“Interazioni ricorrenti e ricorsive producono un accoppiamento strutturale”. Con questo concetto, dice Humberto Maturana, studioso degli organismi viventi, “designo una storia di cambiamenti strutturali reciproci che rende possibile il sorgere di un dominio condiviso”. “Si dà un accoppiamento strutturale quando le strutture dei due sistemi -strutturalmente plastici- si modificano in conseguenza di interazioni ricorrenti, senza che per questo si distrugga l'identità dei sistemi interagenti”. (Humberto Maturana Romesín, Bernhard Pörksen, Vom Sein zum Tun. Die Ursprünge der Biologie des Erkennens,
Carl Auer, Heidelberg, 2002; cit. dalla trad. spagnola Del ser al hacer. Los orígenes de la biología del conocer, Granica: Juan Carlos Sáez, Buenos Aires, 2008).
Così possiamo vedere ‘accoppiate strutturalmente’ due persone, un insieme di persone; due organizzazioni, un insieme di organizzazioni. Possiamo vedere ‘accoppiati strutturalmente’ anche la persona ed il Personal Computer con cui lavora.
Si tratta di ‘accoppiamenti deboli’. Deboli perché il legame, la connessione non deve rispondere ad astratto criterio di solidità; deve essere, semplicemente, adeguata alla situazione che di volta in volta si presenta. E deboli anche perché il legame non è dato un volta per tutte. L’importante, per ogni organismo vivente, è la sua predisposizione ad accoppiarsi con altri organismi, con chi serve, quando serve, nella misura in cui serve.
Maturana -così come il suo allievo Francisco Varela- è un neurofisiologo che ha allargato lo sguardo alla ‘logica del vivente’, potremmo anche dire che è -non per scuola, ma per pratica- un filosofo della conoscenza. Ma si è sempre guardato bene dal proporre applicazioni strette dei suoi ragionamenti al mondo delle organizzazioni.
Molte meno cautele ha Karl Weick, psicosociologo, uno dei tanti che si nella scia di Maturana e Varela, hanno applicato le riflessioni sulla complessità allo studio delle organizzazioni. Pur privo di originalità, il pensiero di Weick porta comunque qualcosa di nuovo nell’asfittico campo del management.
Eccolo così riprendere intelligentemente il lavoro di Maturana e Varela -che si consolida tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta del secolo scorso-. Resta un punto di riferimento l’articolo del 1976: Educational organizations as loosely coupled systems (Karl Weick, “Educational organizations as loosely coupled systems”, Administrative Science Quarterly, 21 (1976), 1-9 (part)., 21 (1976), 1-9).
I sistemi organizzativi fondati su accoppiamenti deboli sono ridondanti, mancano di un coordinamento, sono carenti di procedure, hanno tempi di reazioni lenti. Ma limitano ad un sottosistema le conseguenze di una catastrofe, permettono adattamenti locali, favoriscono l’emergere di soluzioni creative, garantiscono spazi di autodeterminazione agli attori.
E’ facile per noi pensare come questo modo di vedere si presti stimolare riflessioni sulla forma più conveniente per organizzazione dedite ad attività educative - è questo il tema sviluppato dell’articolo di Weick. Ma è anche subito evidente come il ragionamento possa essere allargato, ed in particolare come il ‘loosely coupling’ possa essere inteso in un ambito sociotecnico, dove persone e risorse informatiche convivono. Questo più vasto scenario è chiaro quando, nel 1990, Wwick torna a scrivere sul tema (J. Douglas Orton, Karl Weick, “Loosely Coupled Systems: A Reconceptualization”, The Academy of Management Review, Vol. 15:2 (1990), pp. 203-223.
A questo punto, appare a tutti evidente che Internet è sistema -rete di reti, senza centro, priva di gerarchie e di controlli fondati su una superiore autorità- la cui struttura si spiega proprio pensando al ‘loosely coupling’. E ancor più: il World Wide Web -sistema di conoscenze appoggiato su Internet, che veniva messo a punto proprio nell’anno in cui esce il secondo articolo di Weick- è la prova vivente dei vantaggi del ‘loose coupling’.
Tutto appare più chiaro dieci anni dopo, quando David Weinberger -formazione filosofica, esperienze di marketing, sguardo visionario, una certa tendenza a fare il guru- pubblica Small Pieces Losely Joined (David Weinberger, Small Pieces Losely Joined. A Unified Theory of the Web, Perseus, 2002; trad. it. Arcipelago Web, Sperling & Kupfer, Milano, 2002).
Il Web non solo unisce in un modo nuovo gli 'oggetti di conoscenza', unisce anche gli esseri umani, tutti noi, tramite connessioni labili e flessibili, prima impensabili. Weininger coglie dunque nella riflessione sugli ‘accoppiamenti deboli’ la chiave di lettura del Web che chiameremo Semantico, e 2.0: il Web che si propone come piattaforma per fare da base a “interazioni ricorrenti e ricorsive” tra persone.
lunedì 25 luglio 2011
venerdì 8 luglio 2011
Il dato come descrizione codificata della cosa
Questo è un nodo centrale della riflessione che porto avanti. Perciò, in questo blog che è un cantiere, o un baule di materiali provvisori, eccomi tornare sullo stesso argomento dell'ultimo post pubblicato prima di questo.
Se lo scrivere usando il computer ci insegna qualcosa, il primo insegnamento è che nessun testo è definitivo.
Vivendo e lavorando l’uomo crea se stesso. Si può quindi pensare all’uomo a prescindere dalle cose. Ma la cosa resta fondamentale nella vita e nel lavoro dell’uomo. Viviamo e lavoriamo osservando cose, creando cose, scambiando cose, utilizzando cose.
Eppure, delle cose abbiamo una percezione imprecisa. La cosa è, in fondo, indescrivibile, inconoscibile. Possiamo intendere la filosofia come il tentativo di dire ‘cosa è la cosa’. Kant ci dice che -essendo la cosa inafferrabile attraverso l’esperienza ‘fisica’, nella vita quotidiana- dobbiamo spostarci di piano. Ciò che per Kant può essere conosciuto è solo la rappresentazione mentale della cosa.
Qui interviene l’informatica, che è prosecuzione della filosofia con altri mezzi. Se la cosa è inconoscibile, può essere però conosciuto il dato che la rappresenta. Come vuole Kant, il dato descrive la cosa attraverso linguaggi formalizzati. Se pur non possiamo afferrare la cosa, sono conoscibili, e maneggiabili, i dati che la descrivono. Allo sfuggirci dell’essenza della cosa, si risponde con la ‘certezza del dato’.
Dobbiamo quindi spostare l’attenzione, e chiederci cosa è il dato.
Il dato è la descrizione della cosa. Dato, non a caso, deriva da data. Si conviene dunque che la conveniente descrizione della cosa esiste dal momento in cui questa descrizione -possiamo chiamarla codifica- passa di mano. Questo è infatti il senso del latino littera data, lettera consegnata al messaggero. La data, dunque, è l’attimo successivo a quello in cui ‘sto dando’; è l’attimo in cui posso dire: ‘ho dato’. In questo attimo posso affermare che la descrizione esiste, che è un dato.
Lo spagnolo sposta l’attenzione. Invece di littera data, carta fecha, ‘carta fatta’, ‘lettera scritta’ -la data è infatti in spagnolo la fecha-. E’ uno spostamento significativo dal punto di vista del lavoro: il momento chiave non è quello in cui scambio o consegno, bensì il momento in cui faccio.
Ma anche nella situazione proposta dalla lingua spagnola, a ben guardare, restiamo sul piano della convenzione. Nessuno può dire con precisione quando ho finito di fare la cosa.
Se io descrivessi la cosa un attimo prima o un attimo dopo, la descrizione sarebbe diversa. E dunque, la formalizzazione dell’informatica non ci salva. Se la cosa resta inconoscibile, anche la sua descrizione è sempre convenzionale.
E dunque non resta che chiederci si quali basi si fonda la convenzione. Proprio di questo interrogativo ci parla, in fondo, la cosa. Il latino ci ricorda che cosa deriva da causa. La descrizione della cosa è quindi ‘decisa da un tribunale’. Il tedesco Ding e l’inglese thing ci propongono invece l’idea che la descrizione della cosa sia ‘decisa da un’assemblea’.
Possiamo preferire l’autorità del giudice o l’autorità dell’assemblea. Ma in ogni caso il dato -la descrizione della cosa, alla cui certezza così tanto ci piace afferraci- non è che una convenzione.
Se lo scrivere usando il computer ci insegna qualcosa, il primo insegnamento è che nessun testo è definitivo.
Vivendo e lavorando l’uomo crea se stesso. Si può quindi pensare all’uomo a prescindere dalle cose. Ma la cosa resta fondamentale nella vita e nel lavoro dell’uomo. Viviamo e lavoriamo osservando cose, creando cose, scambiando cose, utilizzando cose.
Eppure, delle cose abbiamo una percezione imprecisa. La cosa è, in fondo, indescrivibile, inconoscibile. Possiamo intendere la filosofia come il tentativo di dire ‘cosa è la cosa’. Kant ci dice che -essendo la cosa inafferrabile attraverso l’esperienza ‘fisica’, nella vita quotidiana- dobbiamo spostarci di piano. Ciò che per Kant può essere conosciuto è solo la rappresentazione mentale della cosa.
Qui interviene l’informatica, che è prosecuzione della filosofia con altri mezzi. Se la cosa è inconoscibile, può essere però conosciuto il dato che la rappresenta. Come vuole Kant, il dato descrive la cosa attraverso linguaggi formalizzati. Se pur non possiamo afferrare la cosa, sono conoscibili, e maneggiabili, i dati che la descrivono. Allo sfuggirci dell’essenza della cosa, si risponde con la ‘certezza del dato’.
Dobbiamo quindi spostare l’attenzione, e chiederci cosa è il dato.
Il dato è la descrizione della cosa. Dato, non a caso, deriva da data. Si conviene dunque che la conveniente descrizione della cosa esiste dal momento in cui questa descrizione -possiamo chiamarla codifica- passa di mano. Questo è infatti il senso del latino littera data, lettera consegnata al messaggero. La data, dunque, è l’attimo successivo a quello in cui ‘sto dando’; è l’attimo in cui posso dire: ‘ho dato’. In questo attimo posso affermare che la descrizione esiste, che è un dato.
Lo spagnolo sposta l’attenzione. Invece di littera data, carta fecha, ‘carta fatta’, ‘lettera scritta’ -la data è infatti in spagnolo la fecha-. E’ uno spostamento significativo dal punto di vista del lavoro: il momento chiave non è quello in cui scambio o consegno, bensì il momento in cui faccio.
Ma anche nella situazione proposta dalla lingua spagnola, a ben guardare, restiamo sul piano della convenzione. Nessuno può dire con precisione quando ho finito di fare la cosa.
Se io descrivessi la cosa un attimo prima o un attimo dopo, la descrizione sarebbe diversa. E dunque, la formalizzazione dell’informatica non ci salva. Se la cosa resta inconoscibile, anche la sua descrizione è sempre convenzionale.
E dunque non resta che chiederci si quali basi si fonda la convenzione. Proprio di questo interrogativo ci parla, in fondo, la cosa. Il latino ci ricorda che cosa deriva da causa. La descrizione della cosa è quindi ‘decisa da un tribunale’. Il tedesco Ding e l’inglese thing ci propongono invece l’idea che la descrizione della cosa sia ‘decisa da un’assemblea’.
Possiamo preferire l’autorità del giudice o l’autorità dell’assemblea. Ma in ogni caso il dato -la descrizione della cosa, alla cui certezza così tanto ci piace afferraci- non è che una convenzione.
mercoledì 11 maggio 2011
L'ambigua natura del dato
Un professionista dell'informatica non troverà certo oscuro il concetto kantiano di Ding an sich, 'cosa in sé'. La cosa in sé è ciò che il professionista dell'informatica chiama dato. Al fondo, all'interno di una base dati strutturata, al fondo di un System, o meglio, di un Bezugssystem, di una Gestalt, stanno i dati, quelle cose in sé, quelle cose idealizzate e formalizzate, tanto da poter interagire tra di loro.
Il sistema rappresenta, e rende intellegibile, il coacervo di esperienze. Ma a patto di osservare, della complessa cosa, solo la cosa in sé. A patto di tener conto, di ciò che empiricamente sperimentiamo ed osserviamo, solo ciò che passa al vaglio del data model, di un modello di rappresentazione 'razionale', 'scientifica', ottimizzata' definito a priori. Modello che prescinde dal mio sguardo. Di quello che vedo e faccio, conta solo ciò che il modello prevede.
Trova qui la sua ragione filosofica quell''impoverimento dell'informazione' che -in informatica come nelle tecniche contabili- accettiamo come necessità. Pur di avere dati certi, rinunciamo a gran parte delle informazioni.
Lo scorrere del tempo, l'evolversi di un processo, in informatica (così come nelle tecniche contabili) non sono in realtà presi in considerazione. Quale che siano le conseguenze dello scorrere del tempo, si considerano 'buoni' solo i dati previsti dal modello.
Perciò, per ragionare sulla natura di ciò che chiamiamo dato, dobbiamo tornare a ciò che chiamiamo tempo.
Il tempo può essere inteso come sequenza di vuoti, identici, contenitori da riempire di attività. Attimo: spazio brevissimo di tempo, variante di atomo.
E' un susseguirsi di istanti. Instans, 'ciò che accade ora', Instare, 'star sopra', 'incombere', 'incalzare', quindi: 'essere imminente'. E' la speranza o l'attesa che accada, avvenga qualcosa: istantia: 'imminenza', 'domanda che insiste' (insistere: ancora 'stare sopra), 'domanda che attende immediata risposta'. E' la situazione 'locale': qualcosa sta vicino a qualcos'altro, qui, in questo momento.
Tutto questo accade in ogni momento. Momentum: 'impulso' (participio passato di impellere, 'spingere avanti'), contrazione di movimentum, derivato di movere, radice meu, 'spostarsi'.
Dunque: un continuo movimento, un processo. E noi che cerchiamo di non perdere l'attimo nel quale potrebbe accadere qualcosa. L' attimo nel quale le nostre domande potrebbero avere risposta, e i nostri bisogni soddisfatti.
Come determinare con precisione l'attimo –fuggente, fugace– in cui è avvenuto qualcosa? Così, di fronte all'inafferrabilità dell'attimo, ci siamo creati un illusorio, ma rassicurante modo di fermare il tempo – e con il tempo, il fluire della conoscenza e della ricchezza.
Eccoci al concetto di data. Che si fonda su una immagine: la lettera, 'comunicazione scritta'.
Data, dal latino medievale líttera dàta, è la formula, apposta in testa o in calce allo scritto, o sulla busta, indicante il luogo e il momento in cui la lettera veniva consegnata al portatore. In italiano dal 1500, così come in portoghese, data, in francese e inglese date.
Anche in spagnolo troviamo la data data, ma nel 1600 prevale fecha, nel senso lettera 'fatta', cioè 'scritta nel tal giorno e nel tal luogo'. Lo spagnolo ci illumina: il momento in cui 'faccio la lettera', il momento in cui penso e di conseguenza scrivo, resta legato alla soggettività della persona. L'atto è personale, e quindi la cosa, il dato riguarda la persona, sta nel suo dominio. La pretesa, oggettiva certezza del dato qui è del tutto assente.
Ciò che è fatto da ognuno non può essere esattamente circoscritto. Perciò, in mancanza di meglio, si sceglie a fondamento della misura economica e informatica un attimo forse meno importante, ma indiscutibile: l'attimo in cui avviene il passaggio di mano, lo scambio: il momento della transazione.
Eccoci quindi al latino datum, participio passato di dare. Ritroviamo il neutro latino datum in tedesco, mentre in inglese prevale dalla metà del 1600 il plurale di datum: data.
La certezza dei dati, fondamento e dogma della contabilità e dell'informatica, si appoggia dunque su una mera convenzione. Del flusso degli eventi, colgo solo un istante. La lettera scritta e consegnata in un attimo diverso, sarebbe diversa. Ma non potendo controllare questa conoscenza possibile, la trascuro. Faccio come se non esistesse.
Il sistema rappresenta, e rende intellegibile, il coacervo di esperienze. Ma a patto di osservare, della complessa cosa, solo la cosa in sé. A patto di tener conto, di ciò che empiricamente sperimentiamo ed osserviamo, solo ciò che passa al vaglio del data model, di un modello di rappresentazione 'razionale', 'scientifica', ottimizzata' definito a priori. Modello che prescinde dal mio sguardo. Di quello che vedo e faccio, conta solo ciò che il modello prevede.
Trova qui la sua ragione filosofica quell''impoverimento dell'informazione' che -in informatica come nelle tecniche contabili- accettiamo come necessità. Pur di avere dati certi, rinunciamo a gran parte delle informazioni.
Lo scorrere del tempo, l'evolversi di un processo, in informatica (così come nelle tecniche contabili) non sono in realtà presi in considerazione. Quale che siano le conseguenze dello scorrere del tempo, si considerano 'buoni' solo i dati previsti dal modello.
Perciò, per ragionare sulla natura di ciò che chiamiamo dato, dobbiamo tornare a ciò che chiamiamo tempo.
Il tempo può essere inteso come sequenza di vuoti, identici, contenitori da riempire di attività. Attimo: spazio brevissimo di tempo, variante di atomo.
E' un susseguirsi di istanti. Instans, 'ciò che accade ora', Instare, 'star sopra', 'incombere', 'incalzare', quindi: 'essere imminente'. E' la speranza o l'attesa che accada, avvenga qualcosa: istantia: 'imminenza', 'domanda che insiste' (insistere: ancora 'stare sopra), 'domanda che attende immediata risposta'. E' la situazione 'locale': qualcosa sta vicino a qualcos'altro, qui, in questo momento.
Tutto questo accade in ogni momento. Momentum: 'impulso' (participio passato di impellere, 'spingere avanti'), contrazione di movimentum, derivato di movere, radice meu, 'spostarsi'.
Dunque: un continuo movimento, un processo. E noi che cerchiamo di non perdere l'attimo nel quale potrebbe accadere qualcosa. L' attimo nel quale le nostre domande potrebbero avere risposta, e i nostri bisogni soddisfatti.
Come determinare con precisione l'attimo –fuggente, fugace– in cui è avvenuto qualcosa? Così, di fronte all'inafferrabilità dell'attimo, ci siamo creati un illusorio, ma rassicurante modo di fermare il tempo – e con il tempo, il fluire della conoscenza e della ricchezza.
Eccoci al concetto di data. Che si fonda su una immagine: la lettera, 'comunicazione scritta'.
Data, dal latino medievale líttera dàta, è la formula, apposta in testa o in calce allo scritto, o sulla busta, indicante il luogo e il momento in cui la lettera veniva consegnata al portatore. In italiano dal 1500, così come in portoghese, data, in francese e inglese date.
Anche in spagnolo troviamo la data data, ma nel 1600 prevale fecha, nel senso lettera 'fatta', cioè 'scritta nel tal giorno e nel tal luogo'. Lo spagnolo ci illumina: il momento in cui 'faccio la lettera', il momento in cui penso e di conseguenza scrivo, resta legato alla soggettività della persona. L'atto è personale, e quindi la cosa, il dato riguarda la persona, sta nel suo dominio. La pretesa, oggettiva certezza del dato qui è del tutto assente.
Ciò che è fatto da ognuno non può essere esattamente circoscritto. Perciò, in mancanza di meglio, si sceglie a fondamento della misura economica e informatica un attimo forse meno importante, ma indiscutibile: l'attimo in cui avviene il passaggio di mano, lo scambio: il momento della transazione.
Eccoci quindi al latino datum, participio passato di dare. Ritroviamo il neutro latino datum in tedesco, mentre in inglese prevale dalla metà del 1600 il plurale di datum: data.
La certezza dei dati, fondamento e dogma della contabilità e dell'informatica, si appoggia dunque su una mera convenzione. Del flusso degli eventi, colgo solo un istante. La lettera scritta e consegnata in un attimo diverso, sarebbe diversa. Ma non potendo controllare questa conoscenza possibile, la trascuro. Faccio come se non esistesse.
venerdì 4 marzo 2011
Un certo tipo di letteratura e altri scritti
Ho provato qui in estrema sintesi a indicare un percorso che può portarci a ripensare ciò che intendiamo per letteratura alla luce della lezione del computing e delle Web Technologies.
Aggiungo qui qualche traccia di percorsi che ho esplorato. Testi che sul Web hanno trovato qualche lettore. E già qui sta un motivo di riflessione: è così importante, è forse indispensabile pubblicare un libro quando un numero significativo di persone si sono già avvicinati a testi che presentano il mio pensiero? Cosa aggiunge al valore di ciò che sostengo la pubblicazione sotto forma di libro?
Il primo scritto che segnalo è Un certo tipo di letteratura. Dove si mostra la contiguità tra letteratura, la narrazione, e ciò che si tende a chiamare oggi Knowledge Management. Parto da un folgorante, illuminante exergo di Ted Nelson, il gran visionario che negli anni '60 del secolo scorso pensò l'ipertesto -il resto come rete e non solo come sequenza-, pensò al supporto cartaceo come vincolo limitante, pensò alla letteratura come processo incessante. La frase -che è presumibilmente del 1981- sembra scritta oggi, e ci illumina sul presente:
Immaginate un’accessibilità e un entusiasmo nuovi, che possano schiodare la narcosi da video che oggi incombe sul Paese come una cappa di nebbia. Immaginate una nuova cultura libertaria dove spiegazioni alternative permettono a chiunque di scegliere l’approccio e il tracciato a lui più confacente; dove le idee siano accessibili e interessanti per chiunque, così che l’esperienza umana possa godere di una nuova libertà e di una nuova ricchezza; immaginate una rinascita della letteratura.
Ted H. Nelson, Literary Machines, 1981
Aggiungo qui qualche traccia di percorsi che ho esplorato. Testi che sul Web hanno trovato qualche lettore. E già qui sta un motivo di riflessione: è così importante, è forse indispensabile pubblicare un libro quando un numero significativo di persone si sono già avvicinati a testi che presentano il mio pensiero? Cosa aggiunge al valore di ciò che sostengo la pubblicazione sotto forma di libro?
Il primo scritto che segnalo è Un certo tipo di letteratura. Dove si mostra la contiguità tra letteratura, la narrazione, e ciò che si tende a chiamare oggi Knowledge Management. Parto da un folgorante, illuminante exergo di Ted Nelson, il gran visionario che negli anni '60 del secolo scorso pensò l'ipertesto -il resto come rete e non solo come sequenza-, pensò al supporto cartaceo come vincolo limitante, pensò alla letteratura come processo incessante. La frase -che è presumibilmente del 1981- sembra scritta oggi, e ci illumina sul presente:
Immaginate un’accessibilità e un entusiasmo nuovi, che possano schiodare la narcosi da video che oggi incombe sul Paese come una cappa di nebbia. Immaginate una nuova cultura libertaria dove spiegazioni alternative permettono a chiunque di scegliere l’approccio e il tracciato a lui più confacente; dove le idee siano accessibili e interessanti per chiunque, così che l’esperienza umana possa godere di una nuova libertà e di una nuova ricchezza; immaginate una rinascita della letteratura.
Ted H. Nelson, Literary Machines, 1981
Il secondo testo che propongo è La restituzione poetica. Qui metto in gioco lo 'sguardo etnografico' che mi ha guidato quando lavoravo come antropologo, sguardo con il quale poi, mi sono reso conto, ho continuato a guardare il mondo, da critico letterario, da analista di organizzazione, così come da poeta in prima persona. (Da questo sguardo del poeta, che è allo stesso tempo scienziato, nasce il mio interesse per Goethe, interesse di cui in questo blog trovate vari cenni).
Il terzo e il quarto testo connettono i miei ragionamenti sul futuro della letteratura -ovvero la letteratura come rete di testi che rimandano a testi che rimandano a testi...- con lo studio di una letteratura in particolare, o forse dovrei dire una meta-letteratura: la letteratura in lingua spagnola, e la lingua ad essa legata, nel loro continuo andirivieni tra due mondi, di qua e di là dall'Oceano, e andirivieni tra tempi diversi, ma in fondo compresenti: la lingua del 1500, la lingua del finire del Ventesimo Secolo. E' il tema a cui ho dedicato nel 1998 Viaggio letterario in America Latina, un saggio per lungo tempo inaccessibile, perché esaurito, ora di nuovo disponibile presso un diverso editore, ed anche accessibile in buona misura su Google Libri -ancora un esempio di come il libro oggetto limita l'accesso alla conoscenza, e di come invece il Web, in forma nuove, ripropone e allarga l'accesso. ristampato,
sabato 29 gennaio 2011
Against Facebook
Anch’io sono su Facebook, e mi dirà qualcuno che legge se per coerenza dovrei togliermi di lì.
Ma i motivi per criticare questa piattaforma sono tali e tanti che non si può star zitti. Fa impressione la miope accondiscendenza con la quale accettiamo la sostituzione del World Wide Web con questo simulacro. Fa impressione la piaggeria con la quale ci accodiamo gli uni agli altri, aprendo pagine personali ed aziendali in questo luogo chiuso, negatore già in origine della liberà digitale. Fa impressione la passività con la quale, pur di essere presenti lì, accettiamo vincoli umilianti – fino a cedere i diritti di ciò che è nostro a chi governa quel sottomondo.
Fa impressione notare come non si colga la differenza tra la galassia Google e questa ridicola gabbia. E' giusto vedere in Google una minaccia, per come Google è in grado di sapere di noi, e tracciare i nostri comportamenti. Ma almeno, tutto ciò che Google propone, ogni luogo ed ogni strumento, si fonda sui protocolli Internet, e sulle raccomandazioni che governano il World Wide Web. Ogni dato può essere connesso ad ogni altro dato, dentro e fuori dal perimetro di ciò che Google ci offre. Google, al di là di tutto, sta nel World Wide Web, che è un luogo pubblico e in fondo democratico, fondato su regole in buona misura trasparenti e condivise.
Google accetta l’idea dei Commons, anzi la sostiene. Ognuno può contribuire alla creazione di risorse condivise, le mie conoscenze sono anche le tue, la mia rete è anche la tua. Puristi criticano giustamente Google per l’imperfezione con la quale rispetta i fondamenti del Web Semantico, “a common framework that allows data to be shared and reused across application, enterprise, and community boundaries”. Ma se Google rispetta le regole della condivisione in modo parziale, Facebook se ne frega del tutto. Facebook pretende di sostituirsi al World Wide Web. Ci impone un suo codice, e impone le regole in base alle quali ognuno deve sottostare. Impone ad ognuno il proprio framework, consapevolmente impedisce che i dati siano “shared and reused across application, enterprise, and community boundaries”.
Dispiace, dicevo, osservare la piaggeria, la disponibilità alla sudditanza, l'atteggiamento remissivo di operatori di imprese, attori di vario tipo, società di consulenza, anche di origine universitaria, che spingono ad utilizzare Facebook, proponendolo anche in ambiti aziendali.
Guarda caso sono gli stessi che spingono con tutte le loro forze sul pedale dell’iPad. Chiaro il disegno. Con l’iPad si pretende di sostituire il World Wide Web in un mondo chiuso tramite le limitazioni del browser, e quindi tramite la trasformazione di liberi accessi via Web in applicazione controllate. Con Facebook, parallelamente, secondo braccio della stessa strategia a tenaglia, si pretende di sostituire il World Wide Web con una sua versione stupida e povera. Dove il ‘cittadino digitale’ è di nuovo ridotto ad utente.
Per applicazioni importanti e difficili, così, ognuno dovrà ricorre ai soliti esperti che ci dicono cosa fare, come fare, e ci fanno pagare per darci, a fronte di un nostro bisogno, un qualche aggeggio costruito in modo tale da assoggettarci al controllo. Per chi si occupa da professionista di informatica, il solito dispetto nei confronti degli strumenti che fanno venir meno la loro necessaria mediazione; il solito tentativo di rendere banale ciò che le persone possono fare da sole; il solito tentativo di ripristinare il loro controllo ed il loro necessario intervento.
E così tutti noi, eccoci a giochicchiare con Facebook, sprecando così il tempo che potremmo dedicare a navigare nel vasto mare del Web; rinunciando anche a quel po’ di costruttiva fatica necessaria per mettere in piedi un proprio blog. Eccoci qui a subire l’aspettativa di coloro a cui fa comodo che ce ne stiamo buoni buoni dentro Facebook. Fa comodo che si stia lì a cazzeggiare, a mettere lì la fotina accompagnata da qualche tag, a dire cosa mi passa per la mente ora, a dire due parole sull'ultimo libro letto o il film visto.
Non ci fa onore, sopratutto, limitarci a dire mi piace o non mi piace. Non siamo nati per essere follower. La Rete ci libera dall'essere gregari. Ma Facebook ci ricaccia in uno spazio chiuso, predeterminato, uniformato, livellato in basso.
Il mettere le nostre piccolo cose lì dove e come Facebook ci concede di metterle, è costruire conoscenza? In parte sì. Non disprezziamo nulla. Prendiamo quello che c'è di buono anche in Facebook, d'accordo. Facebook, si dice, ha contribuito alle recenti rivoluzioni democratiche in Nord Africa.
Meglio Facebook che nulla. Eppure Facebook resta la caricatura di ciò che un 'social network' potrebbe essere. La responsabilità, come sempre, è nostra. Di noi che anche di fronte a strumenti che ci permettono di 'stare al centro', preferiamo per pigrizia il ruolo di seguaci.
Il successo universale non è motivo sufficiente per dar valore a una cosa. I libri che vendono di più non sono sempre i migliori. Le piattaforme Web più diffuse non sono per questo le più utili, le più libere, le più etiche.
Confrontate Facebook con Ushahidi. Da un lato un mondo-giocattolo, dove tutti siamo ridotti alla misera apparente libertà che può avere il povero Truman Burbank chiuso nel suo universo di cartapesta, ognuno di noi ridotto a vivere in un Truman Show. Dall’altro il vero mondo abitato da uomini liberi, che si auto-organizzano per offrirsi reciprocamente, tramite reti sociali, i servizi che gli Stati e le organizzazioni pubbliche e private non sanno, o non voglio offrire.
Non a caso, a guidare i due progetti, da un lato ragazzi viziati, arroganti, cresciuti nei falsi miti dell’Occidente, tesi a nient’altro che a guadagnare senza limite vile denaro. Dall’altro kenioti e ugandesi, uomini e donne che hanno studiato a costo di enormi sacrifici, che hanno toccato con mano la povertà ed i veri bisogni.
Ma i motivi per criticare questa piattaforma sono tali e tanti che non si può star zitti. Fa impressione la miope accondiscendenza con la quale accettiamo la sostituzione del World Wide Web con questo simulacro. Fa impressione la piaggeria con la quale ci accodiamo gli uni agli altri, aprendo pagine personali ed aziendali in questo luogo chiuso, negatore già in origine della liberà digitale. Fa impressione la passività con la quale, pur di essere presenti lì, accettiamo vincoli umilianti – fino a cedere i diritti di ciò che è nostro a chi governa quel sottomondo.
Fa impressione notare come non si colga la differenza tra la galassia Google e questa ridicola gabbia. E' giusto vedere in Google una minaccia, per come Google è in grado di sapere di noi, e tracciare i nostri comportamenti. Ma almeno, tutto ciò che Google propone, ogni luogo ed ogni strumento, si fonda sui protocolli Internet, e sulle raccomandazioni che governano il World Wide Web. Ogni dato può essere connesso ad ogni altro dato, dentro e fuori dal perimetro di ciò che Google ci offre. Google, al di là di tutto, sta nel World Wide Web, che è un luogo pubblico e in fondo democratico, fondato su regole in buona misura trasparenti e condivise.
Google accetta l’idea dei Commons, anzi la sostiene. Ognuno può contribuire alla creazione di risorse condivise, le mie conoscenze sono anche le tue, la mia rete è anche la tua. Puristi criticano giustamente Google per l’imperfezione con la quale rispetta i fondamenti del Web Semantico, “a common framework that allows data to be shared and reused across application, enterprise, and community boundaries”. Ma se Google rispetta le regole della condivisione in modo parziale, Facebook se ne frega del tutto. Facebook pretende di sostituirsi al World Wide Web. Ci impone un suo codice, e impone le regole in base alle quali ognuno deve sottostare. Impone ad ognuno il proprio framework, consapevolmente impedisce che i dati siano “shared and reused across application, enterprise, and community boundaries”.
Dispiace, dicevo, osservare la piaggeria, la disponibilità alla sudditanza, l'atteggiamento remissivo di operatori di imprese, attori di vario tipo, società di consulenza, anche di origine universitaria, che spingono ad utilizzare Facebook, proponendolo anche in ambiti aziendali.
Guarda caso sono gli stessi che spingono con tutte le loro forze sul pedale dell’iPad. Chiaro il disegno. Con l’iPad si pretende di sostituire il World Wide Web in un mondo chiuso tramite le limitazioni del browser, e quindi tramite la trasformazione di liberi accessi via Web in applicazione controllate. Con Facebook, parallelamente, secondo braccio della stessa strategia a tenaglia, si pretende di sostituire il World Wide Web con una sua versione stupida e povera. Dove il ‘cittadino digitale’ è di nuovo ridotto ad utente.
Per applicazioni importanti e difficili, così, ognuno dovrà ricorre ai soliti esperti che ci dicono cosa fare, come fare, e ci fanno pagare per darci, a fronte di un nostro bisogno, un qualche aggeggio costruito in modo tale da assoggettarci al controllo. Per chi si occupa da professionista di informatica, il solito dispetto nei confronti degli strumenti che fanno venir meno la loro necessaria mediazione; il solito tentativo di rendere banale ciò che le persone possono fare da sole; il solito tentativo di ripristinare il loro controllo ed il loro necessario intervento.
E così tutti noi, eccoci a giochicchiare con Facebook, sprecando così il tempo che potremmo dedicare a navigare nel vasto mare del Web; rinunciando anche a quel po’ di costruttiva fatica necessaria per mettere in piedi un proprio blog. Eccoci qui a subire l’aspettativa di coloro a cui fa comodo che ce ne stiamo buoni buoni dentro Facebook. Fa comodo che si stia lì a cazzeggiare, a mettere lì la fotina accompagnata da qualche tag, a dire cosa mi passa per la mente ora, a dire due parole sull'ultimo libro letto o il film visto.
Non ci fa onore, sopratutto, limitarci a dire mi piace o non mi piace. Non siamo nati per essere follower. La Rete ci libera dall'essere gregari. Ma Facebook ci ricaccia in uno spazio chiuso, predeterminato, uniformato, livellato in basso.
Il mettere le nostre piccolo cose lì dove e come Facebook ci concede di metterle, è costruire conoscenza? In parte sì. Non disprezziamo nulla. Prendiamo quello che c'è di buono anche in Facebook, d'accordo. Facebook, si dice, ha contribuito alle recenti rivoluzioni democratiche in Nord Africa.
Meglio Facebook che nulla. Eppure Facebook resta la caricatura di ciò che un 'social network' potrebbe essere. La responsabilità, come sempre, è nostra. Di noi che anche di fronte a strumenti che ci permettono di 'stare al centro', preferiamo per pigrizia il ruolo di seguaci.
Il successo universale non è motivo sufficiente per dar valore a una cosa. I libri che vendono di più non sono sempre i migliori. Le piattaforme Web più diffuse non sono per questo le più utili, le più libere, le più etiche.
Confrontate Facebook con Ushahidi. Da un lato un mondo-giocattolo, dove tutti siamo ridotti alla misera apparente libertà che può avere il povero Truman Burbank chiuso nel suo universo di cartapesta, ognuno di noi ridotto a vivere in un Truman Show. Dall’altro il vero mondo abitato da uomini liberi, che si auto-organizzano per offrirsi reciprocamente, tramite reti sociali, i servizi che gli Stati e le organizzazioni pubbliche e private non sanno, o non voglio offrire.
Non a caso, a guidare i due progetti, da un lato ragazzi viziati, arroganti, cresciuti nei falsi miti dell’Occidente, tesi a nient’altro che a guadagnare senza limite vile denaro. Dall’altro kenioti e ugandesi, uomini e donne che hanno studiato a costo di enormi sacrifici, che hanno toccato con mano la povertà ed i veri bisogni.
venerdì 28 gennaio 2011
Il Web è la letteratura, la letteratura è il Web
Cosa è la letteratura. Una domanda che pare eccessiva, o troppo banale.
Borges, forse più di ogni altro autore del Ventesimo Secolo, ci spinge a osare, e a non dare per scontato lo ‘spazio letterario’. La Biblioteca di Babele distrugge i confini limitati che la nozione stessa di biblioteca porta con se. La costruzione di senso ci appare nel giardino dei sentieri che si biforcano slegata da qualsiasi cammino già percorso. Menard che riscrive il Don Quijote distrugge il ruolo consolidato dell’autore inteso come forgiatore di opera nuova. Funes che non riesce a dimenticare distrugge il ruolo del lettore stupido di fronte ad un libro nuovo.
Lo sguardo di Borges si affaccia dall’esterno sulla letteratura che conosciamo, facendocela apparire come niente più di una delle letterature possibili. I confini tra generi letterari, tra letterature nazionali, tra letteratura alta e letteratura bassa, tra mainstream e schund, alla luce del suo sguardo, ci appaiono del tutto convenzionali.
E ancora la letteratura, con Borges, ci appare come ‘costruzione in abisso’: Borges meta-autore scrive di Borges autore; dentro una biblioteca universale sta una biblioteca che contiene un altra biblioteca, e così in un gioco infinito. E dentro un libro sta un libro rimanda ad ogni altro libro. E dunque la letteratura è un sistema ricorsivo: una macchina per compiere attività ripetitive. E dunque la letteratura è un meta-testo che contiene ogni testo. E dunque la letteratura è un prodotto collettivo, dove la figura del singolo autore appare ricondotta al suo marginalissimo significato. Il singolo autore è autore di niente più che minuscole varianti di un’opera che è costruzione sociale in continuo divenire. Ogni singola opera non è che una rete intimamente connesse a una rete più vasta, opera omnia.
Possiamo dire che Borges, con lo sguardo anticipatore dell’artista, ci parla della letteratura così come essa ci si presenta nell’epoca del computing e del World Wide Web.
Possiamo allora forse dire che Borges ci guida nel rispondere ad un fascio di interrogativi che osservatori attenti si pongono.
Cosa cambia nella macchina della produzione di letteratura lì dove la letteratura è prodotta per mezzo di computer – perché ormai l’autore scrive con un word processor – e quindi ogni testo è un testo digitalizzalo. E perché anche dove l’autore continui a scrivere con carta e penna il testo è rivisto da editor ed editori mediante computer, ed in ogni caso la digitalizzazione è necessaria mediazione anche per la stampa del tradizionale libro cartaceo.
Cosa cambia quando il testo è impalpabile ‘software’, codice digitalizzato, scrittura che può generare manifestazioni differenti, manifestazioni che possono apparire agli occhi del fruitore come sequenze di segni alfabetici, di ideogrammi, di immagini fisse o in movimento, di suoni o di musica.
Cosa cambia quando di fronte a questo testo, sempre potenzialmente in fieri, autore, lettore ed interprete perdono le reciproche distante, fino ad apparire come diversi atteggiamenti di una stesso persona.
Cosa cambia quando la letteratura è fruibile come sistema percorribile muovendosi all’interno della singola opera con libertà sconfinata, seguendo una parola, una frase, un percorso di senso. Cosa cambia quando il testo non è più unidirezionale, condizionato da un inizio ed una fine, da un incipit ed un explicit, ed è invece liberamente percorribile come rete. Questa enorme novità, possiamo sottolineare, è talmente rivoluzionaria da spingerci ad adottare una nuovo termine: ‘ipertesto’. Perché, sebbene ogni testo sia potenzialmente ciò che oggi intendiamo con ‘ipertesto’, la parola testo -che pure sta per ‘tessuto’, e quindi ci parla già di questa possibilità, di questa implicita rete- la parola testo vede ridotto il suo senso dall’analogia con il libro.
Cosa cambia quando la letteratura –intesa come biblioteca digitale– è percorribile attraversando le singole opere, scomponendole e ricomponendole, in enne sempre diverse opere possibili.
Cosicché quando parliamo di ‘critica del testo’, o di ‘teoria della letteratura’, limitiamo il nostro pensiero alla letteratura fatta di opere discrete, ognuna chiusa nella forma di singolo libro.
E cosa cambia quando la letteratura non è più soggetta all’oblio. La produzione letteraria, abbiamo sempre pensato, gode del vincolo legato alla memoria. La memoria ci appariva fino ad ieri per sua natura limitata. L’impossibilità di ricordare tutto ci impone di reinventare. Il poeta, ci siamo detti, è colui che abusa: va oltre il senso già dato. Ma se ora disponiamo di memoria infinita, se tutto può essere ricordato, se è facile accedere a tutto ciò che è stato scritto, ed anche a tutta la letteratura orale, quale spazio resta, o si apre, per la creazione letteraria.
Sono domande senza risposta. Ma le domande ci permettono di dire che la letteratura è altrove, non è più, solo, lì dove la cercavamo. Non è più solo nelle poche opera pubblicate, conservate in biblioteche sotto forma di libri cartacei. Non è più solo dove continuano a cercarla critici letterari, storici della letteratura, filologi.
In questa luce ci appare criticabile l’atteggiamento di studiosi che si affacciano sullo scenario aperto dalle ‘nuove tecnologie’, e magari si interrogano a proposito della ‘lingua del web’ ed lavora su corpora estratti dal Web. Il loro atteggiamento è criticabile perché considerano la ‘letteratura sul Web’, un mondo separato e minore rispetto al nobile mondo letterario fatto di tradizionali libri.
In questa luce appare criticabile l’atteggiamento di quegli studiosi ben disposti verso il nuovo che emerge, e che pure meravigliati si interrogano sul perché non sia apparso, nei dieci o vent’anni di vita del Web, nessuna opera che ai loro occhi di critici attenti appaia come ‘capolavoro’. Essi cercano il ‘capolavoro’ lì dove, nel nuovo scenario, non può essere. Cercano la singola opera, così come la si poteva cercare nel mondo letterario fatto di opere discrete, di singole opere chiuse in singoli libri.
Dovremmo imparare a guardare altrimenti alla letteratura. La letteratura è il World Wide Web. Il World Wide Web è la letteratura. Nel Web potremo trovare, come Borges ci ha insegnato, ogni opera possibile. Il ‘capolavoro’ è lì, ma non già costruito, inteso come unico capolavoro possibile. Nel Web sta il capolavoro come sistema di possibilità, come testo potenziale. Forse sarà il critico attento, forse ogni ‘lettore’, a costruire ‘capolavori’ muovendosi nella gran galassia.
Oltre Borges, mi pare che ci guidi Marx quando parlava di General Intellect. E mi pare abbastanza evidente il filo che lega la noosfera di Theilard de Chardin, il pianeta modificata dal pensiero umano in una continua evoluzione, alla biosfera di Vernadski,il globo terrestre inteso come sistema vivente unitario. Altrettanto evidente è il passaggio dalla biosfera di Vernadski alla semiosfera di Lotman. La semiosfera è il luogo della semiosi, della continua, indefessa produzione di senso.
Forse proprio da Lotman dovremmo ripartire, se il nostro scopo è intendere perché il Web è la letteratura e la letteratura è il Web.
“L’universo semiotico”, ci dice Lotman, “può essere considerato un insieme di testi e di linguaggi separati l’uno dall’altro. In questo caso tutto l’edificio apparirà formato da singoli mattoni”. E questa è la letteratura che conosciamo, fatta di sigole opere, singoli libri, singole biblioteche. “È però più feconda”, continua Lotman, “l’impostazione opposta. Tutto lo spazio semiotico si può considerare infatti come un unico meccanismo (se non come un unico organismo). Ad avere un ruolo primario non sarà allora questo o quel mattone, ma il ‘grande sistema’ chiamato semiosfera”.
Borges, forse più di ogni altro autore del Ventesimo Secolo, ci spinge a osare, e a non dare per scontato lo ‘spazio letterario’. La Biblioteca di Babele distrugge i confini limitati che la nozione stessa di biblioteca porta con se. La costruzione di senso ci appare nel giardino dei sentieri che si biforcano slegata da qualsiasi cammino già percorso. Menard che riscrive il Don Quijote distrugge il ruolo consolidato dell’autore inteso come forgiatore di opera nuova. Funes che non riesce a dimenticare distrugge il ruolo del lettore stupido di fronte ad un libro nuovo.
Lo sguardo di Borges si affaccia dall’esterno sulla letteratura che conosciamo, facendocela apparire come niente più di una delle letterature possibili. I confini tra generi letterari, tra letterature nazionali, tra letteratura alta e letteratura bassa, tra mainstream e schund, alla luce del suo sguardo, ci appaiono del tutto convenzionali.
E ancora la letteratura, con Borges, ci appare come ‘costruzione in abisso’: Borges meta-autore scrive di Borges autore; dentro una biblioteca universale sta una biblioteca che contiene un altra biblioteca, e così in un gioco infinito. E dentro un libro sta un libro rimanda ad ogni altro libro. E dunque la letteratura è un sistema ricorsivo: una macchina per compiere attività ripetitive. E dunque la letteratura è un meta-testo che contiene ogni testo. E dunque la letteratura è un prodotto collettivo, dove la figura del singolo autore appare ricondotta al suo marginalissimo significato. Il singolo autore è autore di niente più che minuscole varianti di un’opera che è costruzione sociale in continuo divenire. Ogni singola opera non è che una rete intimamente connesse a una rete più vasta, opera omnia.
Possiamo dire che Borges, con lo sguardo anticipatore dell’artista, ci parla della letteratura così come essa ci si presenta nell’epoca del computing e del World Wide Web.
Possiamo allora forse dire che Borges ci guida nel rispondere ad un fascio di interrogativi che osservatori attenti si pongono.
Cosa cambia nella macchina della produzione di letteratura lì dove la letteratura è prodotta per mezzo di computer – perché ormai l’autore scrive con un word processor – e quindi ogni testo è un testo digitalizzalo. E perché anche dove l’autore continui a scrivere con carta e penna il testo è rivisto da editor ed editori mediante computer, ed in ogni caso la digitalizzazione è necessaria mediazione anche per la stampa del tradizionale libro cartaceo.
Cosa cambia quando il testo è impalpabile ‘software’, codice digitalizzato, scrittura che può generare manifestazioni differenti, manifestazioni che possono apparire agli occhi del fruitore come sequenze di segni alfabetici, di ideogrammi, di immagini fisse o in movimento, di suoni o di musica.
Cosa cambia quando di fronte a questo testo, sempre potenzialmente in fieri, autore, lettore ed interprete perdono le reciproche distante, fino ad apparire come diversi atteggiamenti di una stesso persona.
Cosa cambia quando la letteratura è fruibile come sistema percorribile muovendosi all’interno della singola opera con libertà sconfinata, seguendo una parola, una frase, un percorso di senso. Cosa cambia quando il testo non è più unidirezionale, condizionato da un inizio ed una fine, da un incipit ed un explicit, ed è invece liberamente percorribile come rete. Questa enorme novità, possiamo sottolineare, è talmente rivoluzionaria da spingerci ad adottare una nuovo termine: ‘ipertesto’. Perché, sebbene ogni testo sia potenzialmente ciò che oggi intendiamo con ‘ipertesto’, la parola testo -che pure sta per ‘tessuto’, e quindi ci parla già di questa possibilità, di questa implicita rete- la parola testo vede ridotto il suo senso dall’analogia con il libro.
Cosa cambia quando la letteratura –intesa come biblioteca digitale– è percorribile attraversando le singole opere, scomponendole e ricomponendole, in enne sempre diverse opere possibili.
Cosicché quando parliamo di ‘critica del testo’, o di ‘teoria della letteratura’, limitiamo il nostro pensiero alla letteratura fatta di opere discrete, ognuna chiusa nella forma di singolo libro.
E cosa cambia quando la letteratura non è più soggetta all’oblio. La produzione letteraria, abbiamo sempre pensato, gode del vincolo legato alla memoria. La memoria ci appariva fino ad ieri per sua natura limitata. L’impossibilità di ricordare tutto ci impone di reinventare. Il poeta, ci siamo detti, è colui che abusa: va oltre il senso già dato. Ma se ora disponiamo di memoria infinita, se tutto può essere ricordato, se è facile accedere a tutto ciò che è stato scritto, ed anche a tutta la letteratura orale, quale spazio resta, o si apre, per la creazione letteraria.
Sono domande senza risposta. Ma le domande ci permettono di dire che la letteratura è altrove, non è più, solo, lì dove la cercavamo. Non è più solo nelle poche opera pubblicate, conservate in biblioteche sotto forma di libri cartacei. Non è più solo dove continuano a cercarla critici letterari, storici della letteratura, filologi.
In questa luce ci appare criticabile l’atteggiamento di studiosi che si affacciano sullo scenario aperto dalle ‘nuove tecnologie’, e magari si interrogano a proposito della ‘lingua del web’ ed lavora su corpora estratti dal Web. Il loro atteggiamento è criticabile perché considerano la ‘letteratura sul Web’, un mondo separato e minore rispetto al nobile mondo letterario fatto di tradizionali libri.
In questa luce appare criticabile l’atteggiamento di quegli studiosi ben disposti verso il nuovo che emerge, e che pure meravigliati si interrogano sul perché non sia apparso, nei dieci o vent’anni di vita del Web, nessuna opera che ai loro occhi di critici attenti appaia come ‘capolavoro’. Essi cercano il ‘capolavoro’ lì dove, nel nuovo scenario, non può essere. Cercano la singola opera, così come la si poteva cercare nel mondo letterario fatto di opere discrete, di singole opere chiuse in singoli libri.
Dovremmo imparare a guardare altrimenti alla letteratura. La letteratura è il World Wide Web. Il World Wide Web è la letteratura. Nel Web potremo trovare, come Borges ci ha insegnato, ogni opera possibile. Il ‘capolavoro’ è lì, ma non già costruito, inteso come unico capolavoro possibile. Nel Web sta il capolavoro come sistema di possibilità, come testo potenziale. Forse sarà il critico attento, forse ogni ‘lettore’, a costruire ‘capolavori’ muovendosi nella gran galassia.
Oltre Borges, mi pare che ci guidi Marx quando parlava di General Intellect. E mi pare abbastanza evidente il filo che lega la noosfera di Theilard de Chardin, il pianeta modificata dal pensiero umano in una continua evoluzione, alla biosfera di Vernadski,il globo terrestre inteso come sistema vivente unitario. Altrettanto evidente è il passaggio dalla biosfera di Vernadski alla semiosfera di Lotman. La semiosfera è il luogo della semiosi, della continua, indefessa produzione di senso.
Forse proprio da Lotman dovremmo ripartire, se il nostro scopo è intendere perché il Web è la letteratura e la letteratura è il Web.
“L’universo semiotico”, ci dice Lotman, “può essere considerato un insieme di testi e di linguaggi separati l’uno dall’altro. In questo caso tutto l’edificio apparirà formato da singoli mattoni”. E questa è la letteratura che conosciamo, fatta di sigole opere, singoli libri, singole biblioteche. “È però più feconda”, continua Lotman, “l’impostazione opposta. Tutto lo spazio semiotico si può considerare infatti come un unico meccanismo (se non come un unico organismo). Ad avere un ruolo primario non sarà allora questo o quel mattone, ma il ‘grande sistema’ chiamato semiosfera”.
mercoledì 19 gennaio 2011
Una possibile meta-lezione universitaria, ovvero Podcast e Webcast su iTune University
Il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica dell'Università di Pisa ha generato un Laboratorio di Cultura Digitale. Il Laboratorio di Cultura digitale ha prodotto una serie di 'testi multimediali ed ipertestuali' relativi a insegnamenti del Corso stesso, e in genere dell'Università di Pisa. Questi 'testi', in virtù di un accordo con la Apple, sono disponibili come Webcast e Podcast su iTune University.
Uno dei primi 'testi', montato -a partire da miei materiali- dal ricercatore Alberto Dalla Rosa, è una mia 'lezione' sul tema del mio insegnamento 'Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura'.
Debbo necessariamente scrivere 'lezione' tra virgolette. Perché dobbiamo chiederci: cosa è davvero una lezione universitaria? E che senso ha oggi l'Università, luogo tra i tanti in una pluralità di media e di ambienti di apprendimento? Come si riconfigura il ruolo del 'docente' in un quadro che ci vede tutti knowledge worker?
Ecco dunque un piccolo esempio di narrazione non troppo accademica, che pone al centro degli interrogativi attorno ai quali ragiono in questo blog. Come si scrive e come si legge oggi? Come si produce letteratura?
Una notte ho narrato a me stesso scrivendo con la voce...Qui riporto brani di quello che ho chiamato 'Discorso notturno a me stesso'. E qui racconto come è nato questo 'discorso'. E anche da dove viene in titolo di questo blog: Dieci chili di perle.
Lo 'scrivere', oggi, con gli strumenti di cui disponiamo, vada ben oltre il 'vergare segni su un supporto cartaceo'.
Oggi allo 'scrivere con una penna', vergando segni su un supporto che chiamiamo 'foglio, si affianca lo scrivere interagendo con un Personal Computer dotato di word processor tramite una tastiera; e affianca anche lo 'scrivere con la voce'.
La scrittura così, quale sia il mezzo usato, ci appare come manifestazione, formalizzazione del personale pensiero mediata da diverse tecnologie. Dunque dobbiamo chiederci a quali diversi risultati ci porta lo scrivere in diversi ambienti e contesti tecnologici.
E' importante ricordare che il Personal Computer non è una macchina con la quale si pretende di sostituire l'uomo, una macchina alla quale l'uomo è asservito, ma al contrario, è una protesi del nostro personale sistema mente-corpo, uno strumento, un utensile, che permette all'uomo di 'espandere l'area della propria coscienza', come voleva Licklider.
E ancora possiamo dire che questo modo 'allargato' di intendere la scrittura si fonda con quella interazione con strumenti e utensili di cui parla in modo illuminante Heidegger quando ci propone il concetto di Zuhandenheit.
Uno dei primi 'testi', montato -a partire da miei materiali- dal ricercatore Alberto Dalla Rosa, è una mia 'lezione' sul tema del mio insegnamento 'Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura'.
Debbo necessariamente scrivere 'lezione' tra virgolette. Perché dobbiamo chiederci: cosa è davvero una lezione universitaria? E che senso ha oggi l'Università, luogo tra i tanti in una pluralità di media e di ambienti di apprendimento? Come si riconfigura il ruolo del 'docente' in un quadro che ci vede tutti knowledge worker?
Ecco dunque un piccolo esempio di narrazione non troppo accademica, che pone al centro degli interrogativi attorno ai quali ragiono in questo blog. Come si scrive e come si legge oggi? Come si produce letteratura?
Una notte ho narrato a me stesso scrivendo con la voce...Qui riporto brani di quello che ho chiamato 'Discorso notturno a me stesso'. E qui racconto come è nato questo 'discorso'. E anche da dove viene in titolo di questo blog: Dieci chili di perle.
Lo 'scrivere', oggi, con gli strumenti di cui disponiamo, vada ben oltre il 'vergare segni su un supporto cartaceo'.
Oggi allo 'scrivere con una penna', vergando segni su un supporto che chiamiamo 'foglio, si affianca lo scrivere interagendo con un Personal Computer dotato di word processor tramite una tastiera; e affianca anche lo 'scrivere con la voce'.
La scrittura così, quale sia il mezzo usato, ci appare come manifestazione, formalizzazione del personale pensiero mediata da diverse tecnologie. Dunque dobbiamo chiederci a quali diversi risultati ci porta lo scrivere in diversi ambienti e contesti tecnologici.
E' importante ricordare che il Personal Computer non è una macchina con la quale si pretende di sostituire l'uomo, una macchina alla quale l'uomo è asservito, ma al contrario, è una protesi del nostro personale sistema mente-corpo, uno strumento, un utensile, che permette all'uomo di 'espandere l'area della propria coscienza', come voleva Licklider.
E ancora possiamo dire che questo modo 'allargato' di intendere la scrittura si fonda con quella interazione con strumenti e utensili di cui parla in modo illuminante Heidegger quando ci propone il concetto di Zuhandenheit.
Etichette:
Come emerge la conoscenza,
Come si scrive,
Dieci chili di perle?,
Gatekeeper,
Il software come filosofia,
Macchine per pensare,
Romanzo come baule
Iscriviti a:
Post (Atom)