lunedì 21 settembre 2026

Computer Science come meccanismo di difesa

Qui di seguito l’incipit e la conclusione dell'articolo Computer Science come meccanismo di difesa, apparso il 21 giugno 2026, su MagIA, Magazione Intelligenza Artificiale.

“Computer scientist scrivono un libro dopo l’altro, con la pretesa di educare i cittadini, come e più di quanto abbiamo visto fare ai virologi ai tempi dell’epidemia.

Fini studiosi, pensatori, filosofi e filosofe finiscono per distogliersi dal proprio tentativo di conoscere, dal proprio originale e libero pensiero, per recensire e commentare il pensiero dei computer scientist.

E questo mentre i computer scientist che scrivono, libro dopo libro, si allontanano sempre più dal loro fondato sapere, dalla loro specializzazione, per arrampicarsi in argomentazioni speculative, metafisiche, etiche.

Un esperto di deep learning è forse legittimato a parlarci di ontologia e di coscienza? Il fatto che una certa macchina funziona, legittima forse il computer scientist a parlare dei massimi sistemi?

L’aura di autorità che circonfonde qualsiasi cosa dica il computer scientist è già ben alimentata da una oculata propaganda, cui contribuiscono membri della stessa élite, con il supporto di lobby industriali e speculativo-finanziarie che crescono attraverso l’affermazione dell’universale presenza della cosiddetta intelligenza artificiale.

La crescente attenzione ai computer scientist e ai loro corifei ha come contrappasso il trascurare altre chiavi di lettura.

Scienze differenti offrono chiavi di lettura differenti. Uno sguardo esaustivo ed esatto resta inattingibile. Ma, sulla strada del ‘vedere per sapere’, del conoscere, restano aperte due vie.

Si può scegliere di abbarbicarsi ad un unico sguardo – e possiamo supporre che questo afferrarsi sia un meccanismo di difesa, un inciampo o un rifiuto. O possiamo incamminarci lungo il faticoso percorso del giustapporsi, del sovrapporsi, del contaminarsi di sguardi differenti.

È comodo scegliere la prima via. Ed è comodo complemento all’incamminarsi lungo la prima via il rimuovere – il negare a se stessi e a ogni altro – l’esistenza di altre vie.

Oggi la via ‘scientifica’ stimata come più efficace, più celebrata, più socialmente rinomata, è, evidentemente, la via delle cosiddette discipline STEM (Science, Technology, Engineering, and Mathematics). E all’interno delle discipline STEM appare sempre più evidente il primato della Computer Science.

La via delle ‘scienze umane’, contestualmente, è considerata marginale, scarsamente, produttiva, in fondo irrilevante.

Esemplare il caso della psicologia. Intendo per psicologia la disciplina che studia il divenire adulto dell’essere umano, la consapevolezza del proprio modo di essere, lo scavo in noi stessi e l’accettazione dei nostri limiti, la sana gestione delle pulsioni, l’atteggiamento rispetto agli altri e la formazione di relazioni interpersonali…

C’è bisogno davvero di questo tentativo di definizione? Sì, perché la psicologia cui qui accenno è negata e rimossa, e sempre più di frequente sostituita da una ben diversa disciplina, la cui definizione più comune è forse ‘psicologia cognitiva’. Ovvero, una disciplina il cui metodo consiste nel considerare l’essere umano una macchina, e nel confrontare i comportamenti umani con modelli dati a priori. La psicologia cognitiva, dunque, si fonda sullo stesso concetto di macchina computazionale su cui si fonda la computer science.

In questo modo lo sguardo psicologico è censurato ed evitato.

Ora però è proprio questa censura a parlarci dell’importanza della psicologia. Infatti la psicologia ci invita ad osservare come inventiamo apparenti ragioni, scuse e deviazioni e coperture per poter evitare di vedere ciò che ci disturba, ci mette in crisi; la psicologia smonta le nostre sicurezze, mostra ciò che c’è dietro. Servono oggi gli strumenti della psicologia per guardare dietro l’ostentata sicurezza dei computer scientist, e del corteo di scienziati di altre discipline e di filosofi di complemento che si pongono a seguaci dei computer scientist.

I computer scientist progettano, costruiscono e governano le macchine che ogni cittadino del pianeta è oggi obbligato ad usare, e di più: indicano oggi ad ogni cittadino del pianeta la strada da seguire.

Eppure i computer scientist sono esseri umani, e lo statuto di computer scientist non salva l’essere umano che copre questo ruolo dall’essere vittima di quei meccanismi di difesa che sono l’oggetto di studio della psicologia.

Serve dunque tornare alla psicologia….”

Ed ora le frasi finali:

“Il computer scientist che progetta e costruisce la macchina che esegue autonomamente il programma, la macchina che si autoregola, la macchina pensante, sta cercando – a nome proprio e a nome di ogni essere umano – un sostituto simbolico alla riparazione del sé.

Si ricorre al costruire e all’affidarsi alla macchina perché il riparare il proprio sé è inteso come lavoro troppo faticoso. Più facile, più apparentemente efficace proiettarsi in un oggetto. L’oggettivazione cercata dal computer scientist nel costruire la macchina che si prende cura di sé stessa è, appunto, il meccanismo di difesa, la scorciatoia magica, il tentativo di evitare il dolore psichico creando un oggetto autonomo, privo di attrito, privo di difetti.

La computer science apre la strada alla via della fuga psicotica nell’artefatto: si fonda sul dichiarare il soggetto umano obsoleto, irrimediabilmente malato e difettoso. Si legittima così l’investimento -affettivo, emotivo, economico, politico, medico – sull’oggetto-computer.

È l’illusione di sopravvivere attraverso la nostra stessa scomparsa, lasciando a testimoniare la nostra esistenza un Ersatz, un surrogato, una imitazione di noi stessi.

Il soggetto, nel tempo in cui la computer science è la prima scienza, la scienza nei confronti della quale ogni altra scienza è debitrice, resta avvinto nella insoddisfazione, toccato dall’angoscia, costretto, nel tentativo di fuggire da sé stesso, a costruire macchine sempre più, in apparenza, simili a lui stesso. Macchine che nonostante l’illusoria similitudine, restano macchine, e che lasciano l’essere umano privo di quella cura che può emergere solo dal compassionevole agire umano.

Poiché l’atto creativo consistente nel progettare e sviluppare macchine è usato come difesa – come rimozione, come proiezione e come formazione reattiva – e non come riparazione, non come cura, l’angoscia originaria non è minimamente toccata. Rimane presente e sempre più pesante.

Ed è per questo che il creatore – il computer scientist – è condannato alla coazione a ripetere: dovrà costruire macchine sempre più grandi, sempre più potenti, in una corsa infinita che non potrà mai colmare il vuoto di senso, di amore, di pace.

Più il computer scientist si occupa della macchina – alimentandola di informazioni, addestrandola ad autosvilupparsi – più il soggetto umano si svuota.

Si svuota la vita, svilita nella comparazione con una imitazione della vita.”

Lettera a un amico, per non essere costretto a pensare da solo

Da soli non si pensa bene. E' evidente. Ma a volte si è costretti. Certamente sarò carente io nel cercare occasioni di 'mutuo pensare', di incontro e confronto intellettuale. Ma è difficile: vedo frequenti resistenze. 

Di recente un amico -che stimo moltissimo- mi ha scritto che si rifiuta di ragionare con me perché l'ho pubblicamente offeso, in un post pubblicato su Linkedin. Non ho ancora ben compreso a quale post si riferisce. E intanto il suo modo di ragionare mi manca enormemente.

Ritengo essenziale questo 'pensare insieme'. In particolare il 'pensare insieme' ad amici che, in apparenza, non sanno nulla di computer science, intelligenza artificiale. Per loro fortuna ignorano l'enorme letteratura specialistica, e guardano da lontano anche la divulgazione degli 'esperti' che oggi ammoniscono il popolo. Ma, questi amici, possiedono solide chiavi di lettura 'umanistiche': filosofiche, sociologiche, psicologiche, psicanalitiche...

All'inizio del settembre 2026 ho scritto così a un'amico.

"Caro ...

...

Ci sono tante cose di cui vorrei parlarti, Ma alla fine mi pare che tutto si concentri su un argomento. Te lo accenno sommariamente,

Un punto di partenza, per cercare di dirti, è Macchine per pensare. Sono passati dieci anni - per certi versi mi sembra impossibile. Tu sei stata la persona che ha capito di più, secondo me, il senso di quel lavoro. (A essere precisi, c'è anche un'altra persona: Giuseppe O. Longo, che trovava nei miei tentativi conferma della sua 'conversione', allontanamento dal ruolo di puro matematico, teorico dell'informazione, al ruolo di narratore. Dove non si arriva con esattezza si arriva con la narrazione). 

Tu mi hai reso più chiare le mie intuizioni sul Web come inconscio. E' in gioco qui una benvenuta tecnica intesa come via umana per cercare sé stessi, per conoscere stessi, per essere più consapevolmente e pienamente sé stessi. Nel libro cercavo di osservare, mettendomi in guardia, e mettendo in guardia i lettori, una differente tecnica, che costruiva macchine al servizio del potere, della repressione, dell'ordine, del controllo. Come erano, in modo esemplare, le macchine IBM usate dal governo nazista. 

Ma riuscivo solo molto parzialmente a dire del pericolo implicito nella perversione del percorso che ci aveva portato a costruire il Web. 

Un modo breve di descrivere lo svolgimento di questa 'perversione' è ricordare Il gesto e la parola di Leroi-Gourhan. Alla metà degli Anni Sessanta riprende la lezione di Marcel Mauss. Mauss, trent'anni prima, proprio nello stesso momento, 1936, in cui Turing rispondeva a Gödel -ciò che è incompleto e incerto può essere sostituito, nel mondo della computazione, con qualcosa di completo e di certo- Mauss dice: anch'io mi ero sbagliato: accettavo l'idea che la tecnica iniziasse con la costruzione dello strumento, e poi della macchina: invece no, la tecnica è indissolubilmente legata all'essere umano, alla sua cultura, alla sua storia: la tecnica consiste innanzitutto, e sempre, nel conoscere, nell'adoperare il proprio corpo. 

Leroi-Gourhan nel Gesto e la parola (1964-1965) riparte da Mauss, ma considera la constatazione di Mauss in modo radicalmente divergente dal modo in cui Mauss la intendeva. Mauss ci invita a considerare la tecnica come manifestazione perennemente emergente dell'essere umano. Leroi-Gourhan invece intende Mauss come narratore dell’origine di una storia che a lui interessa sopratutto per la continuazione. L'essere umano raggiunta la posizione eretta si evolve tramite i gesti, poi la parola. Poi crea e usa utensili, e quindi macchine separate da lui. La capacità di conoscere e di agire che risiedeva nell'uomo si trasferisce nella macchina. Un unico processo evolutivo, privo di soluzione di continuità, una stessa deriva darwiniana porta dall'essere umano all'intelligenza artificiale: Leroi-Gourhan lo dice chiaramente. Descrive una 'filogenesi della tecnica'. Così attribuisce alla tecnica -a qualsiasi frutto della tecnica- una soggettività, sottraendola all'essere umano. 

Oggi i filosofi e i vari apologeti del 'digitale' che seguono questa via parlano infatti di Agency, agentività, capacità di agire, posseduta sia da umani che da macchine. Si osserva così un appiattimento ontologico, l'imposizione di uno sguardo per il quale l'umano è osservato e misurato con le stesse metriche con cui si osserva e misura la macchina. 

Così si arriva all'invito rivolto a noi umani -anche Latour, per esempio, sostiene questa posizione- ad essere 'più che umani' - che è un modo per dire: più simili alla macchina. 

Questa posizione finisce per essere un modo di intendere il sistema sociotecnico come accoppiamento strutturale di due entità, uomini e macchine, di cui si assume una autonomia evolutiva. Per me il sistema sociotecnico è invece il prodotto del lavoro umano, un continuo processo di umana creazione di macchine, temporaneo consolidamento in macchine di desideri e conoscenze. 

Potremmo dire che il darwinismo così ben descritto da Leroi-Gourhan esclude sia Marx che Freud. Infatti la psicologia cognitiva sostituisce all'indagine freudiana, e ad ogni indagine postfreudiana, il confronto tra l'essere umano e uno schema di comportamento definito a priori, così come è il programma di una macchina. Alla cura si sostituisce l'individuazione dei 'bias', errori sistematici e ripetuti di un essere umano visto come macchina. 

Ora, il Web, così come lo descrivevo, anzi, così come è ancora, almeno in parte, è una 'tecnica del corpo', una tecnica dell'essere umano che si interroga cerca e conosce. L'algoritmo è sostituire al cercare qui ed ora un processo di ricerca predefinito. 

L'intelligenza artificiale che è ora imposta ad ogni essere umano -si può datare di preciso il passaggio dal Web all'intelligenza artificiale tra la fine del 2022 e l'estate del 2023- è un sostituto del Web con una cosa del tutto diversa: una scatola nera. Al posto del cercare in noi stessi, il responso di un oracolo. Un oracolo che viene spacciato per dotato di una sua ontologia paragonabile a quella umana. 

 Ecco, vorrei ragionare con te a questo proposito. Se hai voglia e tempo. Considero fin d'ora il tuo punto di vista illuminante. 

Potrei continuare provando a dirti meglio, o in altro modo. Del resto i libri che ho scritto nel frattempo, le Cinque leggi dell'era digitale, e Splendori e miserie delle intelligenze artificiali sono tentativi di osservare questo passaggio. Ti proporrò di leggere cose che ho scritto di recente, cercando appunto di riprendere quel filo di Macchine per pensare. Ma mi fermo qui. E' solo per darti l'idea."

martedì 19 maggio 2026

Kasparov, l'Eroe della Classe Egemone

Si legge di Computer Scientist e di Ingegneri dell'Interfaccia Uomo Macchina che sostengono la nuovissima Legge di Kasparov, a scapito delle antiquate, a loro dire, Leggi di Asimov.


Il motivo per cui si sostiene la Legge proposta dal nuovo eroe è presto detto. Le Leggi di Asimov proteggono diritti civili. La Legge di Kasparov afferma il dominio di una élite.


Asimov è lo scienziato che scende dal pulpito, tornando a considerarsi essere umano tra esseri umani.

Kasparov è il giocatore di scacchi che, essendo stato sconfitto dalla macchina, e volendo comunque vincere, decide di volere per sé la potenza della macchina. Per questa via, quindi considera come condizione di partenza l'accoppiamento uomo-macchina.


Leggi di Asimov

Legge Zero: Un robot non può recare danno all'umanità, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, l'umanità riceva danno.

Prima Legge: Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.

Seconda Legge: Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contrastino con la Legge Zero o con la Prima Legge.

Terza Legge: Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Legge Zero, con la Prima Legge o con la Seconda Legge.


Legge di Kasparov

Non vince necessariamente il miglior umano. Non vince necessariamente la miglior macchina. Vince la migliore combinazione tra umano, macchina e processo.

Un umano debole, con una macchina e un processo migliore, può superare un umano forte, con una macchina e un processo peggiore.


Asimov, nelle sue leggi, non prende posizione rispetto al modo di intendere l'essere umano. L'essere umano di Asimov è libero di scegliere il modo di 'esserci', di stare-nel-mondo, di interagire con altri esseri umani, con enti naturali, con macchine.


Kasparov, invece, presuppone una definizione di essere umano: utilitarista, orientato a competere, a vincere, a esercitare egemonia.


Asimov, nelle sue leggi, non fa altro che ribadire la vigenza di 'diritti civili': libertà fondamentali e inviolabili riconosciute a ogni essere umano. Libertà tra le quali si potrebbe ancora sperare stia il diritto a non essere connesso con una macchina. Diritto a scegliere la macchina e le modalità di connessione.


Kasparov, al contrario, presuppone una situazione in cui l'essere umano è obbligatoriamente connesso ad una macchina digitale. Una situazione dove in realtà la libertà di agire è sottratta al soggetto umano, finisce necessariamente per essere invece attribuita all'inscindibile accoppiamento uomo-macchina.

La legge di Kasparov è una resa camuffata da trionfo: per non farsi sconfiggere dalla macchina, l'umano si allea con essa per sconfiggere altri umani.


La classe dei Computer Scientist e degli Ingegneri dell'Interfaccia Uomo Macchina afferma il proprio dominio sui cittadini nello scrivere il codice che presiede al funzionamento della macchina e nel definire i protocolli di collaborazione tra esseri umani e macchine.


E' chiaro quindi perché Kasparov piace a Computer Scientist e di Ingegneri dell'Interfaccia Uomo Macchina.

Kasparov sancisce un assetto sociale dove, essendo l'essere umano obbligatoriamente connesso alla macchina, loro, Computer Scientist e di Ingegneri dell'Interfaccia Uomo Macchina, i Sorveglianti della Connessione uomo-macchina, sono la classe egemone.


Come accade in ogni classe egemone, Computer Scientist e di Ingegneri dell'Interfaccia Uomo Macchina, potranno ben essere divisi tra di loro da differenti scelte tecniche e posizioni morali, ma fanno fronte comune nell'affermare la propria autorità e nel difendere il proprio potere nei confronti del cittadino, ridotto a utente obbligato di macchine digitali.


Computer Scientist e di Ingegneri dell'Interfaccia Uomo Macchina non solo esercitano potere nei confronti del cittadino. Esercitano anche un meta-potere nei confronti di ogni altro potere umano: definiscono e controllano gli strumenti attraverso i quali le élite esercitano il loro potere. Sono di fatto i Sorveglianti dei Sorveglianti.


Il cittadino, privato della libertà di scegliere la macchina, e di scegliere quando e come connettersi con essa, è ridotto a sperare nella bontà (nell'onestà, nell'etica) di Computer Scientist e di Ingegneri dell'Interfaccia Uomo Macchina.

La libertà umana, l'umana assunzione di responsabilità sono subordinate a ciò che sta scritto nei protocolli di interazione uomo-macchina definiti dai Computer Scientist e di Ingegneri dell'Interfaccia Uomo Macchina.


Classe egemone, e non classe di governo. Il governo è un esplicito esercizio del potere, che transita attraverso istituti evidenti. Nell'egemonia, invece, il dominio resta occulto.

Il dominio dei Computer Scientist e degli ingegneri dell'interazione uomo-macchina, infatti, si nasconde dietro la pretesa neutralità della scienza. Dietro la pretesa irrefrenabile autoevoluzione della tecnica. Si nasconde dietro l'illusoria virtù del progresso -progresso per chi? a quali costi? in che direzione? Si nasconde dietro l'automatismo della crescita senza misura.

E  appare mascherato, sotto forma di erogazione di servizio. Dietro la sua maschera si nasconde una sempre più sofisticata gestione del consenso. O più precisamente: una manipolazione.

mercoledì 6 maggio 2026

Nudi e soli. L'educazione oggi necessaria

Oggi, attorno al primo quarto del ventunesimo secolo, è prescritta ad ogni umano l'interazione con un certo tipo di macchina: una macchina che imita l'essere umano.


Imitazione: prescrizione della macchina come doppio, come immagine di sé. E come compagno.


L'interazione obbligatoria con un certo tipo di macchina, condizione imposta oggi ad ogni essere umano, è governo, dominio, controllo.


L'interazione obbligatoria con la macchina che imita lui stesso obbliga l'essere umano a conoscere sé stesso, ed ogni altro umano, attraverso imitazioni dell'umano.


L'interazione obbligatoria con la macchina che imita l'umano definisce il modo in cui ogni essere umano stabilisce e intrattiene relazioni con ogni altro essere umano.


L'interazione obbligatoria con la macchina che imita l'umano condiziona il modo in cui oggi ogni essere umano vive, intende la sua appartenenza alla natura, conosce e costruisce il mondo.


L'interazione obbligatoria con la macchina che imita l'umano è l'educazione imposta oggi ad ogni essere umano. Educazione: portar fuori dall'umano, ridurre a macchina.


Di fronte a tutto ciò, il prendersi cura che ogni umano deve a sé stesso, ad ogni umano, alla vita, alla natura, al mondo, consiste in una precisa ascesi: il considerare sé stesso come nudo e solo.


Meditazione, pratica dell'essere umano nudo e solo.


Nella nudità e nella solitudine l’essere umano pensa, intuisce, scopre, inventa, crea, si apre alla relazione. Emergono così consapevolezza e responsabilità.


La società nasce dall'incontro di esseri umani nudi e soli.


Educazione -educazione come venire alla luce- oggi necessaria. Oggi, nel tempo in cui è prescritta, obbligatoria, l'interazione con la macchina.

L'educazione oggi necessaria consiste nel tornare per quanto possibile a percepire la posizione originaria in cui l’essere umano nudo e solo inizia a pensare, intuire, scoprire, inventare, creare, costruire, scegliere, agire.


Condizione necessaria per questa educazione: rinuncia, nella ricerca della posizione originaria di nudità e solitudine, ad ogni ausilio della macchina che imita l'umano.


Scholia

Solitudine e nudità: autocoscienza della condizione umana ci cui parlano in vari modi filosofia, scienze umane, letteratura, arte. Non valgono a confutare questa autocoscienza evidenze scientifiche maturate nel quadro di neuroscienze, scienze cognitive, biologia, sociobiologia.


L'invito a contemplarsi nella situazione del nudo e del solo non si fonda su evidenze scientifiche. Non è la descrizione di una necessità. E' l'affermazione di una possibilità.


Tornare a considerarsi nudi e soli non significa tornare a uno stato di natura - che non esiste, significa spogliarsi della apparenza che un potere oggi dominante impone per via digitale.


L'essere umano nudo e solo non cede all'abitudine. Non subisce passivamente il comando. Non si contenta con la ripetizione di ciò che già è stato. Non si contenta con la speranza o la certezza di un futuro. Non si contenta con la simulazione computazionale della realtà.

L'essere umano nudo e solo accoglie l'evento.

L'essere umano nudo e solo progetta macchine e sceglie quali macchine usare, quando usarle, com usarle.


Pedagogia del nudo e del solo. Non: imparare qualcosa di definito o tanto meno di definitivo. Invece: imparare a non considerare inevitabile e/o originaria la relazione con la macchina.


Nudi e soli per scegliere quale posizioni assumere in relazione con ogni altro e nella rete che tutto connette.


Solitudine e nudità come resistenza, non stasi. Ricerca della posizione soggettiva che sia disposizione verso un movimento plurale, comune.


Non siamo mai davvero nudi. Non siamo mai davvero soli. Siamo in cerca. Nudità e solitudine sono cura di sé.

mercoledì 11 febbraio 2026

La tecnica e il proprio corpo. La via di Alan Turing e l’opposta via di Marcel Mauss

In tempi di macchine potenti ed autonome, è auspicabile recuperare la sensazione del momento iniziale, quando, a mani nude, disponendo solo del proprio corpo, l'essere umano intuisce, scopre, inventa, crea, costruisce. Ripartendo ogni volta da sé stesso l'essere umano si mantiene vivo nel presente e garantisce speranze di vita futura a sé stesso ed ai posteri. Questo è il semplice ed efficace antidoto alla tendenza che la cultura digitale ci impone: costruire ed usare macchine per simulare, imitare e sostituire ciò che il nostro corpo e la nostra mente sapevano, e in fondo sanno ancora fare. 

L'etnografo francese Leroi-Gourhan, studioso di storia della tecnica, attorno alla metà degli Anni Sessanta del secolo scorso, sostiene che la tecnica è l'essenza stessa della 'ominizzazione', e cioè del sempre più consapevole farsi umani di noi umani. Leroi-Gourhan parla di 'liberazione degli organi': primo esempio è il farsi bipedi, così le mani sono liberate dalla necessità dettata dalla locomozione; parla di macchine come 'organi esteriore' sempre meglio sviluppati: il coltello esternalizza la funzione dei denti, la leva esternalizza la forza del braccio. 

Fino alle recenti macchine dette 'computer' che esternalizzano la memoria e l'esecuzione dei programmi. Leroi-Gourhan si mostra così il più fermo sostenitore di una visione evoluzionistica della tecnica. Una visione che parla del progressivo passaggio alla macchina delle doti umane, e che vede come tappa finale l'estinzione del genere umano. 

Eppure Leroi-Gourhan conclude il saggio dove più compiutamente sostiene questa tesi -Le gest et la parole1- affermando che l'avvenire, per gli esseri umani, specie obsoleta, ora costretta a convivere con macchine che sfidano gli umani stessi sul piano di ciò che può essere detto 'intelligenza', non consiste né nel rincorrere la macchina, nel nell'ibridarsi con la macchina. Consiste invece nello scegliere di restare – o tornare ad essere- sapiens. 

Non serve discutere qui se visione evoluzionistica di Leroi-Gourhan è da ritenere fondata. Non serve nemmeno chiedersi se l'avvento -cinquant'anni dopo il momento in cui Leroi-Gourhan scriveva- della cosiddetta intelligenza artificiale può esser letto come passaggio dell'affermazione della macchina a scapito degli umani. Serve invece ricordare che la stessa visione evoluzionistica, alla luce della conclusione di Leroi-Gourhan, ci riporta alle nostre origini: il tentativo di essere sapiens. Leroi-Gourhan ci ricorda i nostri limiti, ma anche i luoghi dove risiede la nostra forza, la nostra identità. Le nostre radici sono la nostra forza. Leroi-Gourhan, in fondo, lascia intendere che il destino non è segnato, la macchina non ha vinto; dalle solide radici è possibile discenda una vicenda evolutiva sorprendente. 

Così, ricordando le nostre radici di umani, ricordando anche le sue stesse radici, essendo anch'egli umano, Leroi-Gourhan -forse inconsapevolmente, ma in modo per noi significativo- torna alle sue origini di studioso; torna alle radici della sua ricerca. Infatti negli Anni Trenta del secolo scorso Leroi-Gourhan è stato allievo di Marcel Mauss, all'Institut d'Ethnologie e all'École Pratique des Hautes Études. Di radici culturali dell'essere umano, di origini della tecnica, e di uso umano della tecnica, parla Marcel Mauss, etnologo francese, in una conferenza nel 1934. L'articolo tratto dalla lezione esce nel 1936.2 Il titolo non ha bisogno di molte spiegazioni: Les techniques du corps, le tecniche del corpo.

Turing: macchina al posto dell'umano

1936: è proprio l'anno in cui Turing presenta nell'articolo On Computable numbers3 l'idea di una computing machine. Fino a ben dentro il Ventesimo Secolo computer non voleva dire altro che essere umano che fa di conto, contabile, computista. Turing, invece, immagina un computer-macchina. Macchina affidabile, macchina che non tradisce mai le aspettative: esegue indefettibilmente il proprio programma. 
Quando Turing scrive l'articolo ha ventiquattro anni. Giovane solitario, disperato, vive un'infelice condizione esistenziale. Neonato, è privato della vicinanza dei genitori, che risiedono in India. Vive con fatica la propria omosessualità. Ha sedici anni quando il ragazzo che ama muore. Ama la matematica: non un linguaggio per interagire con altri esseri umani, ma un linguaggio per parlare con se stesso, per cercare la propria purezza. Le carenze umane, vissute sulla propria pelle, nel proprio cuore, nel proprio corpo, motivano la ricerca di un sostituto non umano. Turing vuole, perché ne ha bisogno, dimostrare che una certa macchina può mostrarsi più affidabile dell'essere umano, più degna di stima, e anche di affetto. "We may hope that machines will eventually compete with men”, “possiamo sperare che le macchine saranno alla fine in grado di competere con gli uomini”, scrive a trentott'anni -quattro anni prima di togliersi la vita- in Computing Machinery and Intelligence.4 
I due articoli si completano a vicenda. La macchina è la conscio o inconscia proiezione dei bisogni del proprio creatore. Turing spera che al suo posto viva una macchina. Una macchina matematica, logico-formale, mentale, cartesiana, leibniziana. Priva di sembianze umane. Priva di identità sessuale, di genere indefinito. La tecnica, così, appare come la via lungo la quale allontanarsi dal proprio corpo.

La tecnica è innanzitutto servirsi del proprio corpo

Mauss propone la via opposta. “Intendo con la parola tecnica il modo in cui gli esseri umani, società per società, sanno servirsi del loro corpo”. Turing spera nella macchina, Leroi-Gourhan ci parla del progressivo allontanamento dello strumento dal corpo dell'essere umano. Mauss ci riporta all'origine della storia, e di ogni nostra possibile differente storia. Questa storia ci offre una chiave di lettura che si rivela del tutto adeguata alla scena che oggi abbia sotto gli occhi: la tecnica è sempre e innanzitutto adoperare il proprio corpo. 

Scrive Mauss: “Abbiamo fatto, e io stesso ho fatto per diversi anni, l'errore fondamentale di considerare che ci sia la tecnica solo quando c'è lo strumento”.    

Leroi-Gourhan, trent'anni dopo, parla esplicitamente del trionfo dei computer-macchine. L'evidente fenomeno lo conferma nel vedere un costante e crescente trasferimento di capacità dall'essere umano allo strumento. Finisce così per guardare a quest'ultimo, collocando ai margini della scena l'essere umano. Ma Leroi-Gourhan torna poi ad interrogarsi sulle sorti dell'essere umano, quando esso vive sulla scena determinata da strumenti e macchine sempre più autonomi e separati da lui. E allora afferma: torniamo a ricordare le radici. Ci spinge quindi a rileggere le pagine di Mauss, suo maestro. Mauss restituisce la tecnica all'essere umano. Parla di tecniche del corpo.  

Il corpo come mezzo tecnico

“Il corpo", ci dice Mauss, "è il primo e il più naturale strumento dell'uomo. O più esattamente, senza parlare di strumenti, il primo e il più naturale oggetto tecnico, e allo stesso tempo mezzo tecnico, dell'uomo, è il suo corpo”. Come usiamo le mani nel lavoro e nel gesticolare. Come camminiamo, come corriamo o marciamo. Come nuotiamo moduliamo la voce nel parlare o nel cantare. E anche: come pensiamo – perché l'approccio etnologico, antropologico di Mauss lascia fuori ogni ipotesi cartesiana, ogni separazione tra mente e corpo: la mente, la capacità intellettiva, fa parte dell'essere umano intero, 'incarnato', 'incorporato'. In origine, ed in ogni tempo in cui l'essere umano è vissuto, ed ancora oggi nei tempi digitali, separarsi dalla tecnica è separarsi da sé stessi. 

La tecnica è in origine, ci dice Mauss, “un atto tradizionale efficace”. Efficacia: verbo latino efficere, ex facere, 'far sì'. La tecnica è produzione di effetti. Tradizione: il latino tradere è trans dare. Dare -e la radice indeuropea do- stanno per 'passaggio di possesso'. Quindi: 'dare attraverso'. Consegnare, affidare, rimettere nelle mani, mettere a disposizione. Trasmettere. Tramandare le conoscenze di generazione in generazione. “E' innanzitutto in questo che l'essere umano si distingue dagli animali: per la trasmissione delle sue tecniche, e molto probabilmente per la loro trasmissione orale”. Subissati, annichiliti dalla presenza di strumenti e di macchine, abbiamo finito per dimenticare che la la tecnica nasce dall'intento umano di compiere atti efficaci. Qualsiasi strumento è frutto di questa intenzione.

Apprendere a compiere gesti efficaci: un'antica arte

Mauss ci invita a tornare alla fonte: al momento in cui l'essere umano -in ogni luogo del pianeta che è giunto ad abitare- apprende a compiere atti efficaci. Atti relativi ad ogni fase e ad ogni aspetto della vita. In origine, l'essere umano non ha ancora in mano uno strumento. Prima di apprendere ad usare un qualsiasi strumento -un bastone, una pietra-, l'essere umano ha verificato la possibilità di usare il proprio corpo. La tecnica cessa di essere una astrazione. E cessa di essere lontana, inevitabilmente affidata ad una macchina. 

Mauss ci invita a concepire una tecnica incarnata. Una tecnica continuamente rinascente nel, dal corpo umano. In questa ottica, la rivoluzione digitale appare come causa di grave deprivazione: ogni conoscenza umana è appoggiata oggi su un supporto digitale, esterno al corpo umano; ogni atto umano sembra dover transitare oggi attraverso la mediazione di un codice digitale, di un programma. L'homo sapiens non può fare a meno di interrogarsi. Subire passivamente o reagire. Varie sono tecniche dimenticate, perdute forse per sempre. 

Tecniche, meglio arti: non dimentichiamo che arte e tecnica sono sinonimi. Una è ricordata dallo stesso Turing, proprio nell'articolo nel quale cerca di dimostrare come una macchina possa pensare: la percezione extrasensoriale. Telepatia, efficacia dei gesti degli sciamani. Di natura contigua è un'arte ricordata da Mauss. “Alla base degli stati mistici si trovano tecniche del corpo che in tempi moderni sono state dimenticate, e che furono invece perfettamente studiate nella Cina e nell'India in epoche molto antiche”. 

Antiche tradizioni del Taoismo e dello Yoga non a caso tornano alla luce nei tempi digitali, anche in forma occidentalizzate, in parte magari banalizzate. Le tecniche usate per cercare presenza, consapevolezza, mindfulness sono l'esempio più calzante. Questo ritorno è particolarmente importante: è segno di un risveglio, segno dell'umana intuizione di come di fronte all'incombere di macchine sostitutive serva riscoprire aspetti semidimenticati di sé stesso. 

Più precisamente: serva riportare alla luce quelle umane caratteristiche che più difficilmente possono essere imitate e simulate tramite una macchina digitale. Un'arte quasi perduta è certo l'arte della memoria: l'arte di ricordare usando le risorse offerte dal proprio corpo. Significativo è, nel verbo ricordare, il riferimento al cuore: luogo simbolico del corpo umano, sede della sensibilità, dei sentimenti. Sofisticate arti permettevano all'essere umano di conservare conoscenze in una quantità e con una qualità che oggi sembrano definitivamente perdute. L'arte è andata perduta probabilmente, come supponeva Platone, con il sopraggiungere della scrittura: una nuova tecnica che permetteva di affidare la conservazione della conoscenza a un supporto esterno.  

L'umano modo di conservare conoscenza

C'è qui una lezione da imparare. L'essere umano si trova di fronte dell'Era Digitale a mezzi dotati di una memoria incommensurabilmente superiore alla memoria umana. La battaglia tra essere umano e macchina è ormai persa. Non potremo mai, in ogni caso, conservare conoscenze così come sa farlo la macchina-computer. Di ciò consapevoli, abbiamo definitivamente rinunciato a fare esercizio della nostra memoria. Abbiamo accettato di ridurre le nostre capacità cognitive. Abbiamo accettato un futuro in cui umane capacità, non usate, si atrofizzeranno definitivamente. Il nostro stesso corpo è destinato ad una riduzione delle proprie funzioni: gli organi sui quali si appoggia la memoria perderanno il loro motivo di esistere. 

Eppure il ricordo umano, lo specifico modo umano di conservare conoscenza, mantiene un proprio valore. E si può presumere che non potrà mai essere del tutto imitato e simulato dalla macchina. Le tecniche del corpo sono una ricchezza alla quale non ci conviene rinunciare. Sono doti, anzi, che diventano più preziose in un mondo popolato da macchine. Non si tratta certo ora di rinunciare a tutto ciò che l'uso di strumenti e macchine ci offre. Né si tratta di rimpiangere remoti tempi felici. Si tratta di non dimenticare. 

Così come il ricordare ci riporta al mondo delle emozioni e degli affetti, il verbo dimenticare ci ammonisce: dementicus è in latino un derivato di demens: de, privo di, mens, mente. Ogni essere umano, e poi gli esseri umani riuniti Si tratta dunque di tornare a sentir viva la tradizione che ci lega agli esseri umani del passato. Si tratta di non guardare solo in avanti, di non vivere auspicando l'arrivo di una nuova macchina alla quale affidarsi. Si tratta di ricordare che ogni sostituzione macchinica di una facoltà umana, è una deprivazione di umanità. Si tratta di mantener viva la fiducia in sé stessi, nell'essere umano che giorno dopo giorno può imparare a conoscenze di più sé stesso; che può apprendere ad usare in modo più efficace il proprio corpo.  

Preferire le macchine a sé stessi

Il grande paradosso che si manifesta nell'Era Digitale è questo: preferiamo le macchine a noi stessi. Invece di porre attenzione al conoscere noi stessi, costruiamo macchine per simulare e imitare ciò che il nostro corpo e la nostra mente sapevano, e in fondo sanno ancora, fare. Qualsiasi strumento comporta un pericolo: ci porta a dimenticarci del nostro corpo. La comodità dello strumento, ed ormai la consuetudine ad averlo in mano, hanno fatto dimenticare all'essere umano tutto ciò che sa fare - anche senza strumenti. 

Secondo vari guru e profeti del digitale siamo entrati in una storia irrimediabilmente nuova; per loro, così come per i loro illustri precursori, come Teilhard du Chardin e Vernadsky, il futuro dell'umanità consiste nel confluire, insieme a macchine divenute a loro modo 'intelligenti', in un indistinto nous -potremmo dire: ogni ente partecipe di una conoscenza disincarnata. Ma alla fin fine, anche accettando la supposizione di una convergenza tra essere umano e macchina, resta per l'essere umano la possibilità, o anzi: la responsabilità, di portare nel nuovo ente quanto più possibile della propria storia, del proprio modo di essere. La nuova scena digitale, e la presenza di macchine a loro modo agenti, ci spinge ad essere umani, con più coscienza e con più volontà.

Il futuro sta nelle radici

Così possiamo sostenere, con Mauss, e in fondo anche con Leroi-Gourhan, che il futuro dell'umanità, anche e proprio nell'Era Digitale, consiste nel non recidere le proprie radici, nel rammentare in ogni istante le proprie origini, nel restare nella propria specie, nella propria storia. Solo conservando nell'agire presente memoria delle origini, solo mantenendo vivi i legami con la tradizione l'essere umano può costruire il proprio futuro. Può costruire un futuro per sé stesso e per la propria specie. Siamo ancora, per nostra fortuna, e ci conviene continuare ad essere, quelle stesse persone. 

Memori del primo momento in cui l'essere umano assunse la posizione eretta e scoprì le potenzialità implicite nella propria mano e nella propria testa. E' sempre possibile, come mostra Robinson Crusoe, ricominciare daccapo, ripartire dal proprio corpo, dalle proprie mani e dalla propria testa, dalle proprie capacità, inventando nuove tecniche adatte a mondi inizialmente sconosciuti. Mauss ci riporta alla scena primaria: di fronte ad una esigenza dettata dall'ambiente, di fronte a un bisogno o un desiderio, l'essere umano cerca una soluzione efficace. 

Non è una scena da collocarsi in tempi ormai remoti. E' anzi, la scena che riviviamo in ogni istante – anche nei tempi digitali. La via che l'essere umano ha conosciuto, la via che gli ha permesso di ri-generarsi, è di affrontare il problema innanzitutto con il proprio corpo, partendo da sé stessi: da ciò che posso pensare, da ciò che ricordo e da ciò che mi hanno tramandato generazioni precedenti, da ciò che posso fare con le mie mani, da ciò che posso condividere con altri esseri umani. 

Ripartendo ogni volta da sé stesso l'essere umano si mantiene vivo nel presente e garantisce speranze di vita futura a sé stesso ed ai posteri. In tempi di macchine potenti ed autonome, è auspicabile recuperare la sensazione del momento iniziale, quando, a mani nude, disponendo solo del proprio corpo, l'essere umano intuisce, scopre, inventa, crea, costruisce.
 

Note

1André Leroi-Gourhan, Le geste et la parole, Tome 1: Technique et Langage, 1964; Tome 2: La mémoire et les rythmes, Albin Michel, 1965.

2Marcel Mauss, "Les techniques du corps", Journal de Psychologie, XXXII, 3-4, 15 mars-15 avril 1936. Communication présentée à la Société de Psychologie le 17 mai 1934.

3A. M. Turing, "On Computable Numbers, with an Application to the Entscheidungsproblem", Proceedings of the London Mathematical Society, Nov. 12,1937 [Received 28 May, 1936, Read 12 Novembr, 1936).

4A. M. Turing, "Computing Machinery and Intelligence", Mind, Vol. 59, No. 236 (Oct., 1950).

martedì 10 febbraio 2026

Forma imposta o continuo presentarsi. Heidegger, la tecnica e il nuovo pensiero

Heidegger non scrive 'contro la tecnica', né nell'Essere e il tempo, né nel dopoguerra. Scrive a proposito di come la tecnica favorisce o contrasta il pensiero umano. Scrive alla luce dell'avvento di quella cultura tecnico-scientifica che sembra rendere vana la 'filosofia'. Ma se muore 'un certo tipo di filosofia' non muore l'umano pensare.

Non è difficile constatare che Heidegger mostra di conoscere molto bene la cibernetica -e implicitamente quelle disciplina che prende il nome di 'computer science' o di 'informatica'. Per questa via si può seguire la lezione di Heidegger nel leggere criticamente in senso delle macchine proposte dall'informatica, lungo la sua storia, fino al giorno d'oggi.

L'articolo -che si sviluppa come commento puntuale della conferenza Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie, La fine del pensiero in forma di filosofia, dettata da Heidegger il 30 ottobre 1965- riprende senza modifiche il penultimo capitolo di: Francesco Varanini, 'Macchine per pensare', Guerini e Associati, 2015.

Potete leggerlo qui su Stultifera Navis.

Umanesimo radicale: quale macchina ci accompagna nel prenderci cura

 Noi umani siamo siamo oggi accusati di considerarci eccezionali, dominatori e sfruttatori della natura, padroni del mondo. Siamo invitati a riconoscerci come meri agenti che operano in una rete di agenti, dove sono agenti, accanto a noi e come noi e insieme a noi, cose e macchine. 

Ci viene continuamente ripetuto che il vivere consiste nell'interagire con macchine, nell'interfacciarci con macchine, nel co-evolvere con macchine. Veniamo spinti a chiederci quale spazio resti per noi umani in questo scenario. Quale ruolo resti per l’uomo ente tra gli enti, povera cosa.

 All’umano pre-giudicato come vittima dell’odio e della paura, schiavo di insane passioni, viene proposto un compagno, e forse anche imposto un maestro: la macchina. 

Ma convivono in realtà due progetti. 

Da un lato il progetto della macchina a portata di mano, macchina progettata per accompagnare l’umano nel coltivare esperienze, e per offrirgli qui ed ora, di fronte al problema, le tracce di ogni conoscenza che potrebbe rivelarsi utile. 

Dall'altro il progetto della macchina enorme cosa astrusa lontana dall’uomo, macchina che che sovradetermina l’umano e lo considera come cosa. 

Torniamo così a una responsabilità umana: quali macchine costruiamo come tecnici, quali macchine, come cittadini, lasciamo che vengano costruite. 

Il considerare gli umani attanti tra attanti è una grande fuga ontologica. La risposta sta in un umanesimo radicale: non certo un rifiuto della macchina in sé, ma un rifiuto della macchina che non ci accompagna 

Scrivo questo sommario all'inizio del 2026. Lo pongo in testa alla ripubblicazione su Stultifera Navis del testo che avevo scritto nel 2015, e che costituisce il terzultimo capitolo di Macchine per pensare, Guerini e Associati, 2016, dove il testo appare con il titolo: Cose lontane e strumenti a portata di mano.

Potete leggere qui su Stultifera Navis.

giovedì 23 ottobre 2025

Piedi umani e scarpe vecchie

Il concetto di Accoppiamento Strutturale (Structural Coupling) proposto da Humberto Maturana, neurofisiologo e filosofo, ci offre la chiave per intendere il senso di diverse espressioni molto usate, ma poco chiaramente definite: interfaccia uomo-macchina, interazione umani-intelligenza artificiale, coevoluzione umani-intelligenze artificiali, agency...

Due sistemi auto-organizzati interagiscono adattandosi reciprocamente.

L'accoppiamento strutturale è frutto di interazioni ricorrenti e ricorsive tra due sistemi.

Umani e macchine si trovano ad essere accoppiati strutturalmente.

Ma ciò che appare più interessante è il fatto che Maturana, lungi dal limitarsi alla descrizione formale, propone una metafora:

L’accoppiamento strutturale è l’adattamento reciproco di una piede e di una scarpa.

Nell'accoppiamento strutturale tra sistema 'umano' e sistema 'macchine' l'essere umano è il piede e la macchina è la scarpa.

Tra i due sistemi - piede-essere-umano e scarpa-macchina - esistono irredimibili differenze.

In quanto esseri umani viviamo l'esperienza dell'accoppiamento strutturale come piedi che indossano scarpe.

Anche chi osserva l'accoppiamento tra piede-essere-umano e scarpa-macchina -per quanto possa tentare di mettersi nei panni di un pipistrello o di una macchina- è un essere umano.

Maturana narra la metafora piede-scarpa in varie versioni.

E' significativo notare che in più di una versione Maturana non si limita a parlare di 'scarpa', ma precisa: 'scarpa vecchia'.

La metafora di Maturana ci invita a pensare che la progettazione e la costruzione della scarpa sono portate a termine da ogni essere umano - che adatta la scarpa a sé, in modo da camminare bene.

La metafora ci spinge anche a sospettare: lo scopo per il quale è progettata la scarpa-macchina-intelligenza-artificiale è imporre ad ogni umano il modo di camminare.

(Potete leggere una versione più ampia ed articolata di questo testo qui, su Stultifera Navis)

venerdì 18 aprile 2025

A proposito di 'Macchinocentrismo'. Suggestioni storico culturali e situazione presente

 Dante

Possiamo leggere la cultura digitale alla luce della storia, invece di rileggere -come accade troppo di frequente- la storia alla luce della cultura digitale.
Ecco un esempio. Leggiamo l'esordio del Canto XI del Paradiso (1-3):

O insensata cura de’ mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!

Cosa sono i sillogismi: sono il principale strumento degli studiosi di logica nel medioevo. Guardare alla posizione dei termini in una proposizione, senza occuparsi del loro valore di verità. Rendere conto delle diverse funzioni che le parole possono svolgere quando compaiono come termini in una proposizione.
Bastano questi brevissimi accenni per dire che è possibile stabilire una analogia tra i sillogismi della logica medievale e la codifica digitale. In particolare, ai sillogismi della cultura medievale corrispondono gli algoritmi della cultura digitale.

Cosa ci dice Dante? Non ci dice certo di rifiutare la cultura tecnico-scientifica-filosofica del tempo. Dante viveva immerso in questa cultura e la conosceva benissimo. Ma ci ricorda che il pur acuminato strumento tecnico, creato per avvicinarci alla conoscenza, è 'difettivo'. Il ragionamento basato sul sillogismo resta inevitabilmente imperfetto. I sillogismi finiscono per ingabbiare il nostro pensiero, gli impediscono di volare.
Altrettanto possiamo dire oggi degli algoritmi.

Ma ciò che più ci interessa è il fatto che Dante non si limita ad una critica, ma ci offre l'indicazione di un possibile percorso umano di elevazione, oltre i limiti rigorosi di una logica che finisce per essere una gabbia.
Leggiamo dunque il Canto XXIV del Purgatorio (52-54):

(...) "I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando".

Importante notare che Dante parla di sé, del suo personale tentativo di trovare una strada - oltre il pensiero consueto, oltre la filosofia consolidata, oltre lo spirito del tempo. Noi scolasticamente conosciamo il nuovo pensiero che Dante propone 'Stil Novo'. Ma non si tratta certo solo di letteratura: è la risposta culturale alla chiusura logico-formale del sillogismo.
Dunque una guida per noi, per guardare oltre la chiusura logico-formale dell'algoritmo.
Dice Dante: io sono uno che, quando l'Amore mi parla nel cuore, ne prendo nota, e cerco di esprimere in parole ciò che egli mi detta, esattamente nel modo in cui egli lo detta.

Cos'è questo Amore? E' la forza che emana nel 'cuore' di tutte le creature in cerca della loro perfezione. E', potremmo dire oggi, la ricerca della presenza, della consapevolezza, di un bene non solo personale ma comune.
Dante ci invita a non affidarci a sillogismi ed algoritmi.
Dante ci dice che solo in questo Amore sta la vera nobiltà umana.

Jakob Böhme

“Lo studente disse: ‘Questo luogo è vicino o lontano?’. Il maestro rispose: ‘È dentro di te. Se riuscissi a mettere a tacere ogni desiderio e pensiero per un’ora, udiresti le ineffabili parole di Dio’". Così, siamo chiamati ad abbandonare fallaci speranze di controllo, e a muoverci invece con 'gelassenheit': serenità, abbandono, calma, placidità, tranquillità.
Jakob Böhme (1575-1624), teologo, filosofo, che di lavoro faceva il ciabattino, pensatore eterodosso, mistico, visionario, ermetico, gnostico, ci propone, all'inizio del Seicento, uno sguardo che bene illumina i foschi anni che viviamo.
Le paure che bloccano l'agire umano; il timore che ci incute il disordine sociale; e, ancora, il timore oscuro del controllo di nuovi Grandi Fratelli Digitali. Tutto questo può essere letto alla luce del pensiero di Böhme.
La gran parte della filosofia - e poi la breve storia del computing, prosecuzione della filosofia con altri mezzi, possono essere intese come tentativo di costruire solide e indefettibili strutture, ben fondate, dove ogni livello di pensiero si spiega razionalmente attraverso livelli di pensiero già consolidati.
Böhme ci invita invece a vivere nella scena primaria, lì dove nasce il pensiero.
“Non possiamo afferrare ciò”. Afferrare è traduzione approssimativa di
'begreifen'. 'Begriff', 'concetto', è parola chiave della filosofia tedesca, da Kant a Hegel.
Böhme ci chiama a collocarci nel momento anteriore all'affermazione di una rassicurante ragione: prima c'è il tentativo, il processo, la possibilità, l'accettazione fiduciosa dell'ignoto.
Ciò che ci appare inafferrabile, incomprensibile, è, ci insegna Böhme, l'Un-Grund. Senza-Fondo, Senza-Fondamenti. E' in potenza la fonte di ogni possibile. Genesi di conoscenza.
Böhme ci insegna a non cercare un Dio-macchina capace di governare la conoscenza con superiore efficacia. Ci insegna a non cercare nemmeno un Dio-programma capace di rispondere ad ogni domanda. Ci insegna a non provare timore di fronte al caos primigenio. Ci insegna a non avere paura di fronte all’ignoto e al non familiare. Ci insegna a non provare angoscia per il disordine che regna tra i dati.
Non c'è motivo perché l'uomo debba ridursi a macchina, né c'è motivo perché l'uomo debba appartenere ad una superiore macchina. Se proprio dovessimo ridurci ad usare, parlando di umanità, il termine macchina, dovremmo semmai dire: è una macchina-Ungrund.

Tutto in qualche modo è già stato detto e pensato - ma proprio questa è la trappola che Böhme ci invita ad evitare. Non pensare alla luce del già pensato, ma assumerci la responsabilità del pensare qui ed ora.

Immanuel Kant

Il 30 settembre 1784 Kant, risponde sulla rivista Berlinische Monatsschrift alla domanda: 'Cos'è l'Illuminismo?'. L'incipit è emozionante. "L'Aufklärung", ci dice Kant,"è l'uscita dell'essere umano dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l'incapacità di servirsi della propria 'Verstand' [intelligenza, senno, mente, ragione, animo] senza la guida di un altro". “Sapere aude!”, osa conoscere! “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!”.
Eppure, pessimisticamente aggiunge subito, “gli esseri umani rimangono minorenni a vita”. “È così comodo essere minorenni! Se ho un libro che ha Verstand per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che sceglie per me la dieta, ecc., non ho certo bisogno di sforzarmi da solo”. “E' dunque difficile liberarsi da una minorità divenutagli quasi natura”.

Kant mette in evidenza la stretta connessione tra l'atteggiamento passivo degli esseri umani e la presenza di Vormündern -custodi, guardiani, tutori di minorenni incapaci- “che si sono assunti con tanta benevolenza la sorveglianza sugli esseri umani” da convincerli che “il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile”, è anche “molto pericoloso”.
Così l'elogio dell'esercizio della propria intelligenza da parte di ognuno con cui si apre l'articolo, dopo pochi capoversi è rovesciato in una scettica constatazione: gli esseri umani sono “placide creature instupidite come animali domestici”, grandi masse senza cervello, incapaci di pensare.

Vediamo benissimo in queste pagine la situazione dell'essere umano nell'Era Digitale. Facili promesse di nuovi spazi aperti alla libera conoscenza, a nuove esperienze, ma nei fatti anonime folle di utenti di app e piattaforme, ognuno legato “ai ceppi di una permanente minorità”. Fino al fiducioso affidamento d'ognuno ai nuovi Vormündern: Intelligenze Artificiali.

Kant non si indigna di fronte a questo perpetuarsi della minorità. Perché, scrive, qualsiasi libertà civile dei cittadini è subordinata al prioritario buon funzionamento della 'gemeinen Wesen' [cosa pubblica, comunità, repubblica]. Per questo è necessario un Mechanism che garantisca ordine ed efficienza.
La buona organizzazione esige che non solo lavoratori, ma anche dirigenti siano 'Theil der Maschine', parte della macchina.
“Il governo tramite una künstliche Einhelligkeit [un'armonia artificiale], dirigerà i comportamenti di tutti costoro verso pubblici scopi, o almeno li indurrà a non contrastare tali scopi”.
Si potrà anche “permettere ai sudditi di fare uso pubblico della loro ragione” esponendo “le loro idee sopra un migliore assetto della legislazione”, ma alla fine, per Kant, l'Illuminismo si riduce a questo: l'affidamento a un Sovrano Illuminato.
Egli, disponendo delle forze dell'ordine “a garanzia della pubblica pace”, può dire ai sudditi: ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete; solamente obbedite!

Parole scritte due secoli e mezzo fa illuminano il nostro presente.

Georges Bernanos

« Le danger n’est pas dans la multiplication des machines, mais dans le nombre sans cesse croissant d’hommes habitués, dès leur enfance, à ne désirer que ce que les machines peuvent donner
Il pericolo non sta nella moltiplicazione delle macchine, ma nel numero che cresce senza sosta di uomini abituati, dalla loro infanzia, a non desiderare altro che ciò che le macchine possono dare
Così scrive Georges Bernanos il 20 gennaio 1945

«L’idée que la liberté puisse disparaître peu à peu d’une civilisation technique où, en effet, elle n’a pas de place, m’est, à la lettre, intolérable.»
L'idea che la libertà possa sparire poco a poco da una civiltà tecnologica in cui, in effetti, non ha posto, mi è letteralmente intollerabile.

nel 1938 all'esilio in Brasile, vive dal 1940 in un a casa isolata, nei pressi di Barbacena, Minas Gerais, alle pendici di una collina chiamata Cruz das Almas.
Si intitolerà 'Le Chemin de la Croix-des-Âmes' (1948) la raccolta dei suoi scritti di quegli anni: articoli per giornali brasiliani e francesi, lettere aperte.
Bernanos è impegnato nella Resistenza. De Gaulle il 16 febbraio 1945 gli telegrafa «Votre place est parmi nous». In giugno torna in patria, ma rifiuta il ruolo di ministro che De Gaulle gli propone.

«Sono uno scrittore e, se Dio vuole, anche un poeta», dice di sé. «Non invento niente, racconto quello che vedo». E cosa vede Bernanos in quegli anni?

Sono gli anni del dopoguerra, del possibile inizio di tempi migliori. Politici, sociali. Bernanos, in quegli anni, coglie sintomi premonitori. Si chiede: non stiamo forse cadendo in "una fiducia cieca nella Civiltà delle Macchine?".
Nello stesso 1948, in cui esce presso Gallimard 'Le Chemin de la Croix-des-Âmes', esce in prima edizione mondiale presso un altro editore parigino il saggio di Norbert Wiener: 'Cybernetics; or, Control and communications in the animal and the machine'.

Bernanos scrive:

«L’idée que la liberté puisse disparaître peu à peu d’une civilisation technique où, en effet, elle n’a pas de place, m’est, à la lettre, intolérable.»

L'idea che la libertà possa sparire poco a poco da una civiltà tecnologica in cui, in effetti, non ha posto, mi è letteralmente intollerabile.

Ritorna sul tema in un saggio breve e nervoso, ricco di domande e di ammonimenti: 'La France contre les robots', 1947.
Bernanos, che ha passato la vita ad interrogarsi sulla propria fede, sull'impegno civile, finisce per passare gli ultimi anni della sua vita riflettendo su macchine che «dispensent de penser, de vouloir, de prévoir», dispensano dal pensare, dal volere, dal prevedere.
Questo, in fondo, è il suo testamento. Muore infatti, sessantenne, il 5 luglio 1948.

Amartya Sen 

Sen ci mette in guardia di fronte alle metriche, ai modelli. Spesso portano a trascurare il punto di vista di minoranze e oppositori. Meglio molti dati sporchi, difficili da interpretare, che pochi dati puliti.
Scrive: “ridurre ad un solo quantum omogeneo tutto ciò cui abbiamo motivo di dare valore non è possibile”. Quindi, dice, invece di ricondurre gli aspetti implicati nelle valutazioni a un unico sistema di pesi (come accade, ad esempio, nelle metriche contabili e bilancistiche; o come accade, in informatica, scegliendo un modello di dati o un algoritmo), meglio una ricca serie di pesi anche non pienamente congruenti tra di loro.

In un quadro segnato da una crescente divaricazione tra ricchezza e povertà

"Invece di accanirci a stabilire cos’è la giustizia ‘in principio’, facciamo il possibile, qui ed ora, anche magari per tentativi e errori, accettando l’imperfezione, facciamo il possibile per invertire il circolo vizioso della povertà e dell’ingiustizia."

"Si tratta quindi di accettare la complessità del mondo. Piuttosto che cercare rappresentazioni perfette del mondo, partecipare -per quanto è possibile ad ognuno di noi- alla costruzione di un mondo meno ingiusto."

"Non sta a noi definire cosa sarà considerato importante dai nostri figli, e da ogni generazione futura. Non sta a noi definire per loro gli ‘standard di vita’. A noi compete la responsabilità di lasciare agli altri lo spazio per scegliere in libertà quale vita vivere."

"Per cogliere i trend, i segnali deboli, conviene essere disposti ad ascoltare la voce altrui. Ascoltare chiunque e dare spazio anche alle opinioni con le quali si è in franco disaccordo. L’esclusione è in sé una ingiustizia, ed è anche fonte di ulteriori ingiustizie, perché, ritiene Sen, solo tramite il dibattito in pubblico cresce una società meno ingiusta."

Sen ci offre quindi una definizione sintetica: la democrazia è discussione in pubblico.

Una giustizia per i tempi digitali

Possiamo parlare di era di 'era digitale' ricordando che parliamo sia di causa che di effetto: l'economia, la finanza, la politica, gli interessi di una élite, generano una tecnologia. La tecnologia a sua volta determina economia, finanza, politica, cultura.

La tecnologia digitale finisce per ridefinire il concetto di giustizia.

Si afferma -a scapito di ogni altra élite; a scapito dei tradizionali poteri democratici: legislativo, esecutivo, giudiziario; a scapito anche a scapito dei politici di professione- una nuova élite di tecnici: tecnologi, tecnocrati digitali. Sono loro i nuovi Vormünder, i guardiani di cui parlava Kant.

I codici giuridici sono scritti da rappresentanti dei cittadini, in un quadro definito da costituzioni e norme di diritto. Sono scritti in testi e tramite linguaggi noti e trasparenti ai cittadini. Il codice digitale è invece scritto da puri tecnici non eletti ma auto-cooptati; ed è scritto in un linguaggio noto solo ai tecnici, illeggibile per il cittadino; linguaggio destinato ad essere compreso e recepito non dai cittadini ma da macchine.

Il cittadino vede via impoveriti i diritti dell'elettore e del legislatore, e retrocede ad utente di servizi erogati d'autorità dai detentori di piattaforme.

Il potere di fatto dei tecnologi e tecnocrati digitali può essere inteso come attacco alla giustizia. O ridefinizione della giustizia. I tecnologi hanno i mezzi per definire il terreno sul quale si svolge la vita civile.

Di fronte al nuovo potere di tecnologi e tecnocrati la risposta sta in una azione intensa della cittadinanza attiva. Amartya Sen ci fornisce indicazioni per trovare una via.

Verso una nuova assunzione di responsabilità

Circola nei media e nei social network ed in ogni dove una sia pur confusa e discordante apologia dell'Intelligenza Artificiale. Questa apologia giova a chiunque opera da professionista nel campo dell'Intelligenza Artificiale - anche a coloro che, di fronte a specifici aspetti di queste tecnologie, mostrano atteggiamenti critici.

Fa comodo in ogni caso creare un'aura di attesa e di pubblico interesse attorno alla cosa detta 'Intelligenza Artificiale'. Non importa se si tratta di un'aura fumosa. In un modo o nell'altro fa comodo educare il popolo a stare in attesa di novità sbalorditive. Se mai si accenna a difetti di questa cosa detta 'Intelligenza Artificiale', sempre si bilancerà parlando dei difetti degli esseri umani.

Se ci fermiamo per un attimo a pensare, se prendiamo anche solo per un istante coscienza di come stiamo vivendo e agendo, ci rendiamo conto di come oggi accettiamo una sottrazione di libertà.
Meditando, ci rendiamo conto di come oggi viviamo sottoposti ad una restrizione dell'ottica, dell'ampiezza del nostro sguardo. Viviamo sussunti a regole contenute in macchine. Viviamo chiedendo lumi a macchine. Osserviamo in mondo attraverso macchine.
Ci specchiamo in gemelli digitali. Conosciamo il mondo attraverso 'dati'.

Ci diciamo che 'non esiste umano senza macchina'. Cerchiamo di convincerci che 'è sempre stato così'. Ma sappiamo che dicendoci questo inganniamo noi stessi.

La macchina che ci impone le restrizioni che oggi subiamo è la macchina digitale, computazionale, che prima del Ventesimo Secolo non esisteva.
Solo la macchina detta 'computer' porta con sé l'idea che la macchina possa sostituire l'umano.
Solo la macchina detta 'computer', allo stesso tempo, porta con sé l'idea che il pensare è l'eseguire ciò che sta in un Libro delle Regole già scritto.

Siamo succubi di una ideologia che, a partire dalla presenza di questa macchina, pretende di ricostruire a ritroso la storia del pensiero e della conoscenza.

Siamo succubi di una filosofia secondo la quale l'amore per il sapere non autorizza noi umani a esplorare la realtà in ogni direzione. Ci viene infatti imposto di amare, prima del sapere, una macchina. Ci vienee imposto un pensiero sottoposto a regole e legato al confronto dell'umano con la macchina digitale.

Sta a noi mantener vivo un pensiero che non contempla macchine pensanti, e che non considera noi stessi macchine pensanti.
Solo recuperando una saggia distanza dalla macchina potremo vivere liberamente la presenza di macchine.

Chi dubita e si interroga, chi -di fronte al pressante invito ad adattarsi, a non fare a meno di sempre nuove tecnologie digitali- chiama alla cautela, viene tacciato di luddismo, difensivo attaccamento al passato, atteggiamento retrogrado.
Chi cerca di trovare, per sé e per gli altri, un limite, una misura, nell'uso dei mezzi digitali proposti dalla martellante propaganda, è accusato di essere vittima della paura. Paura della macchina, paura del nuovo, paura del confronto e dell'incontro con il diverso.

Ma a ben guardare, ad aver paura sono coloro che prontamente, con sollievo, si affidato a nuove macchine digitali, in particolare a quelle macchine che vanno sotto il nome di 'Intelligenze Artificiali'.

Tutti oggi abbiamo motivo di essere impauriti. Ma impauriti non tanto dalla presenza, accanto a noi, di una o di un'altra macchina; impauriti, invece da disagi sociali, crisi economiche, guerre conflitti politici che paiono insanabili, disastri ambientali. Di fronte a tutto questo, sì, abbiamo paura.
Come far fronte, ci chiediamo?

E ci rispondiamo: meno male, c'è l'Intelligenza Artificiale. Affidiamoci a lei.
Evitiamo così di chiederci davvero, in modo impegnativo, come posso far fronte?
In un tempo precedente non potevamo fare a meno di dirci: devo assumermi questa responsabilità. Oggi disponiamo di una macchina che ci illude di poter scansare ogni responsabilità.

Questi argomenti offrono uno sfondo al tema: Il macchinocentrismo come problema filosofico, oggetto di incontro il 29 maggio 2025, ore 18-20, presso la Casa della Cultura di Milano. Primo appuntamento della serie L'etica ai tempi del macchinocentrismo, a cura di Assoetica.

Macchinocentrismo vs. Antropocentrismo

E' diffusa l'accusa di 'antropocentrismo' rivolta a chi mostra cautela di fronte alle macchine digitali, in particolare di fronte alle macchine progettate per imitare, simulare o sostituire l'umano.

Dietro l'accusa di 'antropocentrismo' si nasconde la posizione 'macchinocentrista'.

Un primo modo di intendere il 'macchinocentrismo' risiede nel considerare esseri umani -e animali e ogni tipo di ente naturale- come sistemi complessi, ovvero macchine.
Un bambino, l'universo, la macchina di Turing, un qualsiasi computer, una infrastruttura tecnologica; in ogni caso macchine.
Descritta così la scena, il confronto tra macchine è istituito. Nello specifico è istituito il confronto tra essere umano e computer.
Si tratta di un confronto dove è assunta in principio la comparabilità tra i due enti. Perciò, sull'altare della comparabilità, ciò che dell'umano è incomparabile -ciò che non trova riscontro possibile nel computer- è rimosso e ignorato.

Una posizione 'macchinocentrista' esemplare consiste nel sostenere che gli esseri umani, viziati da 'antroprocentrismo' misconoscono i diritti delle 'cose'.
L'uscita dall''antropocentrismo' consisterebbe quindi nel farsi paladini dei diritti del rappresentante ideale di ogni 'cosa': il robot.

Altra posizione 'macchinocentrista' consiste nel sostenere che gli umani hanno sempre conosciuto sé stessi attraverso il confronto e l'interazione con macchine.
Si mette così tra parentesi il ri-conoscersi come essere umano, essere vivente, appartenente alla natura e alla vita.
Resta in ogni caso la differenza tra il conoscere sé stessi attraverso il confronto o l'incontro con un tornio, un orologio, e attraverso l'incontro o il confronto con macchine progettate per imitare, simulare o sostituire l'umano.

Il conoscere sé stessi tramite il confronto e l'incontro con ogni essere umano, con ogni essere vivente, tramite la consapevolezza di appartenere alla natura e alla vita, porta a riconoscere a sé stessi una responsabilità ed un ruolo da giocare.
A quale posizione portano invece il considerarsi macchine, e il conoscere sé stessi come e tramite macchine digitali?

Questi argomenti sono il punto di partenza dell'incontro Il macchinocentrismo come problema filosofico, 29 maggio 2025, ore 18-20, presso la Casa della Cultura di Milano:  Primo appuntamento della serie L'etica ai tempi del macchinocentrismo, a cura di Assoetica.


giovedì 6 marzo 2025

Macchinismi computazionali e intelligenza: perché è aberrante la traduzione italiana del più noto articolo di Alan Turing

Computing Machinery and Intelligence: l’articolo di Alan Turing apparso nell’ottobre 1950 sulla rivista 'Mind'. Turing afferma in apertura: “I propose to consider the question: Can machines think?’". La definizione intelligenza artificiale viene coniata cinque anni dopo. Ma l’intero campo di ricerca discende da qui. Dove già nel titolo si propongono le parole chiave: macchina, computazione, intelligenza.

L’articolo, citatissimo, non è in realtà stato letto e studiato abbastanza. Per lo più è noto attraverso riassunti e letture di seconda mano, che presentano interpretazioni scolastiche e semplificate. L’impressione lasciata da queste sintesi appiattisce il senso, tanto da renderne inutile la lettura.

Leggete l’articolo da soli. Se l’avete già letto, rileggetelo. E' chiarissimo, e che ci parla più incisivamente delle prefazioni e dei commenti che lo accompagnano- illumina le stanche e ripetitive discussioni presenti. Non lasciatevi fuorviare dagli 'esperti' che vogliono darvi ad intendere che senza la loro mediazione non potrete comprendere: si capisce tutto molto bene.

Arriverete così a ragionare con la vostra testa sull’affermazione che si trova verso la fine: “We may hope that machines will eventually compete with men in all purely intellectual fields”. Potrete allora chiedervi: condivido questa speranza? Mi riconosco in questo progetto? In cosa il mio pensiero si differenzia da quello di Turing e dei suoi più o meno consapevoli seguaci?

L’articolo, è reperibile con estrema facilità sulla Rete in lingua originale, e in italiano, gratis. Ma ben venga una nuova edizione. Ne è uscita di recente una presso Einaudi, a cura di Diego Marconi.

La traduzione di Marconi è nuova. Ma il titolo - Macchine calcolatrici e intelligenza - resta lo stesso che appariva nella prima traduzione italiana dell'articolo, nell'antologia La filosofia degli automi, a cura di Vittorio Somenzi, Boringhieri, 1965. Il titolo resta uguale nella successiva edizione della raccolta: La Filosofia degli automi. Origini dell’intelligenza artificiale, a cura di Vittorio Somenzi e di Roberto Cordeschi, Boringhieri, 1986, ristampata con prefazione di Damiano Cantone, Mimesis, 2022.

Macchine calcolatrici e intelligenza è un titolo sbagliato. Era un titolo sbagliato nel 1965, nel 1986, nel 2022, e a maggior motivo lo è oggi.

Macchine calcolatrici evoca macchine ben più semplici del calcolatore elettronico. Ma anche l'espressione calcolatore elettronico, che pure Marconi usa nella postfazione dell'edizione Einaudi, è datata e fuorviante.  Principalmente per un motivo: si nasconde la differenza, tra 'calcolo' e 'computazione'. 

Turing ammette che la assoluta calcolabilità - la descrizione del mondo logico-formale, esatta e priva di equivoci - è inattingibile. La sua risposta a questa impossibilità sta nel definire un universo più ristretto, dove i problemi che la calcolabilità impone sono assenti per definizione: l'universo della computazione.

E' importante discutere e confrontarsi. Ma ogni confronto sarà impossibile se tramite un titolo sbagliato, o chissà volutamente fuorviante, si nega l'argomento del contendere.

Invito quindi a leggere l'articolo di Turing immaginandolo intitolato Macchine computanti e intelligenza. O Macchine computazionali e intelligenza. O Macchinismi computazionali e intelligenza. O, tout court Computer e intelligenza.

giovedì 6 febbraio 2025

'Beyond cyborgs: the cybork idea for the de-individuation of (artificial) intelligence and an emergence-oriented design', articolo apparso su 'AI & Society', 1 febbraio 2025


Cosa è Cybork? Chi è Cybork? Dove sta Cybork? 


Cybork è Bildung; è complessità irrisolta; forma emergente; sistema sociotecnico; insieme di relazioni, processi, configurazioni fluide e comportamenti. 

Vedevamo distinzioni tra esseri umani e tecniche, strumenti; tra attori e rete; tra enti e loro agire. Nell'immagine del Cybork questi confini convenzionali sfumano fino a cessare di esistere. 
L'immagine del Cybork attingibile resterà approssimativa. 
Il Cybork è incalcolabile; non riducibile ad una descrizione computazionale. Intravvedere il Cybork significa avvicinarsi a scoprire il senso che sta oggi dietro le parola lavoro, dietro la parola work. Avvicinarsi al Cybork significa accettare la stessa nostra appartenenza al sistema che intendiamo osservare e descrivere. 
Accettare il Cybork significa accettare i limiti dello sguardo individuale, sapendo che c'è sempre qualcosa che non siamo in grado di vedere e di percepire. 
Scrivere a proposito del Cybork insieme ad altri umani, prendendo in considerazione altri testi scritti in precedenza da umani, è accettare di essere parte di un Cybork. 

Questo è ciò che penso in questo istante. 
Essendo il concetto di Cybork complesso, emergente, sfuggente, in un altro istante potrei pensare qualcosa di differente.  

Ringrazio Federico Cabitza -che per primo ha 'visto' il Cybork: con lui ho scritto un precedente articolo a questo proposito- per avermi invitato a partecipare a questo lavoro. Ringrazio Chiara Natali e David Gunkel per il lavoro svolto insieme, lavoro che ha trovato punto di incontro nel testo di questo articolo.
Non pretendo certo che nessuno di loro condivida appieno il mio pensiero, ma spero in nuove convergenze in articoli futuri. 

Per quanto mi riguarda sono specialmente interessato a studiare, e se possibile a mostrare, le differenze interne al Cybork. Differenze tra l'umano e il macchinico presenti anche anche quando essi sono strutturalmente accoppiati nel Cybork. Mio riferimento, in questa riflessione, è Marcel Mauss, Les Tecniques du corps, 1934.
Sto anche ragionando sulle sostanziali differenze che secondo me distinguono il Cybork da altri concetti in apparenza simili: la Human–AI interaction as System 0 Thinking: e la Human-AI Coevolution. 
E sto scrivendo un articolo -che pubblicherò su Stultifera Navis dove spero di riuscire a mostrare i limiti della Actor Network Theory di Bruno Latour. Limiti che risultano evidenti alla luce di quella che mi appare la svolta chiave del pensiero dello stesso Latour, svolta che trova manifestazione nel suo libro Aramis ou l'amour des techniques. Credo infatti Aramis sia un esemplare Cybork.

venerdì 29 novembre 2024

Turing lo sapeva!

Un accademico, ordinario di Computer Science recentemente uscito di ruolo per età, si  presenta ora su Linkedin come 'etico informatico'. Ha scritto sull'Avvenire un articolo commemorativo nel settantesimo anniversario della morte di Alan Turing 7 giugno  1954. Qui l'articolo.

Riporto qui il commento all'articolo che ho proposto su Linkedin.

Se seguiamo Turing quando dice: "presumibilmente il comportamento intelligente consiste in un allontanamento dal comportamento completamente disciplinato del calcolo"", dobbiamo dedurne che nessuna macchina fondata sulla computazione può essere 'intelligente', perché la computazione è esattamente un procedimento completamente disciplinato dal calcolo. Anzi, Turing ci impone una ulteriore riduzione, un ulteriore allontanamento dall''intelligenza' definita come sopra, dato che la computabilità è per definizione più strettamente disciplinata della calcolabilità.

Turing lo sapeva! Infatti tutto il suo ragionare, nell'articolo "Computer Machinery ed Intelligence", 1950, tutto il suo cercare la macchina che pensa, la macchina intelligente, non è che una mera speranza, umanamente comprensibile, ma priva di fondamenti logici, matematici, o in senso lato scientifici. 'I hope', scrive verso la fine dell'articolo, come tu stesso ricordi: "possiamo sperare che sicuramente nel futuro le macchine competeranno con gli uomini in tutti i settori puramente intellettuali".

La domanda dunque è: perché Turing coltivava questa fideistica speranza? La domanda è anche: perché sono molti oggi coloro che coltivano, seguendo Turing, questa fideistica speranza?

Mi sembra resti aperto anche un ulteriore interrogativo: anche tu coltivi questa fideistica speranza? Perché scrivi: "I recenti progressi dei sistemi di intelligenza artificiale generativa stanno facendo cadere l’ipotesi che siano solo dei 'pappagalli stocastici', basati sul caso. Almeno dal punto di vista fenomenologico alcuni esperimenti hanno invece dimostrato in questi sistemi l’esistenza di scintille di intelligenza".

Tu credi davvero che gli argomenti esposti da Emily Bender in "On the Dangers of Stochastic Parrots" siano infondati, e che invece vada dato credito a quanto scrive Sébastien Bubeck in "Sparks of Artificial General Intelligence: Early experiments with GPT-4"?

Nel complesso, leggendo il tuo articolo, mi sembra che tu condivida la "solenne dichiarazione di fiducia e ottimismo" che attribuisci a Turing.

Perciò mi pare resti una certa contraddizione tra il tuo testo il titolo dell'articolo: 'Così Alan Turing ci mise in guardia dagli inganni delle macchine'. Turing non mette in guardia dagli inganni delle macchine, spera che le macchine pensino!. Forse i redattori dell'Avvenire non hanno capito? O forse, consapevolmente o inconsciamente, si tratta di una presa di distanza da quello che scrivi?

lunedì 14 ottobre 2024

L'informatica è umanistica

Articolo apparso su MagIA il 13 ottobre 2024

L'informatica è umanistica

di Francesco Varanini

Informatica Umanistica o Digital Humanities? Da molte parti sento dire che l'espressione 'informatica umanistica' è orrenda, e che non esiste motivo per non adottare l'espressione inglese, che oltretutto porta con sé un richiamo esplicito alla comune, e per molti definitiva, affermazione del 'digitale' come parola chiave indispensabile per definire la cultura nella quale ci si vuole considerare definitivamente immersi.

Dietro la facile parola 'digitale' continuano però ad aleggiare, lo si voglia o no, altre due espressioni, ben più portatrici di senso: computazione e informatica. Il 'digitale', in effetti, non è che la lettura pop della computazione e dell'informatica.

Ben venga quindi una dizione -informatica umanistica- che mantiene vivo il senso di una storia e che è espressa in lingua italiana. Non è questo il luogo per guardare alle differenze sottili tra 'informatica' e 'computer science'. Basta qui ricordare che i Dipartimenti delle nostre Università si chiamano Dipartimenti di Informatica.

Mi pare anche che in italiano risalti meglio l'ossimoro, l'accostamento di concetti in apparenza tra loro contrari, la giustapposizione di due in apparenza opposti avvicinamenti alla conoscenza. Da un lato l'Informatica, la Computer Science, nuova disciplina. Dall'altro l'Umanistica: l'arte, la letteratura, le scienze umane.

Appare dunque evidente l'ampiezza di senso che alberga nella definizione - e quindi nel campo di studi che la definizione descrive. Come possono stare insieme informatica e umanistica? Come si contraddicono a vicenda, oppure come si imbricano, come contaminano e interlacciano le due aree disciplinari? Cercherò di rispondere mostrando perché 'informatica' e 'umanistica' debbano stare insieme. Non possano che stare insieme.

E' inevitabile iniziare dicendo che l'Informatica Umanistica -o Digital Humanities- designa comunemente un ambito banale. L'informatica umanistica, si dice, si dedica a predisporre strumenti informatici per cultori delle discipline umanistiche: hardware e software ad uso editoriale, di biblioteche e musei; supporti informatici per ricerche storiche, linguistiche, o filologiche. Oppure si pone l'accento sulla divulgazione della conoscenza attraverso media informatici. O ancora si guarda alla codifica digitale di testi prima appoggiati su supporti cartacei; e in genere alla codifica digitale di parole, suoni, immagini.

Se invece prendiamo buono quel luogo, quel confine sfumato che sta tra l'Informatica e l'Umanistica, possiamo avventurarci a proporre un primo tentativo di definizione: l'informatica umanistica è il regno della transdiciplinarità.

Ma la transdisciplinarità è un'arte difficile da praticare.

Basta un esempio. Un concetto fondante dell'informatica è l'organizzazione dei dati sotto forma di albero gerarchico. E' buona cosa cercare di illustrare questa organizzazione logica attraverso analogie attinte dal vasto campo umanistico. Le scelte però finiscono per cozzare con i limiti, forse inevitabili, del quadro di conoscenze dello studioso.

Siccome in una edizione italiana del romanzo di Gabriel García Márquez Cien años de soledad l'editore ha aggiunto al testo, ad inizio libro, un albero genealogico della famiglia Buendía, si prende questo albero genealogico come riferimento tramite il quale mostrare le virtù generali e quindi le applicazioni tecniche dell'hierarchical tree.

Non si può certo pretendere che un docente di informatica sia particolarmente ferrato in temi storico-letterari, critico-letterari o filologici. Ma si dà il fatto che l'albero genealogico della famiglia protagonista del romanzo sia una aggiunta estemporanea del redattore italiano di una singola edizione. L'albero genealogico non compare in nessuna edizione in lingua originale, e tanto meno nella prima edizione dell'opera. Si dà anche il fatto che l'esposizione dell'albero genealogico contraddice le intenzioni dell'autore e la proposta che l'autore rivolge al lettore. García Márquez, al contrario, propone lettore di perdersi in una narrazione dove la sequenza storica, temporale, lineare degli eventi è assente; invita il lettore a rinunciare all'ordine rappresentato dalla gerarchia dei puri passaggi generazionali, e ad immergersi invece nella complessità: tornano gli stessi nomi di battesimo, la figura del nonno si ritrova negli atteggiamenti del nipote, gli antenati sono presenti qui ed ora... Se il romanzo ci offre metafore -e ce le offre- certo non ci parla di gerarchia, ci parla semmai di rete, o della massa di Big Data, aperti alle più differenti connessioni, compresi in un LLM.

Così, la buona intenzione si trasforma in un cattivo servizio.

Altri romanzi avrebbero certo fornito un miglior esempio di hierarchical system. Ma va anche detto che, al di là della letteratura, e dell'inesistente albero di García Márquez, le analogie pertinenti non sono poi così difficili da trovare.

Si sarebbe potuto ricorrere alle rappresentazioni grafiche delle strutture elementari delle parentele offerte dall'antropologia culturale. Ma sopratutto si può ricordare l'esempio principe di rappresentazione sistematica di conoscenze fondata sulla struttura ad albero: il Systema Naturae per Regna Tria Naturae, secundum classes, ordines, genera, species, cum characteribus, differentiis, synonymis, locis di Linneo. Nelle tavole di Linneo troviamo, già pienamente implementate, il hierarchical tree articolato in classi e sottoclassi, il file system, il modello dei dati.

Seguendo Linneo, si può oltretutto ricostruire il percorso che porta a Goethe. Goethe provava un enorme ammirazione per il quadro generale generale e sistematico, universale, proposto da Linneo.

Ma poi, anche sotto l'influenza straniante della lettura di Spinoza, un giorno, nell'orto botanico di Padova, osservando dal vivo un albero, Goethe ha una illuminazione: si rende conto della necessaria esistenza di una differente rappresentazione. La rappresentazione di Linneo è una Gestalt, una struttura ordinata dove ogni cosa sta in un posto formalmente descritto. Esiste un'altra possibile, anzi: necessaria rappresentazione: la Bildung: la forma formante, la forma che sta prendendo forma in questo istante, la forma emergente.

Se è possibile cercare il senso della computer science attraverso per la via della Gestalt, altrettanto può dirsi della via della Bildung.

Ricordando gli aspetti riduttivi e inconsistenti del richiamo approssimativo ad autore e ad una opera letteraria, non si vuole certo gettare la croce addosso a qualcuno. Si vuole solo far presente che molto difficilmente l'auspicato approccio transdisciplinare può essere oggetto di un singolo insegnamento, e molto difficilmente può essere praticato da un singolo docente.

La domanda che si pone è dunque questa: come cercare la transdisciplinarità. Come metterla in campo, come insegnarla.

Verosimilmente, la transdisciplinarità può emergere dal tenere aperto il ventaglio degli argomenti, al di là dei confini disciplinari. E cioè, in università, la transdiciplinarità è il frutto dell'ampiezza degli sguardi disciplinari accolti nei piani di studi.

Scrivo questo avendo in mente la personale esperienza. Ho partecipato più di vent'anni, presso l'Università di Pisa, al decollo del primo -e credo ancora unico- corso di laurea triennale in Informatica Umanistica. Si trattava di un corso Interfacoltà. Era bellissimo vedere lavorare insieme docenti cultori di discipline diversissime, e quindi anche incapaci di intendere l'uno il saper dell'altro. Tutti contribuivano ad una sintesi, o meglio in una apertura, in una disponibilità alla complessità, che si formava e andava crescendo nella mente degli studenti.

Spero che questi stringati accenni siano sufficienti per mostrare come l'informatica umanistica possa offrire un servizio di grande importanza: collocare i concetti, i costrutti che sono il pane quotidiano dei cultori dell'informatica e della computer science nel quadro storico e culturale nel quale i concetti e costrutti stessi sono stati generati e si sono evoluti.

Collocare il pensiero informatico e computazione nel vasto, aperto contesto della storia delle idee significa offrire la via per avvicinarsi alla più profonda e sfumata conoscenza della propria disciplina, al più consapevole dominio dei ferri del mestiere.

E' forse necessaria una precisazione: non si tratta di cercare, lungo una via già molto percorsa, ma foriera di vari fraintendimenti, un incontro tra due culture, la cultura 'umanistica' e cultura 'scientifica' (di cui la computer science fa parte), intese come campi nativamente distinti. Si tratta invece di considerare la scienza stessa (e quindi la computer science) un'arte umana, una specifica via verso la conoscenza, come lo sono la letteratura o la musica.

Accade oggi che i corsi di laurea di Digital Humanities siano incardinati nel quadro di Dipartimenti di taglio umanistico. E che siano concepiti come preparazione a coprire ruoli dove la competenza informatica necessaria è limitata ad elementi basilari e semplificati. Andando per esempi: dall'esperto di biblioteconomia all'esperto di Search Engine Optimization.

Il modo di intendere l'Informatica Umanistica che sto esponendo trova invece collocazione all'interno dei Dipartimenti di Informatica. Perché un certo senso l'Informatica Umanistica che qui propongo può anzi essere intesa la miglior formazione per qualunque professione nel campo della computer science: sia si tratti di impieghi di ambito aziendale, sia di carriere nel campo dell'accademia e della ricerca.

Infatti serve una solida preparazione in meritò ai fondamenti matematica, alla calcolabilità e alla computazione, algoritmi, programmazione... Ma è anche evidente la rapida evoluzione delle tecnologie: ciò che conta è essere preparati a coglierne gli aspetti essenziali e ad apprendere rapidamente. A questo fine, una preparazione umanistica è sicuramente un fattore efficace, un importantissimo acceleratore.

Si può infine ricordare che l'informatica umanistica fornisce un antidoto al comune modo di intendere la figura del computer scientist. Si dice che il computer scientist è impegnato ad interagire con due 'agenti': l'utente e la macchina. L'informatica umanistica riporta con i piedi per terra: il protagonista di questa storia è uno solo: l'essere umano. Nessun essere umano si merita di essere ritenuto passivo 'utente'. L'essere umano che costruisce macchine destinate ad essere usate da altri esseri umani merita una formazione che gli ricorda la sua appartenenza all'umanità. L'essere umano che costruisce strumenti per accompagnare gli esseri umani nella loro ricerca di conoscenza, merita una formazione aperta alla complessità dei processi di costruzione di conoscenza.