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lunedì 8 novembre 2021

Zuck colpisce ancora

Giovedì 16 febbraio 2017 David Zuckenberg pubblica su Facebook un lungo post dal titolo Building Global Community. Più che il Discorso dell'Unione di un Capo di Stato, è l'enciclica, la lettera pastorale del Papa di un Chiesa Universale. 

Nel testo, la parola infrastructure appare alla quinta riga, e poi altre ventiquattro volte. "In tempi come questi, la cosa più importante che noi di Facebook possiamo fare è sviluppare l'infrastruttura sociale per dare alle persone il potere di costruire una comunità globale che funzioni per tutti noi".

L'Infrastracture è definita con impegnativi aggettivi: social, meaningful, global. Altrettanto impegnativi gli aggettivi usati per definire le Communities nelle quali gli esseri umani meriterebbero di vivere: supportive, safe, informed, civically-engaged, inclusive.

Alla fine, salutando i lettori con il solo nome, Mark, senza cognome, come un vero Papa, Zuckenberg ringrazia: "Thank you for being part of this community". Possiamo leggere: Thank you for il vostro vivere dentro Facebook, The Infrastructure.

Zuckenberg, giovanotto viziato, reso delirante dal potere, rivolgendosi ad ogni essere umano, arrogandosi il diritto di  parlare a nome di ognuno di noi, chiama a partecipare alla costruzione dell'Infrastructure, "il mondo che vogliamo per le generazioni che verranno”. (1)1

Fingendo di dimenticare che Facebook è piattaforma già costruita, alla cui costruzione nessuno di noi può partecipare; un luogo dove il cittadino è ridotto a utente.

La possibilità, offerta ad ognuno, di caricare su Facebook i propri materiali non è, come potrebbe apparire a prima vista, un’apertura alla partecipazione e alla condivisione dei saperi. Il knowledge di cui ogni essere umano è autore è ridotto a content, cosa che è costretta dentro, rinchiusa, forzata nei confini di una Infrastructure già costruita. E in base a regole opache, ed in ogni caso imposte d'autorità, Zuckerberg ha deciso che quel knowledge non è più dell’essere umano che l’ha prodotto, ma suo. Come anche la storia di vita del cittadino: ogni gesto, ogni parola diviene un dato che Zuck userà come gli pare.

La nuova terra promessa del Metaverso

Facebook instupidisce, ma non tutto è perduto se i cittadini reagiscono ancora, e mostrano segni di disaffezione per Facebook e per le mirabolanti promesse di nuova democrazia del giovanotto. Ma ecco che allora, all’inizio dell’estate 2021, Zuckerberg, vista la mala parata, rincara la dose, lanciando il progetto del Metaverse.

Se siete stufi di Facebook, ecco la nuova terra promessa: un mondo virtuale, una realtà aumentata dove sarà possibile “sperimentare un senso di presenza molto più forte” di quello offerto da social network e piattaforme. Un mondo “più naturale”, “più confortevole”.

"Quello che mi entusiasma è aiutare le persone a sperimentare un senso di presenza molto più forte" di quello offerto oggi da social network e piattaforme. "Le interazioni che avremo saranno molto più ricche". In futuro, invece di limitarti a telefonarmi, "potrai sederti come ologramma sul mio divano"; "e sembrerà davvero di nello stesso posto, insieme”, "anche se ci si trova in stati diversi o a centinaia di chilometri di distanza". (2)2

La novità è ufficialmente sancita il 28 ottobre 2021in una nuova lettera enciclica, rivolta al popolo del pianeta dal Sovrano Illuminato. (3)3

Ora Zuckerberg non offre solo spazi di libertà, luoghi di incontro mediati dalla scrittura e dalla lettura dei poveri post di Facebook e di WhatsApp, delle immagini e dai video di Instagram. Ora offre, molto modestamente, un nuovo mondo e una nuova vita.

“Nel Metaverso, sarai in grado di fare quasi tutto ciò che puoi immaginare: stare insieme ad amici e familiari, lavorare, imparare, giocare, fare acquisti, creare, nonché vivere esperienze completamente nuove”. “Sarai in grado di teletrasportarti istantaneamente come un ologramma per essere in ufficio senza fare il pendolare, a un concerto con gli amici o nel soggiorno dei tuoi genitori”. “Sarai in grado di dedicare più tempo a ciò che conta per te, ridurre il tempo nel traffico e ridurre la tua impronta di carbonio”. (5)4

E aggiunge: "Non costruiamo servizi per fare soldi; facciamo soldi per costruire servizi migliori". Come ogni narciso prigioniero del proprio ego, cita qui se stesso: ci ricorda che aveva pronunciato questa frase nel 2012, invitando gli investitori a comprare azioni Facebook. (5)5 Ora invita ad investire in Meta.

La forza di Zuckerberg sono i suoi seguaci

Non so se qualcuno riuscirà a fermarlo. Vedo un problema.

Nel 2017 si era diffusa la voce che Mark Zuckerberg si preparasse a candidarsi, nel 2020, come presidente degli Stati Uniti. Non era vero. Zuck non ne aveva bisogno. Ci sono motivi per sostenere che il suo potere asimmetrico di padrone di piattaforme sulle quali i cittadini del pianeta sono costretti a vivere è più grande del potere del presidente americano.

Il problema è che conosco diversi esperti, profeti della Digital Transformation, Innovation Manager, Business Designer, Business Futurist: loro considerano davvero Zuckerberg il Presidente, la guida che apre la strada. La forza di Zuckerberg sta in questi seguaci – che con lui in questi giorni si leccano i baffi pensando ai nuovi guadagni che potranno conseguire attraverso una gabbia imposta ai cittadini, un falso mondo, ben più pericoloso di Facebook.

1Mark Zuckerberg, “Building Global Community”, https://www.facebook.com/ notes/mark-zuckerberg/building-global-community/10103508221158471/.

2Casey Newton, "Mark in the Metaverse. Facebook’s CEO on why the social network is becoming ‘a metaverse company’", The Verge, Jul 22, 2021: https://www.theverge.com/22588022/mark-zuckerberg-facebook-ceo-metaverse-interview.

3Mark Zuckerberg, Meta Founder’s Letter, 2021, October 28, 2021, https://about.fb.com/news/2021/10/founders-letter/

4Ibid.

5Matt Rosoff, “Mark Zuckerberg's Letter To Facebook Investors”, Insider, Feb 1, 2012. https://www.facebook.com/businessinsider/posts/we-dont-build-services-to-make-money-we-make-money-to-build-better-services/10152583593614071/

Articolo apparso su Parole di Management l'8 novembre 2021.

mercoledì 27 ottobre 2021

Realtà Aumentata come distruzione sociale

 Ricordo un incontro a cui ho partecipato durante il distanziamento obbligatorio causato dal virus. Incontro online, ovviamente. Tra i partecipanti, docenti universitari, persone convinte del proprio ruolo e della propria autorevolezza - in realtà per le prime volte esposte alla novità della connessione via piattaforma digitale.

Uno di loro si rivolge all'organizzatore, un imprenditore, e gli dice: 'Apprezzo l'organizzazione dell'incontro in questo momento difficile, è bello trovarci qui insieme nonostante il difficile momento. Peccato però che la relazione tra di noi sia penalizzata dalla povertà del mezzo. Auspico una futura situazione in cui possiamo trovarci insieme in modo più empatico, caldo'. Pensavo questo autorevole personaggio pensasse ad un incontro dal vivo, presenti insieme in carne ed ossa. Ma no, mi accorsi che si trattava di un invito all'organizzatore, affinché una prossima volta convocasse l'incontro su una piattaforma più performante, dove ognuno di noi fosse presente tramite un proprio avatar, un simulacro digitale, una apparenza tridimensionale. Forse aveva letto la pubblicità di una di quelle soluzioni tecnologiche e promette di creare mondi in cui interagire e comunicare, vivendo 'esperienze immersive molto simili a quelle della vita reale; ma migliori, più intense, delle esperienze della vita reale'.

Più comodo, più naturale, più reale

Ed ecco che verso la fine del giugno 2021, quando ormai la necessità di incontrarsi online viene meno, e torniamo in ogni luogo del pianeta ad incontrarci dio persona, tempestivo scende in campo Mark Zuckerberg.

Facebook è ormai lontana dai tassi di crescita vorticosa di anni precedenti, nuovi social network appaiono sulla scena, non bastano le sinergie con Instagram e WhatsApp, emergono problemi di privacy e l'opinione pubblica si fa più critica sui temi della privacy. Così, all'inizio dell'estate, Zackerberg lancia il suo Metaverse. Se si è stufi di Facebook, se si considera troppo povera l'interazione offerta dalle piattaforme di videoteleconferenza, ecco la nuova terra promessa: il Metaverse.

Dopo le tante riunioni di lavoro nell'ultimo anno, "faccio fatica a ricordare in quale incontro qualcuno ha detto qualcosa, perché le persone sembrano tutte uguali e si fondono tutte insieme". "Quello che mi entusiasma", afferma sorridente Zuckerberg, "è aiutare le persone a sperimentare un senso di presenza [sense of presence] molto più forte" di quello offerto da social network e piattaforme. Ed anche, aggiunge, "più naturale", "più comodo [comfortable]". "Le interazioni che avremo saranno molto più ricche, sembreranno reali [they’ll feel real]". In futuro, invece di limitarti a telefonarmi, "potrai sederti come ologramma sul mio divano"; "and it’ll actually feel like we’re in the same place", sembrerà davvero di nello stesso posto, "anche se ci si trova in stati diversi o a centinaia di chilometri di distanza".1

Così, conclude Zuckerberg, “mi aspetto che nel giro di cinque anni le persone ci vedranno non come un’azienda di social media, ma come una compagnia del metaverso”. Nel mentre lo descrive come un 'Internet incarnato', Zuckerberg annuncia che stanzierà 50 milioni di dollari per il suo sviluppo.

Quello che mi colpì di quel professore fu la superficialità, l'accondiscendenza con cui tutto ciò che viene presentato come innovazione: la soluzione di ogni problema affidata alla tecnologia; il dire: non si può tornare indietro: adottata una tecnologia, l'unica possibilità è passare ad una più potente. La tecnologia come imbuto nel quale va incanalata la vita. La realtà ridotta a simulazione.

Quello che mi colpisce di Zuckerberg è il cinismo. Il suo approfittare del momento, della contingenza. C'è certamente l'abilità imprenditoriale. C'è la capacità di approfittare di una esperienza da tutti diffusa: l'insoddisfazione per la qualità delle interazioni permesse dalle piattaforme usate nel tempo del distanziamento sociale obbligatorio.

Ma sgomenta l'imposizione di un disegno politico e sociale. La pretesa di sostenere di conoscere cosa è bene per i cittadini del pianeta. E la confusione tra cosa è bene per i cittadini e cosa è bene -ovvero: utile- per lo stesso Zuckerberg. Aggiungo che, ovviamente, Zuckerberg non è che il campione, l'esponente esemplare di una generazione di imprenditori, o come molti amano definirsi: business designer. Il che nei tempi digitali vuol dire: disegnatori di mondi nei quali non loro, ma ogni altro essere umano, dovrà vivere.

Realtà Virtuale, Realtà Aumentata

So bene che tecnici e studiosi del settore saliti in cattedra a cavillare sono pronti con la matita blu: Virtual Reality non deve essere confusa con Simulated Reality e Augmented Reality.

Ma vi invito a lasciar perdere queste sottigliezze: infatti, senza farsi tanti problemi, Zuckerberg parla di sense of presence senza definire il concetto, parla di genericamente di qualcosa che appare naturale, che sembra reale. E mette insieme senza minimamente preoccuparsi di distinguerle, Realtà Virtuale e Realtà Aumentata.

Ma va sottolineata una differenza. La Realtà Virtuale è una realtà non fisicamente esistente ma fatta apparire via software; un mondo artificialmente costruito, nel quale il cittadino ed il consumatore sono invitati ad entrare. La Realtà Aumentata, invece, è una contaminazione, una corruzione della realtà quotidianamente, socialmente, liberamente vissuta dagli esseri umani.

Vivo le mie esperienze quotidiane, ma ora non sono più libero di viverle come persona libera. Sono costretto a viverla tramite la mediazione di un software, di un qualche algoritmo costruito da un tecnico.

Bastano due esempi.

Il primo. Sono per strada e uso Google Map. Inizialmente il supporto di Realtà Aumentata mi appare un supporto a muovermi più efficacemente, in base alle mie scelte. Ma presto lo strumento nelle mie mani si trasforma in uno strumento che tramite gentili spinte mi induce a muovermi in certi modi, e ad osservare in mondo in una maniera che è frutto di un progetto altrui, e I miei desideri, i miei sogni, le mie scelte di utilità sono messe in secondo piano, svilite o censurate.

Si deve poi aggiungere che la Realtà che si presenta come semplice 'aumento' dello stato del mondo, finisce poi per prendere il sopravvento: crediamo di muoverci nello spazio della nostra città, e invece ci muoviamo dentro la rappresentazione di quello spazio costruita dai tecnici di Google. Accade già a noi quello che accadrà in ogni caso all'auto a guida autonoma: visto che guardiamo la mappa di Google e non il terreno che abbiamo intorno, se c'è una buca nella strada questa dovrà essere registrata sulla mappa digitale, di proprietà di Google. C'è qui, anche, un significativo risvolto politico: ciò che è un bene pubblico, in virtù della Realtà Aumentata, finisce per divenire privato.

Il secondo. Sono in un museo. Mi nutro della bellezza che ho intorno. Scelgo quale quadro guardare, e come. Scelgo il percorso. Scelgo dove e quando fermarmi, quando sedermi, in base a considerazioni estetiche e anche a privatissime sensazioni, come la stanchezza del momento, o a considerazioni legate al tempo a disposizione. Certo, posso anche seguire i suggerimenti di una guida, una persona in carne ed ossa, un essere umano con il quale interagire. I supporti di Realtà Aumentata, invece, allontanano il mio sguardo dal presente. Mi trasportano in un museo lontano dal qui ed ora; reimmaginato da un qualche esperto.

Infine, il tour così guidato porta sottilmente a pensare che tanto vale non essere fisicamente in quel luogo. La visita virtuale è meno faticosa. Sarò così sicuro di aver visto le opere che l'esperto considera importanti. La funzione educativa, esperienziale, della visita al museo, la mia crescita personale alla luce del bello che io stesso scopro, viene meno.

Due tipi di occhiali

L'ultimo prodotto uscito dai Facebook Reality Labs, all'inzio del settembre 2021, l'ultima trovata commerciale legata alla nuova strategia di Facebook coinvolge anche una grande impresa italiana, Luxottica. Occhiali con il brand Ray Ban.



Ray-Ban Stories: si afferma nella promozione: puoi catturare istantaneamente qualsiasi momento

"occhiali che ti offrono un modo autentico [authentic way] per catturare foto e video, condividere le tue avventure e ascoltare musica o rispondere alle telefonate - così puoi rimanere presente con gli amici, la famiglia e il mondo intorno a te".2

In occasione del lancio di questi smart glasses, il capo dei Facebook Reality Labs (FRL), Andrew "Boz" Bosworth, incontra, in un nuovo episodio del podcast Boz to the Future, Rocco Basilico, Chief Wearables Officer di EssilorLuxottica. I due, entusiasti, concordano: "Le persone smart devono indossare gli smart glasses!".

Ma il senso dell'operazione lo si legge a chiare lettere nella sintesi del podcast: "I Ray-Ban Stories segnano un'importante pietra miliare sulla strada verso gli occhiali AR [Augmented Reality], e il loro uso oggi è coerente con i casi d'uso che ci aspettiamo di vedere in futuro".3

Ovvero: la nostra strategia consiste nel dotare i cittadini di strumenti tesi a pilotare il loro modo di fare esperienza.

La tecnologia non è mai veramente nuova. Si tende a intendere la storia della tecnologia come una freccia tesa verso il futuro: progresso, innovazione come allontanamento dal passato. Ma potremmo invece ben leggere la storia della tecnologia come ciclico ritorno su progetti e linee di sviluppo. Guardate questa immagine:



Non vediamo qui un essere umano nascosto dietro occhiali scuri alla moda; non vediamo qui un essere umano pigro e dipendente, tenuto sveglio dagli effetti speciali di un accattivante Metaverso. Vediamo un essere umano orgoglioso del proprio pensiero, consapevole dei propri limiti, ma anche convinto del proprio discernimento.

Nel settembre 1945 Vannevar Bush, finissimo tecnologo, ripubblica sulla rivista Life l'articolo As We May Think, uscito su The Atlantic in luglio. Tra le illustrazioni che accompagnano l'articolo, questa, che campeggia sopra il titolo, è la più chiara e significativa.4

Possiamo ben immaginare quella telecamera integrata negli occhiali. Ma ecco la differenza tra gli occhiali di Bush e gli occhiali di Boz" Bosworth e Basilico. Ed ecco la differenza tra il computer come lo intendeva Bush e come lo intende Zuckerberg.

Bush intende il computer, e le sue periferiche, come strumenti al servizio dell'essere umano che liberamente, e sempre più profondamente ed originalmente pensa. Esseri umani che come Galileo conoscono il mondo, sperimentano, fanno esperienza. Occhiali come il cannocchiale di Galileo. Il supporto della macchina permette una esperienza più ricca. Bush immaginava che l'essere umano supportato dalla macchina sarebbe stato in grado di tenere traccia delle proprie esperienze, fonderle tra di loro, sommarle con conoscenze altrui. Immaginava che le conoscenze restassero bagaglio della persona, libera di scegliere come condividerle.

Dalle intuizioni di Vannevar Bush discende il World Wide Web, inteso come luogo di produzione sociale di conoscenza; Rete di conoscenze prodotte da esseri umani, in condizioni di libertà e parità di accesso.

Zuckerberg invece combatte il Web, prima sostituendovi il suo ambiente chiuso e proprietario, Facebook. Ed ora tentando di sostituire al Web il Metaverse. Una piattaforma progettata per indirizzare, inquadrare, condizionare, le esperienze di ogni essere umano.

Bush, e chi seguì la sua strada, immaginavano una rete peer-to-peer, dove ogni produttore di conoscenza sceglieva cosa e come mettere in comune.

Zuckerberg, al contrario, prevede che ogni conoscenza umana sia conservata in un cloud: cioè in un luogo di proprietà di Zuckerberg, fuori dalla controllo dei cittadini.

Le inclinazioni umane non sono bias

Non c'è bisogno di ripetere che prendiamo Zuckerberg come niente più che un esemplare rappresentante di una intera generazione di tecnici ed imprenditori.

E del resto vale la pena ricordare che la scienza e la tecnica non sono neutrali. Tanto meno lo è la tecnologia, che è applicazione della scienza e della tecnica ad interessi politici, finanziari ed industriali.5

Perciò possiamo guardare al retroterra storico e culturale che porta alla proposta del Metaverse.

Viviamo una stagione storica di grande divaricazione tra una élite economica, finanziaria, politica, e tecnico-scientifica, da un lato, e dall'altro cittadini sempre più ridotti a sudditi impotenti, utenti e consumatori.

L’élite sostiene che i cittadini sono incapaci di scelte efficaci ed adeguate. Tesi politica confermata da significativi riconoscimenti. Nel 2002 il premio Nobel per l'Economia è attribuito a Daniel Kahneman. A Kahneman e al suo collega matematico-psicologo Amos Tversky

Kahneman Thaler si deve il concetto di bias cognitivo. Una sorta di difetto congenito dell’essere umano. Errori di giudizio che portano prendere decisioni sulla base di pregiudizi e di percezioni errate. Il considerare questo vizio universale e congenito, permette di svalutare la portata dell’educazione, e anche la portata dell’umana saggezza. Limiti umani ovvi, così, vengono usati come giustificazione per togliere spazio al libero arbitrio, all’esercizio dell’umana saggezza.

dipendenti da meccanismi universali che presiedono il recupero di conoscenze razionali, e agiscono secondo automatismi mentali che portano a prendere decisioni velocemente, ma il più delle volte sbagliate perché fondate su pregiudizi o percezioni errate o deformate. Insomma, sono decisioni prese a partire da un errore di giudizio.

Perciò, ogni essere umano deve essere guidato, indirizzato, ed infine trattato come un infante.

In perfetta continuità, il premio Nobel per l’Economia del 2017 è attribuito a Richard Thaler, sostenitore della stessa scuola. Gli esseri umani compiono errori. Esiste quindi la necessità di paternalismo; esiste la necessità che designer, architetti, costruttori dell'opinione pubblica, “influenzino il comportamento delle persone, al fine di rendere la loro vita più lunga, sana, e migliore".

I dubbi sulla capacità dell’essere umano di prendere decisioni, si risolvono spingendo gli essere umani a prendere le decisioni che l’élite ritiene più convenienti. Questo è il senso del nudge, la spinta gentile. Ho perso il conto delle volte in cui, in questi anni, ho sentito tecnici informatici, User Experience Designer, strateghi del passaggio al digitale, giustificare le loro scelte progettuali con i bias cognitivi degli esseri umani. Molto più raro il loro appello alla capacità di giudizio ed alla saggezza che ogni essere umano possiede.

Per i poveri e deboli esseri umani, aggiunge ora Zuckerberg, non basta più Facebook come luogo di spinte gentili, ovvero di condizionamento di ogni cittadino e dell’opinione pubblica in genere. Serve il Metaverse, un luogo dove le gentilissime spinte saranno più incisive, irrifiutabili.


La realtà come costruzione sociale

Agli inizi degli Anni Sessanta del secolo scorso, agli albori dell’era digitale, si afferma l’espressione software. E di conseguenza virtual, nel senso di “non fisicamente esistente ma fatto apparire via software”. Si apriva allora la stagione dei progetti di esperienze immersive che si pretendono alternative alla vita reale, o in grado di migliorare la stessa vita reale.

In quei giorni due sociologi americani di origini austriache, si incontrano per una vacanza nelle Alpi bavaresi, e ragionando e discutendo finiscono per decidere di scrivere un libro il cui significato, come loro stessi diranno, è perfettamente racchiuso nel titolo: The Social Construction of Reality. Il libro uscirà nel 1966, e resta una pietra miliare.6

Berger e Luckmann ci parlano di come, nel corso della nostra lunghissima storia, noi esseri umani siamo ci siamo mostrati capaci di produrre conoscenze. Conoscenze adeguate alle necessità e ai desideri. Dalle esperienze, dalle conoscenze, nasce la realtà: un costrutto sociale, ci ricordano Berger e Luckmann, che gli esseri umani tutti contribuiscono ad edificare e a mantenere viva. La realtà è una costruzione sociale, alla quale ogni essere umano non solo ha diritto di partecipare, ma è capace di partecipare.

Anche oggi siamo capaci, ovviamente, di produrre conoscenze, e quindi realtà. Le accuse di Kahneman e Tversky, le pretese paternalistiche di Thaler non sono altro che aspetti contingenti di dinamiche politiche. Dinamiche che lungo la storia si sono presentate all’interno di ogni cultura: conflitti, lotte di potere, rotture di equilibri sociali.

L’unica novità è forse questa: alla pluralità di culture umane si tenta oggi di sostituire una unica cultura, imposta per via digitale. La Realtà Aumentata del Metaverso, universale ed unificante, è un attacco alle culture umane, una invasione del loro spazio.

Al senso di presenza creato via software che Zuckerberg ci propone, possiamo contrapporre la consapevolezza del nostro essere umani, l'autocoscienza, l'esperienza di sé narrata lungo l'arco di millenni dall'arte e dalla letteratura, dalla filosofia e dalle scienze umane, e presente nelle relazioni sociali, quando ci incontriamo faccia a faccia, veramente presenti con i nostri corpi e le nostre anime.

Ci aspettiamo una produzione digitale che rispetti la storia, e che se ne consideri parte. Non una produzione digitale che prenda di sostituire la storia umana.

(Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 27 ottobre 2021 con il titolo Il metaverso di Facebook: la realtà aumentata come distruzione sociale. Qui l'articolo.)

1Casey Newton, "Mark in the Metaverse. Facebook’s CEO on why the social network is becoming ‘a metaverse company’", The Verge, Jul 22, 2021: https://www.theverge.com/22588022/mark-zuckerberg-facebook-ceo-metaverse-interview.

2https://tech.fb.com/ray-ban-and-facebook-introduce-ray-ban-stories-first-generation-smart-glasses/

3https://tech.fb.com/boz-to-the-future-episode-4-the-future-of-wearables-with-rocco-basilico/

4Francesco Varanini, "Vannevar Bush", Dieci Chili di Perle, 20 febbraio 2010: https://diecichilidiperle.blogspot.com/2010/02/vannevar-bush.html

5Francesco Varanini, Le Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale. E perché conviene trasgredirle, Guerini e Associati, 2020: Terza Legge.

6Peter L. Berger and Thomas Luckmann, The Social Construction of Reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge, Anchor Books, New York, 1966. Trad. it. trad. it. La realtà come costruzione sociale, Bologna, Il Mulino, 1969.

domenica 30 settembre 2018

Il mio computer mi dice... Risposta ad una domanda di mia mamma


Mia mamma ha novantasette anni. L'altro giorno mi ha telefonato per chiedermi spiegazioni. Voleva sapere perché "il mio computer" (un iPad) "mi segnala due siti dicendomi che sono i più visitati". Le devo una spiegazione un po' più accurata di quella data al telefono.
Devo cominciare notando che mia mamma dice giustamente "il mio computer mi dice", non distinguendo ciò che nasce dal sistema operativo della macchina stessa, da un software applicativo caricato sul computer, o nasce invece da una connessione. Mia mamma dice giustamente, perché i produttori di hardware e software, i fornitori di sevizi via web, gli sviluppatori di applicativi, gli esperti di User Experience Design -insomma, tutti gli attori che operano sulla scena digitale, salvo rare eccezioni- fanno il possibile per azzerare la differenza tra ciò che accade sulla singola macchina e ciò che accade nell'indistinta nuvola, o cloud che dir si voglia.
Tutto, agli occhi dell'utente, deve apparire come indistinta e complessiva manifestazione della volontà di una macchina. Volontà che si fa di volta in volta più imperativa e pressante. Mia mamma poco tempo fa ha dovuto sostituire il suo iPad con uno nuovo. Il nuovo disponeva di un sistema operativo più evoluto. Mia mamma ha commentato così: è peggio di quello di prima, perché vuole fare di più quello che vuole lui.
E' proprio vero: più passa il tempo, e più 'la macchina' -e intendiamo come già detto l'insieme: il sistema operativo, Google, la singola applicazione, il singolo sito- sempre più propone all'utente scelte obbligate, presentate oltretutto come vantaggiose per l'utente, ma che sono invece vantaggiose solo per il fornitore. Faccio solo un esempio: se casomai un utente, nell'usare Google Map, disinserisce la localizzazione, il software cerca di colpevolizzare, e afferma: non sai cosa perdi! Qualcuno potrebbe argomentare: si tratta di servizi gratuiti. Ma la risposta è facile: Google offre servizi gratuiti come esca per spiare i comportamenti umani e trarne profitto. Moltissimi sarebbero coloro -certamente anche mia mamma- che, correttamente informati, preferirebbero pagare qualcosa per di non essere spiati. Non a caso mia mamma, osservando la posizione dell'utente indicata in fondo alla pagina che restituisce i risultati di una ricerca su Google, si scandalizza, sempre riferendosi, a ragione, al computer, inteso come unica macchina: ma come fanno a sapere dove sono?
Torno alla domanda di mia mamma. Lei, come ho già detto -e dobbiamo darle ragione, anche per motivi che lei ignora- attribuisce il comportamento al computer. Perché il computer le dice che quei due sono i siti più visitati. Come fa a saperlo. E sono davvero i più visitati?
L'informazione proposta, nota giustamente mia mamma, è ambigua. Aveva tutti i motivi per restare meravigliata quando, parlandole al telefono, le ho detto che era una informazione rivolta solo a lei, e che per 'siti più visitati' non si intendevano i siti in generale più vistati, ma si intendevano invecei siti più visitati da lei.
Mi ha chiesto subito: e come fanno a saperlo? Questa domanda apre un mondo: se appena lo si vuole, si potrebbe benissimo spiegare 'come fa il computer a saperlo'. Spiegarlo sarebbe veramente istruttivo. Peccato che i fornitori di hardware e software e servizi web, ivi compresi Apple, Microsoft, Google, Facebook Amazon e WhatsApp, hanno imboccato da tempo la strada che li porta a preferire utenti passivi e ignoranti. Poco importa agli operatori del settore che si finisca così per trasformare la stessa cittadinanza in utenza. Siamo sempre meno cittadini responsabili e sempre più passivi utenti.
Andati oltre il 'come fa il computer a sapere che questi sono i siti che ho visitato più di frequente', emergono altre domande. Mia mamma mi chiede: ma a cosa serve segnalarmi quali sono i siti che visito più di frequente? Ha ragione. Se li visito, vuol dire sono siti che conosco e che saprò ritrovare. Ma il fatto che conosco questi siti non significa che siano gli unici che possono interessarmi. Se sono invitato a tornare sempre lì, non esploro, non apprendo, non cresco, non mi formo.
Ho dovuto spiegare a mia mamma una cosa. Il computer -ripeto per l'ultima volta: il computer inteso come insieme di servizi locali e servizi in cloud- è programmato per spingere le persone a fare sempre le stesse cose, a considerare normale rifare le cose fatte prima, a considerare vantaggioso visitare sempre gli stessi siti.
Coloro che hanno sognato e poi progettato il Personal Computer ed il Web volevano allargare l'area della coscienza, aprire nuovi orizzonti, permettere l'accesso a sempre nuove fonti. E credo che questo abbia insegnato mia mamma nei lunghi anni in cui ha lavorato come professoressa. E questo è lo spirito che ha trasmesso ai suoi figli.
Dunque, giustamente, a mia mamma pare strano che 'il computer' spinga gli utenti a visitare sempre gli stessi siti. Pare strano che il motore di ricerca Google, nel fornire le risposte ad una domanda, e quindi nell'elencare i siti sui quali posso trovare la risposta, consideri tra i motivi per collocare ai primi posti un sito il fatto che ho già visitato quel sito in passato.
Non si vogliono persone che cercano e che si interrogano; si vogliono persone che prendono per buono quello che gli viene proposto. Non si vogliono persone che, di fronte ad una situazione, si formano una opinione; si vogliono persone che, a prescindere dalle situazioni, restano legate ad opinioni già espresse in passato. Non si vogliono persone che coltivano una propria posizione; si vogliono persone che si annullano nella massa.
Per fortuna, per quanto ne so, mia mamma non dà retta ai consigli e ai suggerimenti di Siri, e prova a fare da sola. E non rinuncia a porsi domande. Spero che tutti facciano così. Ma purtroppo vedo una gran passività: si prende per buono ciò che la macchina propone.
Così, mi pare, fanno a anche i 'nativi digitali: subiscono passivamente gli inviti della macchina'. Qualcuno sostiene che da loro dovrebbe prendere esempio chiunque si avvicini alle 'nuove tecnologie'. Credo sia vero il contrario: i 'nativi digitali', non avendo conosciuto il mondo pre-digitale -i libri, l'accesso faticoso alle fonti, la difficoltà di entrare in connessione e stare in connessione con altre persone- sono i più esposti al diventare passivi fruitori di una macchina che, nonostante le sue potenzialità, è stata invece programmata per spingerci a restringere l'area della nostra conoscenza. 

venerdì 25 marzo 2016

E’ tutta colpa di Google?

Un’opinione diffusa, sempre più presente sui mass media, giornali e televisione, ma anche sui social network, un’opinione di cui sono portatori intellettuali, politici, e anche informatici di professione, guarda con preoccupazione all’abuso posizione dominante da parte di imprese operanti sulla scena delle cosiddette ‘nuove tecnologie’. Una sempre crescente, massa di conoscenze, frutto dell’intelligenza umana, è oggetto di appropriazione indebita. Un caso per tutti: Google.
Google è responsabile di sempre più pericolosi attacchi alla sfera privata dei cittadini, Google è responsabile dell’appropriazione indebita, del furto di conoscenze prodotte da ognuno. Bastano pochi esempi.Google spia i nostri gusti e le nostre intenzioni osservando le nostre interrogazioni al motore di ricerca. Google viola la nostra sfera privata usando, non sappiamo bene come, la possibilità di sapere tutto sul nostro uso della posta elettronica. Google, tramite il servizio di Analytics messo a nostra disposizione, è in grado di sapere quali siti, e quali pagine su ogni sito, preferiamo visitare. Google, alimenta e via via migliora il proprio sistema di traduzione usando la capacità degli esseri umani di tradurre da una lingua all’altra: usa la mia capacità di tradurre senza darmi nulla in cambio. Ribadisco che si tratta solo di esempi.
E’ superfluo soffermarsi troppo nel ricordare che ciò che vale per Google vale in uguale o maggiore misura per ogni piattaforma offerta al nostro uso: Facebook, Twitter, Instagram. Anch’io sono inquietato da questa situazione.
Anch’io vedo in questa appropriazione -che passa sopra la testa di cittadini e stati sovrani- un’enorme problema politico, sociale, culturale. Ma non sono d’accordo nel considerare tutto questo una novità. Se vediamo in Google un pericolo nuovo, è solo per carenza di prospettiva storica. E’ solo perché siamo abbagliati dalla nuova veste di un fenomeno che non è per nulla nuovo, un fenomeno che viene da lontano, e che, dall’inizio del Ventesimo Secolo, ha caratterizzato l’intera storia dell’Informatica, fin dalla sua nascita. Abbagliati dalla pretesa novità, credo, finiamo per non vedere il pericolo dove veramente è, e quindi per non adottare contromisure efficaci.
Per questo in Macchine per pensare ripercorro la storia dell’Informatica. E’ fuorviante legare la storia dell’Informatica a Turing e a von Neumann, alla costruzione di ‘macchine matematiche’ destinate a sostituire il povero pensiero umano con il più efficiente e preciso ‘pensiero calcolante’. C’è un altro filone compresente: la progettazione e la costruzione di macchine destinate al controllo sociale. Macchine destinate a portare a compimento il sogno di ogni burocrazia, ma anche di ogni stato totalitario: sapere tutto il possibile della vita e dei comportamenti dei cittadini.
Racconto così in Macchine per pensare dell’avvento delle prime ‘macchine per il controllo sociale’ veramente efficienti: le macchine Hollerith, macchine elettromeccaniche che conservano le informazioni su schede perforate, nate negli Stati Uniti per automatizzare l’elaborazione dei dati raccolte con i censimenti. Macchine che trovano l’esemplare, estremo utilizzo nella Germania nazista negli Anni Trenta e Quaranta.
Si usavano allora queste macchine, in modo consapevole e trasparente, per sapere tutto di ogni persona, nel privato e al lavoro. Come racconto in sintesi qui. Non si osava forse pensare di potersi anche appropriare, tramite un’espansione della capacità del controllo di queste macchine, anche dei frutti del pensiero umano. Ma il progetto era già, nei primi trenta anni del secolo scorso, ben chiaro. Nulla dunque di nuovo.
Karl Marx l’aveva capito con un secolo d’anticipo. Solo oggi possiamo ben capire ciò che paventava parlando di General Intellect, knowledge sociale generale, prodotto del pensiero e del lavoro umano, defraudato ai produttori e reso disponibile, tramite macchine, a chi -stati, imprese, poteri occulti- potrà così usare a proprio piacimento ciò come nasce come risorsa personale e sociale.
Ora, il fatto è che, a partire dagli Anni Sessanta del Ventesimo Secolo, si assiste a una rottura storica. Quelle macchine che erano in esclusiva disponibilità di Stati, imprese, poteri occulti, quelle macchine che servivano al controllo sociale, entrano nella disponibilità di ogni cittadino. Il Personal Computer e in World Wide Web, pur con tutti loro difetti, sono questo: strumenti di liberazione, strumenti per difendere e garantire la propria libertà personale, la propria possibilità di creare conoscenze e di goderne i frutti.
Google nasce con il Web. Nasce con il progetto libertario dell’esplorazione di nuove frontiere per la conoscenza. Conoscenza di ognuno e conoscenza come bene comune, liberata dal controllo centrale il cui simbolo è proprio il Mainframe, in computer centrale che tutto conserva, diretto erede delle macchine Hollerith. Il fatto che poi alcuni tra i tecnici che hanno creato il Personal Computer e il Web, in casa Google e in altre case, si siano trasformati in speculatori finanziari, e pur di trarne profitto, siano passati a distruggere la propria creatura, non può negare la storia. L’atteggiamento via via sempre più esplicitamente assunto da Google e da Facebook, la loro minacciosa posizione dominante di onnipresenti attori globali sciolti da vincoli dettati dagli Stati sovrani, il loro attacco alla sfera personale dei cittadini del pianeta, dunque, ben lungi dall’essere una novità, è un rigurgito del passato. Insomma: la posizione dominante di Google non è che il ritorno, al di là della rottura culturale politica che l’avvento del Personal Computer e il World Wide Web hanno comportato, a quel controllo sulla vita e sul lavoro umano che è caratteristica originaria dell’Informatica.
Non serve dunque demonizzare Google, né serve vedere nuovi pericoli conseguenti a misteriose tecnologie. Serve mantener viva, in quanto cittadini, la propria attiva presenza sulla scena politica. La democrazia è frutto di responsabilità diffusa. La democrazia, oggi, è anche frutto dell’uso consapevole delle tecnologie oggi disponibili. Che restano, nonostante Google, strumenti democratici tramite i quali combattere le pretese totalitarie e l’incombere eccessivo del controllo sociale.
Va bene quindi parlare dell’antica minaccia alle libertà individuali, oggi incarnata da Google. Ma, intanto, occupiamoci di usare con più consapevolezza e con più pienezza, come strumenti di liberazione, gli spazi di libertà personale, di interazione sociale e di creazione collettiva di conoscenza che prima non ci saremmo neanche sognati di possedere. E che oggi, anche per merito di di Google, abbiamo a disposizione.

(Ho già scritto a proposito di Google, qui su Dieci chili di perle, qui e qui).

lunedì 1 luglio 2013

Facebook e la privacy: chiedere garanzie al nemico, o meglio andare altrove

Leggo su Facebook in questi giorni il post di diversi amici -sopratutto amiche, forse anche questo vuol dire qualcosa-. E' un testo standard.
"FB ha cambiato ancora una volta la sua configurazione della privacy! A causa della nuova “graphic app” qualunque persona in FB può vedere le tue foto, i tuoi “mi piace”, i tuoi commenti.
Voglio tenere privati i miei rapporti con te. Voglio pubblicare foto di familiari e amici senza che gli estranei vi abbiano accesso; questo succede quando i miei amici cliccano 'mi piace' o aggiungono commenti: automaticamente i loro amici possono vedere anche i nostri messaggi. Purtroppo non possiamo cambiare noi stessi questa configurazione perché FB l’ha configurata così."
Si chiede quindi di compiere una semplice operazione.
"Colloca il puntatore del mouse sul mio nome, senza cliccare; apparirà una finestra. Ora muovi il mouse su 'Amici', sempre senza cliccare, poi clicca su 'impostazioni' e apparirà una lista. Togli la spunta a 'avvenimenti importanti' e 'commenti a mi piace'. In questo modo, la mia attività tra me e i miei amici e familiari non diventerà pubblica."
Spero di aver corrisposto a questa richiesta tutte le volte che mi è stata rivolta. Condivido naturalmente il desiderio di riservare ad una cerchia ristretta certe informazioni, i gusti, le scelte, le appartenenze. 
Ma vorrei che si riflettesse anche sul paradosso implicito nella richiesta di amiche e amici.
Facebook è una società con scopo di lucro, e quindi persegue un proprio interesse, che è diverso da quello di ognuno di noi. Dal punto di vista di Facebook, ci sono ovviamente motivi per comportarsi come li comporta. Qualcosa, a proposito di cosa sta dietro la nuova graphic app, lo spiega bene qui Marco Bruschi. Invito tutti coloro che si mostrano seccati e indignati per l'agire di Facebook a leggere questo post. 
Facebook è una piattaforma fondata su una ideologia, su una scelta di fondo criticabile per principio: proporre un surrogato del Web, una versione semplificata. Il Web è un bene comune, Facebook è una imitazione accattivante di un bene comune. Facebook è un luogo dove qualcuno ci ospita, ma imponendoci le proprie regole di ospitalità. Da subito ci dice che può disporre di tutto ciò che pubblichiamo -sia pure dentro determinati vincoli, vincoli che però si riserva di modificare unilateralmente. (Ho cercato di esprimere questo mio punto di vista in questo post).
Abissalmente diverso è il Web: lì le regole sono frutto di una sia pur imperfetta scelta cooperativa. Numerosi sono sul Web i luoghi dove possiamo 'postare' testi che esprimono le nostre opinioni, e foto, e qualsiasi altro oggetto di conoscenza, luoghi che possiamo rendere accessibili solo a chi vogliamo noi.
Muoversi nel Web, creare luoghi riservati, richiede un minimo di conoscenza e di attenzione. Ma dobbiamo pur conoscere la macchina se vogliamo usarla consapevolmente.
Non dico quindi di non usare Facebook. Dico di usarlo con cautela. Se tutti sono su Facebook, sto lì anch'io. Ma nessuno mi obbliga a pubblicare su Facebook i miei dati personali. Nessuno mi obbliga a mettere lì le foto dei miei cari o dei miei amori segreti. Posso ben usare Facebook per rimandare i miei amici in altri luoghi del Web, più protetti, luoghi costruiti secondo le mie esigenze, dove io stesso posso decidere chi accede, e anche stabilire regole di accesso diverse da caso a caso, a seconda dei materiali e delle persone. 
Usiamo Facebook come vetrina. Se su Facebook tutto è pubblico, basta saperlo, e scegliere cosa vogliamo rendere pubblico, tramite questa vastissima arena.
Se invece per comodità o semplicità finiamo per mettere su Facebook cose che per noi hanno valore, non credo che abbiamo molto di cui lamentarci. Mark Zuckenberg ha creato Facebook per speculare sulla nostra pigrizia. Sta a noi non mettere nelle sue mani roba che vorremmo tenere riservata.

sabato 21 gennaio 2012

Stop Online Piracy Act (SOPA), Protect IP Act (PIPA) e la nozione del Copyright


Nell’ultima settimana due progetti di legge in discussione presso il Congresso degli Stati Uniti -Stop Online Piracy Act (SOPA), alla Camera dei Rappresentanti, Protect IP Act (PIPA) al Senato- sono stati rimessi almeno per il momento rimessi nel cassetto. Progetti sostanzialmente convergenti, formalmente tesi a bloccare l’accesso a siti web sospettati anche solo vagamente di violazioni del copyright. I titolari di diritti lesi, in base alle leggi, potrebbero agire per vie legali non solo nei confronti di chi abbia materialmente commesso la violazione, ma anche nei confronti dei siti e dei portali che ospitano i contenuti in violazione di copyright.
Schierati a favore, le associazioni industriali dei produttori di Computer Games, Entertainment Software Association; dell’industria cinematografica, Motion Picture Association of America; dell’industria discografica, Recording Industry Association of America; e ancora grandi gruppi editoriali: Macmillan, gradi brand: Nike, L'Oréal. Contro Google, Facebook, Yahoo, insieme a Wikipedia, alla Electronic Frontier Foundation e a Human Rights Watch.
Gli schieramenti mostrano che si tratta di un tentativo di arbitrare tra le pressioni e le pretese di due grandi lobby: da un lato l’industria editoriala nata prima dell’avvento del computing e del World Wide Web, dall’altro l’industria che vive del Web.
In ogni caso, non si tratta certo di una legge tesa a difendere diritti dei cittadini, compresi tra questi i produttori di conoscenza. Dico produttori di conoscenza perché le antiche e belle parole che conosciamo -innanzitutto ‘autore’- nel contesto offertoci dal computing e dal World Wide Web, appaiono superate. E non costituiscono certo un passo avanti, nel descrivere situazioni e possibilità, nuove espressioni come utente, user content generator, e simili.
Il fatto è che i diritti -così anche il copyright- sono stabiliti a partire da una tecnologia. “Il riconoscimento della proprietà letteraria e la pratica del pagamento di diritti d’autore sono emersi con la stampa”. Il copyright “non è stato applicato alla conversazione, ai discorsi, o al canto, in privato o in pubblico, fino a tempi molto recenti”. “Il caso fondamentale di riferimento è negli stati Uniti il processo Withe Smith v. Apollo [1908]. Negò la protezione ai rulli delle pianole e alle registrazioni sonore perché non erano ‘scritti’ in forma tangibile, leggibile da un essere umano”. Ma poi via via nuovi Gatekeeper, mediatori tecnologicamente necessari come lo è dal 1500 la stampa, hanno spinto la norma sul copyright ad allargare il proprio ambito di copertura, fino a farne un mostro giuridico. Fino a quando, dagli anni Ottanta del secolo scorso e fino ai nostri giorni, con l’avvento del Computing e poi del World Wide Web, si è tentato di allargare l’ambito del copyright fino ad abbracciare la produzione e l’uso di conoscenza sulla Rete. Con esiti sempre insoddisfacenti.
Ciò che serve non “Bisognerà inventare concetti completamente nuovi per compensare il lavoro creativo. Il concetto di copyright basato sulla stampa non funziona più”.

Ho tratto le citazioni sopra riportate da un articolo di Ithiel de Sola Pool. Scritto trent’anni fa, mi pare molto più attuale delle cose che si leggono in questi giorni sui giornali, ed anche nei commenti di pretesi esperti. Di seguito riporto un paragrafo dell’articolo. (Ithiel de Sola Pool, “La cultura della stampa elettronica”, in Comunità, anno XXXVIII, n. 186, dicembre 1984. Al momento, non ho trovato la fonte originale, che comunque è successiva al 1981).

[Con la pubblicazione elettronica] spaventose sono le implicazioni per la proprietà letteraria. Anzi la nozione stessa di copyright diventa obsoleta, perché legata alla tecnologia della stampa. Il riconoscimento della proprietà letteraria e la pratica del pagamento di diritti d’autore sono emersi con la stampa.
Quando in un luogo si riproducevano copie numerose, diventava relativamente facile identificare la fonte delle copie e il loro numero; e il luogo in cui venivano stampate era quello in cui erra pratico applicare controlli o conteggi fiscali. Infatti l’usanza del copyright cominciò di fatto, se non con quel nome, nel 1557, in Inghilterra, quando Filippo e Maria, nel tentativo di porre fine alla pubblicazione di libri sediziosi ed eretici, limitarono il diritto di stampa a membri della Stationers’ Company, assegnando a questa associazione il diritto di cercare e confiscare tutte le pubblicazioni stampate contrarie alle leggi scritte o a decreti. Otto anni dopo la Stationers’ Company, forte di quel potere, creò un sistema di copyright per i propri membri. Nel 1709 il Prlamento approvò la prima legge sul diritto d’autore. (Jan Parsons, Copyright and Society, in Asa Briggs (a cera di), Essays in the History of Publishing, Longman, Londra, 194, pp. 331e segg.).
Per i modi di riproduzione in cui non esisteva un luogo di controllo tanto facile come nell’editoria a stampa, secondo la legge consuetudinaria non si applicava il concetto di copyright. Non è stato applicato alla conversazione, ai discorsi, o al canto, in privato o in pubblico, fino a tempi molto recenti. Il copyright fu un adattamento specifico a una particolare tecnologia e ai problemi e alla possibilità che essa creava.
La legge lo riconobbe. Il caso fondamentale di riferimento è negli stati Uniti il processo Withe Smith v. Apollo. Negò la protezione ai rulli delle pianole e alle registrazioni sonore perché non erano “scritti” in forma tangibile, leggibile da un essere umano. (209 US 1(1908). Cfr. anche Goldsmith v. Calif. 421 USA 546 (1973) sulle registrazioni sonore). Quel concetto d’autore legato alla consuetudinaria escluse della protezione molte delle nuove tecnologie della comunicazione apparse dopo il 1908. Ma l’industria cinematografica, discografica e più recentemente televisiva hanno persuaso il Congresso, visto che i tribunali non erano disposti a farlo, a estendere la protezione anche a loro. Er le prime tecnologie nuove, il cinema e i dischi, questa estensione seguiva una logica sensata. Come nel casso dei libri, si trattava di oggetti materiali prodotti in copie multiple in uno stabilimento di produzione. Lo stesso sistema che era stato applicato qualche secolo prima alla stampa poteva in sostanza valere. Ma con la comparsa della riproduzione elettronica il concetto è diventato inadeguato. La pubblicazione elettronica è analoga alla comunicazione a voce del diciottesimo secolo, non a quella tipografica dello stesso periodo.
Si pensi ad esempio alla distinzione fondamentale che la legge sul diritto d’autore stabilisce tra lettura e scrittura. Leggere un testo sotto diritti non costituisce una violazione della proprietà letteraria, lo è soltanto copiarla in uno scritto. Come si applica questo principio al terminale di un computer? L’unica maniera di leggere un testo archiviato in una memoria elettronica è visualizzarlo su uno schermo; lo si scrive per leggerlo. Per trasmetterlo ad altri, però, non lo si scrive, si fornisce soltanto una parola d’ordine che dia l’accesso alla propria memoria. Se quindi non si è scritto il testo, la violazione c’è stata?
O si consideri il caso di un programma che generi output computerizzato. Magari il programma opera su dati numerici e genera un resoconto con tendenze di periodo, medie e correlazioni. Magari il programma opera su un manoscritto e genera riassunti prodotti dal computer. Certamente il programma computerizzato che fa tutto ciò è un testo, che per la legge attuale può essere protetto dal copyright. Ma in quale posizione si trova il testo generato dal programma e dal computer? Chi ne è l’autore? Il computer?
L’idea che una macchina sia capace di lavoro intellettuale non rientra nell’ambito della normativa sul diritto d’autore. Un computer può violare il copyright? Il breve, nell'intero processo della comunicazione elettronica appaiono versioni il cui testo è in parte controllato da persone e in parte automatico. Parte del testo non è mai visibile, ma è soltanto memorizzata elettronicamente; parte appare per un attimo su un tubo catodico; parte viene stampata su carta. Ciò che è cominciato come un certo testo varia e cambia per gradi fino a diventare qualcos’altro. Chi lo riceve può essere un individuo chiaramente identificato o un’altra macchina, che non stampa mai il testo, ma utilizza soltanto l’informazione per produrre un’altra cosa. Bisognerà inventare concetti completamente nuovi per compensare il lavoro creativo. Il concetto di copyright basato sulla stampa non funziona più.
Non sto esponendo una tesi catastrofica. Il fatto che le note, le bibliografie, gli schedari e il copyright non avranno senso per la pubblicazione elettronica come l’avevano per i libri e gli articoli stampati (per i quali sono stati concepiti) non vuol dire che l'ingegno umano non possa risolvere il problema. Per molti scopi le versioni canoniche , i cataloghi, e anche i meccanismi di compensazione sono essenziali. Si troverà il modo per garantire almeno in qualche misura queste esigenze, nonostante la situazione fluida dell’elaborazione interattiva conversazionale. Certo non so quale tipo di convenzioni si costituiranno, ma sono sicuro che non corrisponderanno ai concetti attuali.


martedì 13 dicembre 2011

Facebook è un carcere, Twitter una tenda da campeggio


Un amico mi segnala un post sul suo blog. Mi interessa la riflessione su come i ‘network sociali’ contribuiscono a un’ “apertura dei confini organizzativi”. Anzi ce la impongo. Però leggo anche che si fa riferimento a “social network come Facebook e Twitter”. Scrivo all’amico dicendo che non si può fare di ogni erba un fascio, e che tra Facebook e Twitter c'è un abisso, e che dunque “non vedo come si possa ritenere Facebook un mezzo che aiuti ad una ‘apertura dei confini organizzativi’”.
L’amico mi risponde che ovviamente Facebook e Twitter sono molto diversi fra loro, “ma tecnicamente sono entrambi social network”. Mi cita anche due recenti libri che mettono Facebook e Twitter “nella stessa categoria”, pur spiegandone le differenze.
Ora mi viene in mente il seguente commento.
Il Web ci propone il superamento della modellizzazione e della categorizzazione univoca. I tag permettono di costruire di volta in volta connessioni diverse, e per questa via categorie diverse. Perciò l’esistenza stessa del Web dovrebbe spingerci ogni volta a chiederci: oltre a questo modello, oltre a questo schema di categorizzazione, quali altri modelli, quali altri criteri di categorizzazione potremmo adottare?
Ma per farla breve propongo di lavorare per analogia. I network sociali possono essere con motivo considerati ‘luoghi dove stare ed incontrarsi’. Quindi chiediamoci: che tipo di abitazione è Facebook, e che tipo di abitazione è Twitter? Facebook è un carcere, dove sei costretto a stare subendo leggi altrui; Twitter è una tenda da campeggio, con la quale ti muovi nel mondo, connessione dopo connessione.  

domenica 27 novembre 2011

Google come filosofia


Google street view car: l’automobile dotata di antenne e telecamere che lentamente percorre ogni strada del mondo, passa di fronte alla porta della casa di ognuno di noi, tutto registrando, fotografando la nostra casa e al contempo memorizzando ogni segno della nostra vita digitale, cogliendo ogni traccia dei nostri viaggi nel Web.
E’ una immagine inquietante. Una immagine sintetica che in fondo racchiude in sé il senso di un coerente agire, forse ancor più inquietante - perché occulto, sotterraneo, segreto, invisibile all’occhio: il muoversi dei crawler, o spider, nei meandri del Web. Tutto ciò che ‘mettiamo in rete’ è osservato, registrato da Google – con acribia, con meticolosa precisione. Nella sua sterminata server farm di Google dobbiamo pensare sia conservata, forse, copia di tutto. Ed ancora, è preoccupante l’alone di mistero che circonda l’algoritmo in base al quale Google ci restituisce risposte alle nostre domande – intermediando così i nostri quotidiani tentativi di costruire conoscenza.
Ma comunque, questo non è Broadcasting. Non è Gatekeeping – che è morto, da quando ognuno di noi può essere presente nel Web allo stesso modo di come sono presenti i potenti del mondo. Google non è il Grande Inquisitore, orientato a trattare ognuno di noi come parte insignificante di un gregge bisognoso di cura, ed anzi desideroso di controllo. Google non è nemmeno un Panopticon, perché non pretende di ridefinire l’architettura del mondo.

Le torri sono cadute
Non più grandi cattedrali di dati, non sta lì il potere. Le vecchie forme di controllo -bloccare le vie di accesso, stabilire difese perimetrali, filtrare i passaggi di soglia- non valgono più nel pervasivo e diffuso mondo del Web, seamless, adattivo. Con il Web, la complessità sprofonda in basso. Viene meno la centralità del dato. Viene meno necessità del modello dei dati come fonte di un ordine necessario. Google asseconda questa evoluzione. Offre a noi cittadini digitali dà strumenti per muoverci in questo mondo.
Google non ci impedisce di pubblicare sul Web. Non pone divieti. Non abbiamo bisogno di passare al vaglio di Google per essere tra coloro che hanno il diritto ad esprimersi. Google non ci impedisce di mettere in rete i nostri oggetti di conoscenza, non pone limiti alle nostre interazioni. Anzi, Google ci restituisce potenziati i risultati del nostro agire: nel passaggio da lingua a lingua proposto dal traduttore, godiamo dei risultati di ogni traduzione tentata da ognuno di noi. E ci offre gratuitamente strumenti sui quali basare il nostro essere cittadini digitali: il motore di ricerca, la posta elettronica, le mappe di ogni luogo.
Google accetta gli standard della Rete, ed anzi promuove la loro diffusione. Accetta un linguaggio comune, il linguaggio che c’è, il linguaggio ordinario. Non impone un proprio linguaggio. Se si trova a a proporre un proprio linguaggio, ne mette a disposizione il codice. Google non cerca di imporre al mondo una propria struttura. Né sostiene l’esigenza di subordinare tutto e tutti ad un’unica struttura. Non propone uniformazione, ma all’opposto accetta ogni variante. Non persegue un ordine, ma accetta l’accumulazione caotica. Accetta le liste aperte. Non cerca una analisi fine degli insiemi: si accontenta invece di accorpamenti grossolani, sempre provvisori.

Spazio etico
Street view car: non è l’occhio di Dio del Panopticon, che ci guarda dall’alto. L’auto si muove sulle nostre stesse strade. Nemmeno l’occhio del satellite cartografo è l’occhio di Dio: si tratta sempre del nostro occhio, sia pur spostato in un altrove. Google, semmai, è il mostro che vive con noi, è l’esemplare attore di un mondo camaleontico, contaminato, dove il male convive con il bene in un continuum sfumato; un mondo dove deboli e forti, cooperatori e profittatori sono condannati a convivere.
Google ci ricorda che il male è in noi stessi, il male germina nelle nostre intenzioni. La scelta cooperativa e la scelta utilitarista sono separate da una soglia sfumata. La scelta tra il dono e il furto resta aperta per ognuno di noi. Google, ente mostruosamente surdimensionato, ipertrofico, resta comunque uno di noi, uno degli abitatori della Rete.
Dobbiamo essere consapevoli dei rischi che corriamo, e dell’impossibilità di evitarli. Dobbiamo forse anche imparare a vivere una nuova forma di libertà: siamo chiamati a vivere in case di vetro; siamo chiamati a muoverci con cautela, scoprendo il cammino strada facendo, passo dopo passo, biforcazione dopo biforcazione, emergenza dopo emergenza.
Google ha finito per contraddire nella pratica una parte non trascurabile dei propri presupposti etici. Questo è accaduto quando ha accettato il profitto ed il valore del titolo in Borsa come misura del proprio successo, del proprio complessivo ‘stare al mondo’. Ma anche in questo abbiamo motivo di considerare Google vicina a noi. Come Google, anche noi, a causa di una competizione drogata da valori distruttivi e disumani, siamo spinti ad esaltare i nostri lati peggiori.
La presenza straniera di street view car sulle nostre strade -così come il permanente strisciare del crawler nei meandri, così come i lati oscuri dell’algoritmo del Page Rank- danno corpo al nostro timore di complotti. Ma in questo c’è una virtù: siamo spinti a ricordare che la soluzione dei dubbi, la possibilità di trasformare credenze e le dicerie in conoscenza è un processo sociale che non può che passare attraverso l’interazione. La possibile ‘verità’ è attinta per approssimazioni successive, per tentativi ed errori – ne è esempio il lavoro collaborativo appoggiato sul wiki: il ‘veloce’ succedersi di prove ripetute in una arena aperta a tutti. La presenza di Google, anche in questo senso, può esserci alla fin fine utile: ci abitua a muoverci nel mondo come è.

Spinoza e Böhme
Il timore che proviamo nei confronti di Google, perciò, è il timore dei nostri lati oscuri. Si preferiscono i nemici evidenti, si preferisce un male lontano da noi. Si preferisce un mondo ‘razionale’, con gerarchie evidenti e ruoli definiti; un mondo dove è chiaro chi sta sopra e chi sta sotto; un mondo dove l’evidenza ci aiuta a scegliere. Ma nel Web non vale l’aut aut. Al paradigma dell''aut aut': bianco/nero, buono/cattivo, alto/basso, si sostituisce il paradigma 'e e'. Siamo tutti connessi in piccole e grandi reti, siamo tutti meticci, siamo tutti docenti e tutti discenti. L'illusione di una organizzazione gerarchica e meritocratica, certa, giusta ed autorevole, creata da terzi, data una volta per tutte, è negata dal mondo che la Rete pone sotto i nostri occhi. L'organizzazione è un mondo possibile che noi stessi, insieme agli altri, contribuiamo a creare istante dopo istante.
Se per capire l’informatica strutturata bastano Kant e Hegel, per capire il Web, e per intendere il senso del potere segreto di Google dobbiamo appoggiarci alla filosofia del Ventesimo Secolo. Freud, Nietzsche, Wittgenstein, Husserl, Heidegger, Derrida, Deleuze. Ma forse, ancor più pertinente ed istruttiva sarà per noi una rilettura di Spinoza e di Böhme.
Con il Web, viene meno l’idea del potere trascendente. Il potere si manifesta nell’immanenza.
In luogo dell’essere sopra/sotto, in luogo della gerarchia, il Web ci propone l’‘essere dentro’, l’essere tutti coinvolti e tutti partecipi, tutti appartenenti ad un insieme senza forma, ognuno di noi così come qualsiasi ente a cui residue abitudini ci spingono a considerare responsabili di ogni cosa.
“Lo studente disse: ‘Questo luogo è vicino o lontano?’. Il maestro rispose: ‘È dentro di te. Se riuscissi a mettere a tacere ogni desiderio e pensiero per un’ora, udiresti le ineffabili parole di Dio’. (Jakob Böhme, Sulla vita soprasensibile, Sesto Trattato).
Così, siamo chiamati ad abbandonare fallaci speranze di controllo, e a muoverci invece con gelassenheit: serenità, abbandono, calma, placidità, tranquillità. Ci muoviamo in un Un grund, ‘senza fondo’. Non sarà la ragione a guidarci nel Web, ma l’attitudine a perdonare e abbracciare -questo è in origine il ‘legame debole’, la connessione-; l’attitudine ad accettare i momenti oscuri del cammino.
Il Web ci propone di partecipare a scelte collettive, ad un potere ‘costituente’ che dissolve istante dopo istante le forme spettrali dei poteri già costituiti. Siamo tutti co-creatori del mondo, siamo tutti responsabili e tutti ‘come Dio’.
Con il Web, viene meno l’illusione o la speranza di un rassicurante ordine – e siamo chiamati tutti chiamati a cercare di dare ordine, in un processo incessante, ai dati affastellati nell’Ungrund
Ognuno di noi è co-autore del Web; ognuno di noi è co-autore insieme a Google.

Libertà primordiale
Non possiamo dimenticare che -così come vuole l’epistemologia che si afferma nel Ventesimo Secolo, e così come ci propone l’esperienza empirica della nostra ‘vita nella Rete- l’osservatore fa parte dell’oggetto di indagine, ed influisce sempre sull’oggetto di indagine. Ma anche dove si voglia intravedere una immagine di Google come ente ‘diverso-da-noi’, osserviamo un potere ben diverso dal potere del Gatekeeper. Il potere, ora, sta nella capacità di muoversi in basso, terra terra come street view car, o ‘sottoterra’, in un Ungrund, in un luogo senza fondo dove strisciano i crawler, in un magma di dati.
Un nuovo potere con il quale dobbiamo convivere – e dal quale dobbiamo imparare a difenderci. Un potere che ci impone di essere cittadini adulti. E siccome non si nasce adulti, serve immaginare una nuova educazione, una alfabetizzazione. Non una educazione alla mera pratica, all’uso del mezzo. Una educazione, invece, riguardante la filosofia, la ricerca e la sperimentazione, la scoperta e la messa in atto di una personale epistemologia.
Quel sotterraneo mondo visitato dai crawler nasconde segreti. L’Ungrund, lo sfondamento in basso propostoci dal Web, ci obbliga a confrontarci in fondo con quest’idea di libertà primordiale. Libertà è assoluta, ab soluta, 'sciolta da', in origine libera da ogni vincolo. Un nel quale quale stabilire regole, a partire dal nostro proporre ad ogni altro attore relazioni, ovvero accoppiamenti strutturali. Etica ed estetica sono chiavi di lettura del come e del con chi e del perché mi connetto.
Del resto, ben sappiamo che il computing è nato da un intreccio inscindibile, inestricabile, di interessi diversi, militari e civili, intenti di intelligence e di liberazione umanistica. La presenza di Google nel nostro mondo non fa che riproporci questa complessità. E se l’informatica tradizionale ci riproponeva il concetto di codice, il Web ci impone di tornare allo ius, in origine incitamento, augurio di buona fortuna, da cui anche l'idea di giusto e giustizia.

Lo scandalo di Facebook
Per tutto questo trovo che, piuttosto che l’ambiguità di Google, dovremmo considerare fonte di scandalo -ostacolo, inciampo, insidia- il rozzo gioco di Facebook.
La proposta di Facebook è, appunto, rozza: non è che il ritorno -solo in apparenza dentro la Rete- del Panopticon, del Broadcasting, del Gatekeeping. Panopticon: in Facebook, siamo osservati da qualcuno che che non accetta di essere anche oggetto di indagine, osservati da qualcuno che si colloca all’esterno. Broadcasting: la scelta di ‘mettere in onda’ dipende da un terzo, altro da noi. Gatekeeping: tutto è scritto in un codice proprietario - col che siamo espropriati delle nostre conoscenze
Ma -e qui sta il pericolo e la fonte di scandalo- il rozzo gioco di Facebook in fondo ci ‘lascia tranquilli’. Siamo tanto abituati al Grande Fratello, tanto abituati a subire l’unica conoscenza contenuta nelle proposte del Broadcaster di turno, da sentirci liberi in Facebook. Eppure lì, in Facebook, le nostre conoscenze sono svilite, trasformate in ‘contenti’, perché forzosamente racchiuse in forme date a priori. Abituati a contentarci di un ruolo passivo, finiamo per sentirci a proprio agio in Facebook. Lì nessun pericolo ci minaccia. Ma ciò accade perché il potere è già indiscutibilmente affermato. Siamo gentilmente ospitati in una casa che non è la nostra.
La pagina di Facebook è una pagina i Facebook. In cambio, la home del mio sito esposto sul Web è la home del mio sito.
La street view car potrà anche spiare dentro, ma posso forse chiudere qualche finestra. E comunque la mia casa resta la mia casa. 

sabato 29 gennaio 2011

Against Facebook

Anch’io sono su Facebook, e mi dirà qualcuno che legge se per coerenza dovrei togliermi di lì.
Ma i motivi per criticare questa piattaforma sono tali e tanti che non si può star zitti. Fa impressione la miope accondiscendenza con la quale accettiamo la sostituzione del World Wide Web con questo simulacro. Fa impressione la piaggeria con la quale ci accodiamo gli uni agli altri, aprendo pagine personali ed aziendali in questo luogo chiuso, negatore già in origine della liberà digitale. Fa impressione la passività con la quale, pur di essere presenti lì, accettiamo vincoli umilianti – fino a cedere i diritti di ciò che è nostro a chi governa quel sottomondo.
Fa impressione notare come non si colga la differenza tra la galassia Google e questa ridicola gabbia. E' giusto vedere in Google una minaccia, per come Google è in grado di sapere di noi, e tracciare i nostri comportamenti. Ma almeno, tutto ciò che Google propone, ogni luogo ed ogni strumento, si fonda sui protocolli Internet, e sulle raccomandazioni che governano il World Wide Web. Ogni dato può essere connesso ad ogni altro dato, dentro e fuori dal perimetro di ciò che Google ci offre. Google, al di là di tutto, sta nel World Wide Web, che è un luogo pubblico e in fondo democratico, fondato su regole in buona misura trasparenti e condivise.
Google accetta l’idea dei Commons, anzi la sostiene. Ognuno può contribuire alla creazione di risorse condivise, le mie conoscenze sono anche le tue, la mia rete è anche la tua. Puristi criticano giustamente Google per l’imperfezione con la quale rispetta i fondamenti del Web Semantico, “a common framework that allows data to be shared and reused across application, enterprise, and community boundaries”. Ma se Google rispetta le regole della condivisione in modo parziale, Facebook se ne frega del tutto. Facebook pretende di sostituirsi al World Wide Web. Ci impone un suo codice, e impone le regole in base alle quali ognuno deve sottostare. Impone ad ognuno il proprio framework, consapevolmente impedisce che i dati siano “shared and reused across application, enterprise, and community boundaries”.
Dispiace, dicevo, osservare la piaggeria, la disponibilità alla sudditanza, l'atteggiamento remissivo di operatori di imprese, attori di vario tipo, società di consulenza, anche di origine universitaria, che spingono ad utilizzare Facebook, proponendolo anche in ambiti aziendali.
Guarda caso sono gli stessi che spingono con tutte le loro forze sul pedale dell’iPad. Chiaro il disegno. Con l’iPad si pretende di sostituire il World Wide Web in un mondo chiuso tramite le limitazioni del browser, e quindi tramite la trasformazione di liberi accessi via Web in applicazione controllate. Con Facebook, parallelamente, secondo braccio della stessa strategia a tenaglia, si pretende di sostituire il World Wide Web con una sua versione stupida e povera. Dove il ‘cittadino digitale’ è di nuovo ridotto ad utente.
Per applicazioni importanti e difficili, così, ognuno dovrà ricorre ai soliti esperti che ci dicono cosa fare, come fare, e ci fanno pagare per darci, a fronte di un nostro bisogno, un qualche aggeggio costruito in modo tale da assoggettarci al controllo. Per chi si occupa da professionista di informatica, il solito dispetto nei confronti degli strumenti che fanno venir meno la loro necessaria mediazione; il solito tentativo di rendere banale ciò che le persone possono fare da sole; il solito tentativo di ripristinare il loro controllo ed il loro necessario intervento.
E così tutti noi, eccoci a giochicchiare con Facebook, sprecando così il tempo che potremmo dedicare a navigare nel vasto mare del Web; rinunciando anche a quel po’ di costruttiva fatica necessaria per mettere in piedi un proprio blog. Eccoci qui a subire l’aspettativa di coloro a cui fa comodo che ce ne stiamo buoni buoni dentro Facebook. Fa comodo che si stia lì a cazzeggiare, a mettere lì la fotina accompagnata da qualche tag, a dire cosa mi passa per la mente ora, a dire due parole sull'ultimo libro letto o il film visto.
Non ci fa onore, sopratutto, limitarci a dire mi piace o non mi piace. Non siamo nati per essere follower. La Rete ci libera dall'essere gregari. Ma Facebook ci ricaccia in uno spazio chiuso, predeterminato, uniformato, livellato in basso.
Il mettere le nostre piccolo cose lì dove e come Facebook ci concede di metterle, è costruire conoscenza? In parte sì. Non disprezziamo nulla. Prendiamo quello che c'è di buono anche in Facebook, d'accordo. Facebook, si dice, ha contribuito alle recenti rivoluzioni democratiche in Nord Africa.
Meglio Facebook che nulla. Eppure Facebook resta la caricatura di ciò che un 'social network' potrebbe essere. La responsabilità, come sempre, è nostra. Di noi che anche di fronte a strumenti che ci permettono di 'stare al centro', preferiamo per pigrizia il ruolo di seguaci.
Il successo universale non è motivo sufficiente per dar valore a una cosa. I libri che vendono di più non sono sempre i migliori. Le piattaforme Web più diffuse non sono per questo le più utili, le più libere, le più etiche.
Confrontate Facebook con Ushahidi. Da un lato un mondo-giocattolo, dove tutti siamo ridotti alla misera apparente libertà che può avere il povero Truman Burbank chiuso nel suo universo di cartapesta, ognuno di noi ridotto a vivere in un Truman Show. Dall’altro il vero mondo abitato da uomini liberi, che si auto-organizzano per offrirsi reciprocamente, tramite reti sociali, i servizi che gli Stati e le organizzazioni pubbliche e private non sanno, o non voglio offrire.
Non a caso, a guidare i due progetti, da un lato ragazzi viziati, arroganti, cresciuti nei falsi miti dell’Occidente, tesi a nient’altro che a guadagnare senza limite vile denaro. Dall’altro kenioti e ugandesi, uomini e donne che hanno studiato a costo di enormi sacrifici, che hanno toccato con mano la povertà ed i veri bisogni.