giovedì 5 febbraio 2015

Lasciate perdere la Search Engine Optimization (SEO) e i suoi sacerdoti

Mettetevi nei panni di un autore: pensate davvero che l’unico modo per fare conoscere un vostro libro sia necessario vederlo apparire nelle grandi librerie, sul bancone delle novità, in cima alla pila?
Se avete bisogno di immaginare il vostro libro sul bancone delle novità, in cima alla pila, allora fate bene a fidarvi di chi vi viene a parlare di SEO, Search Engine Optimization.
Questi esperti, questi piccoli guru, SEO, Search Engine Optimizer, vi diranno che, scritto un post sul vostro blog, prima di pubblicarlo sul Web, dovrete fare cose contrarie al senso comune, cose come una preghiera salmodiata in una lingua sconosciuta, preghiera rivolta al Dio Google, perché abbia pietà di voi. E altrettanto vi diranno i SEO, Search Engine Optimizer, a proposito delle pagine del vostro sito aziendale, acciocché vengano lette: dovrete adempiere a un rito, impetrare la grazia, adorare il totem, Dio Google, compiendo azioni di cui a voi, poveri umani, non è dato di capire il significato.
E vi accadrà allora che spaventati, voi piccoli uomini, di fronte all’insensatezza di ciò che vi si propone, timorosi di non saperlo far bene -come muoversi a Dio piacendo tra SERP, SEM e SEA-, consapevoli di come sia improbabile che Dio Google ascolti la vostra povera voce, vi affiderete a lui, il SEO, Search Engine Optimizer, sacerdote del culto, adoratore professionista di Dio Google, e gli direte: fai tu per noi, noi abbiamo scritto povere parole, aggiungi loro ciò che Dio Google vuol sentirsi dire per farci apparire in Alto Sulla Prima Pagina, sull’altare di questa Imprescindibile Esigenza cambia le nostre stesse parole se necessario. Non abbandonarci, ti prego, soccorrici, SEO, Search Engine Optimizer.
Perché, vi diranno, non conta quello che avete scritto, conta invece ridire ciò che voi avete scritto con troppo povere e sincere parole in un linguaggio ben accetto a Dio Google. Vi diranno che è peccato mortale non aggiungere keyword e description, invocazioni a Dio Google. Vi diranno che quello che avete scritto è troppo lungo o troppo breve. E vi diranno che avete usato le parole sbagliate. E vi diranno cosa dovete scrivere in neretto e cosa no. E vi diranno che è indispensabile aggiungere alle parole che avete scritto una immagine. E vi spiegheranno che comunque è vano considerarsi sulla retta via. Poiché Dio Google è irascibile, il suo umore sottile ed instabile, le sue ire e i suoi malumori rischiano di costantemente di scatenarsi. Poiché Dio Google, vi spiegheranno ancora i SEO, Search Engine Optimizer, vuole essere ingannato, ma è impossibile a noi umani dire fino a che punto. Cosicché, vi diranno i SEO, Search Engine Optimizer, non ci resta che vivere timorosi e succubi, in ogni istante paventando la tremenda punizione: l’Abbassamento Del Ranking.
E così voi che vi siete avvicinati al Web inizialmente con timore, ma in fondo con fiducia, considerandolo un luogo dove essere se stessi, luogo dove è finalmente possibile far ascoltare la propria voce, voi alla pari su questo nuovo terreno, alla pari del grande giornalista della grande testata, o del Pentagono o della Coca Cola, e così voi che vi siete avvicinati con fiducia al Web vi ritroverete succubi di un giudicante Grande Fratello.
E così finirete per dimenticare i lettori ai quali intendevate rivolgervi con ill vostro blog, finirete per dimenticare i clienti ai quali intendevate rivolgervi tramite il sito della vostra azienda; finirete considerare misura della bontà delle parole che avete scritto, o della vostra offerta commerciale, il giudizio insondabile del Dio Google: ciò che è bello e che è buono, il bene, è ciò che è premiato dal Sacro Ranking, il posto in Alto Sulla Prima Pagina.
E così potrete trovarvi a considerare troppo selvaggio e terribile questo costante, istantaneo confronto con il terribile giudizio del Dio Google, e vi troverete forse a preferire un mondo più protetto, dove le regole appaiono più semplici e dove si è costantemente condotti per mano, e abbandonerete allora il Web, e troverete conforto in Facebook. Vi apparirà semplice e confortevole usare le modeste opzioni offerte, vi troverete a vostro agio nello scrivere brevi post. Liberati dalla necessità di aggiungervi description e keyword. Al posto del giudizio terribile del Dio Google il più confortevole ‘mi piace’ degli amici. Al posto del difficile tentativo di essere se stessi -il vostro blog posto alla pari del sito del grande giornale; il vostro sito che si confronta con il sito della Coca Cola- il ben più facile gioco del dichiararsi follower, seguaci di qualcun altro.
E così, confortati dalle regole che Facebook vi impone, esperti ormai della gestione del vostro profilo personale, compierete il passo: aprirete una pagina. Ed ecco che allora il SEO, Search Engine Optimizer, verrà a trovarvi, con un altro nome sul biglietto da visita, e vi spiegherà che anche qui, anzi, più chi che nel Selvaggio Web, c’è un Dio che governa il mondo e che gode dell’insindacabile diritto di determinare chi vedrà la vostra pagina e chi no. E vi dirà che le leggi del Dio Facebook sono imperscrutabili e saggiamente astruse. E vi dirà che il Dio Facebook ha ora un nome più preciso, Dio Facebook For Business. E vi dirà che voi non potete capire, ma per vostra fortuna c’è lui, sacerdote del culto, lui pronto a dirvi cosa fare e come farlo.
Amici, lasciate perdere chi vorrebbe insegnarvi come fare, chi vorrebbe imporvi di andare contro il vostro fiuto e il vostro buon senso, lasciate perdere chi vuol farvi apparire difficile ciò che è facile, lasciate perdere gli ‘esperti’ che vogliono farvi apparire necessaria la loro mediazione, lasciate perdere chi vuole imporvi Regole Astruse Definite ed Imposte Dalla Macchina-Dio.
Il World Wide Web è il contrario di tutto questo. Il Web è un’altra cosa. E’ nato per permettere ad ognuno di essere se stesso. Il Web è nato per dare spazio a chi impara facendo. Ricordate, amici, che, dopotutto, scrivete per qualcuno che forse vi leggerà, non per Dio Google.
Ricordate che state cercando qualcuno che legga le cose interessanti che avete scritto. State cercando qualcuno che compri i vostri prodotti, che si distinguono per la loro qualità e la loro originalità. Questi lettori e questi potenziali clienti sono persone intelligenti, che non si fermano alla prima riga del motore di ricerca!
Adeguando il nostro modo di comunicare a ciò che Dio Google vorrebbe imporci, adeguandoci a ciò che i Sacerdoti SEO ci consigliano, rendiamo i nostri testi più standard, più normali; depotenziamo la nostra offerta, e quindi, in fin dei conti, diminuiamo le possibilità di raggiungere quei lettori che sono interessati proprio a ciò che di nuovo e di originale -non standard, non normale- noi proponiamo.
Amici, potrà anche capitarvi di parlare al vostro SEO della tesi che ho appena sostenuto -certo è una cosa che avevate già pensato da soli-. E’ probabile allora che il vostro SEO vi dica: ‘Certo, è la teoria della coda lunga’. Ed è possibile che continui a parlare cercando di spiegarvi con i giusti paroloni ciò che sapevate già, per arrivare a dirvi che sì, è vero, ma serve sempre la guida dell’‘esperto’.
Di fronte a questi paroloni, che di frequenti mi capita di ascoltare, mi consolo sempre con quelle parole di Stendhal, che sintetizzano in anticipo qualsiasi teoria delle code lunghe: "J'écris pour des amis inconnus, une poignée d'élus qui me ressemblent: les happy few”.
Scrivo per degli amici sconosciuti, un pugno di eletti che mi assomigliano: i pochi felici. Questo è il Web. Alla fin fine, ho ragione: perché nello scrivere e nel pubblicare questo testo non ho utilizzato nessuno strumento di Search Engine Optimization: nessuna description, nessuna keyword, nessuna immagine. Non ho neanche scandito il testo in paragrafi con titoli in neretto. Eppure voi mi state leggendo.

Le sacre regole dettate da famosi SEO dicono che è sbagliato e sconveniente pubblicare lo stesso testo su due siti diversi. Violo consapevolmente la regola pubblicando su www.bloom.it e qui, su diecichilidiperle.blogspot.com.




venerdì 30 gennaio 2015

L'Intelligenza Artificiale di Marvin Minsky: una promessa non mantentua


Due idee, emerse entrambe negli Anni Cinquanta, stanno alla base di due possibili, diversi sviluppi di ciò che chiamiamo computing.
Da un lato l’idea di Turing, schematica e fondata su un consolante a priori: una ‘macchina pensante’ potrà lavorare e pensare meglio di quanto pensi l'uomo, purché si accetti al definizione proposta da Turing: 'pensare e lavorare consiste nel comportarsi secondo quello che è previsto in un book of rule, in un libro delle regole. Dall'altro l’idea di von Neumann, ben più complessa e filosoficamente profonda: l’‘automa capace di autoriprodursi’, sistema caratterizzato da tutte le complessità del vivente.
Prevale, come fonte dei successivi studi e delle successive ricerche, l'idea di Turing, sono impliciti anche nella sua più avanzata ed ambiziosa manifestazione, l’Intelligenza Artificiale.
Un anno dopo la morte di Turing, cinque anni dopo l'uscita di Computing Machinery and Intelligence, nell’estate del 1955, John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon scrivono un breve testo1 dove si indicano i temi di un incontro previsto per l’estate successiva. Il luogo dell’incontro -Darmouth- è significativo: lì dove nell’estate del ‘40 una una platea di matematici -tra cui Birkhoff e Wiener- aveva assistito alla dimostrazione del Complex Number Calculator di Stibitz, si riuniscono adesso adesso un gruppo di studiosi di formazione matematica, che amano però definirsi computer scientist.
Claude Shannon, diciotto anni dopo la tesi di laurea che segna il suo precoce esordio,2 ora opera presso quegli stessi Bell Telephone Laboratories dove già aveva lavorato anche Stiblitz; Rochester lavora all’IBM; presso la storica sede di Poughkeepsie è stato Chief Architect, tra il ‘48 e il 52, del 701, il primo computer IBM general-purpose, capostipite delle macchine che presto diverranno indispensabili in ogni azienda3; Minsky appena discusso la tesi di PhD in matematica a Princeton4, tesi che è diretta ripresa delle argomentazioni del Logical Calculus di MacCulloch e Pitts; anche McCarthy ha ottenuto il PhD in matematica a Princeton, ma sopratutto ha subito l’influenza di von Neumann, 5 che lo ha spinto ad occuparsi di brain automation.
McCarthy, Minsky, Rochester, Shannon hanno trasformato il linguaggio della matematica in programming language, linguaggio teso a fornire istruzioni a macchine dette computer. Ora il loro intento è fondare la manifestazione estrema della logica matematica: l’Intelligenza Artificiale.
Colpisce però notare come nel Proposal quasi nulla si aggiungere a quanto è dato leggere in Computing Machinery and Intelligence, l’articolo scritto da Turing di cinque anni prima.

The study is to proceed on the basis of conjecture that every aspect of learning or any other feature of intelligence can in principle be so precisely described that a machine can be simulate it.

If machine can do a job, then an automatic calculator can be programmed to simulate the machine.

It may be speculated that a large part of human thought consist of manipulating words according rules of reasoning and rules of conjectures.

E così, anche, senza nulla aggiungere al Logical Calculus di McCulloch e Pitts, ci si chiede

how can a set of (hypotetical) neurons be arranged so as to form concepts.

Cinque anni dopo, alle soglie degli Anni Sessanta, nella stagione della guerra scientifica e tecnologica con l’Unione Sovietica, gli anni dello Sputnik e dei primo volo nello spazio di Jurij Gagarin, Harvey Minsky lavora al MIT, Department of Mathematics e Research Laboratory of Electronics. Nell’ottobre del ‘60 riassume in Steps Toward Artificial Intelligence i risultati raggiunti, ed i progetti di futura ricerca - attività, tutte, svolte “With the joint Support of the U. S. Army, Navy, and Air Force”.6
Non si potrebbe immaginare un testo più lontano dai documenti, stilati in quegli anni da Licklider e Engelbart, documenti rivolti agli stessi interlocutori e finanziatori militari. Licklider e Engelbart7 guardano alla simbiosi uomo macchina, al computer come tramite per l’incremento dell’umana intelligenza. Minsky, invece, afferma:

I believe that [...] we are on the threshold of an era that will be strongly influenced, and quite possibly dominated, by intelligent problem-solving machines.

Mentre Licklider e Engelbart si rifanno al As We May Think,8 il seminale testo del 1945 di Vannevar Bush, dove il We si riferisce ad esseri umani intenti a costruire conoscenza, per Minsky, in quegli stessi anni, la strada da percorrere consiste nel costruire macchine capaci di pensare meglio dell’uomo. Dove però il pensare dell’uomo è, in fondo, ridotto al pensare logico-formale, matematico. Non a casi si citano Turing, Rashevsky, McCulloch e Pitts, Wiener, ma ci si rifà anche, esplicitamente, a Russell e Whitehead, alla logica proposizionale e ed ai sistemi assiomatici.

The problem domain here is that of discovering proofs in the Russell-Whitehead system for the propositional calculus. That system is given as a set of (five) axioms and (three) rules of inference; the latter specify how certain transformations can be applied to produce new theorems from old theorems and axioms.9

Minsky ammette che negli anni avvenire si dovrà passare attraverso un periodo che vedrà dominare “man-machine systems”.10 Ma sarà solo una tappa “in our advance toward the development of ‘artificial intelligence’”. Non più “hinking aids” per poveri esseri umani, ma “more ambitious projects directly concerned with getting machines to take over a larger portion of problem-solving tasks”.
Minsky non può non ammettere le aporie logiche, le contraddizioni formali con le quali si erano scontrati, soccombendo, Russel e Frege, e poi di nuovo Gödel. Ma le risolve nel modo più scolastico che si possa immaginare, facendo appello all’autorità indiscutibile di Turing.

Here is a certain problem of infinite regression in the notion of a machine having a good model of itself: of course, the nested models must lose detail and finally vanish. But the argument, e.g., of Hayek11 that we cannot “fully comprehend the unitary order” (of our own minds) ignores the power of recursive description as well as Turing’s demonstration that (with sufficient external writing space) a ‘general-purpose’ machine can answer any question about a description of itself that any larger machine could answer.12

Nel mondo del computing, ogni problema sarà risolto. Saranno presto disponibili macchine capaci di pensare meglio dell’uomo.
Negli anni successivi la profezia resta ben lontana dall’avverarsi. Ma per Minsky, guru ormai affermato, impermeabile ormai ad ogni domanda di verifica scientifica, il gioco è orami facile. Basta spostarsi di volta in volta su una nuova accattivante teoria, cavalcandola in modo da ottenere onori e da attrarre fondi per finanziare ricerche. E non importa se la teoria è povera di spessore, basta che sia adatta ai tempi, e sia buona per essere vantaggiosamente divulgata.
Torna così in Computation. Finite and Infinite Machine e in Peceptron13 sulla capacità delle reti neurali di calcolare funzioni booleane: poco aggiunge in fondo a ciò che avevano già detto McCulloch e Pitts nel Logical Calculus. Passa poi a sostenere -in The Society of Mind14- che l’intelligenza è frutto dell’interazione tra agenti, in sé privi di intelligenza.
Vent’anni dopo The Society of Mind Minsky arriva, bontà sua, ad ammettere che “we need to find more complicated ways to explain our most familiar mental events”: il titolo del nuovo libro è Emotion Machine15. Ma anche questo nuovo tentativo di spiegare cosa siano mente e intelligenza manca di originalità e di profondità.


1John McCarthy, Marvin L. Minsky, Nathaniel Rochester, Claude E. Shannon, Proposal for the Dartmouth Summer Reaserch Project on Artificial Intelligence, August 31, 1955. AI Magazine 27(4): 12-14 (2006)
2Claude Elwood Shannon, “A Symbolic Analysis of Relay and Switching Circuits”, cit., 1937 e 1938.
3Nathaniel Rochester, “The 701 Project as Seen by Its Chief Architect”, Ann. Hist. Comp., Vol. 5, No. 2, Apr. 1983, pp. 202-204. Nathaniel Rochester, “Symbolic Programming”, IRE Trans. Electronic Comp., Vol. EC-2, 1953, pp. 10-15.
4Marvin Lee Minsky, Theory of Neural-analog reinforcement systems and its application to the brain-model problem, Princeton University, Ann Arbor, december 1954 (Dissertation).
5Nils J. Nilson, John McCarthy. A biographical Memoir, National Academy of Science, Washington, 2011.
6Marvin Minsky. “Steps Toward Artificial Intelligence”, Proceedings of the Institute of Radio Engineers, January 1961, Vol 49, pp 8-30. Poi in Edward A. Feigenbaum and Julian Feldman (eds.), Computers and Thoughts, McGraw-Hill, New York, 1963, pp 406-450.
7Douglas C. Engelbart, Augmenting Human Intellect: a Conceptual Framework, October 1962
8Vannevar Bush, As We May Think, The Atlantic Monthly (Boston), 176, july 1945, pp. 101-108.
9Marvin Minsky. “Steps Toward Artificial Intelligence”, Proceedings of the Institute of Radio Engineers, cit., p. 21.
10Marvin Minsky. “Steps Toward Artificial Intelligence”, Proceedings of the Institute of Radio Engineers, cit., p. 28.
11Friedrich A. Hayek, The Sensorv Order, Routledge and Kegan Paul, London, 1952: 8.69, 8.79.
12Marvin Minsky, “Steps Toward Artificial Intelligence”, Proceedings of the Institute of Radio Engineers, cit., p. 28, nota.
13Marvin Minsky and Seymour Papert, Perceptrons: An Introduction to Computational Geometry, The MIT Press, Cambridge, Ma., 1969; 1972 (2nd edition with corrections, first edition)
14Marvin Minsky, The Society of Mind, Simon and Schuster, New York, 1988.
15Marvin Minsky, The Emotion Machine: Commonsense Thinking, Artificial Intelligence, and the Future of the Human Mind, Simon & Schuster, New York, 2006.

venerdì 10 ottobre 2014

Ted Nelson: la mente colibrì e la nascita del World Wide Web


La salute è -stando all’originario senso del latino salvus- ‘interezza’, ‘integrità’. Il senso di salvus è stato poi ripreso da totus, ‘tutto’. Impossibile forse per l’uomo raggiungere il tutto, impossibile essere veramente interi, integri. L’integrità resta desiderio inappagato. La malattia è perdita dell’armonia che contraddistingue l’essere integro.
Ted Nelson ci parla senza remore della ‘malattia’ che accompagnò la sua infanzia, e poi, in maniere differenti, ha accompagnato tutta la sua vita di adulto.
Il piccolo Ted è dislessico, incapace di leggere i segni alfabetici stampati sulla pagina con la rapidità e l’abilità che gli insegnanti conformisti considerano normali.
1995: Gary Wolf intervista Ted Nelson per conto di Wired.1 Scrive che Nelson si interrompe, passa improvvisamente da argomento a argomento; scrive che Nelson appoggia i suoi ricordi a registrazioni audio. Tutte evidenze del fatto, precisa Wolf, che “the inventor suffers from an extreme case of Attention Deficit Disorder”.
Sono universalmente note le cavillose definizioni del lessico medico e psichiatrico: ADD: Attention Deficit Disorder; ADHD: Attention Deficit Hyperactivity Disorder. E ancora: LD: Learning Disabilities, detto in italiano, con lo stesso accanimento definitorio dell’inglese: Disturbi Specifici dell’Apprendimento, DSA.
Gary Wolf aggiunge malignamente:

Nelson's anxiety about forgetting is complicated by the drugs he takes. For his ADD, Nelson takes Cylert; for his agitation, he takes Prozac; for sleeplessness, he takes Halcion. Halcion can produce aphasia: during our lunch, Nelson sometimes found himself groping for a common word in the middle of a sentence.2

Wolf non può fare a meno di riportare le parole di Ted Nelson, che nel corso dell'intervista controbatte:

Attention Deficit Disorder was coined by regularity chauvinists. Regularity chauvinists are people who insist that you have got to do the same thing every time, every day, which drives some of us nuts. Attention Deficit Disorder - we need a more positive term for that. Hummingbird mind, I should think.

Hummingbird Mind - menti che si muovono come rapido frullare d’ali, menti colibrì che si muovono di fiore in fiore. Reagendo alla spiacevole, giudicante arroganza dell’intervistatore, arroganza legittimata da tanta letteratura medica, Nelson propone una nuova denominazione. Una immagine di uso comune,3 è ripresa da Nelson, elevata a possibile definizione tecnica. In luogo di ADD, a more positive term, una immagine ricca di poesia.
Brillante conversatore, Nelson, nelle sue apparizioni in pubblico, non nasconde mai i propri percorsi mentali: “What was I saying?”. “Forgive me”, “I’m just babbling.”. Interrogato a proposito dell’ADD nel corso di una presentazione della sua autobiografia Possiplex, risponde:

No, it was just another way of cognitive processing. A different mode of thinking.4

Ciò che qualcuno considera deficit può ben essere inteso come differenza. Un altro modo di pensare. Un processo cognitivo che rifiuta la linearità e la sequenzialità, la disposizione gerarchica, la fissità garantita -o imposta- dall’immodificabile apparire delle parole sulla pagina, un processo cognitivo che accoglie invece, senza porli in gerarchia, diversi percorsi di senso.
Da singolari equilibri di mente e di corpo, da eccentrici modi di pensare e di costruire conoscenza considerati dalla ‘scienza normale’ pericolose sindromi, nasce dunque quel computing che espande l’area della personale coscienza.
Nella mente di Ted Nelson, bambino dislessico, incapace di considerare normale l’ingabbiante forma del libro, della pagina, del foglio-supporto-piano, emerge per converso la visione di qualcosa di più sano, di più ricco, più pieno e più giusto.
Così il Ted Nelson ventenne, nutrito di studi letterari, rivede il suo bisogno infantile di integrità attraverso la lettura del poeta Coleridge. Caverne smisurate giù verso il mare, giardini luccicanti e sinuosi ruscelli, muri e torri, sulle rive del sacro fiume, imponente palazzo dei piaceri. Xanadu è la città, il luogo del sogno.
Come Coleridge immagina in sogno -A vision in a dream- questo mondo meraviglioso, Ted Nelson immagina il proprio Xanadu.
Cosa sogna Ted? Cosa gli appare nelle sue visioni? Cosa cerca, cosa inventa? Sogna un diverso modo di ‘leggere’ -di accedere alla letteratura, di ‘stare dentro’ la letteratura-, un modo che non passi attraverso la stampa. Sogna un modo di leggere che non costringa lui, dislessico, a passare attraverso forche caudine: storie chiuse in gabbie di rigidi segni, ostili
Nasce così all'inizio degli Anni Sessanta, nella mente di Ted Nelson, l'idea di un testo inteso come rete, e di una letteratura come rete di testi. Una letteratura alla quale tutti contribuiamo, leggendo e scrivendo.
Andy van Dam, Tim Bernes-Lee, e tutti gli altri a cui dobbiamo il World Wide Web, riconoscono il loro debito nei confronti di Ted Nelson.
Oggi abbiamo a disposizione il Web perché Ted Nelson non ha accettato di essere stigmatizzato come 'malato'. La mente umana disturbata, dislessica, distratta, disattenta è vista a rovescio come mente colibrì, che si muove freneticamente di fiore in fiore. A partire dal proprio modo di essere Ted Nelson ha concepito un modo di pensare e costruire conoscenza che apre nuovi orizzonti a ognuno di noi.


1Gary Wolf, “The Curse of Xanadu”, Wired, 3.06, Jun 1995.
2Gary Wolf, The Curse of Xanadu, Wired, 3.06, June 1995.
3Louis Paul, Breakdown, Crown Publishers, 1946, p. 208. Derrick De Kerckhove, Wade Rowland, Connected Intelligence: The Arrival of the Web Society, Somerville House Pub., 1997 p. 77.
4Jay Cross, “Ted Nelson’s Unbook”, Posted on October 9, 2010, http://www.internettime.com/2010/10/ted-nelsons-unbook/ (visitato 22 agosto 2014).

mercoledì 30 luglio 2014

Knowledge Management 2014-2015

Questo è il programma del mi insegnamento nel primo semestre dell'anno accademico 2014-2015, presso il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica, Laurea Magistrale, Università di Pisa.

Titolo: Knowledge Management
Docente: Francesco Varanini

Argomento:
Il Knowledge Management come zona di confine

Il valore di un’azienda -di una grande come di una piccola impresa, di una organizzazione senza scopo di lucro così come della Pubblica Amministrazione- risiede in ultima analisi di cui dispongono le persone che hanno lavorato in tempi passati, e che lavorano oggi, in quell’azienda.

Il Knowledge Management è la disciplina attraverso la quale si portano alla luce, e si rendono fruibili, le conoscenze di cui dispongono le persone.

L’informatica, tradizionalmente intesa, offre strumenti per la conservazione delle conoscenze. Ma solo delle conoscenze espresse sotto forma di ‘dati’.

L’informatica si fonda sulla strutturazione: forme date a priori, modelli esaustivamente descritti gerarchie, classi, ordinamenti. Così, secondo regole logico-formali, vengono conservati, organizzati e gestiti i dati.
Ma ‘la mente umana non funziona così’. La ‘conoscenza’, frutto dell’esperienza, emerge nella mente umana in modo caotico, disordinato. Esisterà sempre ‘nuova conoscenza’ che ‘starà stretta’ nelle strutture già predisposte.

Per intendere ‘cosa è la conoscenza’, e ‘come funziona l’emergere della conoscenza’ ci è utile guardare, più che ai processi di formalizzazione tipici dell’informatica, al processo creativo che porta alla creazione dell’opera letteraria.

Non a caso l’ipertesto, e tutta la tradizione della ‘nuova informatica’ legata al World Wide Web, prendono spunto dalla metafora della letteratura, e tendono verso il superamento delle ‘forme date a priori’ tipiche sia del libro che del file system e del Dbms.

Il Knowledge Management, è diventato veramente praticabile quando si sono avuti a disposizione strumenti tecnologici adeguati: Content Management System, portali web 2.0., strumenti di lavoro collaborativo, motori di ricerca ecc.

Esame:
L’esame verterà sulla relazione tra aspetti:
- l’approccio epistemologico che presiede alla costruzione della conoscenza
- il modello di organizzazione del lavoro
- le tecnologie informatiche, come 'inveramento' di un approccio epistemologico e di un modello di organizzazione del lavoro
(Per maggiori chiarimenti e informazioni, rivolgersi via posta elettronica al docente)

Approcci epistemologici che presiedono alla costruzione della conoscenza
Da un lato:
- Le Regulae di Cartesio
- Il logicismo di Russel e Frege
- Il sistema assiomatico di Hilbert
Da un lato opposto:
- La forma formante di Goethe
- L’inconscio secondo Freud
- Il basho di Nishida
- L’abduzione di Charles S. Peirce
- La Zuhandenheit di Heidegger
- L’esplicitazione delle conoscenze tacite di Michael Polanyi
- La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn

Modelli di organizzazione del lavoro
- Polis greca
- Monastero benedettino
- Bottega rinascimentale
- Taylorismo
- Fordismo
- Scuola della Relazioni Umane
- Democrazia industriale
- Toyotismo
- Neoliberismo

Tecnologie:
- Unstructured Data
- Unstructured Text
- Free Text Records
- Full Text
- Full Text Database
- Document Management
- Content Management
- Web Content Management
- Semantic Web
- Collaborative Work Management
- Enterprise Content Management
- Enterprise Information Management
- Employee Experience Management
- Information Retrieval
- Document Retrieval
- Text Retrieval
- Full Text Search
- Free Text Search
- Internet Search Engines
- World Wide Web Search Engines

Testi:
- Mayuko Uehara, “Japanese Aspects of Nishida’s Basho: seeing the ‘Form without Form’” in Frontiers of Japanese Philosophy 4, Lam Wing-keung and Cheung Ching-yuen (eds.), Nagoya: Nanzan Institute for Religion & Culture, 2009 (il 28 agosto 2014 il testo è reperibile all’indirizzo: https://nirc.nanzan-u.ac.jp/nfile/2106, altrimenti richiedere al docente).
- Massimo Folador, L'organizzazione perfetta. La regola di San Benedetto. Una saggezza antica al servizio dell'impresa moderna, Guerini, 2006
-Ikujiro Nonaka, Hirotaka Takeuchi, The Knowledge-Creating Company: How Japanese Companies Create the Dynamics of Innovation, Oxford: 1995; trad. it. The Knowledge-Creating Company. Creare le dinamiche dell’innovazione, Milano Guerini e Associati, 1997.
(In alternativa o a complemento della lettura del libro di Nonaka:
- Ikujiro Nonaka, "The Knowledge-Creating Company", Harvard Business Review, November–December 1991. http://www.scribd.com/doc/68585798/Knowledge-Creating-Company-nonaka
- Ikujiro Nonaka and Ryoko Toyama, “The Knowledge-Creating Theory revisited: Knowledge Creation as a Synthesizing Process”, Knowledge Management Research & Practice, 2003,  1. http://www.ai.wu.ac.at/~kaiser/birgit/Nonaka-Papers/The-knowledge-creation-theory-revisited-2003.pdf).
- Henry Ford, My Life and Work, In Collaboration With Samuel Crowther, Doubleday, 1922 (reperibile all’indirizzo http://www.gutenberg.org/ebooks/7213); trad. it.: La mia vita e la mia opera, Apollo, 1925; La salamandra, 1980.
- Thomas Kuhn, The Structure of Scientific Revolution, University of Chicago, 1962; tr. it. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, 1969.

- Francesco Varanini, “Percorso di avvicinamento al Knowledge Management”, http://www.slideshare.net/fvaranini/francesco-varanini-knowledge-management-7-febbraio-2013
- Francesco Varanini, blog: Dieci chili di perle, , in particolare i post con i tag: ‘Come emerge la conoscenza’, ‘Cosa è il Web’, ‘Macchine per pensare’.
- Francesco Varanini, “Presentazione”, in Alberto De Toni. Andrea Fornasier, Guida al Knowledge Management, Il Sole 24 ore, 201. http://www.bloom.it/2012/07/conoscenza-come-proprieta-emergente-un-avvicinamento-al-knowledge-management/?p=664
- Francesco Varanini, “Zuhandenheit vs. Usability, Martin Heidegger vs. Jakob Nielsen”, http://diecichilidiperle.blogspot.it/2009/08/zuhandenheit-vs-usability-martin.html
- Francesco Varanini, “Martin Heidegger e l’informatica come filosofia dei nostri tempi”, http://diecichilidiperle.blogspot.it/2013/03/martin-heidegger-e-linformatica-come.html
Francesco Varanini, “Un certo tipo di letteratura”, http://www.scribd.com/doc/24567746/Francesco-Varanini-Un-certo-tipo-di-letteratura
- Francesco Varanini, “Goethe: La Conoscenza come morfogenesi. Commento a 'Die Metamorphose Der Pflanzen'”, http://it.scribd.com/doc/27298452/Francesco-Varanini-Goethe-La-Conoscenza-come-morfogenesi-Commento-a-Die-Metamorphose-Der-Pflanzen
- Francesco Varanini, Contro il management. La vanità del controllo, gli inganni della finanza e la speranza di una costruzione comune, Guerini, 2010.
- E in genere tutti i post apparsi sul blog Dieci chili di perle, http://diecichilidiperle.blogspot.it, in particolare i posti con i tag: ‘Come emerge la conoscenza’, ‘Cosa è il Web’, ‘Macchine per pensare’.

mercoledì 2 aprile 2014

Indicizzazione

Vannevar Bush, già Vice President e Dean della School of Engineering del MIT, Presidente della Carnegie Institution for Science, nel 1940 è, per scelta personale del Presidente Roosevelt, nominato a capo della National Defense Research Committee, l’ente destinato a coordinare i progetti di ricerca motivati dalla Seconda Guerra Mondiale -dalla bomba atomica al radar, dalla penicillina al computer-..
Nel ‘45, quando la guerra volge al termine, scrive As We May Think, articolo dove anticipa ciò che oggi conosciamo come Personal Computer e World Wide Web.
Una delle argomentazioni chiave dell’articolo è la seguente: la nostra difficoltà ad accedere ai dati, che pure sono conservati in un archivio, in una biblioteca, o in un database, risiede nell’“artificiality of systems of indexing”.
La radice indeuropea deik - ‘indicare’- è l’origine sia di dito che di dire. Con il dito indico uno stato del mondo: in greco deixis, ‘deissi’, il mostrare, l’indicare.
Ma tutto, così agendo, si risolve nell’atto. Non ne resta traccia. Per ovviare a ciò dobbiamo conservare le tracce delle indicazioni. A questo fine, usiamo una qualche forma di scrittura -la storia della parola ci rimanda all’idea di ‘vergare segni su un supporto’-, o codifica -la storia della parola ci rimanda al idea del supporto: in origine la corteccia di un albero. La sequenza immodificabile dei segni vergati un supporto è la prima manifestazione dell’indice.
L’indice di un libro è un artificio tecnologico teso a permetterci di ritrovare il singolo argomento, il singolo dato, conservato nel libro. L’indice è anche l’ossatura logica di qualsiasi catalogazione di biblioteca. L’indice è, in informatica il file contenente i valori che specificano l’ordine logico dei record presenti in un altro file. L’indice è, generalizzando, ed usando le parole di Vannevar Bush, il modo di recuperare (retrieve) “data of any sort placed in storage”.
Ed ancora -poiché la politica ed il controllo sociale si appoggiano sulla tecnologia- l’indice è l’Index librorum prohibitorum pubblicato nel 1559 dalla Santa Congregazione dell’Inquisizione Romana, sotto il papato di Gian Pietro Carafa, Paolo IV.
Bush pensava che l’indicizzazione -l’organizzare oggetti o dati secondo elenchi ordinati, secondo una gerarchia di classi e sottoclassi predefinite- fosse controproducente, “perché la mente umana non funziona così”; non funziona come se scorressimo un indice. Funziona, invece, per associazioni, per connessioni.
Bush anticipa così, settanta anni fa, l’utilità ciò che chiamiamo ‘motore di ricerca’, strumento che appunto ci permette di recuperare informazioni a prescindere da come sono state archiviate ed indicizzate.

mercoledì 26 marzo 2014

Il Paradiso dei matematici osservato dai romanzieri

La matematica, con i suoi trionfi ed i suoi fallimenti, è attorno a quel 1930 la privilegiata chiave di lettura del mondo, l’ultima speranza di ordine di controllo, il più acuto sguardo sul caos. E la figura del matematico gode di uno speciale riconoscimento sociale. Non possono mancare in quegli anni i romanzi matematici.
E’ sufficiente ricordarne due. Der Mann ohne Eigenschaften di Robert Musil e Die unbekannte Grösse di Hermann Broch. Non a caso si tratta di romanzi in lingua tedesca. Non a caso entrambi scritti da autori cresciuti a Vienna , ambientati a Vienna - la Vienna di Freud, di Carnap, di Wittgenstein, del giovane Gödel, ma anche di Mahler e di Schönberg, di Kraus e di Loos, di Kokoschka e di Klimt.
Più delle differenze tra i due romanzi e i due autori -pur esistenti ed evidenti-, merita qui porre l’acconto sulle contiguità. Musil e Broch, entrambi privi di una vera formazione umanistica ed invece dotati si una solida formazione scientifica -matematica, filosofia, fisica, psicologia. Entrambi notevoli conoscitori della letteratura scientifica contemporanea. Entrambi in movimento tra Vienna e Berlino, tra l’Austria-Ungheria in declino e la contraddittoria e febbrile Germania della Repubblica di Weimar. Entrambi avvicinatisi al romanzo solo in età matura. Entrambi orientati verso il romanzo-saggio, il romanzo-sistema, volto a descrivere la Totalità - e quindi destinati sotto il peso del proposito, inattingibile.
I due volumi del Mann ohne Eigenschaften -l’opera resterà incompiuta- escono presso Rohwolt nel 1930 e nel 1933. Die unbekannte Grösse esce nel 1934 presso Fischer. Due grandi editori di Berlino, a sottolineare ancora un ponte tra le due capitali della cultura di lingua tedesca.
Ulrich è Mann ohne Eigenschaften, ‘uomo senza qualità’, o meglio, privo di caratteristiche distintive, di competenze -in fondo inetto, in aptum, non adatto a coprire con vera competenza nessun profilo ruolo professionale, inadatto a qualsiasi compito, perché in grado di svolge ugualmente bene qualsiasi compito. Ulrich, matematico di formazione, cerca vanamente un punto di incontro tra l’esattezza e l’anima.
Hilbert Hieck, il giovane protagonista della Unbekannte Grösse cresce in un’atmosfera familiare in cui “nessuna cosa era chiara e univoca, ma assumeva un aspetto vacillante". “Proprio per questa ragione egli aveva sviluppato in sé, assai presto, una segreta inclinazione per le cose chiare e matematicamente precise”. In contrasto con il suo maestro, cerca di edificare una “logica senza assiomi”.
Basta qui limitarsi a citare qualche brano dei due romanzi, e di qualche loro corollario, come Der mathematische Mensch, L’uomo matematico, breve saggio di Musil scritto nel 1913.
“Un ingegnere vive solo della sua specializzazione, invece di spaziare nel vasto e libero mondo del pensiero. [... ] Ma questo non vale per la matematica: la matematica è la logica nuova per antonomasia, è lo spirito in quanto tale”  E’ la “madre delle scienze e nonna della tecnica.” “La ricerca attuale non è solo scienza, ma è anche magia: è una cerimonia che coinvolge totalmente cuore e cervello; [. . .] è una religione i cui dogmi sono pervasi e sostenuti dalla chiara, audace e mobile logica della matematica, che è fredda e tagliente come la lama di un coltello”.  (Robert Musil, Der Mann ohne Eigenschaften).
“La maggior parte degli uomini è oggi pienamente consapevole che la matematica è entrata come un demone in tutti i settori della vita” (Robert Musil, Der Mann ohne Eigenschaften). “La matematica è una specie di atto disperato dello spirito umano”. E’, anche, “orgogliosa fiducia nella diabolica pericolosità del proprio intelletto.” (Robert Musil, Der mathematische Mensch).
“In sé e per sé essa non ci occorre, certo, ma è una specie di isola dell’onestà, e per questo le voglio bene". “La matematica è un’ostentazione di audacia della pura ratio; uno dei pochi lussi oggi ancora possibili”. (Robert Musil, Der mathematische Mensch).
E’ “una meravigliosa architettura spirituale fatta per pensare in anticipo tutti i casi possibili” (Robert Musil, Der mathematische Mensch). “Una limpida rete di realtà luminosa [. . . ], e bisognava andar avanti tentando nodo per nodo; sì, era qualcosa di simile, un celeste complicato intreccio che bisognava risolvere al fine di possedere la realtà”. (Hermann Broch, Die unbekannte Grösse).
“Fiumi di chiarezza si riversavano nel suo cervello, si diramavano nei suoi nervi e nelle vene, rendevano leggero il suo sangue e permettevano ai suoi occhi, rivolti ad una contemplazione interiore, di guardare lontano; eppure il risultato di tutto questo splendido sfoggio era, nel migliore dei casi, un qualunque teorema scientifico di ambito limitato, spesso semplicemente la soluzione di un piccolo problema.” (Hermann Broch, Die unbekannte Grösse).
Ma “anche quando si fosse riusciti a scoprire una nuova disciplina matematica, come il calcolo infinitesimale di Leibniz o la teoria degli insiemi di Cantor, [. . . ] il risultato sarebbe restato sempre una limitata ed esigua parte dell’invincibile montagna della conoscenza; [. . . ] una piccola parte descrittiva dell'eterno indescrivibile". (Hermann Broch, Die unbekannte Grösse).
Aleggia qui l’incompletezza di Gödel. E’ formalmente impraticabile una descrizione esaustiva del Tutto. La matematica non può bastare a se stessa. Ogni sistema deduttivo rimanda ad una iniziale intuizione. C’è sempre un mondo, là fuori da quella limpida rete di notazioni simboliche.
"Richard Hieck, contemplando la lavagna umida, nera e lucente, fu indotto a immaginare un vellutato cielo notturno”. (Hermann Broch, Die unbekannte Grösse).

Fonti:
Robert Musil, Der Mann ohne Eigenschaften, volume 1, Rowohlt, Berlin, 1930; volume 2, Rowohlt, Berlin, 1933. (opera incompiuta oggetto di diverse ricostruzioni filologiche). Ora in Gesammelte Werke. Herausgegeben von Adolf Frisé, Rowohlt, Reinbek, 1978-1981: volumi 1-5: Der Mann ohne Eigenschaften, Rowohlt, Reinbek, 1978. Ed. it.: L’uomo senza qualità, introduzione di Cesare Cases, trad. di Anita Rho, Torino, Einaudi, 1956; L’uomo senza qualità, trad. di Ada Vigliani, Mondadori, Milano 1992-1998; L’uomo senza qualità, trad. di Anita Rho, Gabriella Benedetti e Laura Castoldi, Torino: Einaudi, 1996.

Robert Musil, Der mathematische Mensch, 1913, in Gesammelte Werke, cit., volume 8, trad. it. “L’uomo matematico”, in Saggi e lettere, Einaudi, Torino, 1995,

Hermann Broch, Die unbekannte Grösse, Fischer, Berlin, 1934; trad. it. L’incognita, Lerici, Cosenza, 1962; Editori Riuniti, Roma 1981.

mercoledì 19 marzo 2014

McCulloch e Pitts: A Logical Calculus of Ideas Immanent in Nervous Activity

  
L’articolo rimasto nella storia esce a firma di McCulloch e Pitts nel dicembre 1943.
Il titolo -A Logical Calculus of Ideas Immanent in Nervous Activity1- ed il senso del testo possono essere ben intesi solo tenendo in conto il complesso quadro nel quale, dal quale, il testo emerge: la scuola di Rashevsky; l’orientamento verso un Weltbild -una immagine del mondo scientificamente fondata-, verso una General Theory, verso una Unified Science; il progetto di Hilbert, la sua crisi, segnata dai teoremi di Gödel, la sua rinascita, con Turing, sotto forma di computing; le vicende personali di Pitts, McCulloch, Lettvin; lo sviluppo tecnologico: elettronica, telecomunicazioni, la guerra in corso.
Ma poi l’articolo è assurto poi al rango di fondamento, canone, indiscussa fonte di discipline diverse: computing, cibernetica, Intelligenza Artificiale, neuroscienze, cognitivismo, connessionismo, linguistica, semiotica. E’ accaduto quindi che -col senno di poi, nel quadro del canone ormai fondato della propria disciplina- ognuno abbia trovato nell'articolo ciò che voleva. Ed è accaduto anche che più d’uno, avendo doverosamente citato l'articolo, trovasse superfluo leggerlo.
Questo ha fatto sì che le letture fossero sempre, salvo rare eccezioni, settoriali, parziali, unilineari. Paradosso vuole che un testo teso ad unificare i campi, sia stato origine invece campi diversi, ognuno impermeabile agli altri. La matematica assiomatica, la logica formale, boolena e proposizionale, sono qui assunte a campo universale. Non potendoci fidare di deboli intuizioni, si deve far riferimento ad assiomi. Si afferma dunque, una volta per tutte, che la nervous activity -sostituto controllabile e formalizzabile dell’anima, della psiche e di ogni altro concetto che sfugge alla imperfetta ragione- ha il carattere di‘all-or-none’ activity.
L’assioma è ribadito poco dopo, nel testo, giusto lì dove inizia l’esposizione formalizzata tramite simboli matematici:

We shall make the following physical assumptions for our calculus.
1. The activity of the neuron is an “all-or-none” process.2

La rete neurale, per Pitts, funziona come i circuiti elettrici descritti da Shannon -acceso/spento, aperto/chiuso-. Ma ciò che per Shannon era una evidenza empirica, per Pitts è un assioma, una assunzione di principio posta alla base del calcolo logico che presiede al funzionamento della Mente.
La tesi che vediamo crescere e definirsi nei due precedenti articoli, qui è pienamente affermata: la Mente è una macchina. Una macchina che può essere descritta in modo formale. Anche Turing aveva immaginato una macchina, ma quale differenza: per Turing, data una qualsiasi funzione computabile, esiste sempre una macchina di Turing in grado di eseguirla. Si può quindi immaginare, sovrapponendo diverse macchine in grado ognuna di eseguire una funzione, una macchina universale, che è il il modello astratto, ideale, dei computer che poi, usando i circuiti descritti da Shannon, saranno effettivamente costruiti.
L’esperimento di Shannon è svolto osservando e toccando cose, artefatti: i circuiti elettrici. L’esperimento di Turing è invece mentale: si immagina una macchina possibile. Entrambi sviluppano poi l’idea seguendo i solidi principi della logica formale, del ragionamento deduttivo.
Ma entrambi, sia Shannon che Turing, partono da una intuizione: immaginano qualcosa che non c’è, qualcosa che potrebbe esserci, e potrebbe funzionare come macchina.
Pitts è più puramente matematico, figlio esemplare del suo tempo. Non è mosso da una intuizione relativa al funzionamento della mente. Afferma un assioma: verità, principio che si ammette senza discussione, evidente di per sé. Procede quindi per via apodittica: la necessità logica si traduce in dimostrazione ben fatta.
Entrambe le macchine sono costrutti astratti, teorici. Sia la ‘macchina di Turing’ che la ‘macchina di Pitts’ funzionano in base al calcolo proposizionale, booleano, rappresentato in estrema sintesi dall’opposizione binaria, erede dei classici principi di identità: A è A; di non contraddizione: A non può essere non A, del terzo escluso: dato un sistema a due valori, un enunciato è vero o è falso.
Ma al di là di queste contiguità, le distanze sono abissali.

Il progetto, o il sogno, di Pitts, è di portata enormemente più vasta. Turing, in fondo, si limita a dire che ciò che fa l’uomo può essere fatto da una macchina. Pitts, invece, sostiene che la mente umana è una macchina. Una povera macchina, nient’altro che un caso particolare, una occorrenza del tipo descritto da una Teoria Generale. Una Teoria Generale che prevede l’esistenza di infinite macchine-menti. Una Teoria Generale che prevede l’esistenza di macchine-menti certo capaci di un rendimento superiore al rendimento attingibile dalla macchina-mente-umana. Una Teoria Generale che descrive il funzionamento di ogni mente, e quindi della Mente, tramite le notazioni simboliche della logica proposizionale. Una logica che si riduce infine, nella sua descrizione semplificata, all’algebra boolena: uno o zero, circuito aperto o chiuso.
Se dunque “the activity of the neuron is an ‘all-or-none’ process”, allora sarà possibile A Logical Calculus of Ideas. La visione di Leibniz -il calcolo logico al posto dell’imperfetto ragionare tramite linguaggi naturali-, la visione di Cartesio -la res cogitans raziocinante per via di indiscutibili catene deduttive, la mente separata dal corpo- appaiono del tutto attuali. Si possono immaginare menti prive degli umani difetti, Intelligenze Artificiali capaci di ragion pura.
A sostegno dell’affermazione -“The activity of the neuron is an ‘all-or-none’ process”-, manca un qualsiasi riferimento ad evidenze empiriche, sperimentali. Non conta per Pitts la scienza -l’osservazione di reti viventi- conta edificare un sistema deduttivo privo di contraddizioni. Potremmo aspettarci qualche riferimento bibliografico relativo alla psichiatria, alla fisiologia, alla neurologia – fonti che McCulloch doveva ben conoscere. Ma non ne troviamo traccia.
Anche questa circostanza contribuisce a confermare come, pur nella leale collaborazione, il testo debba essere attribuito più a Pitts che a McCulloch. La bibliografia si limita infatti -ed è un segno di grande forza simbolica, icastica- a tre testi di logica e di matematica; tre testi recenti, ma già canonici. Hilbert, di cui è citato il testo che è la manifestazione più compiuta del suo progetto di fondazione della ‘metamatematica’, linguaggio per ogni scienza. I Principia Mathematica, citati nella Second Edition del 1927, significativamente diversa dall’edizione 1910-1913. E poi la Logische Syntax der Sprache, del 1934, citata nella traduzione inglese del 1937. 
 
1 Warren S. McCulloch, Walter Pitts, “A logical calculus of the ideas immanent in nervous activity”, The Bulletin of Mathematical Biophysics, December 1943, Volume 5, Issue 4, pp 115-133.; trad. it. (parziale) “un calcolo delle idee immanenti nell’attività nervosa”, in Paolo Aldo Rossi (a cura di), Cibernetica e teoria dell’informazione, La Scuola, Brescia, 1978, pp. 135-140.
2Warren S. McCulloch, Walter Pitts, “A logical calculus of the ideas immanent in nervous activity”, cit., II. The Theory: Nets Without Circles, p. 118.