giovedì 6 febbraio 2025
'Beyond cyborgs: the cybork idea for the de-individuation of (artificial) intelligence and an emergence-oriented design', articolo apparso su 'AI & Society', 1 febbraio 2025
martedì 20 agosto 2024
La tecnica e il proprio corpo. La via di Alan Turing e l'opposta via di Marcel Mauss
Propone Leroi-Gourhan in Le gest et la parole: il proprio avvenire, per gli esseri umani ora costretti a convivere con macchine, consiste nello scegliere di restare – o tornare ad essere- sapiens.
Di radici culturali dell'essere umano, di origini della tecnica, e di uso umano della tecnica, parla in una conferenza nel 1934 Marcel Mauss, etnologo francese maestro di Leroi-Gourhan.
L'articolo tratto dalla lezione esce nel 1936.1 Proprio l'anno in cui Turing presenta nell'articolo On Computable numbers l'idea di una computing machine. Fino a ben dentro il Ventesimo Secolo computer non voleva dire altro che essere umano che fa di conto, contabile, computista. Turing, invece, immagina un computer-macchina. Macchina affidabile, macchina che non tradisce mai le aspettative: esegue indefettibilmente il proprio programma.
Quando Turing scrive l'articolo ha ventiquattro anni. Giovane solitario, disperato, vive un'infelice condizione esistenziale. Neonato, è privato della vicinanza dei genitori, che risiedono in India. Vive con fatica la propria omosessualità. Ha sedici anni quando il ragazzo che ama muore. Ama la matematica: non un linguaggio per interagire con altri esseri umani, ma un linguaggio per parlare con se stesso, per cercare la propria purezza.
Le carenze umane, vissute sulla propria pelle, nel proprio cuore, motivano la ricerca di un sostituto non umano. Turing vuole, perché ne ha bisogno, dimostrare che una certa macchina può mostrarsi più affidabile dell'essere umano, più degna di stima, e anche di affetto.
"We may hope that machines will eventually compete with men”, “possiamo sperare che le macchine saranno alla fine in grado di competere con gli uomini”, scrive a trentott'anni -quattro anni prima di togliersi la vita- in Computing Machinery and Intelligence. I due articoli si completano a vicenda. La macchina è la conscio o inconscia proiezione dei bisogni del proprio creatore.
Turing spera che al suo posto viva una macchina. Una macchina matematica, logico-formale, mentale, cartesiana, leibniziana. Priva di sembianze umane. Priva di identità sessuale, di genere indefinito.
La tecnica, così, finisce per essere la via lungo la quale allontanarsi dal proprio corpo.
Mauss propone una via opposta. “Intendo con questa parola il modo in cui gli esseri umani, società per società, in un modo tradizionale, sanno servirsi del loro corpo”.2 Vernadsky, McLuhan e Leroi-Gourhan ci parlano del progressivo allontanamento dello strumento dal corpo dell'essere umano. Mauss torna daccapo: la tecnica è innanzitutto uso del proprio corpo.
“Abbiamo fatto, e io stesso ho fatto per diversi anni, l'errore fondamentale di non considerare che ci sia la tecnica solo quando c'è lo strumento”. Possiamo dire che anche Vernadski resta vittima di questo errore. E lo stesso Leroi-Gourhan, attratto dall'evidente fenomeno, dalla fuga in avanti, dal costante e crescente trasferimento di capacità dall'essere umano allo strumento, finisce per guardare a quest'ultimo, quasi collocando ai margini della scena l'essere umano. Ma Leroi-Gourhan torna poi a interrogarsi sulle sorti dell'essere umano, quando appunto esso vive sulla nuova scena determinata da strumenti e macchine sempre più autonomi e separati da lui. E allora afferma: torniamo a ricordare le radici. Ci spinge quindi a rileggere le pagine di Mauss, suo maestro.
Mauss restituisce la tecnica all'essere umano. Parla di tecniche del corpo.
“Il corpo è il primo e il più naturale strumento dell'uomo. O più esattamente, senza parlare di strumenti, il primo e il più naturale oggetto tecnico, e allo stesso tempo mezzo tecnico, dell'uomo, è il suo corpo”.
Come usiamo le mani nel lavoro e nel gesticolare. Come camminiamo, come corriamo o marciamo. Come nuotiamo moduliamo la voce nel parlare o nel cantare. E anche: come pensiamo – perché l'approccio etnologico, antropologico di Mauss lascia fuori ogni ipotesi cartesiana, ogni separazione tra mente e corpo: la mente, la capacità intellettiva, fa parte dell'essere umano intero.
Ci si apre un nuovo orizzonte: è ben vero che assistiamo ad un progressivo allontanamento dello strumento dal corpo umano. Ma Mauss ci richiama all'origine di questa storia. Storia della vita, della natura, storia umana, e storia personale di ogni singolo essere umano. In origine, ed in ogni tempo in cui l'essere umano è vissuto, ed ancora oggi nei tempi digitali, separarsi dalla tecnica è separarsi da sé stessi.
La tecnica è in origine, ci dice Mauss, “un atto tradizionale efficace”.
Efficacia: verbo latino efficere, ex facere, 'far sì'. La tecnica è produzione di effetti. Tradizione: il latino tradere è trans dare. Dare -e la radice indeuropea do- stanno per 'passaggio di possesso'. Quindi: 'dare attraverso'. Consegnare, affidare, rimettere nelle mani, mettere a disposizione. Trasmettere. Tramandare le conoscenze di generazione in generazione.
“E' innanzitutto in questo che l'essere umano si distingue dagli animali: per la trasmissione delle sue tecniche, e molto probabilmente per la loro trasmissione orale”.
Subissati, annichiliti dalla presenza di strumenti e di macchine, abbiamo finito per dimenticare che la la tecnica nasce dall'intento umano di compiere atti efficaci. Qualsiasi strumento è frutto di questa intenzione.
Mauss ci invita a tornare alla fonte: al momento in cui l'essere umano -in ogni luogo del pianeta che è giunto ad abitare- apprende a compiere atti efficaci. Atti relativi ad ogni fase e ad ogni aspetto della vita.
In origine, l'essere umano non ha ancora in mano uno strumento. Prima di apprendere ad usare un qualsiasi strumento -un bastone, una pietra-, l'essere umano ha verificato la possibilità di usare il proprio corpo.
La tecnica cessa di essere una astrazione. E cessa di essere lontana, inevitabilmente affidata ad una macchina. Mauss ci invita a concepire una tecnica incarnata. Una tecnica continuamente rinascente nel, dal corpo umano.
In questa ottica, la rivoluzione digitale appare come causa di grave deprivazione: ogni conoscenza umana è appoggiata oggi su un supporto digitale, esterno al corpo umano; ogni atto umano sembra dover transitare oggi attraverso la mediazione di un codice digitale, di un programma. L'homo sapiens non può fare a meno di interrogarsi. Subire passivamente o reagire.
Varie sono tecniche dimenticate, perdute forse per sempre. Tecniche, meglio arti: non dimentichiamo che arte e tecnica sono sinonimi.
Una è ricordata dallo stesso Turing, proprio nell'articolo nel quale cerca di dimostrare come una macchina possa pensare: la percezione extrasensoriale. Telepatia, efficacia dei gesti degli sciamani.
Di natura contigua è un'arte ricordata da Mauss. “Alla base degli stati mistici si trovano tecniche del corpo che in tempi moderni sono state dimenticate, e che furono invece perfettamente studiate nella Cina e nell'India in epoche molto antiche”.
Queste antiche tradizioni del Taoismo e dello Yoga non a caso tornano alla luce nei tempi digitali, anche in forma occidentalizzate, in parte magari banalizzate. Le tecniche usate per cercare una mindfulness sono l'esempio più calzante.
Questo ritorno è particolarmente importante: è segno di un risveglio, segno dell'umana intuizione di come di fronte all'incombere di macchine sostitutive serva riscoprire aspetti semidimenticati di sé stesso. Più precisamente: serva riportare alla luce quelle umane caratteristiche che più difficilmente possono essere imitate e simulate tramite una macchina digitale.
Un'arte quasi perduta è certo l'arte della memoria: l'arte di ricordare usando le risorse offerte dal proprio corpo. Significativo è, nel verbo ricordare, il riferimento al cuore: luogo simbolico del corpo umano, sede della sensibilità, dei sentimenti. Sofisticate arti permettevano all'essere umano di conservare conoscenze in una quantità e con una qualità che oggi sembrano definitivamente perdute. L'arte è andata perduta probabilmente, come supponeva Platone, con il sopraggiungere della scrittura: una nuova tecnica che permetteva di affidare la conservazione della conoscenza a un supporto esterno.
C'è qui una lezione da imparare. L'essere umano si trova di fronte dell'Era Digitale a mezzi dotati di una memoria incommensurabilmente superiore alla memoria umana. La battaglia tra essere umano e macchina è ormai persa. Non potremo mai, in ogni caso, conservare conoscenze così come sa farlo la macchina-computer.
Di ciò consapevoli, abbiamo definitivamente rinunciato a fare esercizio della nostra memoria. Abbiamo accettato di ridurre le nostre capacità cognitive. Abbiamo accettato un futuro in cui umane capacità, non usate, si atrofizzeranno definitivamente. Il nostro stesso corpo è destinato ad una riduzione delle proprie funzioni: gli organi sui quali si appoggia la memoria perderanno il loro motivo di esistere.
Eppure il ricordo umano, lo specifico modo umano di conservare conoscenza, mantiene un proprio valore. E si può presumere che non potrà mai essere del tutto imitato e simulato dalla macchina.
Le tecniche del corpo sono una ricchezza alla quale non ci conviene rinunciare. Sono doti, anzi, che diventano più preziose in un mondo popolato da macchine.
Non si tratta certo ora di rinunciare a tutto ciò che l'uso di strumenti e macchine ci offre. Né si tratta di rimpiangere remoti tempi felici. Si tratta di non dimenticare. Così come il ricordare ci riporta al mondo delle emozioni e degli affetti, il verbo dimenticare ci ammonisce: dementicus è in latino un derivato di demens: de, privo di, mens, mente. Ogni essere umano, e poi gli esseri umani riuniti
Si tratta dunque di tornare a sentir viva la tradizione che ci lega agli esseri umani del passato. Si tratta di non guardare solo in avanti, di non vivere auspicando l'arrivo di una nuova macchina alla quale affidarsi. Si tratta di ricordare che ogni sostituzione macchinica di una facoltà umana, è una deprivazione di umanità.
Si tratta di mantener viva la fiducia in sé stessi, nell'essere umano che giorno dopo giorno può imparare a conoscenze di più sé stesso; che può apprendere ad usare in modo più efficace il proprio corpo.
Il grande paradosso che si manifesta nell'Era Digitale è questo: preferiamo le macchine a noi stessi. Invece di porre attenzione al conoscere noi stessi, costruiamo macchine per simulare e imitare ciò che il nostro corpo e la nostra mente sapevano, e in fondo sanno ancora, fare.
Qualsiasi strumento comporta un pericolo: ci porta a dimenticarci del nostro corpo. La comodità dello strumento, ed ormai la consuetudine ad averlo in mano, hanno fatto dimenticare all'essere umano tutto ciò che sa fare - anche senza strumenti.
Secondo vari guru e profeti del digitale siamo entrati in una storia irrimediabilmente nuova; gli stessi guru e profeti, e anche loro illustri precursori, come Teilhard du Chardin e lo stesso Vernadsky, il futuro dell'umanità consiste nel confluire, insieme a macchine divenute a loro modo 'intelligenti', in un indistinto nous -potremmo dire: ogni ente partecipe di una conoscenza disincarnata. Ma alla fin fine, anche accettando la supposizione di una convergenza tra essere umano e macchina, resta per l'essere umano la possibilità, o anzi: la responsabilità, di portare nel nuovo ente quanto più possibile della propria storia, del proprio modo di essere. La nuova scena digitale, e la presenza di macchine a loro modo viventi, ci spinge ad essere umani, con più coscienza e con più volontà.
Così possiamo sostenere, con Leroi-Gourhan, e con Mauss, che il futuro dell'umanità, anche e proprio nell'Era Digitale, consiste nel non recidere le proprie radici, nel rammentare in ogni istante le proprie origini, nel restare nella propria specie, nella propria storia.
Solo conservando nell'agire presente memoria delle origini, solo mantenendo vivi i legami con la tradizione l'essere umano può costruire il proprio futuro. Può costruire un futuro per sé stesso e per la propria specie. Siamo ancora, per nostra fortuna, e ci conviene continuare ad essere, quelle stesse persone. Memori del primo momento in cui l'essere umano assunse la posizione eretta e scoprì le potenzialità implicite nella propria mano e nella propria testa.
E' sempre possibile, come mostra Robinson Crusoe, ricominciare daccapo, ripartire dal proprio corpo, dalle proprie mani e dalla propria testa, dalle proprie capacità, inventando nuove tecniche adatte a mondi inizialmente sconosciuti.
Mauss ci riporta alla scena primaria: di fronte ad una esigenza dettata dall'ambiente, di fronte a un bisogno o un desiderio, l'essere umano cerca una soluzione efficace. Non è una scena da collocarsi in tempi ormai remoti. E' anzi, la scena che riviviamo in ogni istante – anche nei tempi digitali. La via che l'essere umano ha conosciuto, la via che gli ha permesso di ri-generarsi, è di affrontare il problema innanzitutto con il proprio corpo, partendo da sé stessi: da ciò che posso pensare, da ciò che ricordo e da ciò che mi hanno tramandato generazioni precedenti, da ciò che posso fare con le mie mani, da ciò che posso condividere con altri esseri umani. Ripartendo ogni volta da sé stesso l'essere umano si mantiene vivo nel presente e garantisce speranze di vita futura a sé stesso ed ai posteri.
In tempi di macchine potenti ed autonome, è auspicabile recuperare la sensazione del momento iniziale, quando, a mani nude, disponendo solo del proprio corpo, l'essere umano intuisce, scopre, inventa, crea, costruisce.
1Marcel Mauss, “Les Techniques du corps”, Journal de Psychologie, XXXII, ne, 3-4, 15 mars - 15 avril 1936. Communication présentée à la Société de Psychologie le 17 mai 1934.
2 Marcel Mauss, “Les Techniques du corps”, Journal de Psychologie, XXXII, ne, 3-4, 15 mars - 15 avril 1936. Communication présentée à la Société de Psychologie le 17 mai 1934.
giovedì 30 novembre 2023
Marcel Mauss, 'Le tecniche del corpo', 1934. Un testo chiave che ogni tecnologo dovrebbe leggere
mercoledì 14 aprile 2021
Onlife
On life: se non avessimo perso l'abitudine a cercare il senso nelle espressioni in lingua straniera che ormai usiamo senza pensare, ci potrebbe venire in mente “sulla vita”: si tratta forse di un pensiero rivolto alla vita sulla terra, alla natura, alla vita umana?
Si tratta invece di un neologismo creato, o comunque diffuso, da un personaggio di pubblica notorietà, che ha eletto sé stesso a profeta o divulgatore di una nuova cultura digitale ai quali i cittadini tutti dovranno adattarsi.
Il neologismo è calcato sull'espressione inglese on line. Facilissima da tradurre con una identica espressione italiana: in linea.
Linea è una bella parola che ritroviamo in ogni lingua moderna, rimanda a una pianta usata da noi esseri umani fin da tempi remoti: il lino. L'idea di linea discende dall'osservare il filo di lino. Essere on line, in linea, è essere connessi tramite un filo. C'è della poesia nell'immagine che ci vede tutti connessi tramite sottili fili di lino. Più pesante, incombente, è un sinonimo di online: wired. L'inglese wire, discende da una radice protogermanica che sta per 'metallo'. Dunque un filo di ferro, che può essere torto e piegato.
Basterebbe dunque dire che viviamo nell'era della connessione. Tramite strumenti digitali, noi cittadini del pianeta siamo connessi l'uno all'altro.
Ma dire questo non basta al noto divulgatore. Egli intende educare il popolo, condurlo ad una disciplina. Cosa significa essere umani nell'era digitale? Si dovrà dunque far credere a noi esseri umani di essere oggi sbalzati in una dimensione dove le dicotomie fra reale e digitale, e tra umano e macchina non sono più definibili in maniera nitida.
Ecco dunque il noto divulgatore coniare la nuova espressione, buona per far capire il concetto al cittadino, considerato incapace di pensare in proprio e veramente comprendere. Il divulgatore constata: viviamo in nuovo ambiente, fatto di esperienze online e offline: esperienze vissute a prescindere da connessioni, e esperienze che sono conseguenza di connessioni. E fin qui possiamo facilmente essere d'accordo con lui.
L'umana consapevolezza può ben esserci di aiuto nel distinguere i momenti della vita, scegliere quali strumenti usare, decidere il come usarli, quando e dove. L'essere umano può scegliere quando e come perché, e con quali cautele usare una piattaforma digitale. Certo, questo richiede educazione, attenzione, senso di responsabilità. E' importantissimo oggi lavorare a formare questa nuova coscienza sociale e politica. Ma cosa dice invece il noto divulgatore: state vivendo in un'ibrida onlife. La condizione è data per fatale e per ineluttabile.
Ricalcando on line, si dice: on life. Una comoda assonanza tra due parole inglesi permette di un salto concettuale: un filo di lino non è nulla rispetto alla complessità della vita; eppure lì dove si parla di connessione, si vuol far pensare che si parli di vita intera.
C'è un esempio che il noto personaggio porta in ogni occasione. La società dell'informazione è la società delle mangrovie. Le mangrovie crescono nel delta del fiume, dove l’acqua dolce (l’analogico) si confonde con l’acqua salata del mare (il digitale). Ed è in questa dimensione ibrida, in questa acqua salmastra, che crescono le mangrovie, il mondo onlife.
Possiamo ripeterlo: la complessità della vita è ridotta ad una opposizione: analogico o digitale. Badate bene: analogico e digitale sono aggettivi che descrivono macchine. Certo, possiamo intendere l'essere umano come una macchina, e confrontare l'essere umano con altre macchine, e cercare la convivenza tra esseri umani e macchine. Ma è questo che vogliamo? Vogliamo considerare noi stessi come macchina, intendendo per macchina un computer, o magari una 'intelligenza artificiale'? C'è una ricchezza nell'essere-in-connessione degli esseri umani, nella società umana, nella vita umana, che la parola nuova onlife ci porta a dimenticare, o a considerare irrimediabilmente persa.
Le metafore, del resto, vanno usate con cautela. Sono narrazioni: dobbiamo accettare che ci dicano più di quanto appare a prima vista. O ancora: dobbiamo accettare che, al di là delle intenzioni dei noti divulgatori, parlino in modo differente ad ogni essere umano.
Un'arte tipicamente umana è il narrarsi storie. Ecco dunque cosa mi evoca la parola onlife, spiegata attraverso la metafora della mangrovia.
Ho vissuto e lavorato in un luogo la cui conformazione geofisica è la foresta di mangrovie. Il confondersi dell'acqua salmastra con l'acqua dolce non è che un aspetto. La marea sale e il suolo fangoso scompare alla vista e di questo intrico emergono ormai solo le chiome verdi. I rami si trasformano in radici. Il confine è sempre mutevole, non solo tra le acque, ma ancor più tra le terre. Isole emergono e scompaiono. Impossibile dire dove sta, tra San Lorenzo e Tumaco, tra Ecuador e Colombia, dove sta la frontiera.
Lì ho visto svolgere i lavori più disumani che abbia mai conosciuto in vita mia. Donne e bambini a raccogliere nel fango conchas prietas, apprezzati frutti di mare.
Ed oggi la zona è uno dei luoghi del mondo più crudeli, invivibili per gli esseri umani. Terra in mano alla malavita, a commercianti fuorilegge di droga e di armi.
Le mangrovie, e dietro le mangrovie l'onlife, parlano dunque anche di un pericolo, di una minaccia. Potremo certo muoverci su questo terreno. Ma ciò è possibile solo se ci manteniamo vigili.
La lezione che traggo da tutto questo è che a noi esseri umani compete la responsabilità di rispettare la natura e la vita. Ed anche la responsabilità di migliorare la natura e la vita, se possibile, ma sempre consapevoli del nostro farne parte.
Ci conviene pensare che l'onlife non è altro che una parte della vita che quotidianamente viviamo. Un terreno che possiamo esplorare.
Questo testo è stato pubblicato il 6 aprile 2021 sul blog Oltrepassare.
martedì 22 dicembre 2020
Quale filosofia per i tempi digitali
Sommario
Di fronte alla 'novità digitale', dove sembra che l'umana capacità di pensare possa essere trasferita ad una macchina, la filosofia è sempre più necessaria. Ugualmente è necessaria filosofia di fronte alla conoscenza scientifica, settoriale e specialistica, fondata su linguaggi escludenti.
Purtroppo ciò che vediamo accadere è invece la genuflessione della filosofia di fronte alla 'novità digitale', alla scienza ed alla tecnica.
Ma più che di morte della filosofia si deve parlare di resa dei filosofi.
Possiamo guardare alla scena già presente, già popolata di intelligenze artificiali, robot, macchine autonome. Possiamo anche affacciarci sulla scena futura, dove è ben possibile che uomini e intelligenze artificiali convivano in pari posizione. Possiamo guardare a tutto questo con lo sguardo dell'essere umano che pensa dubitando, cercando la sintesi e la propria saggezza.
lunedì 7 dicembre 2020
La macchina che ci accompagna nella vita ci blandisce, ci lusinga, ci dice...
Bastone, bisaccia e scarpa vecchia. Come raccontare il computer con le parole del mito
domenica 9 febbraio 2020
Viaggio bibliografico nella ‘cultura digitale’
giovedì 20 giugno 2019
Per una cittadinanza digitale
Cittadinanza, partecipazione, digitale. Il ragionamento sulle tre parole porta, alle fine, ad aggiungerne un'altra: infrastruttura.
Partecipazione: il latino particeps è composto da pars e dal tema del verbo capere, 'prendere': partecipe è chi 'prende parte'. Interessante però soffermarci qui su pars, da cui in italiano parte. Pars è nome d'azione del verbo parere, 'produrre', il cui senso sta nel modo di 'produrre' umanamente più ricco: il partus, parto. Siamo portati a considerare la parte come qualcosa di dato, come se all'origine stesse una separazione: se, indicatore di separazione, parere. Ma in l'etimologia ci suggerisce una lettura più profonda. Ogni essere umano è parte, nel senso che è stato partorito. La separazione è solo la separazione del parto. La separazione sociale sta piuttosto nel verbo dividere, dove il senso originario sta nel vid: 'mancante di'. La figura sociale esemplare che ci parla del senso della 'divisione', ovvero della forzata separazione dal corpo sociale è la vedova, colei che è 'mancante di', 'costretta alla separazione'. E' così che la saggezza umana, in qualsiasi cultura, consiglia di preoccuparsi nella reintegrazione nel tessuto sociale delle vedove e degli orfani. Possiamo chiederci come la tecnologia possa sostenerci nel reintegrare nel tessuto sociale chi è costretto alla separazione. La parola device ci parla di questo: dalla consapevolezza della divisione emerge il tentativo di superarla, espressa dal verbo francese diviser, 'divisare'. Di qui l'inglese device.
Cittadinanza: il latino cives, 'cittadino', discende da una radice indoeuropea che sta per 'insediarsi'. L'insediamento è un processo, o meglio è frutto di un passaggio. L'origine sia del migrare che del mutare è ben raccontata dal verbo latino meare: 'passare per una data via'. Il 'passaggio al digitale' è una migrazione verso una nuova cittadinanza. Importante notare che il cives prende in latino un significato giuridico. Ma il senso originale dell'espressione è più vasto e più profondo. Ne è testimonianza in fatto che dalla stessa radice discendono in sanscrito espressioni che stanno per 'caro'. Dunque la cittadinanza è una relazione tanto giuridica quanto affettiva.
Del senso della parola digitale, ho parlato e scritto in varie occasioni, per esempio qui. In fondo la parola digitale è deludente. Digitale non vuol dire altro che 'numerico'. La parola quindi ci ammonisce, chiamandoci a non ridurre la cognizione di noi stessi a ciò che è visibile tramite 'dati' espressi in numeri. L'umana capacità di conoscere non si riduce al 'pensiero calcolante'.
Nell'intento di guardare alla 'cittadinanza digitale', conviene chiamare in causa anche un'altra parola. Siamo chiamati a vivere su piattaforme, o meglio a vivere in infrastrutture. Meglio usare la parola infrastruttura, più ricca di senso ed istruttiva. Infrastruttura: in origine sta la radice indeuropea ster, che ha il senso di 'stendere'. Da questa radice in greco antico stratos, 'esercito schierato', e strategôs, 'capo dell'esercito'. Questa è quindi anche l'origine di strategia.
Dalla radice ster discende il verbo struere significa in latino 'disporre uno strato sopra l'altro'. Da struo il concetto astratto: structura. Anteponendo il cum, che porta in senso di vicinanza e compiutezza, si ha il verbo construo, da cui costruisco, e quindi costruzione, construction. Ed anteponendo il dis, che sta per separazione, dispersione, si ha il latino destruo, distruggo, e quindi distruzione, destruction. Dal verbo struere, ancora, il latino stratum, da cui anche strada. E' proprio lo strato, dunque, a dirci dell'originario senso della struttura: un continuo tentativo di assestamento, che avviene attraverso il sovrapporre in modo differente gli strati uno sopra l'altro, cambiando ad ognuno la posizione, o aggiungendo o togliendo strati. L'infra rafforza ulteriormente il senso: infra è in origine 'sotto', ma poi sta anche per 'dentro', 'fra', 'all'interno'.
Il rischio che corriamo nel vivere in infrastrutture è ben rappresentato dalla differenza tra l'essere cittadini ed essere utenti. Se ci limitiamo a vivere in infrastrutture già costruite saremo ridotti a utenti. Saremo cittadini solo se parteciperemo alla costruzione dell'infrastruttura.

