Ho detto in due diversi post, qui e qui, di come l’iPad sia criticabile: perché riduce la novità del personal computer, depotenziandone e svalorizzandone caratteristiche chiave. L’iPad, così, offre il destro a restauratori e nostalgici del tempo perduto – il cui ruolo sociale tende a scomparire nel mondo svelato dal personal computer, e dalla Rete.
Detto questo, possiamo invece guardare ai meriti di questa macchinetta, e cioè agli aspetti per i quali l’iPad appare significativo passo avanti nella linea evolutiva alla quale il personal computer appartiene.
I meriti risiedono non tanto nel nuovo modo di leggere, la funzione sulla quale sembra fondarsi la fama dell’iPad. All’opposto, credo che i meriti si fondino su come l’iPad ci mostra, meglio di qualsiasi altro device, un nuovo modo di scrivere.
Lo scrivere è, in origine, un gesto violento. L’etimo sia di scrivere che di write rimanda in modo preciso ed inequivocabile al graffiare un supporto, all’incidere una superficie. Il supporto cambia nel tempo: pietra, pergamena, cera, carta. Con le lastre da stampa si torna addirittura indietro, alla pura incisione. Si evolvono gli utensili: una selce appuntita, un bastone di legno, uno scalpello, uno stilo, un pennino. Ma resta in tutti i casi il gesto violento.
E se nel tempo si aggiunge un senso a quello dell’incidere e del graffiare, si tratta di un gesto che implica ancora forza, violenza: il pressare, l’imprimere. Così in francese imprimer, presse. In spagnolo imprimir, prensa. In inglese print, press.
Possiamo leggere in questo modo di intendere la scrittura tradisce il timore dell’impermanenza, della vacuità. Il timore che non resti traccia. La ricerca dell’indelebilità. La lotta contro il tempo fondata su una forzatura, appunto, potrei dire, sul ferire il supporto.
Molti intellettuali ignoranti, od in malafede si chiedono: cosa ne sarà della parola scritta se affidata a supporti digitali? Qual’è la certezza che la parola digitalizzata permanga nel tempo?
Sono in malafede, attribuiscono ogni pericolo ed ogni limite alla tecnologia che non si sforzano di conoscere. Possiamo comprenderli solo ricordando che il loro atteggiamento è in origine, quale che sia la tecnologia, fondato sul timore di perdere la parola scritta. Sanno bene dei limiti della parola incisa sul supporto: i manoscritti ed i libri stampati si deteriorano con il passare degli anni e dei secoli; i manoscritti e i libri e le intere biblioteche possono andar persi e possono essere irrimediabilmente bruciati.
La scrittura come gesto violento è legata intrinsecamente al timore di perdere la parola scritta.
E infatti, altri intellettuali più intelligenti e acuti -ne cito due: George Steiner e Ivan Illich- parlano della paura di perdere il libro, del timore di un mondo senza libri scritti nel consueto modo. E Illich in particolare si sofferma sulla caratteristica che più ci pare necessaria e più ci rassicura: l’ancoraggio del testo alla pagina.
Come si può intendere un testo mobile e mutevole, in apparenza privo di luogo, un testo che compare e scompare su uno schermo. Come si può costruire con simili testi un sapere, una conoscenza dotata di sapore e di valore? Come emerge da questi testi in apparenza così labili una letteratura?
Non ho una risposta. Della letteratura avvenire possiamo vedere solo pochi indizi, pochi incerti passi. Ma posso vedere con chiarezza come il punto di partenza -il momento in cui si genera il testo: il gesto di chi scrive- presenta aspetti di novità. E posso notare come di questa novità l’iPad è testimone esemplare.
Ritorniamo alla violenza implicita nell’uso della penna e del foglio, violenza replicata in toto nella stampa. Ritorniamo al gesto violento rappresentato dal colpo inferto al foglio dal carattere della macchina da scrivere. Ritorniamo al gesto violento ancora implicito nel battere, nello schiacciare i tasti di una tastiera.
Ricordiamo ancora che una generazione di palmari, anche avendo a disposizione la funzione touch screen, presupponeva una simulazione del gesto della scrittura su carta: si usava uno stilo, esercitando con questo una adeguata pressione sullo schermo.
Un’altra famiglia di palmari tutt’ora in auge, caso esemplare il Blackberry, presuppone l’uso di una tastiera.
Poniamo attenzione alla fondamentale differenza.
Lontani dal paradigma che presuppone il graffiare, l’incidere, lo schiacciare, molti passi avanti nel nuovo terreno aperto dal mouse -che ci chiede gesti leggeri- con l’iPad, così come già con l’iPhone si scrive senza la mediazione di nessun utensile, con un gesto lontanissimo dal graffiare, dall’incidere, dal pressare, dallo schiacciare.
Si scrive con le mani, con le dita, con i polpastrelli. Si scrive sfiorando la superficie con un gesto lieve. Sfiorare: ‘toccare impercettibilmente la superficie’, cercando con essa un’intima sintonia. Così si interagisce con l’iPhone e con l’iPad.
Un gesto che ha intimamente a che fare con la sintonia, con il sentire. Interessante, per cogliere la differenza dalla tradizionale scrittura, il senso dell’inglese feel. La radice indoeuropea pol-/pal- sta per ‘toccare leggermente con la mano’, ‘accarezzare’. Di qui anche il greco psallein: ‘suonare l’arpa, toccandone lievemente le corde’. E nella nostra lingua, attraverso il latino, palpare e palpitare.
Le carezze, il tocco leggero delle dita sull’arpa, il palpitare del cuore. Se scrivere è, come è, esternalizzare la conoscenza che abbiamo in mente, darle forma, questa assenza di ogni forzatura, questa vicinanza tra mente e corpo e supporto, aprono un nuovo orizzonte.
Possiamo veramente pensare che una scrittura così priva di violenza, una scrittura che si manifesti con questa leggerezza, con questa ritmica misura, possa generare testi diversi.
lunedì 1 novembre 2010
Arbitrary Restriction of Goods Is the Future
Un amico mi dice che le apps per iPad hanno un loro senso. Le apps, applicazioni, programmi che girano solo su iPad si giustificano con la novità del device. L’iPad, utensile diverso da ogni altro, con una sua specifica proposta di interazione uomo-macchina, giustifica e anzi motiva programmi ad hoc. Altrimenti, si dice, non si sfrutterebbero le potenzialità della macchina. Insomma, come vuole la Apple, dovremmo plaudere a questo modo di combinare “the power of the Internet with the simplicity of Multi-Touch technology”.
E naturalmente, la strada aperta da Apple è subito seguita. Alle applicazioni create per iPod Touch, iPhone, iPad è subito percorsa da altri: si è lieti di far sapere che, pur ancora lontani dal numero di app reperibili presso Apple Store, esistono ormai oltre centomila applicazioni per Android, il sistema operativo per dispositivi mobili di Google.
Così, dietro l’ipocrita finzione di una semplificazione tesa a migliorare la vita all’utente, si nasconde il solito trucco: obbligare di nuovo a sottostare al comando di un intermediario che usa la tecnologia per limitare l’accesso alla conoscenza.
Sembreranno parole troppo grosse. Ma il punto è che non solo il fine, ma anche il percorso è sempre il solito: diseducare la persona tramite ogni forma di pubblicità, fare appello alla sua pigrizia e alle aspettative più superficiali, trattare ognuno da stupido rendendolo passivo consumatore.
E questo anche quando, tramite l’uso del personal computer, le persone hanno dato prove di non essere pigre, di saper scegliere da soli quello che gli serve. E quando tutti hanno provato come si vive meglio senza una pubblicità passivizzante e invasiva.
Un computer ha un costo sempre più basso. Nonostante le funeree previsioni di esperti che temevano troppo difficile l’uso, qualunque bambino, o qualunque persona non scolarizzata, chiunque impara da solo facilmente a interagire con la macchina e a fare ciò che gli pare e gli serve: giocare, scrivere, leggere.
I protocolli che presiedono al funzionamento di Internet e del World Wide Web sono trasparenti. Chiunque li può usare. Il Browser, sia Explorer di Microsoft o sia Firefox o sia Safari della Apple, rende accessibile la conoscenza ‘che c’è in Rete’ in modo trasparente, senza gerarchie e senza giudizi di valore e senza distinguere tra ciò che costa e ciò che è gratuito. Google, a fronte di una nostra domanda, mostra le fonti in una gerarchia che è conseguenza all’abilità di chi ha caricato le conoscenze, e al contempo è conseguenza della nostra capacità di cercare ciò che ci serve con acume e precisione.
Insomma, con i personal computer connessi in Rete il mondo è cambiato: produrre conoscenze, scambiarle, accedere a conoscenze non è mai stato così facile. Sempre più conoscenze sono prodotte senza l’intervento di professionisti della comunicazione: siamo tutti, sempre più, produttori e consumatori di conoscenze. Le conoscenze a tutti disponibili, senza intermediari, in gran misura gratuite, hanno cambiato il mondo. Così è smentita nei fatti l’ipocrita pretesa di chi vuole far credere che il costo sia una garanzia di qualità. Abbiamo sotto gli occhi la dimostrazione che il processo sociale di creazione di conoscenza funziona a prescindere da pubblicità, censure, controlli. In una parola, senza senza gatekeeper.
Così è smentita l’ipocrita pretesa di chi voleva far credere che troppe informazioni sono dannose, pericolose, ingestibili, fonte di paura. La situazione della persona che prima non aveva accesso a conoscenze, se non a fatica, se non pagando. Aveva a disposizione poco prima, ha molto adesso. Impara, senza paura, per tentativi ed errori a fruirne.
Gli unici che hanno paura, credo, sono i sacerdoti della mediazione. Loro, più di ogni altro, erano abituati a sistemi organizzati, gerarchici, stabili, controllati. La galassia informe e sconfinata capisco che possa sconcertarli.
Gravissimi problemi oggi per loro. Loro che hanno vissuto imponendo il loro ordine e il loro controllo, la loro mediazione. Loro che fondano il proprio ruolo sullo spiegare agli altri come accedere alla conoscenza. Loro che vivono traducendo per gli altri conoscenze appositamente espresse in modi incomprensibili ai più. Un gran mazzo di figure professionali è coinvolto in questo gioco, oggi sempre più difficile da giocare. Non me ne voglia nessuno se faccio qualche esempio: professori e giornalisti e editori e censori di professione. Dietro i professionisti, naturalmente, un’industria.
E’ l’industria che un tempo si chiamava dell’editoria e oggi qualcuno chiama, pensando di essere più moderno, del content. La parola è interessante, perché svela l’inganno: non interessa la produzione e la circolazione della conoscenza in sé. Si vuole che sia visibile ed accessibile solo la conoscenza ridotta a contenuto. La conoscenza chiusa in contenitori assoggettati al controllo dai mediatori.
Dunque: professionisti della comunicazione ed intellettuali di professione si sostengono nel resistere al cambiamento culturale che il personal computer, Internet ed il World Wide Web hanno reso possibile. Avrebbero potuto darsi da fare per ripensare il proprio ruolo alla luce del nuovo paradigma. Ma molto più facile appare loro tentare con ogni mezzo di ripristinare la situazione precedente.
Con una differenza non trascurabile. Il libro, il giornale, il Broadcasting radiofonico e televisivo: mezzi che si fondavano su una tecnologia che impediva di fare altrimenti. L’unico modo per diffondere conoscenza attraverso la stampa era passare attraverso un passaggio: la trasformazione del manoscritto in libro stampato. Operazione che poteva svolgersi solo tramite intermediari specializzati. E così anche la diffusione ‘via etere’. Mentre oggi ciascuno può editare. Ciascuno può ‘mettere in onda’. Come far ritornare il mondo indietro? Come tornare a quel tempo in cui -a tutto vantaggio dei mediatori di professione, e con loro, dei censori- la mediazione era tecnicamente necessaria?
Sembrava una guerra persa. Ma ecco dove vengono buone le app. La conoscenza accessibile via browser non è assoggettabile al controllo. Mentre invece è controllabile la conoscenza ridotta ad applicazione, o il cui accesso è subordinato all’uso di una specifica applicazione proprietaria. Ecco così che, dietro l’apparente facilitazione dell’accesso, si controlla l’accesso, fino a negarlo.
Ecco così che, persa la battaglia del personal computer, si lavora in ogni modo per non perdere la battaglia dei device più limitati e limitanti, più stupidi e instupidenti: i telefoni cellulari, i palmari, i lettori di eBook.
Di questa tendenza l’iPhone è il più glorioso esempio. E l’iPad è l’ultima incarnazione. Invece di proporre al mercato un personal computer più piccolo, dotato di tutti i vantaggi del personal computer, ecco un telefono cellulare più grosso, dotato di tutte le limitazioni del telefono cellulare.
Ai vantaggi sostanziali del personal computer, si contrappongono la facilità d’uso dell’iPad, il suo aspetto glamorous. I suoi limiti per quanto riguarda la produzione di conoscenza e l’accesso alla conoscenza sono nascosti dietro l’apparenza, dietro la “simplicity of Multi-Touch technology”.
Ho ridetto così, seguendo un percorso parallelo e convergente, quello che avevo detto in un precedente post: Steve Jobs è un Gattopardo, creando giocattoli per adulti come l’iPad lavora perché tutto cambi in apparenza, ma nulla nella sostanza. L’iPad è un inestimabile servizio offerto agli editori più retrogradi, agli intellettuali seduti sui loro vani allori.
A me piace dirla così. Altri, con buone ragioni, la dicono in in modo più brutale. Damiano Ceccarelli mi segnala un articolo apparso su Cracked.com. Con quel misto di satira e di estrema serietà che caratterizza il sito, si dice che “Arbitrary Restriction of Goods Is the Future”.
Arbitraria restrizione, sì: nel libro la restrizione -il passaggio attraverso i cancelli dell’editore- è legata all’impossibilità di fare altrimenti. Qui, dove esistono e sappiamo usare il personal computer, Internet ed il World Wide Web- la restrizione è più grave, perché puro arbitrio nascosto dietro pubblicità ingannevole.
Damiano Ceccarelli commenta, sintetizzando ulteriormente: con vari aggeggi e vari inghippi “è stato trovato il modo per rendere a pagamento quello che sul web è gratuito”.
E naturalmente, la strada aperta da Apple è subito seguita. Alle applicazioni create per iPod Touch, iPhone, iPad è subito percorsa da altri: si è lieti di far sapere che, pur ancora lontani dal numero di app reperibili presso Apple Store, esistono ormai oltre centomila applicazioni per Android, il sistema operativo per dispositivi mobili di Google.
Così, dietro l’ipocrita finzione di una semplificazione tesa a migliorare la vita all’utente, si nasconde il solito trucco: obbligare di nuovo a sottostare al comando di un intermediario che usa la tecnologia per limitare l’accesso alla conoscenza.
Sembreranno parole troppo grosse. Ma il punto è che non solo il fine, ma anche il percorso è sempre il solito: diseducare la persona tramite ogni forma di pubblicità, fare appello alla sua pigrizia e alle aspettative più superficiali, trattare ognuno da stupido rendendolo passivo consumatore.
E questo anche quando, tramite l’uso del personal computer, le persone hanno dato prove di non essere pigre, di saper scegliere da soli quello che gli serve. E quando tutti hanno provato come si vive meglio senza una pubblicità passivizzante e invasiva.
Un computer ha un costo sempre più basso. Nonostante le funeree previsioni di esperti che temevano troppo difficile l’uso, qualunque bambino, o qualunque persona non scolarizzata, chiunque impara da solo facilmente a interagire con la macchina e a fare ciò che gli pare e gli serve: giocare, scrivere, leggere.
I protocolli che presiedono al funzionamento di Internet e del World Wide Web sono trasparenti. Chiunque li può usare. Il Browser, sia Explorer di Microsoft o sia Firefox o sia Safari della Apple, rende accessibile la conoscenza ‘che c’è in Rete’ in modo trasparente, senza gerarchie e senza giudizi di valore e senza distinguere tra ciò che costa e ciò che è gratuito. Google, a fronte di una nostra domanda, mostra le fonti in una gerarchia che è conseguenza all’abilità di chi ha caricato le conoscenze, e al contempo è conseguenza della nostra capacità di cercare ciò che ci serve con acume e precisione.
Insomma, con i personal computer connessi in Rete il mondo è cambiato: produrre conoscenze, scambiarle, accedere a conoscenze non è mai stato così facile. Sempre più conoscenze sono prodotte senza l’intervento di professionisti della comunicazione: siamo tutti, sempre più, produttori e consumatori di conoscenze. Le conoscenze a tutti disponibili, senza intermediari, in gran misura gratuite, hanno cambiato il mondo. Così è smentita nei fatti l’ipocrita pretesa di chi vuole far credere che il costo sia una garanzia di qualità. Abbiamo sotto gli occhi la dimostrazione che il processo sociale di creazione di conoscenza funziona a prescindere da pubblicità, censure, controlli. In una parola, senza senza gatekeeper.
Così è smentita l’ipocrita pretesa di chi voleva far credere che troppe informazioni sono dannose, pericolose, ingestibili, fonte di paura. La situazione della persona che prima non aveva accesso a conoscenze, se non a fatica, se non pagando. Aveva a disposizione poco prima, ha molto adesso. Impara, senza paura, per tentativi ed errori a fruirne.
Gli unici che hanno paura, credo, sono i sacerdoti della mediazione. Loro, più di ogni altro, erano abituati a sistemi organizzati, gerarchici, stabili, controllati. La galassia informe e sconfinata capisco che possa sconcertarli.
Gravissimi problemi oggi per loro. Loro che hanno vissuto imponendo il loro ordine e il loro controllo, la loro mediazione. Loro che fondano il proprio ruolo sullo spiegare agli altri come accedere alla conoscenza. Loro che vivono traducendo per gli altri conoscenze appositamente espresse in modi incomprensibili ai più. Un gran mazzo di figure professionali è coinvolto in questo gioco, oggi sempre più difficile da giocare. Non me ne voglia nessuno se faccio qualche esempio: professori e giornalisti e editori e censori di professione. Dietro i professionisti, naturalmente, un’industria.
E’ l’industria che un tempo si chiamava dell’editoria e oggi qualcuno chiama, pensando di essere più moderno, del content. La parola è interessante, perché svela l’inganno: non interessa la produzione e la circolazione della conoscenza in sé. Si vuole che sia visibile ed accessibile solo la conoscenza ridotta a contenuto. La conoscenza chiusa in contenitori assoggettati al controllo dai mediatori.
Dunque: professionisti della comunicazione ed intellettuali di professione si sostengono nel resistere al cambiamento culturale che il personal computer, Internet ed il World Wide Web hanno reso possibile. Avrebbero potuto darsi da fare per ripensare il proprio ruolo alla luce del nuovo paradigma. Ma molto più facile appare loro tentare con ogni mezzo di ripristinare la situazione precedente.
Con una differenza non trascurabile. Il libro, il giornale, il Broadcasting radiofonico e televisivo: mezzi che si fondavano su una tecnologia che impediva di fare altrimenti. L’unico modo per diffondere conoscenza attraverso la stampa era passare attraverso un passaggio: la trasformazione del manoscritto in libro stampato. Operazione che poteva svolgersi solo tramite intermediari specializzati. E così anche la diffusione ‘via etere’. Mentre oggi ciascuno può editare. Ciascuno può ‘mettere in onda’. Come far ritornare il mondo indietro? Come tornare a quel tempo in cui -a tutto vantaggio dei mediatori di professione, e con loro, dei censori- la mediazione era tecnicamente necessaria?
Sembrava una guerra persa. Ma ecco dove vengono buone le app. La conoscenza accessibile via browser non è assoggettabile al controllo. Mentre invece è controllabile la conoscenza ridotta ad applicazione, o il cui accesso è subordinato all’uso di una specifica applicazione proprietaria. Ecco così che, dietro l’apparente facilitazione dell’accesso, si controlla l’accesso, fino a negarlo.
Ecco così che, persa la battaglia del personal computer, si lavora in ogni modo per non perdere la battaglia dei device più limitati e limitanti, più stupidi e instupidenti: i telefoni cellulari, i palmari, i lettori di eBook.
Di questa tendenza l’iPhone è il più glorioso esempio. E l’iPad è l’ultima incarnazione. Invece di proporre al mercato un personal computer più piccolo, dotato di tutti i vantaggi del personal computer, ecco un telefono cellulare più grosso, dotato di tutte le limitazioni del telefono cellulare.
Ai vantaggi sostanziali del personal computer, si contrappongono la facilità d’uso dell’iPad, il suo aspetto glamorous. I suoi limiti per quanto riguarda la produzione di conoscenza e l’accesso alla conoscenza sono nascosti dietro l’apparenza, dietro la “simplicity of Multi-Touch technology”.
Ho ridetto così, seguendo un percorso parallelo e convergente, quello che avevo detto in un precedente post: Steve Jobs è un Gattopardo, creando giocattoli per adulti come l’iPad lavora perché tutto cambi in apparenza, ma nulla nella sostanza. L’iPad è un inestimabile servizio offerto agli editori più retrogradi, agli intellettuali seduti sui loro vani allori.
A me piace dirla così. Altri, con buone ragioni, la dicono in in modo più brutale. Damiano Ceccarelli mi segnala un articolo apparso su Cracked.com. Con quel misto di satira e di estrema serietà che caratterizza il sito, si dice che “Arbitrary Restriction of Goods Is the Future”.
Arbitraria restrizione, sì: nel libro la restrizione -il passaggio attraverso i cancelli dell’editore- è legata all’impossibilità di fare altrimenti. Qui, dove esistono e sappiamo usare il personal computer, Internet ed il World Wide Web- la restrizione è più grave, perché puro arbitrio nascosto dietro pubblicità ingannevole.
Damiano Ceccarelli commenta, sintetizzando ulteriormente: con vari aggeggi e vari inghippi “è stato trovato il modo per rendere a pagamento quello che sul web è gratuito”.
lunedì 18 ottobre 2010
Knowledge Management 2010-2011
Questo è il corso che tengo nel primo semestre dell'anno accademico 2010-2011 all'Università di Pisa.
Se da un lato si può riflettere sugli aspetti 'filosofici' della conoscenza, e dei supporti informatici che oggi permettono di portarla alla luce e condividerla, non si può trascurare di guardare, dall'altro lato, ai concreti progetti attraverso i quali le imprese tentano faticosamente di far sì che le conoscenze siano realmente visibili e condivisibili.
Titolo: Knowledge Management
Corso di studi: Informatica Umanistica (laurea magistrale)
Docente: Francesco Varanini
Argomento:
Il corso propone un avvicinamento al tema a partire da due diversi punti di vista. Da un lato il 'management', inteso come 'scienza della direzione aziendale'. Dall'altro la 'conoscenza', intesa come 'asset intangibile', ricchezza individuale e sociale.
Il management, irrigidito in modelli stereotipati, appare lontano dall'utilizzare al meglio le conoscenze delle persone che lavorano in azienda, e le conoscenze che sono accessibili via Rete.
Eppure le imprese del Ventunesimo secolo, in particolare le imprese italiane, vedono il loro successo legato ad un efficace uso delle conoscenze.
L'immaterialità delle conoscenze rende fondamentale l'uso dell'informatica. Ma il trattamento delle conoscenze esige un uso degli strumenti che si discosta dall'uso adeguato al trattamento dei dati e delle informazioni.
Il corso si baserà sopratutto sull'esame di casi aziendali, legandosi così alla situazione reale delle imprese, in questi anni in gran misura impegnate, in modi diversi, in progetti di Knowledge Management.
Testi d'esame:
• Peter Drucker, Management Challenges for the 21st Century, Butterworth-Heinemann, 1999; trad. it. Le sfide del management del XXI secolo, Franco Angeli, 2009.
• Palvinderjit Kaur, Knowledge Management: A Framework for building Knowledge Sharing Culture, UCTI, April 2007. http://www.scribd.com/doc/22455726/Knowledge-Management
• Luciano Paccagnella, Open Access. Conoscenza aperta e società dell'informazione, Il Mulino, 2010.
• Enzo Rullani, Economia della conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti, Carocci, 2004.
• Francesco Varanini, Contro il management. La vanità del controllo, gli inganni della finanza e la speranza di una costruzione comune, Guerini e Associati, 2010.
Testi per approfondimento:
• Peter L. Berger and Thomas Luckmann, The Social Construction of Reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge, Garden City, New York: Anchor Books, 1966; trad. it. La realtà come costruzione sociale, Bologna, Il Mulino, 1997.
• Thomas Kuhn, The Structure of Scientific Revolution, Chicago, University of Chicago, 1962; tr. it. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1969.
• Ikujiro Nonaka, Hirotaka Takeuchi, The Knowledge-Creating Company: How Japanese Companies Create the Dynamics of Innovation, Oxford: 1995; trad. it. The Knowledge-Creating Company. Creare le dinamiche dell’innovazione, Milano Guerini e Associati, 1997.
Indicazioni per non frequentanti:
Gli studenti possono rivolgersi al docente, durante l'orario di ricevimento o via mail (fvaranini@gmail.com), per avere suggerimenti in merito a come integrare la lettura dei testi d'esame, in particolare per quanto riguarda l'avvicinamento a concreti casi aziendali di Knowledge Management e alla scelta conseguente degli strumenti informatici più adeguati.
Se da un lato si può riflettere sugli aspetti 'filosofici' della conoscenza, e dei supporti informatici che oggi permettono di portarla alla luce e condividerla, non si può trascurare di guardare, dall'altro lato, ai concreti progetti attraverso i quali le imprese tentano faticosamente di far sì che le conoscenze siano realmente visibili e condivisibili.
Titolo: Knowledge Management
Corso di studi: Informatica Umanistica (laurea magistrale)
Docente: Francesco Varanini
Argomento:
Il corso propone un avvicinamento al tema a partire da due diversi punti di vista. Da un lato il 'management', inteso come 'scienza della direzione aziendale'. Dall'altro la 'conoscenza', intesa come 'asset intangibile', ricchezza individuale e sociale.
Il management, irrigidito in modelli stereotipati, appare lontano dall'utilizzare al meglio le conoscenze delle persone che lavorano in azienda, e le conoscenze che sono accessibili via Rete.
Eppure le imprese del Ventunesimo secolo, in particolare le imprese italiane, vedono il loro successo legato ad un efficace uso delle conoscenze.
L'immaterialità delle conoscenze rende fondamentale l'uso dell'informatica. Ma il trattamento delle conoscenze esige un uso degli strumenti che si discosta dall'uso adeguato al trattamento dei dati e delle informazioni.
Il corso si baserà sopratutto sull'esame di casi aziendali, legandosi così alla situazione reale delle imprese, in questi anni in gran misura impegnate, in modi diversi, in progetti di Knowledge Management.
Testi d'esame:
• Peter Drucker, Management Challenges for the 21st Century, Butterworth-Heinemann, 1999; trad. it. Le sfide del management del XXI secolo, Franco Angeli, 2009.
• Palvinderjit Kaur, Knowledge Management: A Framework for building Knowledge Sharing Culture, UCTI, April 2007. http://www.scribd.com/doc/22455726/Knowledge-Management
• Luciano Paccagnella, Open Access. Conoscenza aperta e società dell'informazione, Il Mulino, 2010.
• Enzo Rullani, Economia della conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti, Carocci, 2004.
• Francesco Varanini, Contro il management. La vanità del controllo, gli inganni della finanza e la speranza di una costruzione comune, Guerini e Associati, 2010.
Testi per approfondimento:
• Peter L. Berger and Thomas Luckmann, The Social Construction of Reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge, Garden City, New York: Anchor Books, 1966; trad. it. La realtà come costruzione sociale, Bologna, Il Mulino, 1997.
• Thomas Kuhn, The Structure of Scientific Revolution, Chicago, University of Chicago, 1962; tr. it. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1969.
• Ikujiro Nonaka, Hirotaka Takeuchi, The Knowledge-Creating Company: How Japanese Companies Create the Dynamics of Innovation, Oxford: 1995; trad. it. The Knowledge-Creating Company. Creare le dinamiche dell’innovazione, Milano Guerini e Associati, 1997.
Indicazioni per non frequentanti:
Gli studenti possono rivolgersi al docente, durante l'orario di ricevimento o via mail (fvaranini@gmail.com), per avere suggerimenti in merito a come integrare la lettura dei testi d'esame, in particolare per quanto riguarda l'avvicinamento a concreti casi aziendali di Knowledge Management e alla scelta conseguente degli strumenti informatici più adeguati.
sabato 28 agosto 2010
Hjelmslev e il prendere forma della conoscenza
Il modello di Hjelmslev ha un suo segreto fascino. Per la sua pulizia formale, e naturalmente sopratutto per il suo aspetto enantiomorfo. (Enantiomorfismo: 'Rapporto di uguaglianza inversa tra due enti che pertanto risultano simmetrici rispetto a un piano, in modo che l’uno dei due enti possa considerarsi come l’immagine speculare dell’altro').
Anche oggi, completamente tramontata la moda dalla semiotica, mi sembra che il modello continui a parlarci.
E questo nonostante il modello si fondi sull'opposizione complementare 'espressione' vs. 'contenuto', un'opposizione che appare malposta. Contenuto, o content, mi appare concetto fuorviante: il contenuto presuppone l'esistenza di un contenitore. Ma la conoscenza esiste a prescindere da un contenitore. Propendo quindi per l'opposizione 'espressione' vs. 'conoscenza'.
Una brevissima presentazione dell'Hjelmslev's Sign Model, e una provvisoria, ma indicativa, riflessione sul tema -orientata a legare semiotica e Knowledge Management- sta in questo mio breve testo.
Anche oggi, completamente tramontata la moda dalla semiotica, mi sembra che il modello continui a parlarci.
E questo nonostante il modello si fondi sull'opposizione complementare 'espressione' vs. 'contenuto', un'opposizione che appare malposta. Contenuto, o content, mi appare concetto fuorviante: il contenuto presuppone l'esistenza di un contenitore. Ma la conoscenza esiste a prescindere da un contenitore. Propendo quindi per l'opposizione 'espressione' vs. 'conoscenza'.
Una brevissima presentazione dell'Hjelmslev's Sign Model, e una provvisoria, ma indicativa, riflessione sul tema -orientata a legare semiotica e Knowledge Management- sta in questo mio breve testo.
martedì 3 agosto 2010
Coartata scientia iucunda non est. Ovvero: Nulla è superfluo nel costruire conoscenza
Mi è tornata in mente la frase di Ugo da San Vittore, filosofo e teologo vissuto attorno al 1100, dal mio punto di vista soprattutto maestro di quella disciplina che oggi chiamiamo ‘Knowledge Management’.
Rivolgendosi ai suoi studenti, scriveva Ugo nel suo Didascalcon: "sed dicis: ‘multa invenio in historiis, quae nullius videntur esse utilitatis, quare in huiusmodi occupabor?’ bene dicis. multa siquidem sunt in scripturis, quae in se considerata nihil expetendum habere videntur, quae tamen si aliis quibus cohaerent comparaveris, et in toto suo trutinare coeperis, necessaria pariter et competentia esse videbis. alia propter se scienda sunt, alia autem, quamvis propter se non videantur nostro labore digna, quia tamen sine ipsis illa enucleate sciri non possunt, nullatenus debent negligenter praeteriri. omnia disce, videbis postea nihil esse superfluum. coartata scientia iucunda non est."
Spero che abbiate provato a capire, guidati magari dal ricordo di studi lontani, e comunque dalla curiosità e dal fiuto. È proprio quello che Ugo si aspetta da noi. Comunque ora vi propongo una traduzione: “Qualcuno potrebbe dire: ‘Trovo molte cose nella storia sacra che non sembrano essere di alcuna utilità; perché dovrei occuparmene?’. Rispondo dicendo che vi sono effettivamente nella Bibbia molte informazioni che considerate in se stesse non sembrano avere interesse particolare, eppure se le si mette in relazione con altre con le quali sono strettamente connesse e si prende attentamente in esame tutto il complesso, ci si accorge che anch’esse erano convenienti e necessarie. Alcune cose devono essere conosciute in se stesse, altre, sebbene non sembrino meritare le nostre fatiche, non devono affatto essere trascurate per negligenza, poiché senza di esse nemmeno le prime possono venire conosciute profondamente. Impara tutto, ti renderai conto dopo che nulla è superfluo. Una conoscenza limitata non dà piacere.”
Ciò che per Ugo riassumeva la historia, era la Bibbia, il libro dove tutto è scritto. Noi, allo stesso modo, ci affacciamo sul Word Wide Web, questa immensa galassia che tutto potenzialmente contiene. Molte informazioni ci appaiono prive di qualsiasi utilità. Eppure se le poniamo in relazione con altre, e prendiamo consapevolezza della rete che ne emerge, ci accorgiamo che è così che si costruisce conoscenza. La capacità sta nel dar valore ai segnali deboli, alle circostanze apparentemente casuali che ci spingono a tentare nuove connessioni. Del resto, è così che funziona la nostra mente.
Ugo ammoniva i suoi studenti, e anche noi: “Prendi in considerazione tutto, vedrai che poi nulla è superfluo”.
(Il Didascalicon lo trovate qui.
Devo il mio interesse per il Didascalicon a Ivan Illich (In the Vineyard of the Text. A Commentary to Hugh’s Didascalicon, Les Editions du Cerf, Paris, 1991; trad it. Nella vigna del testo. Per una etologia della lettura, Milano, Raffaello Cortina Editore 1994).
Rivolgendosi ai suoi studenti, scriveva Ugo nel suo Didascalcon: "sed dicis: ‘multa invenio in historiis, quae nullius videntur esse utilitatis, quare in huiusmodi occupabor?’ bene dicis. multa siquidem sunt in scripturis, quae in se considerata nihil expetendum habere videntur, quae tamen si aliis quibus cohaerent comparaveris, et in toto suo trutinare coeperis, necessaria pariter et competentia esse videbis. alia propter se scienda sunt, alia autem, quamvis propter se non videantur nostro labore digna, quia tamen sine ipsis illa enucleate sciri non possunt, nullatenus debent negligenter praeteriri. omnia disce, videbis postea nihil esse superfluum. coartata scientia iucunda non est."
Spero che abbiate provato a capire, guidati magari dal ricordo di studi lontani, e comunque dalla curiosità e dal fiuto. È proprio quello che Ugo si aspetta da noi. Comunque ora vi propongo una traduzione: “Qualcuno potrebbe dire: ‘Trovo molte cose nella storia sacra che non sembrano essere di alcuna utilità; perché dovrei occuparmene?’. Rispondo dicendo che vi sono effettivamente nella Bibbia molte informazioni che considerate in se stesse non sembrano avere interesse particolare, eppure se le si mette in relazione con altre con le quali sono strettamente connesse e si prende attentamente in esame tutto il complesso, ci si accorge che anch’esse erano convenienti e necessarie. Alcune cose devono essere conosciute in se stesse, altre, sebbene non sembrino meritare le nostre fatiche, non devono affatto essere trascurate per negligenza, poiché senza di esse nemmeno le prime possono venire conosciute profondamente. Impara tutto, ti renderai conto dopo che nulla è superfluo. Una conoscenza limitata non dà piacere.”
Ciò che per Ugo riassumeva la historia, era la Bibbia, il libro dove tutto è scritto. Noi, allo stesso modo, ci affacciamo sul Word Wide Web, questa immensa galassia che tutto potenzialmente contiene. Molte informazioni ci appaiono prive di qualsiasi utilità. Eppure se le poniamo in relazione con altre, e prendiamo consapevolezza della rete che ne emerge, ci accorgiamo che è così che si costruisce conoscenza. La capacità sta nel dar valore ai segnali deboli, alle circostanze apparentemente casuali che ci spingono a tentare nuove connessioni. Del resto, è così che funziona la nostra mente.
Ugo ammoniva i suoi studenti, e anche noi: “Prendi in considerazione tutto, vedrai che poi nulla è superfluo”.
(Il Didascalicon lo trovate qui.
Devo il mio interesse per il Didascalicon a Ivan Illich (In the Vineyard of the Text. A Commentary to Hugh’s Didascalicon, Les Editions du Cerf, Paris, 1991; trad it. Nella vigna del testo. Per una etologia della lettura, Milano, Raffaello Cortina Editore 1994).
lunedì 2 agosto 2010
L'iPad è un vecchio libro e Steve Jobs un Gattopardo
In questa stagione di crisi, non può essere negato il plauso a chi -quasi fosse dotato di una bacchetta magica- trova ancora una volta una killer application. E quindi muove le acque, apre spazi di mercato.
Dunque onore a Steve Jobs e all’iPad. Ma che tristezza vedere intelligenti e curiosi e creativi tecnici e imprenditori muoversi pedestremente nella scia di Steve. E che tristezza nel cogliere il sospiro di sollievo che aleggia nelle case editrici -in particolare le più retrograde, abbarbicate al tradizionale modo di fare libri e periodici.
Steve Jobs, con l’iPad, offre la comoda via d’uscita dall’impasse in cui colpevolmente le case editrici si sono impantanate. L’iPad sembra cancellare l’arretratezza. L’iPad permette di illudersi: permette di credersi adeguati ai tempi – pur non avendo fatto nulla per capire e per cambiare.
Non critico l’orientamento a trarre profitto dalla situazione. Critico l’incapacità di guardare oltre la punta del proprio naso. Critico la pigrizia – da cui possono nascere solo business di poco respiro. Palliativi. Brodini caldi per tirare avanti qualche anno.
Chi produce conoscenza organizzata in testi -romanzi, poesie, saggi, articoli- si è trovato nelle condizioni di definire il proprio ruolo, il proprio modo di agire. Dico ‘chi produce’ sapendo di mettere in un mazzo figure diverse: autori, editor e redattori, editori, interpreti di varia natura: recensori e professori e via dicendo.
Il testo che ha sotto gli occhi l’autore mentre lo produce sul proprio computer è ben lontano dal testo ‘manoscritto’, a penna o con una macchina per scrivere. E’ un testo disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri. Il testo riacquista la sua natura di tessuto, rete.
Mi limito qui a questi accenni. Ma è chiaro che da questa diversa natura del testo emerge un cambiamento nel ruolo dell’autore, così come, di seguito, del ruolo di editor e redattori, editori, interpreti di varia natura.
Non voglio considerare semplice il passaggio. Cambiare paradigma non è facile. Ciò è tanto vero che per descrivere il testo così come ci è messo a disposizione dal computer si è stati costretti ad inventare un nuovo temine ipertesto. C’è dell’ironia in questo: la parola testo dice già tutto, ci parla di rete e di connessioni potenzialmente infinite. Ma per noi testo è sinonimo di libro. Non riuscendo a concepire un testo disancorato da un supporto -anche se così è, appunto, disancorato dal supporto, il testo che abbiamo sotto gli occhi- identifichiamo il testo con il libro.
Non a caso si parla di content, o contenuto. Il contenitore, il libro, prevale sul contenuto, il testo. Così si continua a ‘vedere’ il testo come inevitabilmente ingabbiato in una forma data a priori, il libro. Obbligati dalla incombente presenza della forma libro si continua a pensare il testo come se fosse sequenziale, con un inizio ed una fine predefiniti. Si continua a pensare il testo come oggetto chiuso, non guardando alla realtà che vede il testo come oggetto di interazione, di lavoro collaborativo, tra soggetti diversi. I ruoli dell’autore, dell’editor, dell’editore, dell’interprete non riguardano né la letteratura né il testo: discendono dal dominio della forma-libro.
La resistenza a cambiare, lo capisco, è grande. A ciò contribuisce l’ignoranza, la scarsa curiosità tecnologica, e direi sopratutto la speranza di tutti ‘gli operatori del settore’ di riuscire a difendere rendite di posizione che il vecchio contesto tecnologico garantiva.
Ed ecco che arriva Steve Jobs con il suo iPad. Rendiamo merito a chi sa fare la mossa efficace nel momento meno sbagliato. (Certo il momento in cui si è mosso Jobs è meno sbagliato del momento in cui si è mosso Jeff Bezos. Eppure trovo in Kindle più meriti che nell’iPad).
Ma in cosa sta il gioco di Jobs. L’avvento dell’iPad mette comodi tutti gli attori del processo - autori, editor, editori, interpreti. Tranquilli, tutto è come prima. Una sola banale, scontata, già da tempo annunciata differenza. Gli stabilimenti di stampa e confezione sono morti. Per il resto, tutto uguale. Il testo chiuso in redazione è pubblicato anziché su carta, secondo la tecnologia nota dai tempi di Gutenberg, tramite una nuova modalità. Resta però un codice chiuso. Che rende indispensabile la mediazione dell’editore. Che garantisce la permanenza come prima dei ruoli degli editor e degli interpreti. Che risolve il complesso tema del ‘diritto d’autore’ nel vecchio modo: attraverso la mediazione dell’editore.
Con l’iPad, si perpetua l’equivoco tra libro e testo. Il testo digitale, liberatorio frutto del computing, ci appariva nativamente disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri, tessuto, rete. Eppure non viveva la vita che la sua natura gli permetteva, perché era poi stampato, chiuso nella forma libro.
Oggi, con l’iPad -strumento che appare come meraviglia tecnologica, manifestazione di quello stesso computing che aveva liberato il testo dalla forma-libro- tutto resta come prima, o finisce per essere peggio di prima: il testo è chiuso nella forma proposta all’universo mondo da Steve Jobs.
Gli editori di tutto il mondo pendono oggi dalle labbra di Steve Jobs. E si fanno per il futuro schiavi o ancelle del business di Steve Jobs.
La letteratura resa possibile dalla codifica digitale dei testi sta comunque nascendo. Ma soccorsi da Jobs tutti coloro che non volevano vedere possono continuare a non vedere.
Dunque onore a Steve Jobs e all’iPad. Ma che tristezza vedere intelligenti e curiosi e creativi tecnici e imprenditori muoversi pedestremente nella scia di Steve. E che tristezza nel cogliere il sospiro di sollievo che aleggia nelle case editrici -in particolare le più retrograde, abbarbicate al tradizionale modo di fare libri e periodici.
Steve Jobs, con l’iPad, offre la comoda via d’uscita dall’impasse in cui colpevolmente le case editrici si sono impantanate. L’iPad sembra cancellare l’arretratezza. L’iPad permette di illudersi: permette di credersi adeguati ai tempi – pur non avendo fatto nulla per capire e per cambiare.
Non critico l’orientamento a trarre profitto dalla situazione. Critico l’incapacità di guardare oltre la punta del proprio naso. Critico la pigrizia – da cui possono nascere solo business di poco respiro. Palliativi. Brodini caldi per tirare avanti qualche anno.
Chi produce conoscenza organizzata in testi -romanzi, poesie, saggi, articoli- si è trovato nelle condizioni di definire il proprio ruolo, il proprio modo di agire. Dico ‘chi produce’ sapendo di mettere in un mazzo figure diverse: autori, editor e redattori, editori, interpreti di varia natura: recensori e professori e via dicendo.
Il testo che ha sotto gli occhi l’autore mentre lo produce sul proprio computer è ben lontano dal testo ‘manoscritto’, a penna o con una macchina per scrivere. E’ un testo disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri. Il testo riacquista la sua natura di tessuto, rete.
Mi limito qui a questi accenni. Ma è chiaro che da questa diversa natura del testo emerge un cambiamento nel ruolo dell’autore, così come, di seguito, del ruolo di editor e redattori, editori, interpreti di varia natura.
Non voglio considerare semplice il passaggio. Cambiare paradigma non è facile. Ciò è tanto vero che per descrivere il testo così come ci è messo a disposizione dal computer si è stati costretti ad inventare un nuovo temine ipertesto. C’è dell’ironia in questo: la parola testo dice già tutto, ci parla di rete e di connessioni potenzialmente infinite. Ma per noi testo è sinonimo di libro. Non riuscendo a concepire un testo disancorato da un supporto -anche se così è, appunto, disancorato dal supporto, il testo che abbiamo sotto gli occhi- identifichiamo il testo con il libro.
Non a caso si parla di content, o contenuto. Il contenitore, il libro, prevale sul contenuto, il testo. Così si continua a ‘vedere’ il testo come inevitabilmente ingabbiato in una forma data a priori, il libro. Obbligati dalla incombente presenza della forma libro si continua a pensare il testo come se fosse sequenziale, con un inizio ed una fine predefiniti. Si continua a pensare il testo come oggetto chiuso, non guardando alla realtà che vede il testo come oggetto di interazione, di lavoro collaborativo, tra soggetti diversi. I ruoli dell’autore, dell’editor, dell’editore, dell’interprete non riguardano né la letteratura né il testo: discendono dal dominio della forma-libro.
La resistenza a cambiare, lo capisco, è grande. A ciò contribuisce l’ignoranza, la scarsa curiosità tecnologica, e direi sopratutto la speranza di tutti ‘gli operatori del settore’ di riuscire a difendere rendite di posizione che il vecchio contesto tecnologico garantiva.
Ed ecco che arriva Steve Jobs con il suo iPad. Rendiamo merito a chi sa fare la mossa efficace nel momento meno sbagliato. (Certo il momento in cui si è mosso Jobs è meno sbagliato del momento in cui si è mosso Jeff Bezos. Eppure trovo in Kindle più meriti che nell’iPad).
Ma in cosa sta il gioco di Jobs. L’avvento dell’iPad mette comodi tutti gli attori del processo - autori, editor, editori, interpreti. Tranquilli, tutto è come prima. Una sola banale, scontata, già da tempo annunciata differenza. Gli stabilimenti di stampa e confezione sono morti. Per il resto, tutto uguale. Il testo chiuso in redazione è pubblicato anziché su carta, secondo la tecnologia nota dai tempi di Gutenberg, tramite una nuova modalità. Resta però un codice chiuso. Che rende indispensabile la mediazione dell’editore. Che garantisce la permanenza come prima dei ruoli degli editor e degli interpreti. Che risolve il complesso tema del ‘diritto d’autore’ nel vecchio modo: attraverso la mediazione dell’editore.
Con l’iPad, si perpetua l’equivoco tra libro e testo. Il testo digitale, liberatorio frutto del computing, ci appariva nativamente disancorato dal supporto, plastico, mutevole, sempre in fieri, tessuto, rete. Eppure non viveva la vita che la sua natura gli permetteva, perché era poi stampato, chiuso nella forma libro.
Oggi, con l’iPad -strumento che appare come meraviglia tecnologica, manifestazione di quello stesso computing che aveva liberato il testo dalla forma-libro- tutto resta come prima, o finisce per essere peggio di prima: il testo è chiuso nella forma proposta all’universo mondo da Steve Jobs.
Gli editori di tutto il mondo pendono oggi dalle labbra di Steve Jobs. E si fanno per il futuro schiavi o ancelle del business di Steve Jobs.
La letteratura resa possibile dalla codifica digitale dei testi sta comunque nascendo. Ma soccorsi da Jobs tutti coloro che non volevano vedere possono continuare a non vedere.
mercoledì 14 luglio 2010
I colpi al cuore di J. D. Ballard. O i ricordi liberati dalla forma.
Dagli studenti c'è sempra da imparare. E l'apparentemente innocuo riferimento ad una parola -in superficie una espressione tecnica, record- apre terreno ad una riflessione che mi allarga l'orizzonte.
Uno studente che, come dovrebbe sempre essere, lavora da tempo a una tesi centrata su un tema di personale interesse: i romanzi di J. D. Ballard intesi come testi, intesi a prescindere dalla forma-libro, mi scrive.
"Il mio obiettivo è la laurea", ma "non mi interessa una grande votazione". Mi dispiace "da un punto di vista personale passare per arrogante o cose del genere, perché so che ho un modo di esprimere con forza dei giudizi magari superficiali dettati dall'entusiasmo del momento". Con riferimento alle tante fonti prese in considerazione nota che "alcuni approfondimenti mi sembravano indispensabili (Freud e McLuhan sono citati dallo stesso Ballard)". "Poi mi rendo conto che per seguire un percorso di ampio respiro sulle cose che mi appassionano mi ci sarebbero voluti anni".
Quindi -ricordo che si tratta di una laurea in Informatica Umanistica- parla di come procedere. "Dal punto di vista tecnico potrei cominciare col formattare una porzione di testo per inserirla in un database. Più che come narrativa non sequenziale il romanzo in questione potremmo vederlo come un insieme di record di incidenti, non so se è azzardata..."
Gli rispondo.
No, l'idea di considerare il romanzo come un insieme di oggetti di conoscenza che parlano di incidenti non è azzardata. Anzi, è del tutto pertinente.
Ti propongo però una riflessione sul senso profondo di quello che scrivi, che è anche una riflessione sul 'metodo informatico', un discorso che in parte abbiamo già fatto a voce.
Mi pare fuorviante pensare a un data base come supporto alternativo al libro, perché in realtà tra forma-data base e forma-libro non c'è differenza. C'è a fondamento in entrambi i casi un modello definito a priori, un modello nel quale è chiuso il testo, ridotto a 'contenuto'; 'contenuto', appunto, dipendente dal 'contenitore'.
Insomma, guardando ai supporti, o forme della conoscenza, l'Informatica 'normale' fa riferimento alla forma-data base, in realtà è una forma recentissima, apparsa sulla scena negli anni Sessanta del secolo scorso. Una forma che comunque non apporta niente di nuovo, figlia come è dello stesso paradigma che ha generato la forma-libro.
Perciò, d'accordo, per tutti i romanzi di Ballard, e Crash in maniera esemplare, si può dire che si tratta di un "insieme di record di incidenti". Ma quello che dici con questa affermazione va ben oltre quello che appare. Perché non c'è motivo di fermarsi al senso stretto che il termine record ha in Informatica.
Record in Informatica, o meglio in Computer Science è "a group of data or piece of information preserved as a unit in machine-readable form", e quindi, con più precissione "a data structure designed to allow the handling of groups of related pieces of information as though the group was a single entity". Ecco quindi che l'informatica presuppone che per conservare un ricordo si debba accettare una struttura, un modello dei dati definito a priori.
Ma il processo di costruzione della conoscenza del poeta e del romanziere, così come il processo di costruzione di conoscenza dell'imprenditore e in genere di chiunque lavora - per non andare lontano il processo di costruzione della conoscenza di Ballard - non è questo. La struttura data a priori non è necessaria, e tantomeno è indispensabile.
Perciò se metti il testo su un data base lo chiudi in una gabbia - una gabbia differente da quella del libro, ma sempre una gabbia.
Il tuo intento mi pare diverso. Dunque ti serve un paradigma informatico diverso. Penso al Web Semantico. Forse anche qui dovremmo scavare dietro alle parole. Non a caso i francesi traducono 'la Toile', ma può andar bene anche 'la Rete'. Il testo è una rete. Ogni testo 'd'autore' è una una porzione dell'infinita rete testuale -possiamo chiamarla 'letteratura', Juri Lotman paarlava di 'semiosfera', ma secondo me a ben guardare non siamo lontani da quell'entità che Marx nei Grundrisse chiamava General Intellect.
Così ti consiglio di codificare il testo secondo lo standard TEI. Al di là della cavillosa e talvolta difensiva maniera unoiversitaria di intendere la 'codfica digitale dei testi'. Il testo marcato con metatag è un testo libero da forme date a priori, sia del tipo libro, sia del tipo data base. Le marcature, i 'metatag', permettono di muoversi all'interno del testo e nel suo intorno. 'Intorno': il 'testo' può essere osservato a partire da un qualsiasi nodo della rete; ogni testo non è appunto che il modo peculiare di connettere tra di loro nodi della rete. I metatag appunto descrivono (esplicitano) queste peculiarità.
Così riacquista senso il record. Purché si faccia caso a dove cade l'accento. In inglese è accettata sia la pronuncia 'récord' che 'recórd'. Pronunciandolo con l'accento sulla e, come facciamo comunemente noi italiani, ci allontaniamo dall'italiano ricordo - perdendoci in un astratto linguaggio tecnico.
Italiano ricordo, inglese record: è il latino recordari: 'rammemorare', 'richiamare alla mente'," da re- 'movimento all'incontrario', 'restaurare'; inglese restore, e cordis, 'cuore'. La metafora lega il cuore alla mente: senza emozione, senza soprassalto del cuore non c'è memoria, ricordo. Vedi in inglese learn by heart, to get by heart.
Così, mi pare, si torna a Ballard. Ogni crash è un colpo al cuore - più il mondo insano ci rende impermeabili agli accadimenti, impermeabili alle emozioni, duri di cuore, più abbiamo bisogno di nuovi record, esperienze-limite, oltre i confini del già vissuto. E ogni incidente, ogni accadimento, ogni circostanza è un ricordo, o record che dir si voglia.
Uno studente che, come dovrebbe sempre essere, lavora da tempo a una tesi centrata su un tema di personale interesse: i romanzi di J. D. Ballard intesi come testi, intesi a prescindere dalla forma-libro, mi scrive.
"Il mio obiettivo è la laurea", ma "non mi interessa una grande votazione". Mi dispiace "da un punto di vista personale passare per arrogante o cose del genere, perché so che ho un modo di esprimere con forza dei giudizi magari superficiali dettati dall'entusiasmo del momento". Con riferimento alle tante fonti prese in considerazione nota che "alcuni approfondimenti mi sembravano indispensabili (Freud e McLuhan sono citati dallo stesso Ballard)". "Poi mi rendo conto che per seguire un percorso di ampio respiro sulle cose che mi appassionano mi ci sarebbero voluti anni".
Quindi -ricordo che si tratta di una laurea in Informatica Umanistica- parla di come procedere. "Dal punto di vista tecnico potrei cominciare col formattare una porzione di testo per inserirla in un database. Più che come narrativa non sequenziale il romanzo in questione potremmo vederlo come un insieme di record di incidenti, non so se è azzardata..."
Gli rispondo.
No, l'idea di considerare il romanzo come un insieme di oggetti di conoscenza che parlano di incidenti non è azzardata. Anzi, è del tutto pertinente.
Ti propongo però una riflessione sul senso profondo di quello che scrivi, che è anche una riflessione sul 'metodo informatico', un discorso che in parte abbiamo già fatto a voce.
Mi pare fuorviante pensare a un data base come supporto alternativo al libro, perché in realtà tra forma-data base e forma-libro non c'è differenza. C'è a fondamento in entrambi i casi un modello definito a priori, un modello nel quale è chiuso il testo, ridotto a 'contenuto'; 'contenuto', appunto, dipendente dal 'contenitore'.
Insomma, guardando ai supporti, o forme della conoscenza, l'Informatica 'normale' fa riferimento alla forma-data base, in realtà è una forma recentissima, apparsa sulla scena negli anni Sessanta del secolo scorso. Una forma che comunque non apporta niente di nuovo, figlia come è dello stesso paradigma che ha generato la forma-libro.
Perciò, d'accordo, per tutti i romanzi di Ballard, e Crash in maniera esemplare, si può dire che si tratta di un "insieme di record di incidenti". Ma quello che dici con questa affermazione va ben oltre quello che appare. Perché non c'è motivo di fermarsi al senso stretto che il termine record ha in Informatica.
Record in Informatica, o meglio in Computer Science è "a group of data or piece of information preserved as a unit in machine-readable form", e quindi, con più precissione "a data structure designed to allow the handling of groups of related pieces of information as though the group was a single entity". Ecco quindi che l'informatica presuppone che per conservare un ricordo si debba accettare una struttura, un modello dei dati definito a priori.
Ma il processo di costruzione della conoscenza del poeta e del romanziere, così come il processo di costruzione di conoscenza dell'imprenditore e in genere di chiunque lavora - per non andare lontano il processo di costruzione della conoscenza di Ballard - non è questo. La struttura data a priori non è necessaria, e tantomeno è indispensabile.
Perciò se metti il testo su un data base lo chiudi in una gabbia - una gabbia differente da quella del libro, ma sempre una gabbia.
Il tuo intento mi pare diverso. Dunque ti serve un paradigma informatico diverso. Penso al Web Semantico. Forse anche qui dovremmo scavare dietro alle parole. Non a caso i francesi traducono 'la Toile', ma può andar bene anche 'la Rete'. Il testo è una rete. Ogni testo 'd'autore' è una una porzione dell'infinita rete testuale -possiamo chiamarla 'letteratura', Juri Lotman paarlava di 'semiosfera', ma secondo me a ben guardare non siamo lontani da quell'entità che Marx nei Grundrisse chiamava General Intellect.
Così ti consiglio di codificare il testo secondo lo standard TEI. Al di là della cavillosa e talvolta difensiva maniera unoiversitaria di intendere la 'codfica digitale dei testi'. Il testo marcato con metatag è un testo libero da forme date a priori, sia del tipo libro, sia del tipo data base. Le marcature, i 'metatag', permettono di muoversi all'interno del testo e nel suo intorno. 'Intorno': il 'testo' può essere osservato a partire da un qualsiasi nodo della rete; ogni testo non è appunto che il modo peculiare di connettere tra di loro nodi della rete. I metatag appunto descrivono (esplicitano) queste peculiarità.
Così riacquista senso il record. Purché si faccia caso a dove cade l'accento. In inglese è accettata sia la pronuncia 'récord' che 'recórd'. Pronunciandolo con l'accento sulla e, come facciamo comunemente noi italiani, ci allontaniamo dall'italiano ricordo - perdendoci in un astratto linguaggio tecnico.
Italiano ricordo, inglese record: è il latino recordari: 'rammemorare', 'richiamare alla mente'," da re- 'movimento all'incontrario', 'restaurare'; inglese restore, e cordis, 'cuore'. La metafora lega il cuore alla mente: senza emozione, senza soprassalto del cuore non c'è memoria, ricordo. Vedi in inglese learn by heart, to get by heart.
Così, mi pare, si torna a Ballard. Ogni crash è un colpo al cuore - più il mondo insano ci rende impermeabili agli accadimenti, impermeabili alle emozioni, duri di cuore, più abbiamo bisogno di nuovi record, esperienze-limite, oltre i confini del già vissuto. E ogni incidente, ogni accadimento, ogni circostanza è un ricordo, o record che dir si voglia.
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