre la cognizione di noi stessi a ciò che è visibile tramite 'dati' espressi in numeri. L'umana capacità di conoscere non si riduce al 'pensiero calcolante'.
Nell'intento di guardare alla 'cittadinanza digitale', conviene chiamare in causa anche un'altra parola. Siamo chiamati a vivere su piattaforme, o meglio a vivere in infrastrutture. Meglio usare la parola infrastruttura, più ricca di senso ed istruttiva. Infrastruttura: in origine sta la radice indeuropea ster, che ha il senso di 'stendere'. Da questa radice in greco antico stratos, 'esercito schierato', e strategôs, 'capo dell'esercito'. Questa è quindi anche l'origine di strategia.
Dalla radice ster discende il verbo struere significa in latino 'disporre uno strato sopra l'altro'. Da struo il concetto astratto: structura. Anteponendo il cum, che porta in senso di vicinanza e compiutezza, si ha il verbo construo, da cui costruisco, e quindi costruzione, construction. Ed anteponendo il dis, che sta per separazione, dispersione, si ha il latino destruo, distruggo, e quindi distruzione, destruction. Dal verbo struere, ancora, il latino stratum, da cui anche strada. E' proprio lo strato, dunque, a dirci dell'originario senso della struttura: un continuo tentativo di assestamento, che avviene attraverso il sovrapporre in modo differente gli strati uno sopra l'altro, cambiando ad ognuno la posizione, o aggiungendo o togliendo strati. L'infra rafforza ulteriormente il senso: infra è in origine 'sotto', ma poi sta anche per 'dentro', 'fra', 'all'interno'.
Il rischio che corriamo nel vivere in infrastrutture è  ben rappresentato dalla differenza tra l'essere cittadini ed essere utenti. Se ci limitiamo a vivere in infrastrutture già costruite saremo ridotti a utenti. Saremo cittadini solo se parteciperemo alla costruzione dell'infrastruttura.

sabato 30 marzo 2019

Push vs. Pull. Appunti sulla libertà e sul controllo sociale ai tempi della Rete



Agli albori del nuovo secolo, e del nuovo millennio, la novità digitale trovava nella Rete, o World Wide Web, la sua manifestazione esemplare ed insieme il suo simbolo. Si faceva un gran parlare allora di due possibili modi di intendere la Rete. O meglio: di due diversi atteggiamenti degli esseri umani appetto della Rete. Ovviamente si faceva uso di due termini inglesi: pull e push.
Pull: applicare forza in modo da causare il movimento verso la fonte della forza. Portare a sé. Estrarre, tirar fuori. Forse da un originale senso di sbucciare, sgusciare, raccogliere frutta o fiori.
Push: applicare forza contro qualcosa o qualcuno. Spostare, colpire, guidare, premere, schiacciare. Spingere, imporre.
Pull: la Rete, galassia di fonti, è il luogo da cui l’essere umano può liberamente attingere, mosso dalla propria curiosità, dai propri bisogni e dai propri desideri.
Push: la Rete, sistema più o meno strutturato di informazioni, è la base a partire dalla quale le informazioni saranno saranno trasferite, nel dovuto momento, nella mente e nel corpo di ogni essere umano.

Nel suo primo apparire, l'alternativa Pull vs. Push riguarda il marketing: disciplina nata nel Ventesimo Secolo con l'affermarsi della società dei consumi. Non basta il pull, la libera scelta di acquistare. Serve il push: la domanda di beni e servizi dovrà essere forzata tramite varie forme di rèclame, advertising, propaganda, sempre più specializzate per ambito merceologico, pubblico destinatario, tecnologie adottate. La domanda dovrà essere forzata anche attraverso la sempre più attenta predisposizione di canali e punti di vendita.
Il marketing definisce una figura sociale: il cliente. Il cliens, nell'antica Roma, era il membro di un gruppo sociale bisognoso di protezione. Il verbo cluere e la radice indeuropea retrostante stanno per 'ascoltare', 'ubbidire'. Il cliente, incapace di pull, incapace di soddisfare autonomamente i propri bisogni, vive del push del patronus. Patronus è pater, 'padre', discendono dallo stesso etimo e stanno per 'protettore e nutritore'. Il patronus sceglie a nome del cliens, sa cosa è meglio per lui. Nella logica del push il fornitore impone al cliente ciò che dovranno apparire come i suoi stessi bisogni.

Il marketing sembra trasformarsi, attorno all'Anno Duemila, in Customer Relationship Management. Con l'apparire sulla scena della Rete, i cultori del marketing sembrano convertirsi,. La Rete, secondo le prime entusiastiche letture, pone al centro la persona. Ogni singola persona è un nodo della Rete così come la Ford o la Coca Cola. Sembra cambiare l'ottica: è la persona a scegliere, a eleggere, confrontando offerte dirette, il proprio fornitore. Al posto del cliente sembra così apparire una nuova figura, l'eroe del pull: il customer. Il customer è il libero cittadino visto dal punto di vista del fornitore. Qui il fornitore lascia che sia il cittadino a scegliere. Il fornitore scommette sulla speranza che il cittadino per propria iniziativa, voglia consolidare l'abitudine, la consuetudine, il costume, di acquistare i suoi prodotti e servizi. La scommessa, basata sulla fiducia, va oltre. Si immagina un patto dove fornitore e customer cooperano: il prodotto o servizio sarà, in questa prospettiva, sempre più, frutto di un progetto condiviso dai due attori.
Ma questa epoca d'oro dura poco. Il marketing torna presto al suo originario orientamento al push. Le piattaforme digitali cessano di essere luogo di libera scelta, e passano al contrario ad essere il luogo del più feroce e invasivo push. L'ambiente nel quale il cittadino si trova a vivere, ambiente che è una interamente costruita macchina digitale, orientata al push.
Ciò che è più grave è che si tratta di piattaforme universali, che ogni cittadino sembra obbligato ad usare in ogni momento della propria vita. La pressione prima esercitata per spingere all'acquisto di beni di consumo è, nell'era della digitalizzazione del tutto, esercitata per imporre idee, modi pensare, scelte politiche. Il cittadino è ridotto a utente di servizi imposti. Le piattaforme digitali, per via push, dettano legge.

Già negli Anni Ottanta, quando inizia a crescere la massa di documenti accessibili tramite Internet, Rete che connette tra di loro diversi archivi e documenti conservati in luoghi ed in modi diversi, si fa viva la necessità di indici e sommari e schedature. L'avvento del World Wide Web rende via via più necessario uno strumento che permetta di orientarsi e di scegliere.
Appaiono così, negli Anni Novanta, i search engine, motori di ricerca. Il motore di ricerca è lo strumento principe del pull , la risorsa digitale attraverso la quale l'individuo, il singolo libero cittadino afferma il proprio desiderio di conoscere e di sperimentare.

Ma nel nuovo millennio, nel primo quarto di secolo, il push torna a prevalere sul pull. Lo stesso motore di ricerca è divenuto strumento di push. Nonostante ciò che scriviamo nella finestra di ricerca, le fonti proposte in risposta sono filtrate da una macchina che penalizza l'orientamento alla scoperta, anteponendo alle nostre scelte, scelte sue proprie. La macchina ci riproponendoci qui ed ora ciò che abbiamo cercato in passato, quando eravamo mossi da uno stato d'animo certo diverso da quello che ci muove oggi, quando vivevamo in un momento storico diverso. La macchina, a fronte della nostra domanda, ci propone in risposta ciò che qualcuno -impresa commerciale, lobby, partito politico- intende imporci. La macchina esegue gli interessi di un qualche ente orientato al dominio. La libertà di scelta è conculcata.

Anche le reti sociali sono nate come strumenti pull. Strumenti tesi a potenziare l’umana capacità di entrare in relazione con altri esseri umani. Spazi dove ogni essere umano può esprimere il proprio pensiero. Possiamo osservare come però hanno finito per divenire i più efficaci strumenti push: luoghi dove la manipolazione e la propaganda impongono pensiero unico al popolo inerme.

La facilità d'uso, la riduzione della fatica e dell'impegno personale sono la chiave per trasformare il pull in push. L'essere umano insicuro, in soggezione di fronte ad ogni autorità, ed ogni macchina, accetta di buon grado strumenti che semplificano la vita. L'inevitabile complessità è rimossa. Appare all'essere umano solo ciò che enti interessati al push ritengono opportuno far vedere.
L'esempio più evidente sono gli strumenti digitali che passano sotto il nome di App. Con i loro automatismi ignoti all’utente, con le notifiche che annunciano alla persona ciò che nel progetto dell'app si è previsto che la persona debba vedere e fare, sono lo strumento principe del push.

Dalla parte del pull sta il comportamento dell’essere umano che è cittadino adulto e responsabile e consapevole di sé, fiducioso in sé stesso. La scelta della fonte, e la sua interpretazione, sono azioni personali, così come la scelta del rappresentante in una elezione democratica. Dalla parte del push sta invece l’essere umano ridotto ad indistinto elemento del popolo. Umanità ridotta a massa. Un norma che si vuole ineludibile è spinta nella mente e nel corpo di ogni anonimo componente del popolo. Quel comando, quel senso di rassicurante dipendenza che prima passava attraverso i raduni nazisti o stalinisti, passa ora attraverso le risposte manipolate dei motori di ricerca, attraverso le notizie truccate pubblicate sulle reti sociali da agenti della propaganda nascosti dietro una maschera, attraverso le notifiche emanate dalle App.

Il push è l’arma nelle mani di una classe politica, una élite variegata nelle più diverse posizioni ideologiche, ma unita e solidale nell'esercizio del potere. Il push è arma usata contro i cittadini, e contro il concetto stesso di cittadinanza. Non c’è cittadinanza digitale, non c’è cittadinanza in senso lato se non è rispettata la sfera di autonomia e di privatezza. Se l’essere umano è continuamente osservato e controllato. Il push è, in fondo, la possibilità, garantita dalla tecnica, di penetrare nella sfera privata. Qui il dominio si sposa al controllo: gli stessi strumenti tesi ad imporre comportamenti agli esseri umani, dovranno sorvegliare i comportamenti degli esseri umani.
Un disegno certo non nuovo, agli occhi degli storici, dei cultori delle scienze umane, e sopratutto agli occhi dei letterati, degli artisti, sommi indagatori dell'animo umano. Possiamo ben rileggere la storia come contrasto tra esseri umani: la prevaricazioni di pochi si impone alle moltitudini.
Questo ben noto disegno trae nuova forza dall'inusitata potenza degli strumenti digitali.