Linneo riprende la strada tracciata da Bauhin. Tra Bauhin e Linneo non c'è soluzione di continuità. Come Bauhin Linneo rinuncia a ogni immagine, ogni illustrazione, ogni descrizione.
Ma l'idea di struttura, il modello di Bauhin era ancora approssimativo, lacunoso, imperfetto. Linneo -non physicien, ma scienziato- va oltre. Mentre il physicien considera costruttivo muoversi alla cieca -'senza poter vedere distintamente, 'senza precisione'- lo scienziato linneiano si dota di uno schema che orienta e vincola (e rassicura).
Se il modello di Bauhin è approssimativo, il modello di Linneo è invece formalmente perfetto, ricorsivo, autoesplicativo. Si appoggia su una nomenclatura controllata. Garantisce l'univocità del dato: non ci può essere equivoco. Nessun ente potrà essere, per errore, nominato e descritto in modi differenti. Garantisce l'uniforme classificazione degli enti. Definisce e rende possibili le relazioni tra ente ed ente. Elimina ogni ridondanza.
Dunque, la capacità distintiva di Linneo sta nella esatta codifica. Sta, ad essere più precisi, nel definire la semantica e la sintassi del codice. Sta nello scrivere il codice, e nello stabilire regole perché altri possano ulteriormente incrementare il testo, usando senza possibilità di errore quel codice.
Il progetto di Linneo è ardito, perché per descrivere la natura si svincola dai limiti della natura. Legittimato dall'idea di descrivere ciò che sta scritto nel disegno di Dio, si libera dai vincoli terreni.
Se l'orto, il gabinetto di storia naturale, il museo ponevano vincoli fisici all'ordine e alla purezza dell'organizzazione, Linneo va oltre.
Se la struttura del libro costringe il testo in confini che ne limitano la costruzione strutturale, Linneo va oltre. La forma, la struttura del sistema linneiano, è astratta, prescinde totalmente dal supporto. Il fatto che Linneo abbia 'scritto un libro' è meramente accidentale: ciò è accaduto solo perché non disponeva di altre tecnologie. Ma evidentemente la sistematica pensata da Linneo prescinde dalla forma libro e va oltre la forma libro. Sta stretta nella forma libro.
Se le parole delle lingue naturali, se la grammatica e la sintassi e la semantica impediscono di esprimersi attraverso la 'normale' scrittura in modo esatto ed inequivocabile, deve essere individuato un nuovo linguaggio. E Linneo inventa un nuovo linguaggio, diremmo oggi logico-formale. O meglio: produce software; inventa un linguaggio di programmazione.
Scompare il terreno, ma anche la pagina del libro. Il supporto è irrilevante nel progetto di Linneo. Ciò che conta, ciò che è, è puro codice, insieme dei segni che legano univocamente significato a significante, organizzati in sistema.
Avendo sott'occhio il progetto linneiano, può essere ripercorsa e illustrata l'intera storia del codice, nelle sue diverse manifestazioni ed accezioni.
In origine il latino caudex 'tronco d'albero', poi contratto in codex, riferito all'uso antico di scrivere su tavolette di legno ricoperte di cera, unite insieme da anelli metallici o da una striscia di cuoio, in modo da formare un quaderno, o bloc-notes che poteva essere usato voltando le pagine.
L'espressione codice, dunque, ci ricorda l'esigenza di un supporto. Il giardino usato dal botanico per descrivere la Natura. I fili colorati con cui si tesse un arazzo. La lastra da incidere. E poi, con la tecnologia della scrittura, la corteccia o lo strato di cera o la pergamena o la carta.
Le caratteristiche del supporto pongono vincoli alla purezza della struttura del testo, del tessuto che lega tra di loro gli elementi del sistema. Qui, appunto, Linneo va oltre. Propone una organizzazione delle informazioni -un codice- invariante, astratto, non condizionato dalle caratteristiche e dai vincoli del supporto.
Ecco già quindi, nel Systema Naturae, il codice inteso, come vuole la moderna semiotica, un insieme organizzato di segni che lega un 'piano dell'espressione' a un 'piano dei contenuti'.
Al latino scientifico, lingua già di per sé ipercodificata, lingua artificiale che tende a azzerare le interpretazioni ambigue, si aggiunge l'uso di una nomenclatura chiusa, controllata. La lingua è vista nel suo aspetto più formale e regolato, un sistema convenzionale in cui a lettere, numeri, parole o altri simboli sono assegnati dei significati univoci, inequivocabilmente esplicitati.
Nel Systema di Linneo, come oggi in tutte le attività nelle quali si trattano informazioni -biblioteche e centri documentazione, ma anche elettronica e informatica e telecomunicazioni- il codice inteso come modalità per rappresentare mediante un opportuno insieme di simboli e di stringhe un insieme di oggetti materiali, o un insieme di informazioni tendenzialmente più complesse dei simboli e delle stringhe che le codificano.
Un codice si dice efficiente quando utilizza un numero di simboli strettamente necessario per codificare l'informazione, mentre all'opposto si dice ridondante quando usa una quantità di simboli superiore al necessario. Il codice di Linneo è un esempio di efficienza.
Il codice può essere osservato da due punti di vista. Il codice è innanzitutto, il procedimento di codifica, ovvero la modalità seguita per assegnare univocamente ad ogni elemento dell'insieme da rappresentare una stringa che lo rappresenta. Ed il codice è poi l'insieme delle codifiche, ovvero l'insieme delle stringhe rappresentative.
La codifica di Bauhin, ancora approssimativa, rendeva necessaria la mente esperta ed i sensi ben desti del physicien. Solo una persona che avesse osservato dal vivo le piante, le avesse raccolte e tenute in mano, poteva colmare le lacune della codifica, andare oltre le ambiguità ancora presenti nella classificazione.
Solo Bauhin era in grado di applicare all'osservazione della natura il metodo di Bauhin. E solo un botanico esperto poteva cogliere il senso del Pinax theatri botanici.
La codifica di Linneo è invece raffinata, inequivocabile. Per quanto riguarda il procedimento di codifica, Linneo ha definito con esattezza regole e vincoli. Per quanto riguarda l'insieme delle codifiche, ci mostra un sistema funzionante, dove migliaia di enti sono univocamente nominati e posti in relazione.
Ogni ente, ogni elemento della natura è descritto da una stringa alfanumerica. Ciò che esiste, nel mondo perfetto della scienza linneiana, non sono le piante, ma le stringhe alfanumeriche che le descrivono. Perché le stringhe, a differenze delle piante, possono essere relazionate tra di loro, collocate -appunto- in un sistema gerarchico onnicomprensivo, che tutto comprende.
La separazione dal supporto, e l'invarianza rispetto al supporto, e ancora la coerenza interna del testo, ed il suo appoggiarsi ad un linguaggio logico formale, ci permettono di dire che il Systema di Linneo è un software.
Più precisamente, il Systema di Linneo è un programma: una sequenza logicamente ordinata di istruzioni atte a descrivere i singoli elementi la natura. Istruzioni che possono essere eseguite da un botanico di medie capacità, da uno studente. Ma c'è di più: istruzioni che evocano la presenza di una macchina in grado di eseguirle.
Così, possiamo arrivare a dire che se l'utente ideale del Pinax di Bauhin -modello debole, soggetto a interpretazioni personali- non poteva essere che un esperto botanico, il Systema di Linneo -modello forte, inequivoco, privo di ridondanze, caratterizzato dall'univocità del dato- evoca invece la presenza ed il lavoro automatico di una macchina. Il testo di Linneo è pensato per essere interpretato da una macchina.
sabato 2 gennaio 2010
mercoledì 16 dicembre 2009
La Torre di Babele secondo Dante. Per una definizione dell'Informatica Umanistica alla luce del Knowledge Management
Presso il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica dell'Università di Pisa (dove insegno), nell'ambito dei Seminari di cultura digitale, l'11 novembre 2009 ho parlato su questo tema: La Torre di Babele secondo Dante. Per una definizione dell'Informatica Umanistica alla luce del Knowledge Management.
Trascrivo di seguito la scheda di presentazione del seminario:
Il Knowledge Management, la disciplina che si propone di portare alla luce e rendere fruibili le conoscenze (anche tacite e latenti) presenti all'interno delle organizzazioni, si fonda sull'uso di strumenti informatici, ma anche sul rispetto delle diversità e sulla valorizzazione delle culture.
Si argomenterà a partire da quattro narrazioni:
Dante e la Torre di Babele: strumenti informatici a supporto del colloquio tra famiglie professionali
Lumen, Lichtung: dalla filosofia scolastica a Heidegger, strumenti informatici come sguardo sull'ignoto
Philip Dick, Ubik: come le conoscenze legate alla persona possono essere mantenute vive
La Torre di Pisa: elogio dell'imperfezione e della soluzione emergente.
Per questa via si arriverà a proporre una definizione di Informatica Umanistica.
Qui trovate la registrazione.
Trascrivo di seguito la scheda di presentazione del seminario:
Il Knowledge Management, la disciplina che si propone di portare alla luce e rendere fruibili le conoscenze (anche tacite e latenti) presenti all'interno delle organizzazioni, si fonda sull'uso di strumenti informatici, ma anche sul rispetto delle diversità e sulla valorizzazione delle culture.
Si argomenterà a partire da quattro narrazioni:
Dante e la Torre di Babele: strumenti informatici a supporto del colloquio tra famiglie professionali
Lumen, Lichtung: dalla filosofia scolastica a Heidegger, strumenti informatici come sguardo sull'ignoto
Philip Dick, Ubik: come le conoscenze legate alla persona possono essere mantenute vive
La Torre di Pisa: elogio dell'imperfezione e della soluzione emergente.
Per questa via si arriverà a proporre una definizione di Informatica Umanistica.
Qui trovate la registrazione.
martedì 8 dicembre 2009
The Mother of All Demos. Doug Engelbart e l'esordio del Persona Computer
9 dicembre 1968, San Francisco, Monday Afternoon, 3:45
Sorridente, ma non per questo privo di preoccupazioni Engelbart inizia a parlare. Getta ogni tanto lo sguardo alle sue spalle – sullo schermo non appare ancora nulla. Ma intanto affronta il tema, la questione chiave: “if you had a workstation at your disposal all day that was perfectly responsible... or responsive”. Ecco il Personal Computer, macchina a totale disposizione della persona, protesi della sua mente, macchina connessa ad altre macchine, nodo di una rete infinita.
Word processor
Engelbart mostra il funzionamento del Word processor. Questo modo di scrivere che ci è diventato ormai usuale, così diverso dal vergare segni su carta. “Word processing beginning with blank piece of paper”, dice Engelbart.
Se ci siamo abituati a parlare di ipertesto, di link e di tag, è solo perché la parola testo porta con sé i limiti della tecnologia alla quale siamo stati così a lungo assoggettati: siamo abituati a vedere il testo schiacciato sulla pagina scritta.
Engelbart, tranquillo, e intimamente soddisfatto, consapevole, senza ostentazione, della novità di ciò che sta mostrando, ci mostra come si può andare al di là: interagendo con i segni sullo schermo, interagisco -tramite potenti utensili- con la mia mente, con il testo che ho in mente.
Complex Information Structure
Engelbart scrive sullo schermo, e intanto spiega.
“An instrument/vehicle for helping humans to operate whitin the doman of Complex Information Structure”. Operate, ci dice, è “compose, study and modify”. La Complex Information Structure è -ci mostra tracciando sullo schermo un grafo- una rappresentazione dei legami tra concetti. La struttura che abbiamo in mente “is too complex to investigate in linear text”, perciò non può bastarci una macchina capace di trattare testi fatti di parole messe in sequenza.
Mostra come come attraverso un instrument/vehicle pensato allo scopo, sia possibile muoversi nella Complex Structure. Andando definitivamente oltre l'idea di una 'macchina per scrivere' evoluta, la macchina di Engelbart è una macchina per pensare: “The computer is a tool for navigating through those structures and examining them in ways that would be too complex otherwise”. La macchina ci permette di lavorare con la conoscenza, allargando l'area delle capacità umane.
Mouse
Engelbart usa il mouse, e intanto parla del mouse. "I don't know why we call it a mouse. It started that way and we never changed it."
Forse c'è di mezzo l'osservazione topi da laboratorio, forse la forma dell'oggetto, con il filo che è una cosa, forse il movimento sullo schermo grafico ancora poco evoluto, come si vede nel filmato della demo di Engelbart, appare come un topolino con la coda. Sembra non sia stato Engelbart a trovare il nome, parola nuova, sembra sia stato invece Bill English, suo principale collaboratore, l'uomo che stava dietro le quinte durante la demo di San Francisco. (L'Oxford English Dictionary registra mouse nel senso di “pointing device” facendo riferimento a: Bill English, "Computer-Aided Display Control", 1965. O. E. D., Second Edition. edited by John Simpson and Edmund Weiner, 1989).
Ma forse più significativo per noi un percorso di senso che ci giunge attraverso l'etimologia. C'è già in greco e poi in latino una connessione tra 'topo' 'muscolo'. Il latino musculus, 'muscolo', è diminutivo di mus, 'topo': perché la forma del muscolo, il suo guizzare, il suo rapido movimento, richiamano per analogia forma e movimento del topo. Ora, il muscolo è una fondamentale componente della macchina umana. Ed oggi, in specie per un 'lavoratore intellettuale' lo sviluppo muscolare è meno importante di prima, perché il lavoro si svolge non attraverso la forza dei muscoli, ma per mezzo di utensili. Poi l'uomo ha appreso ad usare utensili. L'artista ha in mente l'opera e la crea tramite utensili. La forza dei muscoli era indispensabile per usare lo scalpello. Basta invece un leggero movimento per usare il mouse, muscolo virtuale connesso alla mente della persona.
Web
Engelbart connette la sua macchina con le macchine di suoi collaboratori e colleghi, che sono presso il laboratorio di Menlo Park: vediamo la loro immagine sullo schermo, alle spalle di Engelbart che dialoga con loro. Ci viene come scambiarsi messaggi, e come il testo possa essere, e anzi sia nella sua essenza -se gli strumenti ci permettono di andare oltre i limiti della scrittura su carta- oggetto e frutto di lavoro collaborativo.
Tutti convocati attorno allo stesso testo, ognuno può dare il suo contributo nel costruirlo, modificarlo, aggiungere annotazioni e tag (etichette) e link (connessioni ad altri luoghi del documento, o di altri documenti), Engelbart e Bill Paxton e Jeff Rulifson e Bill English e tutti gli altri dell'Augmentation Research Center.
Tutto ciò che ci appare oggi ovvia possibilità, appariva lì, in quel pomeriggio del dicembre 1968, a qui ‘normali’ professionisti del computing lì stupiti in sala, come cosa nuova, strumento inusitato.
Sorridente, ma non per questo privo di preoccupazioni Engelbart inizia a parlare. Getta ogni tanto lo sguardo alle sue spalle – sullo schermo non appare ancora nulla. Ma intanto affronta il tema, la questione chiave: “if you had a workstation at your disposal all day that was perfectly responsible... or responsive”. Ecco il Personal Computer, macchina a totale disposizione della persona, protesi della sua mente, macchina connessa ad altre macchine, nodo di una rete infinita.
Word processor
Engelbart mostra il funzionamento del Word processor. Questo modo di scrivere che ci è diventato ormai usuale, così diverso dal vergare segni su carta. “Word processing beginning with blank piece of paper”, dice Engelbart.
Se ci siamo abituati a parlare di ipertesto, di link e di tag, è solo perché la parola testo porta con sé i limiti della tecnologia alla quale siamo stati così a lungo assoggettati: siamo abituati a vedere il testo schiacciato sulla pagina scritta.
Engelbart, tranquillo, e intimamente soddisfatto, consapevole, senza ostentazione, della novità di ciò che sta mostrando, ci mostra come si può andare al di là: interagendo con i segni sullo schermo, interagisco -tramite potenti utensili- con la mia mente, con il testo che ho in mente.
Complex Information Structure
Engelbart scrive sullo schermo, e intanto spiega.
“An instrument/vehicle for helping humans to operate whitin the doman of Complex Information Structure”. Operate, ci dice, è “compose, study and modify”. La Complex Information Structure è -ci mostra tracciando sullo schermo un grafo- una rappresentazione dei legami tra concetti. La struttura che abbiamo in mente “is too complex to investigate in linear text”, perciò non può bastarci una macchina capace di trattare testi fatti di parole messe in sequenza.
Mostra come come attraverso un instrument/vehicle pensato allo scopo, sia possibile muoversi nella Complex Structure. Andando definitivamente oltre l'idea di una 'macchina per scrivere' evoluta, la macchina di Engelbart è una macchina per pensare: “The computer is a tool for navigating through those structures and examining them in ways that would be too complex otherwise”. La macchina ci permette di lavorare con la conoscenza, allargando l'area delle capacità umane.
Mouse
Engelbart usa il mouse, e intanto parla del mouse. "I don't know why we call it a mouse. It started that way and we never changed it."
Forse c'è di mezzo l'osservazione topi da laboratorio, forse la forma dell'oggetto, con il filo che è una cosa, forse il movimento sullo schermo grafico ancora poco evoluto, come si vede nel filmato della demo di Engelbart, appare come un topolino con la coda. Sembra non sia stato Engelbart a trovare il nome, parola nuova, sembra sia stato invece Bill English, suo principale collaboratore, l'uomo che stava dietro le quinte durante la demo di San Francisco. (L'Oxford English Dictionary registra mouse nel senso di “pointing device” facendo riferimento a: Bill English, "Computer-Aided Display Control", 1965. O. E. D., Second Edition. edited by John Simpson and Edmund Weiner, 1989).
Ma forse più significativo per noi un percorso di senso che ci giunge attraverso l'etimologia. C'è già in greco e poi in latino una connessione tra 'topo' 'muscolo'. Il latino musculus, 'muscolo', è diminutivo di mus, 'topo': perché la forma del muscolo, il suo guizzare, il suo rapido movimento, richiamano per analogia forma e movimento del topo. Ora, il muscolo è una fondamentale componente della macchina umana. Ed oggi, in specie per un 'lavoratore intellettuale' lo sviluppo muscolare è meno importante di prima, perché il lavoro si svolge non attraverso la forza dei muscoli, ma per mezzo di utensili. Poi l'uomo ha appreso ad usare utensili. L'artista ha in mente l'opera e la crea tramite utensili. La forza dei muscoli era indispensabile per usare lo scalpello. Basta invece un leggero movimento per usare il mouse, muscolo virtuale connesso alla mente della persona.
Web
Engelbart connette la sua macchina con le macchine di suoi collaboratori e colleghi, che sono presso il laboratorio di Menlo Park: vediamo la loro immagine sullo schermo, alle spalle di Engelbart che dialoga con loro. Ci viene come scambiarsi messaggi, e come il testo possa essere, e anzi sia nella sua essenza -se gli strumenti ci permettono di andare oltre i limiti della scrittura su carta- oggetto e frutto di lavoro collaborativo.
Tutti convocati attorno allo stesso testo, ognuno può dare il suo contributo nel costruirlo, modificarlo, aggiungere annotazioni e tag (etichette) e link (connessioni ad altri luoghi del documento, o di altri documenti), Engelbart e Bill Paxton e Jeff Rulifson e Bill English e tutti gli altri dell'Augmentation Research Center.
Tutto ciò che ci appare oggi ovvia possibilità, appariva lì, in quel pomeriggio del dicembre 1968, a qui ‘normali’ professionisti del computing lì stupiti in sala, come cosa nuova, strumento inusitato.
martedì 24 novembre 2009
Goethe: la conoscenza come morfogenesi
All'alba del 3 settembre 1786 Goethe parte per il suo Viaggio in Italia. Il 26 settembre, a Padova, è attratto dall'antico Orto Botanico della città universitaria.
Il Systema Naturae di Linneo, con le sue descrizioni codificate, ha preso il posto del giardino. Goethe ha letto e apprezzato le opere di Linneo. A cosa serve, allora, osservare le piante 'dal vivo', sostare nel giardino?
Goethe distingue tra pianta descritta attraverso un codice, e pianta osservata. Leggere la descrizione di una pianta è una cosa. Osservarla con i propri occhi, toccarla, è diverso. Accuratamente lette o studiate le tavole di Linneo, possiamo dire di conoscere? Studiare botanica sui libri forse non è sufficiente, anzi, di più, è fuorviante. Ma d'altro canto, come si costruisce conoscenza a partire dalla mera osservazione?
E scrive: “è piacevole e istruttivo aggirarsi in mezzo a una vegetazione che non si conosce. Le solite piante, come qualsiasi oggetto che sia noto da tempo, non ci suscitano alcun pensiero, e a cosa vale guardare senza pensare? Qui invece, in questa varietà che mi viene incontro sempre nuova...” Crede che solo osservando le piante “sarebbe possibile determinare esattamente i generi e le specie, il che, mi sembra, finora si è fatto molto arbitrariamente.” Cioè dubita della costruzione di Linneo. Linneo ha montato una perfetta, sempre più dettagliata struttura. Ma è una perfezione che si nutre dell'allontanamento dalla realtà, dalle cose fisiche. E' astratta, metafisica.
Eppure non riesce ad andare oltre questa intuizione: “A questo punto della mai filosofia botanica mi sono arenato, e non vedo ancora in che modo districarmi. E' un problema che mi appare non meno profondo che vasto”.
Scriverà su questo temi articoli scientifici, ma riesce ad essere più chiaro, ed epistemologicamente preciso, scrivendo in versi. La poesia non cessa di essere vera poesia se è didattica.
Cito e commento di seguito Die metamorphose der pflanzen, 1798. (Mi limito qui ai primi dieci dei settanta versi dell’opera. (Ma qui trovate l'intera poesia commentata).
Die metamorphose der pflanzen1-2
Dich verwirret, Geliebte, die tausendfältige Mischung
Dieses Blumengewühls ueber dem Garten umher;
Sei turbata, mia cara, dal multiforme miscuglio
dei fiori che s'affollano in tutto il giardino;
Lei è Christiane Vulpius, allora convivente, futura moglie, compagna di una vita. Goethe non nasconde il doppio piano, il discorso rivolto a lei e la seria trattazione scientifica. Anzi, dall'inizio i due piani ci appaiono mutuamente implicati, inscindibli.
Tausendfältige Mischung Dieses Blumengewühls: multitudine, diversità compresente, mescolanza, affollamento. E' questo coacervo, di per sé spaventoso, perturbante, che spinge Linneo e Kant alla ricerca di un rassicurante ordine.
Il giardino botanico nasce all'interno di questo progetto, come alternativa alla Natura selvaggia. L'ambigua speranza insita nel progetto del giardino nasconde una contraddizione: il giardino è e vuole restare luogo naturale, eppure non può non essere allo stesso tempo artificiale, assoggettato a leggi.
Goethe non ci ha ancora detto nulla, ma ci ha già dato da pensare. Come superare il turbamento. Come mantenere viva l'idea, insita nel giardino, di cura e di piacere. Un giardino privo di varietà è privo anche di interesse. Perciò il giardino, qualsiasi giardino, non può non essere un sistema complesso. Impossibile, forse, assoggettare veramente il giardino a una organizzazione.
3-4
Viele Namen hörest du an, und immer verdränget
Mit barbarischem Klang einer den andern im Ohr.
mille nomi tu ascolti, e con barbarico accento
echeggiando all'orecchio l'uno ricaccia l'altro.
Il progetto botanico, il lavoro accanito e tendente all’esattezza di Bauhin e Linneo consiste nel cercare l’ordine ‘dando nomi alle cose’. Dominare la Natura badando non alla Natura, ma a una sua rappresentazione codificata. Ma l’attenzione ai nomi rende vana la percezione legata ai sensi. I nomi ci suonano stranieri, la Natura nominata ci appare Mischung Mischung Dieses Blumengewühls, multiforme, perturbante miscuglio, come la Natura osservata; o forse di più.
5-8
Alle Gestalten sind ähnlich, und keine gleichet der andern;
Und so deutet das Chor auf ein geheimes Gesetz,
Auf ein heiliges Rätsel. O könnt' ich dir, liebliche Freundin,
Überliefern sogleich glücklich das lösende Wort!
simili tutte le forme, nessuna è identica all'altra;
in coro ti preannunciano una legge segreta,
un sacro enigma. Potessi, gentile amica,
dartene sul momento felicemente la chiave!
Morfologia: guardare alla forma.
Alle Gestalten sind ähnlich, und keine gleichet der andern, forme simili, ma mai identiche. Linneo scientemente trascurava le varianze (“varietates laevissimas non curat botanicus”). Ma per Goethe non si tratta di trascurabili, irrilevanti accidenti. Sembra anzi intuire –e suggerici– che la conoscenza più ricca sta proprio nello scostamento dalla norma. E' attento al segno debole, all'istante in cui quella che sembrava una forma già data mostra come forma diversa.
Se Linneo vedeva un insieme ordinato, dove il tutto è ovviamente la somma delle parti, e la forma è controllata, regolata daa una regola ad essa esterna, Goethe vede un ‘tutt’uno’ tenuto insieme da una geheimes Gesetz, legge segreta, da un heiliges Rätsel, sacro mistero.
Goethe osserva la natura come sistema complesso e intuisce che l'armonia, l'efficacia dell'insieme si fonda su una lösende Wort, una parola che risolve, snoda l'enigma, una parola segreta, direi un codice, un algoritmo genetico condiviso dalla pianta nelle sue diverse manifestazioni: tronco, foglia, fiore, frutto.
9-10
Werdend betrachte sie nun, wie nach und nach sich die Pflanze,
Stufenweise geführt, bildet zu Blüten und Frucht.
Osserva nel suo divenire la pianta, come man mano,
gradualmente guidata, si plasmi in fiore e in frutto.
Morfogenesi: il cuore dell’approccio goethiano va oltre la morfologia. Non solo studio delle forme, di tutte le forme, Alle Gestalten.
Goethe considerava obiettivo della sua ricerca la urpflanz, la ‘pianta originaria’, la forma formante che sta all’origine della forma, o dell’essenza, di ogni pianta. Via via, nel corso della vita, arriverà a considerare la urpflanz un sogno, una meta inattingibile. Cercava la urpflanz non tanto per via filogenetica, ma guardando all’ontogenesi di ogni pianta. Osservando ogni pianta, confrontando le forme delle diverse piante.
Goethe non nega valore alla codifica di Linneo. Ma va oltre. Non confronta ogni pianta con la forma perfetta del modello linneaiano. Torna ad osservare la pianta. Ogni singola pianta.
Linneo leggeva la Natura collocando ogni pianta in un Gestalt –forma, sistema, struttura– astratta, che tutto contiene e descrive. La parte, la singola pianta, si spiega perché appartiene al tutto.
La Gestalt di Linneo (e di Kant) è un perfetto insieme di gerarchie definite a priori.
La Gestalt di Goethe è una forma emergente: appare nel mentre si osserva la singola pianta. Ogni Gestalt, dal punto di vista di Goethe, è modello di sé stessa.
Goethe, al di là della illuministica, trasparente codifica di Linneo, ci parla di algoritmi genetici, di matematica della complessità.
Nel corso dell'elegia Goethe ci parla a lungo di Gestalt, forma, struttura. La Gestalt, però, non può spiegare se stessa. Perciò Goethe deve ricorrere al verbo bilde. Bild sta in tedesco anche per 'immagine', 'quadro', 'rappresentazione'. Potrebbe dunque sembrare che il discorso si svolge in un contesto linneiano. Ma appunto Goethe ci ricorda che non c'è forma senza processo di formazione.
Il modello non è già dato, a priori, come per Linneo. Oggetto di attenzione non è la pianta in sé, rappresentazione astratta di un . Sono mirabilia, stati del mondo che meritano di essere osservati, le diverse piante che nach und nach, poco a poco si plasmano. Ciò che lo scienziato goethiano osserva è il divenire. Il divenire di ogni pianta, ognuna portatrice di un proprio modello evolutivo.
La chiave del sacro enigma, ci suggerisce Goethe, sta forse in questo: ognuna e tutte le piante forme formanti, keine gleichet der andern, nessuna identica all'altra.
Ogni forma sottosistema di un sistema più vasto; la natura, osservata a livelli diversi di scala, appare sempre come un sistema che si evolve, la singola pianta Stufenweise geführt , gradualmente guidata dall'appartenenza all'insieme: oltre l'evoluzionismo darwiniano qui ci appare quel modo di osservare che potremmo definire 'sguardo ecologico'. Ciò che osserviamo è, per usar le parole di Bateson, la “struttura (pattern) che connette”.
(Su Scribd ho pubblicato una più ampia versione di questo testo)
Il Systema Naturae di Linneo, con le sue descrizioni codificate, ha preso il posto del giardino. Goethe ha letto e apprezzato le opere di Linneo. A cosa serve, allora, osservare le piante 'dal vivo', sostare nel giardino?
Goethe distingue tra pianta descritta attraverso un codice, e pianta osservata. Leggere la descrizione di una pianta è una cosa. Osservarla con i propri occhi, toccarla, è diverso. Accuratamente lette o studiate le tavole di Linneo, possiamo dire di conoscere? Studiare botanica sui libri forse non è sufficiente, anzi, di più, è fuorviante. Ma d'altro canto, come si costruisce conoscenza a partire dalla mera osservazione?
E scrive: “è piacevole e istruttivo aggirarsi in mezzo a una vegetazione che non si conosce. Le solite piante, come qualsiasi oggetto che sia noto da tempo, non ci suscitano alcun pensiero, e a cosa vale guardare senza pensare? Qui invece, in questa varietà che mi viene incontro sempre nuova...” Crede che solo osservando le piante “sarebbe possibile determinare esattamente i generi e le specie, il che, mi sembra, finora si è fatto molto arbitrariamente.” Cioè dubita della costruzione di Linneo. Linneo ha montato una perfetta, sempre più dettagliata struttura. Ma è una perfezione che si nutre dell'allontanamento dalla realtà, dalle cose fisiche. E' astratta, metafisica.
Eppure non riesce ad andare oltre questa intuizione: “A questo punto della mai filosofia botanica mi sono arenato, e non vedo ancora in che modo districarmi. E' un problema che mi appare non meno profondo che vasto”.
Scriverà su questo temi articoli scientifici, ma riesce ad essere più chiaro, ed epistemologicamente preciso, scrivendo in versi. La poesia non cessa di essere vera poesia se è didattica.
Cito e commento di seguito Die metamorphose der pflanzen, 1798. (Mi limito qui ai primi dieci dei settanta versi dell’opera. (Ma qui trovate l'intera poesia commentata).
Die metamorphose der pflanzen1-2
Dich verwirret, Geliebte, die tausendfältige Mischung
Dieses Blumengewühls ueber dem Garten umher;
Sei turbata, mia cara, dal multiforme miscuglio
dei fiori che s'affollano in tutto il giardino;
Lei è Christiane Vulpius, allora convivente, futura moglie, compagna di una vita. Goethe non nasconde il doppio piano, il discorso rivolto a lei e la seria trattazione scientifica. Anzi, dall'inizio i due piani ci appaiono mutuamente implicati, inscindibli.
Tausendfältige Mischung Dieses Blumengewühls: multitudine, diversità compresente, mescolanza, affollamento. E' questo coacervo, di per sé spaventoso, perturbante, che spinge Linneo e Kant alla ricerca di un rassicurante ordine.
Il giardino botanico nasce all'interno di questo progetto, come alternativa alla Natura selvaggia. L'ambigua speranza insita nel progetto del giardino nasconde una contraddizione: il giardino è e vuole restare luogo naturale, eppure non può non essere allo stesso tempo artificiale, assoggettato a leggi.
Goethe non ci ha ancora detto nulla, ma ci ha già dato da pensare. Come superare il turbamento. Come mantenere viva l'idea, insita nel giardino, di cura e di piacere. Un giardino privo di varietà è privo anche di interesse. Perciò il giardino, qualsiasi giardino, non può non essere un sistema complesso. Impossibile, forse, assoggettare veramente il giardino a una organizzazione.
3-4
Viele Namen hörest du an, und immer verdränget
Mit barbarischem Klang einer den andern im Ohr.
mille nomi tu ascolti, e con barbarico accento
echeggiando all'orecchio l'uno ricaccia l'altro.
Il progetto botanico, il lavoro accanito e tendente all’esattezza di Bauhin e Linneo consiste nel cercare l’ordine ‘dando nomi alle cose’. Dominare la Natura badando non alla Natura, ma a una sua rappresentazione codificata. Ma l’attenzione ai nomi rende vana la percezione legata ai sensi. I nomi ci suonano stranieri, la Natura nominata ci appare Mischung Mischung Dieses Blumengewühls, multiforme, perturbante miscuglio, come la Natura osservata; o forse di più.
5-8
Alle Gestalten sind ähnlich, und keine gleichet der andern;
Und so deutet das Chor auf ein geheimes Gesetz,
Auf ein heiliges Rätsel. O könnt' ich dir, liebliche Freundin,
Überliefern sogleich glücklich das lösende Wort!
simili tutte le forme, nessuna è identica all'altra;
in coro ti preannunciano una legge segreta,
un sacro enigma. Potessi, gentile amica,
dartene sul momento felicemente la chiave!
Morfologia: guardare alla forma.
Alle Gestalten sind ähnlich, und keine gleichet der andern, forme simili, ma mai identiche. Linneo scientemente trascurava le varianze (“varietates laevissimas non curat botanicus”). Ma per Goethe non si tratta di trascurabili, irrilevanti accidenti. Sembra anzi intuire –e suggerici– che la conoscenza più ricca sta proprio nello scostamento dalla norma. E' attento al segno debole, all'istante in cui quella che sembrava una forma già data mostra come forma diversa.
Se Linneo vedeva un insieme ordinato, dove il tutto è ovviamente la somma delle parti, e la forma è controllata, regolata daa una regola ad essa esterna, Goethe vede un ‘tutt’uno’ tenuto insieme da una geheimes Gesetz, legge segreta, da un heiliges Rätsel, sacro mistero.
Goethe osserva la natura come sistema complesso e intuisce che l'armonia, l'efficacia dell'insieme si fonda su una lösende Wort, una parola che risolve, snoda l'enigma, una parola segreta, direi un codice, un algoritmo genetico condiviso dalla pianta nelle sue diverse manifestazioni: tronco, foglia, fiore, frutto.
9-10
Werdend betrachte sie nun, wie nach und nach sich die Pflanze,
Stufenweise geführt, bildet zu Blüten und Frucht.
Osserva nel suo divenire la pianta, come man mano,
gradualmente guidata, si plasmi in fiore e in frutto.
Morfogenesi: il cuore dell’approccio goethiano va oltre la morfologia. Non solo studio delle forme, di tutte le forme, Alle Gestalten.
Goethe considerava obiettivo della sua ricerca la urpflanz, la ‘pianta originaria’, la forma formante che sta all’origine della forma, o dell’essenza, di ogni pianta. Via via, nel corso della vita, arriverà a considerare la urpflanz un sogno, una meta inattingibile. Cercava la urpflanz non tanto per via filogenetica, ma guardando all’ontogenesi di ogni pianta. Osservando ogni pianta, confrontando le forme delle diverse piante.
Goethe non nega valore alla codifica di Linneo. Ma va oltre. Non confronta ogni pianta con la forma perfetta del modello linneaiano. Torna ad osservare la pianta. Ogni singola pianta.
Linneo leggeva la Natura collocando ogni pianta in un Gestalt –forma, sistema, struttura– astratta, che tutto contiene e descrive. La parte, la singola pianta, si spiega perché appartiene al tutto.
La Gestalt di Linneo (e di Kant) è un perfetto insieme di gerarchie definite a priori.
La Gestalt di Goethe è una forma emergente: appare nel mentre si osserva la singola pianta. Ogni Gestalt, dal punto di vista di Goethe, è modello di sé stessa.
Goethe, al di là della illuministica, trasparente codifica di Linneo, ci parla di algoritmi genetici, di matematica della complessità.
Nel corso dell'elegia Goethe ci parla a lungo di Gestalt, forma, struttura. La Gestalt, però, non può spiegare se stessa. Perciò Goethe deve ricorrere al verbo bilde. Bild sta in tedesco anche per 'immagine', 'quadro', 'rappresentazione'. Potrebbe dunque sembrare che il discorso si svolge in un contesto linneiano. Ma appunto Goethe ci ricorda che non c'è forma senza processo di formazione.
Il modello non è già dato, a priori, come per Linneo. Oggetto di attenzione non è la pianta in sé, rappresentazione astratta di un . Sono mirabilia, stati del mondo che meritano di essere osservati, le diverse piante che nach und nach, poco a poco si plasmano. Ciò che lo scienziato goethiano osserva è il divenire. Il divenire di ogni pianta, ognuna portatrice di un proprio modello evolutivo.
La chiave del sacro enigma, ci suggerisce Goethe, sta forse in questo: ognuna e tutte le piante forme formanti, keine gleichet der andern, nessuna identica all'altra.
Ogni forma sottosistema di un sistema più vasto; la natura, osservata a livelli diversi di scala, appare sempre come un sistema che si evolve, la singola pianta Stufenweise geführt , gradualmente guidata dall'appartenenza all'insieme: oltre l'evoluzionismo darwiniano qui ci appare quel modo di osservare che potremmo definire 'sguardo ecologico'. Ciò che osserviamo è, per usar le parole di Bateson, la “struttura (pattern) che connette”.
(Su Scribd ho pubblicato una più ampia versione di questo testo)
venerdì 23 ottobre 2009
Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura 2008-2009
Così come ho pubblicato in questo blog il programma del corso di Organizzazione di conoscenze e di attività, pubblico il programma del corso che ho tenuto gli anni scorsi nel secondo semestre.
Il programma dell'anno accademico 2009-2010 lo trovate qui.
Titolo: Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura
Corso di laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica
Università di Pisa
Docente Francesco Varanini
Argomento:
Il corso propone un ripensamento del romanzo alla luce della digitalizzazione dell’informazione, e quindi di possibili scritture, interpretazioni e letture caratterizzate da interattività, multimedialità, ipertestualità
Il romanzo si colloca oggi nel quadro della transliteracy (“the ability to read, write and interact across a range of platforms, tools and media from signing and orality through handwriting, print, TV, radio and film, to digital social networks”: Joseph, Laccetti, Mason, Mills, Perril, Pullinger, Thomas, “Transliteracy: Crossing Divides”, First Monday, Volume 12 Number 12 - 3 December 2007).
Il romanzo, oggi, si trova a ridefinire il proprio spazio e il proprio ruolo in un contesto che vede presenti altre forme di narrazione -oralità, teatro, cinema, televisione, web- ognuna legata ad una propria storia tecnologica.
Le tecnologie, in anni recenti, hanno subito un processo di convergenza: da una specifica modalità di produzione, si è passati ad un processo comune caratterizzato, quale che sia la forma di narrazione, dall'uso di un'unica 'piattaforma', fondata sulla digitalizzazione delle informazioni.
La produzione di narrazione, prima fondata su specifiche competenze, ognuna legata alla singola 'arte', si è trasformata, fino a fondarsi su una trasversale competenza, basata sull'analisi e sul trattamento dei dati tramite strumenti informatici.
Parallelamente, convergono e si ridefiniscono i ruoli di autore, intrprete e lettore. E si pone il tema di come il romanzo, non più necessariamente chiuso nella 'forma libro', appare come 'opera aperta', che emerge diversa da caso a caso, da momento a momento.
Nel corso:
- si approfondirà il tema da un punto di vista teorico,
- si esamineranno gli aspetti chiave della nuova competenza trasversale,
- si esamineranno casi esemplari di romanzi che prefigurano il superamento della 'forma libro', e l'avvicinamento a forme ipertestuali, interattive, multimediali.
Si lavorerà in particolare attorno a Cervantes, Don Chisciotte.
Esercitazione
Consiste nella stesura (e se possibile nello sviluppo) di un progetto teso a liberare un romanzo dalla forma del libro, utilizzando tecnologie informatiche.
Ad esempio: ripresentazione del romanzo sotto forma di ipertesto; modellizzazione del testo in un data base offerto alla consultazione del lettore; indicizzazione del testo allo scopo di renderlo fruibile tramite motore di ricerca; ecc.
Si propone di lavorare su uno dei romanzi sotto indicati. Lo studente può però scegliere di lavorare su un qualsiasi altro romanzo.
Testi:
Romanzi:
- Miguel de CERVANTES, El Ingenioso Hidalgo de Don Quijote de la Mancha, 1605 (prima parte), 1615 (seconda parte). In spagnolo: a cura di John Jay Allen, Cátedra. Tra le varie edizioni italiane si consiglia: Oscar Mondadori (trad. di Ferdinando Carlesi, cura di Cesare Segre e Donatella Pini Moro); Grandi Libri Garzanti ( trad. di Letizia Falzone, a cura di Dario Puccini); BUR Rizzoli (tra. di Alfredo Giannini); Einaudi (trad. di Vittorio Bodini); Frassinelli (trad. di Vincenzo La Gioia).
Full text on line:
http://digital.library.upenn.edu/webbin/gutbook/lookup?num=996
http://www.fullbooks.com/Don-Quijote.html
http://www.spanisharts.com/books/quijote/elquijote.htm
http://www.el-mundo.es/quijote/
- Philip K. DICK, The Man In The High Castle, 1962, trad. it L’uomo nell'alto castello, Fanucci.
- Vladimir NABOKOV, Pale Fire, 1962; trad. it Fuoco pallido, Adelphi.
- Julio CORTÁZAR, Rayuela, Sudamericana, Buenos Aires, 1963; trad. it. Il gioco del mondo, Einaudi.
- Alberto ARBASINO, La bella di Lodi, 1972; ora Adelphi.
- Georges PEREC, La vie mode d'emploi, 1978; trad. it. La vita, istruzioni per l’uso, Rizzoli.
Saggi:
- Ivan ILLICH, In the Vineyard of the Text : A Commentary to Hugh's Didascalicon, University of Chicago Press, 1993; trad. it. Nella vigna del testo, Cortina, 1994.
In aggiunta (per non frequentanti almeno un testo a scelta tra):
-Jay David BOLTER, Writing Space. The computer, Hypertext and The History of Writing, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale (N.J.), 1991, trad. it. Lo spazio dello scrivere. Computer, ipertesti e storia della scrittura, Vita e Pensiero, Milano, 1993. (Evitare possibilmente la seconda edizione, sia in inglese che in italiano; è peggiorativa).
- George P. LANDOW, Hypertext 2.0., Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1997; trad. it. L' ipertesto. Nuove tecnologie e critica letteraria, Bruno Mondadori, Milano, 1998.
- Ted H., NELSON, Literary Machines, Swarthmore (Pa), 1981 (pubblicato in proprio). Trad. it. dell'ed. 1990: Literary Machines 90.1, Muzzio, Padova, 1992.
- Lev MANOVICH, The Language of New Media, Massachusetts Institute of Technology, 2001; trad. it. Il linguaggio dei nuovi media, Olivares, Milano, 2002.
THOMAS, JOSEPH, LACCETTI, MASON, MILLS, PERRIL, PULLINGER, “Transliteracy: Crossing Divides”, First Monday, Volume 12 Number 12 - 3 December 2007
Note: Gli studenti, sia frequentanti che non frequentanti, sono invitati a inviare una e-mail al docente. Saranno periodicamente forniti materiali didattici inerenti all'insegnamento.
Il programma dell'anno accademico 2009-2010 lo trovate qui.
Titolo: Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura
Corso di laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica
Università di Pisa
Docente Francesco Varanini
Argomento:
Il corso propone un ripensamento del romanzo alla luce della digitalizzazione dell’informazione, e quindi di possibili scritture, interpretazioni e letture caratterizzate da interattività, multimedialità, ipertestualità
Il romanzo si colloca oggi nel quadro della transliteracy (“the ability to read, write and interact across a range of platforms, tools and media from signing and orality through handwriting, print, TV, radio and film, to digital social networks”: Joseph, Laccetti, Mason, Mills, Perril, Pullinger, Thomas, “Transliteracy: Crossing Divides”, First Monday, Volume 12 Number 12 - 3 December 2007).
Il romanzo, oggi, si trova a ridefinire il proprio spazio e il proprio ruolo in un contesto che vede presenti altre forme di narrazione -oralità, teatro, cinema, televisione, web- ognuna legata ad una propria storia tecnologica.
Le tecnologie, in anni recenti, hanno subito un processo di convergenza: da una specifica modalità di produzione, si è passati ad un processo comune caratterizzato, quale che sia la forma di narrazione, dall'uso di un'unica 'piattaforma', fondata sulla digitalizzazione delle informazioni.
La produzione di narrazione, prima fondata su specifiche competenze, ognuna legata alla singola 'arte', si è trasformata, fino a fondarsi su una trasversale competenza, basata sull'analisi e sul trattamento dei dati tramite strumenti informatici.
Parallelamente, convergono e si ridefiniscono i ruoli di autore, intrprete e lettore. E si pone il tema di come il romanzo, non più necessariamente chiuso nella 'forma libro', appare come 'opera aperta', che emerge diversa da caso a caso, da momento a momento.
Nel corso:
- si approfondirà il tema da un punto di vista teorico,
- si esamineranno gli aspetti chiave della nuova competenza trasversale,
- si esamineranno casi esemplari di romanzi che prefigurano il superamento della 'forma libro', e l'avvicinamento a forme ipertestuali, interattive, multimediali.
Si lavorerà in particolare attorno a Cervantes, Don Chisciotte.
Esercitazione
Consiste nella stesura (e se possibile nello sviluppo) di un progetto teso a liberare un romanzo dalla forma del libro, utilizzando tecnologie informatiche.
Ad esempio: ripresentazione del romanzo sotto forma di ipertesto; modellizzazione del testo in un data base offerto alla consultazione del lettore; indicizzazione del testo allo scopo di renderlo fruibile tramite motore di ricerca; ecc.
Si propone di lavorare su uno dei romanzi sotto indicati. Lo studente può però scegliere di lavorare su un qualsiasi altro romanzo.
Testi:
Romanzi:
- Miguel de CERVANTES, El Ingenioso Hidalgo de Don Quijote de la Mancha, 1605 (prima parte), 1615 (seconda parte). In spagnolo: a cura di John Jay Allen, Cátedra. Tra le varie edizioni italiane si consiglia: Oscar Mondadori (trad. di Ferdinando Carlesi, cura di Cesare Segre e Donatella Pini Moro); Grandi Libri Garzanti ( trad. di Letizia Falzone, a cura di Dario Puccini); BUR Rizzoli (tra. di Alfredo Giannini); Einaudi (trad. di Vittorio Bodini); Frassinelli (trad. di Vincenzo La Gioia).
Full text on line:
http://digital.library.upenn.edu/webbin/gutbook/lookup?num=996
http://www.fullbooks.com/Don-Quijote.html
http://www.spanisharts.com/books/quijote/elquijote.htm
http://www.el-mundo.es/quijote/
- Philip K. DICK, The Man In The High Castle, 1962, trad. it L’uomo nell'alto castello, Fanucci.
- Vladimir NABOKOV, Pale Fire, 1962; trad. it Fuoco pallido, Adelphi.
- Julio CORTÁZAR, Rayuela, Sudamericana, Buenos Aires, 1963; trad. it. Il gioco del mondo, Einaudi.
- Alberto ARBASINO, La bella di Lodi, 1972; ora Adelphi.
- Georges PEREC, La vie mode d'emploi, 1978; trad. it. La vita, istruzioni per l’uso, Rizzoli.
Saggi:
- Ivan ILLICH, In the Vineyard of the Text : A Commentary to Hugh's Didascalicon, University of Chicago Press, 1993; trad. it. Nella vigna del testo, Cortina, 1994.
In aggiunta (per non frequentanti almeno un testo a scelta tra):
-Jay David BOLTER, Writing Space. The computer, Hypertext and The History of Writing, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale (N.J.), 1991, trad. it. Lo spazio dello scrivere. Computer, ipertesti e storia della scrittura, Vita e Pensiero, Milano, 1993. (Evitare possibilmente la seconda edizione, sia in inglese che in italiano; è peggiorativa).
- George P. LANDOW, Hypertext 2.0., Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1997; trad. it. L' ipertesto. Nuove tecnologie e critica letteraria, Bruno Mondadori, Milano, 1998.
- Ted H., NELSON, Literary Machines, Swarthmore (Pa), 1981 (pubblicato in proprio). Trad. it. dell'ed. 1990: Literary Machines 90.1, Muzzio, Padova, 1992.
- Lev MANOVICH, The Language of New Media, Massachusetts Institute of Technology, 2001; trad. it. Il linguaggio dei nuovi media, Olivares, Milano, 2002.
THOMAS, JOSEPH, LACCETTI, MASON, MILLS, PERRIL, PULLINGER, “Transliteracy: Crossing Divides”, First Monday, Volume 12 Number 12 - 3 December 2007
Note: Gli studenti, sia frequentanti che non frequentanti, sono invitati a inviare una e-mail al docente. Saranno periodicamente forniti materiali didattici inerenti all'insegnamento.
Garbugli. Ovvero il libro giallo come ultimo libro
Ricordiamo i “sette anni di studio matto e disperatissimo” spesi dal giovane Giacomo Leopardi nella biblioteca paterna, con la volontà di impossessarsi del più ampio sistema di nozioni (notione deriva da notum: conoscenza scolastica, già data ).
Sono anni che compromettono irrimediabilmente la salute e l'aspetto esteriore di Giacomo. Ma Giacomo non rinuncia a divagare, va oltre, guarda fuori. E' attento agli indizi. La finestra dello studio si apre sul mondo, sta a noi non rinunciare a guardare.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Le carte sono “sudate”, ma gli studi possono essere “leggiadri”. Connettere il testo già dato con il mondo circostante rendi i pensieri “soavi”, illuminate dal “ciel sereno” le parole scritte su carta appaiono diverse, strutturalmente accoppiate alle “vie dorate e agli orti”, al “mare da lungi” e al “monte”. (Giacomo Leopardi, Canti, Piatti, Firenze, 1831. XXI, A Silvia, vv. 15-29).
Giacomo stanco, la mente bloccata, guarda fuori dalla finestra; la “faticosa tela” di Silvia è metafora della sua tela interrotta. Solo quando le abitudini dello studio matto e disperatissimo vengono troncate e si impara ad assumere un atteggiamento orientato al 'lasciar andare' il flusso dei pensieri, solo allora la naturale caratteristica della mente di conoscere se stessa e di riflettere in modo creativo sulla propria esperienza può finalmente emergere.
Ecco perché leggiamo libri gialli. E li leggiamo magari in momenti di difficoltà.
Leggere un libro giallo è un intimo gesto di abbandono. Di allentamento del controllo. Solo quando si interrompe la lettura e la scrittura intese come lavoro per leggere un libro giallo dal pensiero possono emergere nuove connessioni.
Di fronte a questo eccesso di libri e biblioteche e schedari e riviste e giornali l'orientamento al controllo è fallace, ed invece costituisce punto di partenza vantaggioso la consapevolezza della propria ignoranza.
La conoscenza sta nel muoversi connettendo qui ed ora notizie e nozioni e dati prescindendo dalla loro struttura così come dal loro originario scopo, come se stessimo osservando per la prima volta un mondo sconosciuto.
Solo questo è sapere, nutrimento adeguato, dotato di sapore, adeguato al momento e al luogo.
I libri gialli ci parlano di un atteggiamento di fronte al conoscere. Rispondono -in un preciso momento storico- ad un basilare, ancestrale bisogno dell'uomo: costruire conoscenza adeguata, rispondere alle insidie dell'ambiente, garantirsi la sopravvivenza in un ambiente che eccede le nostre possibilità di controllo e di piena comprensione.
Il pensiero irrisolto appare come gnommero, diceva Gadda nel Pasticciaccio, matassa ingarbugliata. In ogni libro giallo troviamo fissato questo momento.
Tutto era ancora una matassa ingarbugliata. Non c'erano aperture, nessuna pista che portasse a una svolta nelle indagini. (Henning Mankell, Villospår, Ordfrronts Förlag, Stockholm, 1995; trad. it. La falsa pista, Marsilio, 2009, p. 209).
Clew sta in inglese per 'a ball of thread or yarn', 'gomitolo'. Da clew, per semplice variante fonetica (la pronuncia non cambia), clue – che dall'inizio del 1600 sta per 'that which points the way', qualcosa che indica la via; e quindi 'indizio'. Trasparente il riferimento al mito di Arianna: Teseo, l'eroe, trova l'uscita dal labirinto grazie al filo di lana che l'amata gli ha dato.
A metà del 1800 il legame tra clue e clew era ben presente nella lingua popolare, nella cronaca giornalistica relativa alla soluzione dei casi criminosi da parte dei detective di Scotland Yard e degli investigatori, così come nella narrativa.
Leggiamo Mary Bolton di Elizabeth Gaskell:
E' sempre un piacere svelare un mistero, dipanare il sottile groviglio di fili che ci porterà alla certezza.
La mente semidesta, mentre sia abbandona a percorrere il groviglio proposto dalla narrazione, sperimenta come andare oltre i confini del già pensato. Si scopre così come guardare il mondo con occhi nuovi.
Il libro giallo ci fornisce un risposta, ci accompagna nel costruire senso dipanando l'aggrovigliato gomitolo, facendo emergere il senso che è latente in quello stesso aggrovigliato gomitolo. Il libro giallo silenziosamente e piacevolmente ci accompagna sollecitando la nostra mente a compiere quel lavoro
Leggiamo, per esempio, nell'undicesimo romanzo di Philo Vance (S. S. Van Dine, The Gracie Allen murder case, New York, C. Scribner’s sons, 1938. Trad. it. Philo Vance e il caso Allen, Giallo Mondadori 1246 [17 dicembre 1972]):
Lasciami delirare ancora un po' prima di richiudermi in una camicia di forza... vi sono altre cose per me sconcertanti che potrebbero essere assemblate in un tutt'uno coerente... Finalmente si forma uno schema nel mio vorticoso cervello.
Perciò ci appare manifestazione di una paradossale saggezza il fatto che, nell'epoca del tramonto del libro come forma unica ed universale, le librerie offrano un numero sempre crescente di libri gialli, ed ogni libro tenda ad assumere la struttura del libro giallo. Possiamo immaginare che sarà un libro giallo l'ultimo libro che leggeremo.
Quando non avremo più motivo di leggere libri, perché l'uso di qualche tipo di macchina, intesa come espansione e protesi della nostra mente, ci farà apparire del tutto obsoleto questo insieme di fogli stampati o manoscritti, di forma e misura uguale, ordinati secondo un dato ordine, numerati e cuciti insieme in modo da formare un volume, fornito di copertina o rilegato, quando non avremo più motivo di leggere libri, forse l'unico libro che leggeremo con piacere sarà un libro giallo.
Ci ricorderà il passato, e allo stesso tempo ci allenerà a al nuovo lavoro che sostituisce la lettura. Se la lettura è un passivo subire la struttura proposta da un autore, da un esperto, il libro giallo ci propone la scoperta di una soluzione, l'emergere di un percorso di senso. Il lavoro dell'investigatore, è lo stesso lavoro del knowledge worker che, lavorando con l'ausilio di un computer costruisce conoscenza per tentativi ed errori, sbrogliando enigmi, dipanando matasse intricate.
Il libro giallo, meta-libro, ci parla del mondo del dopo-libro e ci insegna muoverci in quel mondo.
Un mondo dove menti strutturalmente accoppiate a computer costruiscono conoscenza, come se stessero leggendo un libro giallo.
Sono anni che compromettono irrimediabilmente la salute e l'aspetto esteriore di Giacomo. Ma Giacomo non rinuncia a divagare, va oltre, guarda fuori. E' attento agli indizi. La finestra dello studio si apre sul mondo, sta a noi non rinunciare a guardare.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Le carte sono “sudate”, ma gli studi possono essere “leggiadri”. Connettere il testo già dato con il mondo circostante rendi i pensieri “soavi”, illuminate dal “ciel sereno” le parole scritte su carta appaiono diverse, strutturalmente accoppiate alle “vie dorate e agli orti”, al “mare da lungi” e al “monte”. (Giacomo Leopardi, Canti, Piatti, Firenze, 1831. XXI, A Silvia, vv. 15-29).
Giacomo stanco, la mente bloccata, guarda fuori dalla finestra; la “faticosa tela” di Silvia è metafora della sua tela interrotta. Solo quando le abitudini dello studio matto e disperatissimo vengono troncate e si impara ad assumere un atteggiamento orientato al 'lasciar andare' il flusso dei pensieri, solo allora la naturale caratteristica della mente di conoscere se stessa e di riflettere in modo creativo sulla propria esperienza può finalmente emergere.
Ecco perché leggiamo libri gialli. E li leggiamo magari in momenti di difficoltà.
Leggere un libro giallo è un intimo gesto di abbandono. Di allentamento del controllo. Solo quando si interrompe la lettura e la scrittura intese come lavoro per leggere un libro giallo dal pensiero possono emergere nuove connessioni.
Di fronte a questo eccesso di libri e biblioteche e schedari e riviste e giornali l'orientamento al controllo è fallace, ed invece costituisce punto di partenza vantaggioso la consapevolezza della propria ignoranza.
La conoscenza sta nel muoversi connettendo qui ed ora notizie e nozioni e dati prescindendo dalla loro struttura così come dal loro originario scopo, come se stessimo osservando per la prima volta un mondo sconosciuto.
Solo questo è sapere, nutrimento adeguato, dotato di sapore, adeguato al momento e al luogo.
I libri gialli ci parlano di un atteggiamento di fronte al conoscere. Rispondono -in un preciso momento storico- ad un basilare, ancestrale bisogno dell'uomo: costruire conoscenza adeguata, rispondere alle insidie dell'ambiente, garantirsi la sopravvivenza in un ambiente che eccede le nostre possibilità di controllo e di piena comprensione.
Il pensiero irrisolto appare come gnommero, diceva Gadda nel Pasticciaccio, matassa ingarbugliata. In ogni libro giallo troviamo fissato questo momento.
Tutto era ancora una matassa ingarbugliata. Non c'erano aperture, nessuna pista che portasse a una svolta nelle indagini. (Henning Mankell, Villospår, Ordfrronts Förlag, Stockholm, 1995; trad. it. La falsa pista, Marsilio, 2009, p. 209).
Clew sta in inglese per 'a ball of thread or yarn', 'gomitolo'. Da clew, per semplice variante fonetica (la pronuncia non cambia), clue – che dall'inizio del 1600 sta per 'that which points the way', qualcosa che indica la via; e quindi 'indizio'. Trasparente il riferimento al mito di Arianna: Teseo, l'eroe, trova l'uscita dal labirinto grazie al filo di lana che l'amata gli ha dato.
A metà del 1800 il legame tra clue e clew era ben presente nella lingua popolare, nella cronaca giornalistica relativa alla soluzione dei casi criminosi da parte dei detective di Scotland Yard e degli investigatori, così come nella narrativa.
Leggiamo Mary Bolton di Elizabeth Gaskell:
E' sempre un piacere svelare un mistero, dipanare il sottile groviglio di fili che ci porterà alla certezza.
La mente semidesta, mentre sia abbandona a percorrere il groviglio proposto dalla narrazione, sperimenta come andare oltre i confini del già pensato. Si scopre così come guardare il mondo con occhi nuovi.
Il libro giallo ci fornisce un risposta, ci accompagna nel costruire senso dipanando l'aggrovigliato gomitolo, facendo emergere il senso che è latente in quello stesso aggrovigliato gomitolo. Il libro giallo silenziosamente e piacevolmente ci accompagna sollecitando la nostra mente a compiere quel lavoro
Leggiamo, per esempio, nell'undicesimo romanzo di Philo Vance (S. S. Van Dine, The Gracie Allen murder case, New York, C. Scribner’s sons, 1938. Trad. it. Philo Vance e il caso Allen, Giallo Mondadori 1246 [17 dicembre 1972]):
Lasciami delirare ancora un po' prima di richiudermi in una camicia di forza... vi sono altre cose per me sconcertanti che potrebbero essere assemblate in un tutt'uno coerente... Finalmente si forma uno schema nel mio vorticoso cervello.
Perciò ci appare manifestazione di una paradossale saggezza il fatto che, nell'epoca del tramonto del libro come forma unica ed universale, le librerie offrano un numero sempre crescente di libri gialli, ed ogni libro tenda ad assumere la struttura del libro giallo. Possiamo immaginare che sarà un libro giallo l'ultimo libro che leggeremo.
Quando non avremo più motivo di leggere libri, perché l'uso di qualche tipo di macchina, intesa come espansione e protesi della nostra mente, ci farà apparire del tutto obsoleto questo insieme di fogli stampati o manoscritti, di forma e misura uguale, ordinati secondo un dato ordine, numerati e cuciti insieme in modo da formare un volume, fornito di copertina o rilegato, quando non avremo più motivo di leggere libri, forse l'unico libro che leggeremo con piacere sarà un libro giallo.
Ci ricorderà il passato, e allo stesso tempo ci allenerà a al nuovo lavoro che sostituisce la lettura. Se la lettura è un passivo subire la struttura proposta da un autore, da un esperto, il libro giallo ci propone la scoperta di una soluzione, l'emergere di un percorso di senso. Il lavoro dell'investigatore, è lo stesso lavoro del knowledge worker che, lavorando con l'ausilio di un computer costruisce conoscenza per tentativi ed errori, sbrogliando enigmi, dipanando matasse intricate.
Il libro giallo, meta-libro, ci parla del mondo del dopo-libro e ci insegna muoverci in quel mondo.
Un mondo dove menti strutturalmente accoppiate a computer costruiscono conoscenza, come se stessero leggendo un libro giallo.
domenica 4 ottobre 2009
J. C. R. Licklider, “Man-Computer Symbiosis”
In quegli stessi anni '60 in cui Doug Engelbart immaginava l''aumento dell'intelligenza umana' attraverso l'uso di quello strumento che avremmo poi chiamato Personal Computer, ragionava a proposito della simbiosi tra uomo e computer un altro irregolare. Le sue riflessioni, come quelle di Engelbart e di Nelson, ci appaiono del tutto attuali: più che parlarci di un percorso svolto nello scorso mezzo secolo, ci parla di un percorso lungo il quaale siamo incamminati – probabilmente senza esserne del tutto consapevoli.
Joseph Carl Robnett Licklider, per tutti J.C.R. o ancora più semplicemente Lick, psicologo specializzato in psicoacustica, inizia a interessarsi di computing quando negli anni '50 lavora presso il MIT Lincoln Laboratory, centro di ricerca finanziato dal Dipartimento della Difesa. Lick si muove dunque in quell'area che è frutto della visione di Vannevar Bush, luogo di convergenza di interessi militari e alta tecnologia di origine universitaria. Per questa via, arriverà nel 1963 all'ARPA, l'Advanced Research Projects Agency, istituita nel 1958, come risposta al lancio nello spazio dello Sputnik sovietico. Presso l'ARPA -che è tra i finanziatori dell'Augmentation Research Center- è responsabile dell'Information Processing Techniques Office (IPTO).
In questo avvicinamento ad un computing al servizio dell'uomo che pensa, c'è un passaggio chiave: la pubblicazione, nel 1960, di un articolo di poche pagine, Man-Computer Symbiosis.
Il riferimento alla simbiosi è specialmente interessante: come Lick non manca di sottolineare, si tratta di un concetto biologico. Nella visione di Lick, due dissimili organismi, “living together in intimate association, or even in close union”, lavorano per costruire conoscenza.
The hope is that, in not too many years, human brains and computing machines will be coupled together very tightly, and that the resulting partnership will think as no human brain has ever thought and process data in a way not approached by the information-handling machines we know today.
Notevole qui la vicinanza con il punto di vista di Maturana: si parla -”human brains and computing machines”- di sistemi viventi, si parla di accoppiamento strutturale.
Il computer così inteso -possiamo dire la macchina di Lick- è una macchina ben diversa dal Mainframe orientato al controllo, e teso a sostituire l'uomo attraverso la sua Intelligenza Artificiale. Così come l'uomo disposto a collaborare con questa macchina è ben diverso sia dal tecnico analista o programmatore, sia dall'utente che accetta passivamente di lavorare dentro i vincoli definiti dalla procedura.
L'indirizzo è chiaro:
To enable men and computers to cooperate in making decisions and controlling complex situations without inflexible dependence on predetermined programs.
“Senza dipendenza da programmi predeterminati”: ecco affermato il nodo chiarissima la distanza dall'approccio kantiano e cognitivo. Serve una macchina che faciliti l'emergere del nuovo pensiero, serve un aiuto per costruire conoscenza, serve una macchina orientata alla Bildung. Il “controllo delle situazioni complesse” non può passare attraverso l'attuazione di programmi, procedure scritte prima, ma è invece, essenzialmente, decision making.
Lungo il corso degli anni Sessanta, la riflessione di Licklider si consolida e si precisa.
Finché in The Computer as a Communication Device, articolo apparso nel 1968, ci offre una lucida anticipazione di ciò che abbiamo imparato a chiamare social network, reti sociali, virtual community, comunità virtuali . Nelle parole di Lick, già molto precise, “On-line interactive communities”. Persone intente a collaborare, “face to face through a computer”.
But let us be optimistic. What will on-line interactive communities be like? In most fields they will consist of geographically separated members, some- times grouped in small clusters and sometimes working individually. They will be communities not of common location, but of common interest. In each field, the overall community of interest will be large enough to support a comprehensive system of field-oriented programs and data.
Ma dal punto di vista del ragionamento che vado svolgendo, centrato sul lavoro congiunto della mente umana e di una 'macchina per pensare', le suggestioni più ricche erano già presenti in Man Computer Symbiosis:
It seems reasonable to envision, for a time 10 or 15 years hence, a "thinking center" that will incorporate the functions of present-day libraries together with anticipated advances in information storage and retrieval and the symbiotic functions suggested earlier in this paper. The picture readily enlarges itself into a network of such centers, connected to one another by wide-band communication lines and to individual users by leased-wire services. In such a system, the speed of the computers would be balanced, and the cost of the gigantic memories and the sophisticated programs would be divided by the number of users.
Joseph Carl Robnett Licklider, per tutti J.C.R. o ancora più semplicemente Lick, psicologo specializzato in psicoacustica, inizia a interessarsi di computing quando negli anni '50 lavora presso il MIT Lincoln Laboratory, centro di ricerca finanziato dal Dipartimento della Difesa. Lick si muove dunque in quell'area che è frutto della visione di Vannevar Bush, luogo di convergenza di interessi militari e alta tecnologia di origine universitaria. Per questa via, arriverà nel 1963 all'ARPA, l'Advanced Research Projects Agency, istituita nel 1958, come risposta al lancio nello spazio dello Sputnik sovietico. Presso l'ARPA -che è tra i finanziatori dell'Augmentation Research Center- è responsabile dell'Information Processing Techniques Office (IPTO).
In questo avvicinamento ad un computing al servizio dell'uomo che pensa, c'è un passaggio chiave: la pubblicazione, nel 1960, di un articolo di poche pagine, Man-Computer Symbiosis.
Il riferimento alla simbiosi è specialmente interessante: come Lick non manca di sottolineare, si tratta di un concetto biologico. Nella visione di Lick, due dissimili organismi, “living together in intimate association, or even in close union”, lavorano per costruire conoscenza.
The hope is that, in not too many years, human brains and computing machines will be coupled together very tightly, and that the resulting partnership will think as no human brain has ever thought and process data in a way not approached by the information-handling machines we know today.
Notevole qui la vicinanza con il punto di vista di Maturana: si parla -”human brains and computing machines”- di sistemi viventi, si parla di accoppiamento strutturale.
Il computer così inteso -possiamo dire la macchina di Lick- è una macchina ben diversa dal Mainframe orientato al controllo, e teso a sostituire l'uomo attraverso la sua Intelligenza Artificiale. Così come l'uomo disposto a collaborare con questa macchina è ben diverso sia dal tecnico analista o programmatore, sia dall'utente che accetta passivamente di lavorare dentro i vincoli definiti dalla procedura.
L'indirizzo è chiaro:
To enable men and computers to cooperate in making decisions and controlling complex situations without inflexible dependence on predetermined programs.
“Senza dipendenza da programmi predeterminati”: ecco affermato il nodo chiarissima la distanza dall'approccio kantiano e cognitivo. Serve una macchina che faciliti l'emergere del nuovo pensiero, serve un aiuto per costruire conoscenza, serve una macchina orientata alla Bildung. Il “controllo delle situazioni complesse” non può passare attraverso l'attuazione di programmi, procedure scritte prima, ma è invece, essenzialmente, decision making.
Lungo il corso degli anni Sessanta, la riflessione di Licklider si consolida e si precisa.
Finché in The Computer as a Communication Device, articolo apparso nel 1968, ci offre una lucida anticipazione di ciò che abbiamo imparato a chiamare social network, reti sociali, virtual community, comunità virtuali . Nelle parole di Lick, già molto precise, “On-line interactive communities”. Persone intente a collaborare, “face to face through a computer”.
But let us be optimistic. What will on-line interactive communities be like? In most fields they will consist of geographically separated members, some- times grouped in small clusters and sometimes working individually. They will be communities not of common location, but of common interest. In each field, the overall community of interest will be large enough to support a comprehensive system of field-oriented programs and data.
Ma dal punto di vista del ragionamento che vado svolgendo, centrato sul lavoro congiunto della mente umana e di una 'macchina per pensare', le suggestioni più ricche erano già presenti in Man Computer Symbiosis:
It seems reasonable to envision, for a time 10 or 15 years hence, a "thinking center" that will incorporate the functions of present-day libraries together with anticipated advances in information storage and retrieval and the symbiotic functions suggested earlier in this paper. The picture readily enlarges itself into a network of such centers, connected to one another by wide-band communication lines and to individual users by leased-wire services. In such a system, the speed of the computers would be balanced, and the cost of the gigantic memories and the sophisticated programs would be divided by the number of users.
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