Visualizzazione dei post in ordine di data per la query heidegger. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di data per la query heidegger. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post

martedì 10 febbraio 2026

Forma imposta o continuo presentarsi. Heidegger, la tecnica e il nuovo pensiero

Heidegger non scrive 'contro la tecnica', né nell'Essere e il tempo, né nel dopoguerra. Scrive a proposito di come la tecnica favorisce o contrasta il pensiero umano. Scrive alla luce dell'avvento di quella cultura tecnico-scientifica che sembra rendere vana la 'filosofia'. Ma se muore 'un certo tipo di filosofia' non muore l'umano pensare.

Non è difficile constatare che Heidegger mostra di conoscere molto bene la cibernetica -e implicitamente quelle disciplina che prende il nome di 'computer science' o di 'informatica'. Per questa via si può seguire la lezione di Heidegger nel leggere criticamente in senso delle macchine proposte dall'informatica, lungo la sua storia, fino al giorno d'oggi.

L'articolo -che si sviluppa come commento puntuale della conferenza Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie, La fine del pensiero in forma di filosofia, dettata da Heidegger il 30 ottobre 1965- riprende senza modifiche il penultimo capitolo di: Francesco Varanini, 'Macchine per pensare', Guerini e Associati, 2015.

Potete leggerlo qui su Stultifera Navis.

lunedì 17 giugno 2024

Che fare di fronte alla GenAI? Costruire con spirito critico un antropocentrismo ingenuo

 Rispondo qui all'articolo dell'amico Paolo Costa La GenAI? E' l'orrendo che affascina. Nel mentre ancora lo ringrazio per aver partecipato all'incontro Sanno forse le scatole nere scrivere romanzi?, presso Spazio Vitale, Verona, 15 giugno 2024.


Ho amici che mi dicono: certe cose non vanno dette fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori. E aggiungono: quando si parla ai cittadini, conviene evitare aspetti scabrosi, e dedicarsi invece a spargere fiducia; tanto poi, si aggiunge ancora, i 'profani' non sono in grado di capire. E si sa che poi, nel parlare, ci si adatta all'uditorio, al contesto. 

Capita così di dire in pubblico che sarebbe meglio non usare nemmeno l'espressione 'intelligenza artificiale', perché impropria e imprecisa. E capita che poi invece scrivendo già nel titolo si prende per buona l'Intelligenza Artificiale Generativa; per poi dilungarsi, nel corso dell'articolo, sulle magnifiche capacità retoriche della Intelligenza Artificiale Generativa stessa.

Per quanto mi riguarda, in ogni occasione e quale che siano gli interlocutori e il pubblico, mi spendo nel tentativo di discutere a fondo ogni affermazione data per scontata. E cerco in ogni situazione mostrare ciò che resta non detto nelle ambigue e imprecise divulgazioni tramite le quali l'Intelligenza Artificiale viene presentata ai cittadini. 

Perché non possiamo fare a meno di ricordare un fatto: circola nei media e nei social network ed in ogni dove una sia pur confusa e discordante apologia dell'Intelligenza Artificiale. Questa apologia giova a chiunque opera da professionista nel campo dell'Intelligenza Artificiale - anche a coloro che, di fronte a specifici aspetti di queste tecnologie, mostrano atteggiamenti critici.

E dunque fa comodo in ogni caso creare un'aura di attesa e di pubblico interesse attorno alla cosa detta 'Intelligenza Artificiale'. Non importa se si tratta di un'aura fumosa. In un modo o nell'altro fa comodo educare il popolo a stare in attesa di novità sbalorditive. Se mai si accenna a difetti di questa cosa detta 'Intelligenza Artificiale', sempre si bilancerà parlando dei difetti degli esseri umani. 

A questa ormai consolidata prassi comunicativa rispondono gli antropocentristi ingenui svelando trucchi e invitando tutti a tornare con i piedi per terra.


Vengo subito alla conclusione dell'articolo che sono qui a commentare.

dovremmo rinunciare ad assumere una posizione di sdegno, del tutto sterile, per la presunta detronizzazione dell'umano da parte della macchina

Cominciamo col dire che, di fronte a certe tecnologie pensate contro l'essere umano, a danno dell'essere umano, lo sdegno è motivato. Si può notare che per svalutare l'atteggiamento, per connotarlo con una venatura negativa, per intenderlo come gratuito disprezzo, si scrive sdegno e non indignazione. Diciamo dunque che di fronte a diverse tecnologie digitali che abbiamo sotto gli occhi, l'indignazione è del tutto motivata. Perché poi "del tutto sterile"? E' un monito politico. E' come dire: tanto il cittadino non può far nulla. Ogni tecnologia proposta dovrà comunque essere accettata. Lo stesso tono traspare dall'aggettivo presunta, che vuole far pensare ad atteggiamenti eccessivi, non realistici, non corrispondenti ai fatti. E poi la parola detronizzazione, come se gli umani si sentissero seduti indebitamente su un comodo trono. Seduti su un trono sono semmai i tecnologi, i finanziatori che scelgono quali ricerche finanziare, gli attori tutti del mercato dell'offerta di strumenti digitali, che sempre più costringono il cittadino, con ogni nuova proposta, a ridursi ad utente.

Ma in realtà tutto il senso della conclusione ricade sulla frase succcessiva

dovremmo decostruire con spirito critico un antropocentrismo ingenuo, considerando lo sguardo computazionale sul mondo come un prezioso strumento di conoscenza

Mi chiedo innanzitutto se si abbia chiara nozione del senso della parola ingenuo. Significa "nato all'interno della stirpe, e perciò libero e schietto". Dunque, a scanso di equivoci, mi dichiaro antropocentrista ingenuo. C'è forse da vergognarsi a riconoscersi appartenenti alla stirpe degli esseri umani? Dove sta il difetto in questo riconoscimento? Si può legittimamente supporre che chi si propone di 'decostruire con spirito critico' l'antropocentrismo ingenuo intenda eludere le responsabilità che in quanto essere umano gravano sulle sue spalle. Chi è tacciato di 'antropocentrismo ' non si sente al centro di nulla: semplicemente non scansa le responsabilità che in quanto umano è chiamato ad assumersi.  Si può altresì inferire che, per un qualche motivo che i sostenitori di questa decostruzione non sanno spiegare bene, la critica all'antropocentrismo sia il velo che copre l'ansia di poter dire, seguendo Turing: che bello, le macchine sanno pensare! E forse anche: che bello se le macchine tolgono le castagne dal fuoco al posto nostro! Antropocentrista ingenuo, invece, scelgo di assumermi le mie responsabilità di conoscitore delle cose digitali e di cittadino. Parlo come cittadino, come essere umano che guarda negli occhi ogni altro essere umano, e si indigna di fronte all'invito di conoscere sé stesso attraverso il suo gemello digitale.

Sarebbe quindi facile rovesciare l'assunto dicendo 'dovremmo decostruire con spirito critico un intelligenzartifialecialecentrismo ingenuo'. Ma mi sono già appellato al senso profondo, costruttivo, dell'espressione ingenuo. Scarto quindi subito il troppo facile rovesciamento. Passando immediatamente ad argomentazioni più serie.


Il primo argomento che porto è la mia critica alla posizione di un noto filosofo, una delle star della neofilosofia dei tempi digitali. Non ne cito qui il nome, non c'è bisogno di riempire questo mio articoletto di parentesi e di note. Cito invece me stesso. Scrivo su questo mio stesso blog, Dieci chili di perle:

Ci ricorda [questo neofilosofo] che, in quanto persone, abusiamo dei nostri privilegi nei confronti delle cose. E che rimaniamo fissati su una concezione binaria, su due categorie mutuamente esclusive: persona o cosa.

Noi umani, si dice quindi, dobbiamo imparare a mettere in discussione i nostri privilegi, a sviluppare prospettive critiche sui nostri valori, e ad assumerci più pienamente le nostre responsabilità. Anche nei confronti delle cose.

Ma l'asino casca quando si sceglie il portavoce delle cose. Qualcuno sceglie come portavoce delle cose il robot. La responsabilità umana, attraverso questo corto circuito, finisce per consistere nell'affermare e difendere i diritti dei robot. 

Riprendo l'argomento a p. 194 e alle pp. 203-204 del mio libro Splendori e miserie delle intelligenze artificiali. Alla luce dell'umana esperienza, Guerini e Associati, maggio 2024. In entrambi i luoghi, su questo blog e nelle pagine del libro, mi pongo la domanda: di cosa deve farsi paladino l'essere umano per rispondere alla accusa di antropocentrismo? Alla domanda, offro una risposta ben più impegnativa sia del meschino farsi paladino dei diritti dei robot, sia dell'ardimentoso arrampicarsi sui vetri dell'agentività. Per non togliere ai miei pochi lettori il gusto della scoperta, non dico qui quale è la mia risposta. Preferisco rimandare a quanto ho già scritto, nel mio articolo su Dieci chili di perle, e nel mio libro.


Rivendico il diritto di osservare il mondo con lo sguardo dell'essere umano. Rivendico lo spazio d'azione per l'essere-umano artista. Se a un essere-umano-tecnico-ricercatore piace dedicare tempo e risorse a costruire una macchina destinata ad agire in piena auto, se a un essere-umano-esperto-o-addetto-ai-lavori piace il florilegio di elogi alla macchina -come ad esempio: "la macchina catalizza esperienze estetiche all'insegna del sublime"- reagisco in due modi.

Primo, metto in guardia per quello che posso i cittadini, portati dal rispetto per l'autorità a dare credito ai profeti del nuovo e delle magnifiche sorti digitali, ed ai cantori dell'inevitabilità dell'avvento di sempre nuove stupende tecnologie. Dico ai cittadini: osservate la vanità e della pericolosità di questo disegno; fidatevi del vostro giudizio più che dell'opinione degli esperti. 

Secondo: mi dedico, e invito ognuno a dedicarsi, a ciò che di più saggio e costruttivo possiamo fare in quanto esseri umani. Pensare ed agire in quanto essere umano.


Risalendo a ritroso nell'articolo, mi soffermo sul fatto che si giunge a sostenere la necessità di decostruire l'antropocentrismo ingenuo chiamando in causa Heidegger. A questo proposito mi limito a dire che mi pare incauto ed arrischiato chiamare in causa il filosofo citando esclusivamente, di tutte le pagine che egli ha scritto, il frutto di una intervista rilasciata a Der Spiegel nel 1966. Personalmente mi sento uno sciocco, avendo dedicato tanto tempo allo studio delle opere e del pensiero del filosofo. Forse non ce n'era bisogno? Ho tentato di studiare, certo con i mei poveri mezzi, sia l'invito di Hieidegger all'esserci e alla cura, e quindi alla responsabilità personale; sia le sue acutissime riflessioni sulla tecnica: la Zuhandenheit in Sein und Zeit, e poi gli articoli sulla tecnica del dopoguerra.

Qualche accenno al pensiero di Heidegger -e alle conseguenze che se ne possono trarre per ragionare sui temi attualissimi- si trova su questo blog. 

Per argomentare sulla perdita di centralità dello sguardo umano e sulle capacità retoriche della macchina, e per sostenere che la macchina offre a noi umani uno sguardo inedito sulle cose del mondo, serve almeno qualche base solida. Poca strada ci fanno fare McCormack & Dorin, Miller, Accoto, Floridi, Coleman. Consiglierei di partire dagli articoli sulla tecnica, del dopoguerra , lì da dove Heiddegger dice Indem der Mensch die Technik betreibt, nimmt er am Bestellen als Weise des Entbergens teil.

Sarebbe bene che ognuno leggesse Heidegger per conto suo. Forse questo richiede troppo tempo, impegno, dedizione. Qualcuno potrebbe magari allora trarre qualche spunto di riflessione da articoli che appaiono su questo stesso mio blog. Più utile penso sia il commento allo sviluppo del pensiero di Heidegger a proposito della tecnica che propongo nel capitolo di Macchine per pensare "Forma imposta o continuo presentarsi".


Torniamo alla frase che conclude l'articolo:

dovremmo decostruire con spirito critico un antropocentrismo ingenuo, considerando lo sguardo computazionale sul mondo come un prezioso strumento di conoscenza

Che vuol dire "sguardo computazionale sul mondo"? Su quale definizione di computazione appoggiamo l'affermazione? Ora, non è che possiamo intendere per computazione quello che di volta in volta ci fa comodo.

Ricordiamo brevissimamente il percorso. Cartesio, Leibniz. E poi agli albori del Ventesimo Secolo e dentro il Ventesimo Secolo Frege, il primo Russell, Hilbert. La via alla conoscenza nel mondo sta nel pensiero calcolante.

Accade però che la calcolabilità del tutto sia messa in discussione, nel 1930, da Kurt Gödel. Gödel ci impone di accettare che in ogni teoria matematica esiste una formula che non può essere dimostrata. Dunque, ogni descrizione di un sistema è incompleta. Il puro e perfetto linguaggio universale della scienza sognato da Leibniz non è base sufficiente ed esaustiva per la ricerca scientifica. "Nessun calcolo può decidere un problema filosofico", chiosa Wittgenstein.

Ma ecco che allora subito, sei anni dopo Gödel, interviene Turing tappando la falla. La soluzione, ancora una volta, è logico-formale. Turing propone di sostituire alla calcolabilità la computabilità. Quale è la differenza? Si rinuncia scientemente a cercare e a dar valore ciò che non è calcolabile, contentandosi di ciò che è computabile. Cosa è computabile? E' computabile ciò che può essere "written down by a machine".

La macchina che Turing immagina è costituita essenzialmente da un programma - possiamo chiamarlo anche procedura o algoritmo. Questo programma elabora i dati, espressi in numeri computabili, che gli sono sottoposti. Quali sono i numeri computabili? Sono i numeri che la macchina è in grado di elaborare. 

Ecco intanto una imprecisione da segnalare. E' improprio sostenere che "lo sguardo computazionale sul mondo" possa essere uno "strumento di conoscenza". Potrà tuttalpiù essere uno strumento di informazione. Perché la computazione tratta informazioni, e non ha nulla a che fare con la conoscenza. La conoscenza è qualcosa fuori dalla portata di un qualsiasi agente, e riguarda invece in modo esclusivo l'essere umano.

La computazione vede dunque al lavoro una macchina, non un essere umano. Quindi certo, perché negarlo, una macchina potrà anche generare informazioni che l'essere umano potrà giudicare interessanti. Vogliamo dire, con un linguaggio fiorito, che queste informazioni interessanti, questi dati, ancora tutti da interpretare, forniti da macchine costruite da esseri umani ad esseri umani che usano la macchina, possono essere dette "sguardo inedito sulle cose del mondo"? Se così fosse, sarebbe facile trovarsi d'accordo.

Ma le parole usate per descrivere la scena suggeriscono un diverso atteggiamento. Con più o meno cautele, più o meno distinguo, si vuole affermare, si sente il bisogno di affermare che la bellezza, la ricchezza, sta nell'autonomia della macchina rispetto all'essere umano.

Chi vuole affermare questo lo faccia pure. Ma sarebbe buona cosa lo facesse con chiarezza, con piena onestà, evitando di nascondersi dietro formulazioni ambigue, evitando di proporre narrazioni diverse a seconda del pubblico, evitando di parlare di "utili provocazioni" e di chiamare in causa l'antropocentrismo di chi, semplicemente, non si vergogna di essere umano.


Come mostro nelle Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale. E perché ci conviene trasgredirle, e poi di nuovo, spero in modo più sintetico, in Splendori e miserie delle intelligenze artificiali. Alla luce dell'umana esperienza, sta qui un passaggio chiave.

Siamo invitati ad accettare come immagine del mondo ciò che è visibile attraverso la computazione. Rinunciando a ciò che la computazione non riesce a vedere. Siamo anche invitati, tramite accurata propaganda, a dimenticare questo originario limite. Nel momento poi in cui si inizia a considerare confrontabili l'intelligenza artificiale -frutto più elevato della computazione- e l'intelligenza umana, i limiti della computazione finiscono per essere imposti a noi umani.

Perché resta aperta una domanda: sostenendo che l'"l'energia retorica della macchina catalizza esperienze estetiche all'insegna del sublime", sostenendo che gli artefatti della macchina "posseggono una forza estetica", siamo sicuri di allargare lo sguardo? Forse lo stiamo invece restringendo. Forse stiamo abituandoci a vedere solo ciò che è possibile vedere alla luce della computazione, rinunciando al più vasto orizzonte che in quanto esseri umani, quando liberi da pastoie digitali, ci è possibile vedere.



"Orrendo che affascina". "Complessa combinazione di gioia e orrore". "Smarrimento che si accompagna al meraviglioso". "Piacere provato al cospetto di un oggetto che trascende il nostro controllo e la nostra comprensione". L'essere umano ha forse paura di questo? Certo che no. Sembra si voglia suggerire che il povero essere umano fugge dall'accettare il sublime che emana dall'Intelligenza Artificiale. La storia umana ci racconta il contrario: la nostra storia è stata un continuo confronto con l'evento inatteso, con l'apparire del sublime. Nelle Macchine per pensare, e poi ora negli Splendori e miserie delle intelligenze artificiali ho esplorato a fondo questo argomento."Una sorta di spaventoso che tocca ciò che ci è familiare". "Infido", "fonte di orrore". Pochi hanno studiato questo argomento con la profondità di Sigmund Freud, in Das Unheimliche. Prendo Freud a mia guida.

Freud parla di come sia difficile per noi umani l’accettare il dunkel, l’oscuro. Eppure, dice, ne siamo capaci. L'essere umano si è confrontato con il sublime lungo l'intero arco della sua storia! Non è certo comparso il sublime sulla scena con l'apparire di una qualche novità tecnologica, detta magari 'Intelligenza Artificiale'!

Accettare ciò che ci appare solo come oscuro presagio. Accettare ciò che la scienza non ha saputo ancora dominare, spiegare. Accettare l’incompletezza di ogni modello. Questa è forza dell'essere umano. Accettare le tenebre del dubbio, della paura, è il punto di partenza per essere umani.

È un atteggiamento faticoso. Esige lavoro su di sé, educazione: imparare ad aver fiducia in se stessi, coltivare l’autostima, cercare scopi significativi ai quali dedicare le energie e verso i quali indirizzare l’azione.

Mostro -in forma più estesa in Macchine per pensare, e in forma più sintetica negli Splendori e miserie delle intelligenze artificialicome la 'macchina che pensa', poi rinominata Intelligenza Artificiale sia l'invenzione attraverso la quale Turing fugge dal fare personalmente i conti con l'"orrendo che affascina", con il sublime, con la complessa combinazione di gioia ed orrore.

Turing, purtroppo, ha aperto per noi proprio questa strada - o meglio questa meschina scappatoia. Non interrogarsi, ma interrogare la macchina-che-risponde-ad ogni domanda. Non attraversare le tenebre, ma affidarsi alla luce della macchina-che-tutto-illumina.




martedì 22 dicembre 2020

Quale filosofia per i tempi digitali

Sommario

Di fronte alla 'novità digitale', dove sembra che l'umana capacità di pensare possa essere trasferita ad una macchina, la filosofia è sempre più necessaria. Ugualmente è necessaria filosofia di fronte alla conoscenza scientifica, settoriale e specialistica, fondata su linguaggi escludenti.

Purtroppo ciò che vediamo accadere è invece la genuflessione della filosofia di fronte alla 'novità digitale', alla scienza ed alla tecnica.

Ma più che di morte della filosofia si deve parlare di resa dei filosofi. 

Possiamo guardare alla scena già presente, già popolata di intelligenze artificiali, robot, macchine autonome. Possiamo anche affacciarci sulla scena futura, dove è ben possibile che uomini e intelligenze artificiali convivano in pari posizione. Possiamo guardare a tutto questo con lo sguardo dell'essere umano che pensa dubitando, cercando la sintesi e la propria saggezza.



Il filosofo non è il sapiente, è l'amatore di sapienza. Non chi ha acquisito la sapienza, ma chi tende ad essa. Chi desidera attingere a conoscenza. Il filosofare è il pensiero che va oltre limiti e costrizioni, cercando il sapere al di là di ogni conoscenza settoriale. Per questo si arriva a proclamare la morte della filosofia: di fronte al proliferare di discipline, una conoscenza multidisciplinare appare oggi inattingibile.
Abbiamo assistito negli ultimi secoli al trionfo del pensiero scientifico e tecnico. Scienziati e tecnici non sono filosofi, perché rinunciano a priori ad accettare la complessità, la rete che tutto connette, l'interlacciamento, il garbuglio che lega tra di loro i saperi specialistici. Non solo scienziati e tecnici di discipline diverse non sono in grado di parlare tra di loro, ma anche all'interno della stessa disciplina la ricerca procede per crescente specializzazione. Esemplare il caso dell'informatica: chi conosce un codice non conosce l'altro, chi lavora su una tecnologia ignora del tutto l'altra. 
Si potrebbe da questa situazione dedurre che la figura del filosofo acquista oggi, nell'Era Digitale, una nuova centralità. Si potrebbe sostenere che più che mai servono oggi filosofi: esseri umani liberi pensatori tesi oltre ogni conoscenza settoriale, specialistica. Disposti a cercare il 'dischiudimento': la conoscenza narrata andando oltre i linguaggi escludenti degli addetti ai lavori. Disposti al rischiaramento: l'illuminazione che rende chiaro l'oscuro. Disposti a svelare il senso nascosto, quel senso che ogni scienza nomina e descrive a suo modo. Si potrebbe pensare al filosofo come al miglior compagno per il cittadino che cerca una via per addentrarsi nella novità digitale. 
  
Filosofie digitali 
Ciò che vediamo accadere, è qualcosa di diverso. Più che di morte della filosofia, possiamo forse parlare di resa dei filosofi. 
E' in fondo una resa quella dei finissimi pensatori che restano legati al passato, e lo proiettano sul presente che resta incompreso, non studiato né veramente accettato. L'antico esercizio si ripete uguale, si rileggono i classici e alla loro luce tutto si spiega. Bellamente si evita così di prendere in esame il mondo che si ha sotto gli occhi, di esercitarsi a comprendere ciò che in tempi recenti è accaduto ed emerso. Scienza e tecnica, ai loro occhi, nulla di differente mostrano, tutto è giù stato visto e detto. Tantomeno rilevante appare al loro sguardo la novità digitale. Non c'è non c'è discontinuità, catastrofe che non venga ricondotta a ciò che la storia in tempi andati ha già mostrato. Si evita così di osservare la novità che interroga. 
Basta citare un aspetto della novità: mai prima degli ultimi cent'anni, mai prima dell'apparire sulla scena della macchina digitale si era immaginato che potesse essere progettata da un umano una macchina in grado di prendere il posto dell'umano. Sostituendolo, come propone Turing, anche nel suo agire più alto e più nobile: il pensare. La novità è evidente – eppure si sceglie di non vederla. 
Altri filosofi di gran traiettoria hanno invece accettato la discontinuità: scienza e tecnica hanno ormai trionfato. Hanno accettato il fato avverso: la filosofia è ormai obsoleta. Con un misto di invidia nei confronti degli scienziati e di rimpianto per il tempo che fu, questi filosofi continuano a esercitare il loro pensiero finissimo, ma rivolti al passato, ripassando la storia, distinguendo filoni. Umiliati dagli abbaglianti successi della scienza e della tecnica, dubbiosi si interrogano, e cercano di ritagliarsi spazi sul terreno ormai così solidamente occupato. Se andrà bene, d'ora in poi la filosofia sopravviverà come epistemologia, studio dei metodi e dei fondamenti della scienza. Eppure qualcuno di questi filosofi coraggiosamente cerca di trovare ancora motivi per non rinunciare all'antica vocazione al pensiero senza confini: si inchina ai suoi successi della scienza e della tecnica, ma osserva come ogni disciplina sia chiusa nella propria stretta cultura, chiusa proprio lessico. Conclude quindi che forse resta aperto un possibile ruolo: il 'traduttore', dedito a promuove il dialogo tra famiglie professionali di scienziati e tecnici. 
Altri filosofi ancora, anche in età matura o avanzata, si avventurano invece con giovanile baldanza nelle nuove terre scientifiche e tecniche. E soprattutto, con speciale entusiasmo, si dichiarano abitatori della terra promessa digitale. Proclamano allora la loro dedizione a far proprio il nuovo verbo. Osservano giovani generazioni per imitarne i comportamenti; leggono e citano con reverente attenzione testi che cantano la bellezza e le virtù di algoritmi e di intelligenze artificiali. Finiscono così per essere ingenui ed acritici apologeti di una nuova indiscussa verità. 
C'è poi il nutrito gruppo di filosofi che da subito hanno incassato la sconfitta, e che su questa sconfitta, con abile giravolta, hanno costruito la propria carriera. Privi di qualsiasi nostalgia o rimpianto per un ruolo perduto, semplicemente badano a crearsene uno nuovo. Essi hanno rinunciato sotto ogni aspetto al pensiero senza limiti e costrizioni. Si sono fatti al contrario sacerdoti di un singolo, settoriale, escludente campo di ricerca. Hanno rinunciato ad essere 'filosofi', per essere invece 'filosofi di ...'. Non una, ma enne filosofie. Ognuna commenta e celebra la storia di una disciplina, la sua pretesa autonomia, ognuna si fa custode di un lessico specifico, di un metodo di ricerca. Filosofie di servizio, al servizio, abbelliscono così il panorama di ogni disciplina. 
Di queste filosofie fattesi ancelle di singoli rami della scienza e della tecnica, sono caso esemplare le varie filosofie, ognuna delle quali accompagna una sfaccettatura della ricerca e dello sviluppo nel campo della computer science. Filosofie con l'aggettivo, dove 'digitale' è solo uno dei diversi aggettivi usati. 
Il filosofo qui ha un ruolo di complemento; ruolo che può essere esercitato con un grado di libertà non concesso agli addetti ai lavori: tecnici, imprenditori e finanziatori. Il tecnico è impegnato a costruire strumenti e sistemi che funzionino davvero. L'imprenditore e il finanziatore cercano il ritorno dell'investimento. Il filosofo si limita a cantare le gesta. Storia e tradizione ci ricordano il filosofo che attraversava terre incognite alla ricerca di conoscenza, il filosofo che sondava l'oscuro alla ricerca della luce. Ma ora il pensiero che conta e quello degli scienziati e dei tecnici; il filosofo si limita ad accompagnarli. Ma in questo accompagnamento, il ruolo della filosofia appare rovesciato. Il vecchio filosofo cercava il rischiaramento. Il nuovo filosofo cerca l'oscurità. Neologismi e gerghi, abbondantemente usati, hanno un preciso scopo: confondere il cittadino, intimidirlo, mostrando la forza e la superiorità della tecnica digitale. E quindi, anche, la necessità del nuovo filosofo-accompagnatore. 
  
Spiacevoli costanti 
Le filosofie digitali appaiono accomunate da due spiacevoli costanti. Questa costante è la terzietà. 
La prima costante consiste nell'ambito di indagine e nell'ampiezza dello sguardo. Questi nuovi filosofi guardano esclusivamente al terreno digitale. Ciò che esiste al di fuori, al di là, del terreno digitale -la vita, la natura- è ignorato o rimosso. La storia del pensiero degna di essere presa in considerazione inizia con Alan Turing. Di quel vasto e sfumato esercizio umano che possiamo definire con la parola 'pensiero' sembra degno di restar vivo solo ciò che computabile, cioè calcolabile tramite una macchina. 
La seconda costante della filosofia dell'era digitale è la terzietà. Sul terreno digitale, si afferma, esistono due 'agenti ': l'essere umano e la macchina. Di fronte alla duplice presenza, il filosofo sceglie di seguire la via del fair play indicata da Alan Turing: offrire ad entrambi gli agenti le stesse chances, le stesse probabilità di successo. 
Il nuovo filosofo si pone nella posizione di estraneo, imparziale osservatore privo di interessi in comune con entrambe le parti in causa. Ci sono certo accenti diversi. C'è il filosofo digitale che mostra compassionevole interesse per gli esseri umani, e c'è il filosofo digitale che scommette sull'avvento di nuovi esseri digitali, di macchine morali che saranno migliori degli esseri umani. Ci sono filosofi che di fronte ad ogni innovazione tornano a dichiararsi sostenitori di una tecnologia Human-centered. E ci sono filosofi che invece si lanciano decisamente sullo scenario post-umano. 
Ma in ogni caso il nuovo filosofo considera doveroso produrre il massimo sforzo soggettivamente possibile per allontanare da sé ogni umana inclinazione; considera doveroso allontanarsi dal proprio essere umano.

Turing, Heidegger, Wittgenstein 
Insomma, nel Ventesimo Secolo si afferma una filosofia che guarda con lo stesso distacco ad esseri umani e macchine. Celebra infatti Turing, che era mosso dalla speranza di poter costruire una macchine migliore di lui stesso. 
Martin Heidegger e Ludwig Wittgenstein rispondono a Turing. Come ho mostrato in Macchine per pensare. L'informatica come prosecuzione della filosofia con altri mezzi, entrambi avevano ben presente in cosa consistesse quella novità che oggi comunemente riassumiamo tramite il termine digitale. Heidegger ci parla del senso dell'esperienza umana: si impara ad usare il martello nel martellare. Ma qualcosa cambia quando l'essere umano è privato della possibilità di fare esperienza, perché gli sono proposte o imposte esperienze già confezionate, progettate da tecnici nel chiuso dei loro laboratori. Come mostro nelle Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale, questo è ciò che accade nell'odierna situazione digitale. 
E' sempre Heidegger a ricordarci che l'agire umano pienamente inteso consiste nell'accettare di trovarsi sbattuti a vivere in una terra sconosciuta, nell'essere nella condizione di chi si trova ad avventurarsi in luoghi dei quali nulla sappiamo veramente. 
Ora, proprio questo appare essere l'atteggiamento più conveniente per noi esseri umani di fronte alla novità digitale. Ci conviene pensare che ci avventuriamo nell'ignoto. Ignoto per tutti. Nessuno dei tecnici dediti a progettare un qualche aspetto della scena digitale ha una visione d'insieme. Nessuno di loro sa veramente cosa sta facendo. Anche i cosiddetti 'nativi digitali' si avventurano su un terreno nuovo - e nel farlo non dispongono nemmeno dell'esperienza di chi ha vissuto nel tempo precedente, e ha visto emergere la novità digitale. Heidegger ci dice: vivere è sentire su di sé il peso di una ansiosa preoccupazione, ed è solo da questa inquietudine che può nascere l'agire efficace e allo stesso tempo responsabile. Questo vale per ogni essere umano, ma innanzitutto per chi oggi progetta strumenti o mondi digitali. Heidegger ci ricorda che il progettare è sempre connesso al progettare sé stessi; è connesso alla personale ricerca di consapevolezza, alla personale saggezza. 
Facile notare come i filosofi digitali scelgono invece la via opposta. Non chiamano il progettista a fare i conti con la responsabilità personale. Al tecnico è chiesto solo di sviluppare nuove tecniche. 
Il filosofo digitale si rivolge semmai al cittadino, invitandolo a non dubitare, a fidarsi, a prendere per buona ogni innovazione. 
Wittgenstein non è tanto lontano da Heidegger quando ci invita a considerare che pensare significa superare quei umilianti momenti in cui siamo costretti ad ammettere: 'non mi ci raccapezzo', 'non so che strada prendere', 'non so come venirne fuori'. In questi momenti, forte è la tentazione di rinunciare, e di lasciare alla macchina il compito di pensare al nostro posto. 
Dice ancora Wittgenstein: noi siamo, quando filosofiamo, come uomini primitivi, come dei selvaggi, che ascoltano le espressioni di uomini civilizzati, le fraintendono, ma sanno poi sanno andare oltre, e trovare un senso. 
In effetti oggi è difficile, all'apparenza impossibile, mantener vivo l'approccio trans-disciplinare, multi-disciplinare, disposto alla complessità. Difficile abbracciare l'enorme e sempre crescente massa, l'intrico di conoscenze. Difficile anche accettare l'abisso della propria ignoranza, la povertà degli strumenti di cui disponiamo. 
Noi umani nel pensare ci muoviamo a tentoni, privi di certezze, guidati da deboli congetture. Ma proprio questo è il filosofare: sondare l'oscuro. E proprio qui sta l'amore per la sapienza: io, essere umano, nonostante tutto ci provo, e in questo tentativo sta la mia etica. 

Pensiero critico 
Questo umano pensare responsabile, riflessivo, per quanto possibile saggio, non rifiuta certo il progresso e l'innovazione. Possiamo guardare anzi con appassionata, affascinata attenzione a tutto ciò che di nuovo scienza e tecnica propongono. 
Eppure possiamo ritenere inutile una 'nuova filosofia' che si fa paladina della scienza e della tecnica. Possiamo sostenere, al contrario, che serva oggi una filosofia che si ponga come costruttiva critica della scienza e della tecnica. 
Possiamo guardare alla scena già presente, già popolata di intelligenze artificiali, robot, macchine autonome. Possiamo anche affacciarci sulla scena futura, dove è ben possibile che uomini e intelligenze artificiali convivano in pari posizione. Possiamo guardare a tutto questo con lo sguardo dell'essere umano che pensa dubitando, cercando la sintesi. 
Non importa se si tratta forse di una 'posizione di minoranza'. Di minoranza, perché lontana dalla posizione di scienziati e tecnici, che avanzano nella ricerca senza porsi troppe domande. Di minoranza, perché il mainstream della filosofia si è inginocchiato alla scienza. Di minoranza, perché i filosofi digitali hanno scelto la terzietà, l'indifferenza tra l'umano e il macchinico. In un senso più ampio, di minoranza anche perché forse Intelligenze Artificiali e robot sovrasteranno l'essere umano, e una nuova capacità di ragionare surclasserà ciò che è umanamente possibile. 
Si può del resto sostenere che chi merita il titolo di filosofo si trova sempre in una posizione di minoranza. 
In ogni caso resta a noi essere umani la possibilità di fidarci di noi stessi. Quindi posso dire: anche quando, in un futuro forse non così lontano, esisteranno macchine più 'intelligenti' di noi umani, più capaci, più efficienti, magari anche più 'morali', continuerò, in quanto essere umano, a pensare. A filosofare. 

 

domenica 10 maggio 2020

Cosa posso fare accompagnato dalla macchina

Sto terminando di scrivere un libro, di cui su questo blog esistono varie tracce: Le Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale. E perché ci conviene trasgredirle. Sono anche grandemente in ritardo nella consegna del libro al mio editore, Guerini e Associati.
Il blog è una libera accumulazione di testi, il libro ha una struttura più  chiusa. Giunti verso la  fine della stesura del libro si toglie, si aggiunge, si lima. Questo testo era compreso nella Conclusione delle Cinque Leggi Bronzee. Ma ora l'ho tolto. Lo pubblico qui, Nel libro, di questo testo, ho tenuto buono solo un capoverso, quello che inizia dicendo: Inevitabilmente, è un mare ricco di insidie...

Cosa possiamo fare accompagnati dalla macchina che abbiamo sempre con noi - in tasca, sulle ginocchia, sul tavolo. 
Possiamo intanto scientemente ignorare e trasgredire le pressanti indicazioni provenienti in modo sempre più subdolo dalla macchina. Possiamo scegliere di non dar retta alle notifiche. Diffidare da ogni contenuto che la macchina spaccia come “consigliato per te”. Possiamo per quanto possibile evitare di farci dettare i tempi e le priorità dalla macchina. Lungi dal sentirci obbligati ad entrare ogni giorno, ogni ora nei cosiddetti Social Network -Facebook,Twitter, Instagram o qualsiasi altro- possiamo entrarci solo quando e se abbiamo un motivo per farlo legato alla nostra vera vita di persone in carne ed ossa. Nel muoverci all'interno di questi poveri simil-mondi -in realtà istituzioni totali dove ci è negata libertà- converrà fare il possibile per portare lì conoscenze nuove, temi, argomenti provenienti dal mondo. Per esempio, proporre link, legami che rinviano ad altri testi, documenti, fonti accessibili in qualche luogo del World Wide Web.
Non dobbiamo infatti dimenticare che esiste un abisso tra la libertà e l'apertura che -con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni- ci offre il World Wide Web e la chiusura che caratterizza i Social Network. Basta vedere come ogni regime dittatoriale osteggia e limita il libero accesso al Web, ed accetta invece l'uso dei Social Network. E anche che c'è da preferire in ogni caso un sito Web ad una App. Le App sono una gabbia. Dietro la semplicità d'uso c'è l'assenza di qualsiasi trasparenza su quali dati ci vengono fatti vedere, e quale uso viene fatto dei dati da noi prodotti, quale tracciamento di ogni nostra azione. Usiamo qualsiasi strumento digitale partendo dalla supposizione che tramite quello strumento siamo sorvegliati, controllati. Che qualsiasi cosa pubblichiamo in un qualsiasi luogo digitale è, come dice il verbo stesso, pubblica.
Teniamo presente che siamo stati drogati e che i processi di disintossicazione sono lenti e faticosi; che esiste una tecnocrazia che ha interesse a tenerci chiusi in questi simil-mondi; che siamo condizionati da spinte gentili, ma tese a forzare la nostra volontà, la nostra scelta.
Restimo consapevoli che le nostre umani relazioni -amicizie, affetti, amori- non sono quelle che appaiono nei luoghi digitali. La più grave minaccia risiede proprio nello spingerci a rileggere il nostro complessivo modo di essere umani alla luce dei modi di essere che ci sono concessi, offerti, imposti dai Social Network.

Converrà ricordare il perverso disegno politico che si nasconde dietro concetti come Infosfera e OnLife. Noi non viviamo nell'Infosfera. Perché i frutti del nostro pensiero, le nostre conoscenze -come ci ricordano i verbi latini- sono qualcosa di enormemente più ricco delle mere 'informazioni'. E perché la nostra appartenenza alla natura, e alla storia e alla cultura non vengono meno con l'avvento dell'Era Digitale. Dobbiamo saper guardare a come in ogni proposta di passaggio al digitale siano implicite riduzioni della vita materiale e spirituale, di ciò che è più nobile nell'essere umano. Le tecnologie nel campo della manifattura, l'automazione, la robotica tolgono all'uomo il vitale lavoro. Le cosiddette smart city sono luoghi dove ogni angolo di strada è sorvegliato. La digitalizzazione della medicina trasforma la cura, che è preoccupazione, attenzione per se stessi e per gli altri, in esecuzione di protocolli affidati a macchine. L'enfatica celebrazione dei dati significa espropriare agli esseri umani conoscenze per poi riproporle filtrate attraverso lo sguardo della tecnocrazia.
La nuova proposta di una vita digitale è minacciosa, perché l'imitazione del mondo che viene proposto a noi come luogo dove vivere non si appoggia su gandi visioni, sulla grandezza e sulla nobiltà umana: è frutto invece -da Turing a Yudkowsky- di progetti nati dall'insicurezza, dal dolore, dal bisogno di fuggire, dal rifiuto del vitale equilibrio tra maschile e femminile. Frutto di allontanamento dall'essere umani.
La nostra vita, per nostra fortuna, già ben entrati nel Nuovo Millennio, in scarsissima misura si esplica sul terreno digitale. Camminiamo per terra, ci muoviamo nei prati e nei boschi, nuotiamo nel mare. Ci alimentiamo di cibo e curiamo la nostra salute e abbiamo rapporti affettivi e sessuali fuori dalla sfera digitale. Questo è essere umani. Vi aggiungeremo volentieri qualcosa, se potremo. Tramite l'uso di sempre nuovi strumenti, come del resto l'essere umano ha sempre fatto nel corso della storia, potremo migliorare la nostra vita. Sempre ricordando che la dote che ci caratterizza è la saggezza, non la sola ragione. La sola ragione taglia via, pretende di far apparire semplice ciò che è complesso, sostituisce la vita con imitazioni. La saggezza è coltivare il piacere, il gusto della vita, l'armonia e l'appartenenza.
I tecnocrati e i tecnici e gli scienziati ritengono di essere più vicini alla ragione dei comuni cittadini: è vero, ma questo è un loro limite, non un pregio. Se la ragione è un'esclusiva dei tecnici, la saggezza è una dote di ogni essere umano. E' la saggezza che ci porta a dire: intuisco e sento che qualcosa che mi è giustamente caro viene violato. Che può dirci come muoverci sulla soglia che abbiamo di fronte: scegliere se restare noi stessi o preferire una macchina a noi stessi.

Cosa possiamo fare. Non dovremo preoccuparci di disporre dell'ultima versione o dell'ultimo aggiornamento. Sappiamo anzi per esperienza che dal personale punto di vista di ognuno di noi, ogni nuova versione farà rimpiangere la precedente. Non dovremo preoccuparci di quale sia l'uso esatto previsto per ogni macchina, ogni programma; per quanto possibile la risposta umana dovrà essere: non mi lascio guidare. La uso come strumento per essere più pienamente me stesso, per portare avanti miei progetti, mie azioni. Perché, abbagliati da novità vuote di senso, viziati da inutili automatismi, distratti da notifiche, ci siamo dimenticati quanto la macchina ci sia utile. Così, tornati a considerare la macchina un mero strumento, possiamo tornare a vedere con chiarezza i grandi vantaggi che ci porta.

Mi limito a qualche esempio tratto dalla mia esperienza personale. Del resto, ognuno di noi dovrà imparare da sé a usare la macchina come gli serve.
Se ci troviamo in un incontro, in una riunione, non ci sarà bisogno di spengere lo strumento. Possiamo evitare di lasciarci distrarre da ciò che ci propone; scegliere di restare concentrati e seguire lo sviluppo dell'azione collettiva a cui stiamo partecipando, godendo pienamente della relazione con i presenti. Lo strumento ci permetterà al contempo di accedere a fonti -documenti, dizionari, enciclopedie- che allargano e approfondiscono le conoscenze che si vanno sviluppando, la comprensione del qui ed ora.
Se ci troviamo da soli a lavorare, possiamo continuare ad usare documenti e libri cartacei, avendo però a disposizione nello stesso momento altri testi che non abbiamo sul nostro tavolo. L'uso di un testo digitale comporta non trascurabili vantaggi: possiamo, per esempio, cercare all'interno del testo il ricorrere di una parola.

Esistono strumenti di base che, ad di là di inutili fronzoli, migliorano veramente il nostro lavoro, e la qualità del prodotto: programmi di scrittura, fogli elettronici.I programmi per scrivere incrementano in modo significativo la gamma di scelte in mano a chi scrive. Permettono di entrare nella struttura del testo. Liberano chi scrive dal vincolo delle scrittura sequenziale: lettera dopo lettera, parola dopo parola, riga dopo riga. Si può ora saltare da una parte all'altra del testo, manipolarlo plasticamente per approssimazioni successive al testo che abbiamo in mente. Forse ci facciamo poco caso, ma la letteratura è cambiata da quando i romanzi sono scritti tramite un programma di scrittura.

Esistono altri strumenti che allargano la nostra comprensione. La posta elettronica resta uno strumento di enorme valore. Non solo ha avuto lo storico ruolo di essere il primo strumento digitale ad aprire possibilità di relazioni tra persona e persona. Ma conserva grandi vantaggi sulle diverse ondate di strumenti di messaggistica che si sono succeduti. Si appoggia su un codice non proprietario, trasparente. Permette di conservare con facilità i messaggi e di tornare ad accedervi. La libertà del formato permette scelte personali nel modo di scrivere, e nel modo di interagire con gli interlocutori. L'Era Digitale, nata da idee libertarie, proponeva inizialmente una relazione da pari a pari, senza mediazioni autoritarie. La posta elettronica ci mantiene aperta ancora oggi questa situazione. Non solo leggiamo libri, possiamo scrivere all'autore ed attenderci risposta.

Programmi per tradurre ci permettono di avvicinarci a testi scritti in una qualsiasi lingua. In lingue che non conosciamo. Si sa che la qualità delle traduzioni migliorano via via, ma attraverso una appropriazione indebita, perché la casa produttrice del software utilizza il nostro lavoro non pagato: ogni nostra traduzione permette alla macchina di migliorare la qualità del suo lavoro. Si sa anche che il software che presiede alla traduzione potrebbe essere strumento di censura: potrebbe eliminare parti del testo o renderlo in modi corrispondenti a qualche autorità. Ma possiamo accettare questi limiti, essendone consapevoli. I programmi di traduzione ci aprono la porta di mondi altrimenti inaccessibili. Chi conosce bene quella lingua straniera potrà notare limiti nel programma. Ma qui la differenza è tra trovarsi di fronte a una porta chiusa, o avere invece la possibilità di avventurarci, di tentare di comprendere. Del resto, ogni traduzione è un tentativo di interpretare, comprendere. I testi classici possiamo trovarli facilmente già tradotti nella nostra lingua. Ma anche qui il programma di traduzione permette un salto dei qualità e di responsabilità. Un conto è affidarsi al traduttore, un conto è avventurarsi da soli a leggere in lingua originale Kant o Heidegger. Il traduttore-essere umano, nel tradurre, ha messo in campo la sua conoscenza di entrambe le lingue, la sua dottrina, ma anche i suoi pregiudizi.

Infine, il search engine, motore di ricerca. E' il più evidente esempio di strumento in grado di potenziare il lavoro intellettuale dell'essere umano. Nonostante il suo progressivo adattamento a scopi commerciali -come abbiamo visto descrivendo la Prima Legge- resta la più efficace macchina per pensare, il miglior esempio di efficace accompagnamento offerto all'intelligenza umana. Quel personalissimo lavoro mentale che abbiamo avvicinato ricordando il senso di alcuni verbi latini, è grandemente incrementato, sostenuto dall'uso del motore di ricerca. E' un cono di luce che ci permette di scoprire l'ignoto, di stabilire connessioni. Mettendo alla prova la nostra capacità di scegliere, criticare, valutare. Non a caso scriveva Vannevar Bush: come potremmo pensare. Come potrebbe pensare, come può pensare ogni essere umano che nell'Era Digitale non vuol rinunciare alla propria saggezza. Il primo passo è essere lettori critici, capaci di scegliere e giudicare.
Per questo è importante il motore di ricerca: lo strumento tramite il quale ogni cittadino può navigare in quella galassia di conoscenze che è il Web.
Inevitabilmente, è un mare ricco di insidie. Ma la pretesa di individuare, smascherare con certezza e magari sanzionare le cosiddette fake news è vana e pericolosa. Si torna per questa via affidarsi ad una autorità umana -ecco subito apparire un'altra delle nuove professioni tipiche dell'Era Digitale: fact checker, debunker- o a un qualche algoritmo, o intelligenza artificiale. Dietro l'autorità umana o digitale, sta una Legge. Che ci conviene trasgredire. Per cercare di persona, con l'aiuto del motore di ricerca, un'approssimazione alla conoscenza. Ricordiamo che il latino veritas traduce il greco alétheia: scoprire ciò che è nascosto, cogliere ciò che si nasconde dietro l'apparenza.

Kant aveva ben spiegato che l'Illuminismo è, per ogni essere umano, l'età dell'uscita dallo stato di minorità. Poi però, timoroso del disordine sociale, finiva per affidare i cittadini a Guardiani e celebrare il ruolo del Sovrano Illuminato. (1)
1(1) L'Era Digitale è il culmine del tempo immaginato da Kant. Gli scienziati sembrano condividere lo scetticismo di Kant. Ma forse vogliono solo difendere il proprio ruolo di Esperti aristocraticamente distinti dai restanti esseri umani. La scienza ha finito per diventare schiava della tecnica. La tecnica si è trasformata in tecnocrazia. L'Intelligenza Artificiale è divenuta strumento di dominio. E' il modo attraverso il quale viene tolto dalle mani degli esseri umani il volante. E forse è anche l'annuncio di un futuro dove potrebbe non esserci più spazio per gli esseri umani.
Dunque l'enfasi posta sull'imminente avvento di Intelligenze Artificiali di un tipo o di un altro è, in fondo, una narrazione tesa ad annichilire gli esseri umani. Ci conviene sperare in noi stessi. Le speranze degli esseri umani non si nutrono di ragione. Si alimentano con narrazioni.

(1)  Immanuel Kant, "Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung?", Berlinische Monatsschrift, Dicembre 1784, pp. 481-494.

lunedì 14 novembre 2016

Sulle insidie dell'User Experience Design


Avvicinamento
L'esperienza d'uso: ciò che una persona prova quando utilizza un prodotto, un sistema o un servizio.
Percezioni, reazioni, emozioni. Si dice anche: l'esperienza d'uso è ciò che una persona prova quando si interfaccia con un prodotto o servizio.
Ovviamente oggi per essere al passo dei tempi bisogna dirlo in inglese: User Experience. Ma questo modo di dire è già di per sé contraddittorio. Se dico User Experience in inglese mi sto già allontanando dalla mia esperienza.
Esperienza: in latino ex, intensivo, perior: 'io provo'. L'esperienza si manifesta qui ed ora, nel mondo in cui mi trovo, io che vivo in un ambiente, in una cultura, in un luogo, io che nomino il mondo attraverso la mia lingua materna. Ma purtroppo si va consolidando l'uso della definizione inglese.

Con l'espressione inglese si consolida anche la definizione di una figura professionale: User Experience Designer, o User Experience Architect. La figura di uno specialista dotato di misteriosi strumenti, ignoti al volgo. Uno specialista attento all'applicazione di tecniche, ma non altrettanto attento alla propria e all'altrui esperienza.

Conosco diversi User Experience Designer che non meritano la descrizione che ho appena dato. Il loro spessore culturale, la loro autonomia di pensiero, il loro atteggiamento critico di fronte alle facili mode ed al comodo indulgere dei tecnici a linguaggi pomposi e vuoti. Proprio pensando a loro scrivo questo articolo. Per condividere con loro una riflessione sugli aspetti problematici del ruolo.

Potrei proporre un parallelo: gli User Experience Designer come gli Human Resource Manager. Un tempo si diceva Direzione del Personale; oggi si dice Human Resource Management. Gli Human Resource Manager si occupano di persone, che meritano di essere poste in condizioni adeguate a far sì che possano lavorare efficacemente. Ma le aspettative a cui gli Human Resource manager devono rispondere finiscono per imporre loro di vedere, al posto delle persone, mere risorse, mera materia prima, forza lavoro spersonalizzata. Certo l'Human Resource Manager può restare fedele a se stesso, e interpretare il ruolo a proprio modo. Ma la pressione è forte.
Simile la situazione dell'User Experience Designer.
Per un altro verso la posizione degli User Experience Designer può essere avvicinata alla posizione del Marketing Manager: entrambi si propongono di guardare non solo agli abitanti di un mondo ristretto, l'azienda. Entrambe le figure guardano agli abitanti di ogni mondo, agli abitanti di un universo senza confini. Il Marketing Manager propone la posizione del cliente, o customer, ad ogni essere umano. Così come l'User Experience Designer propone ad ogni essere umano la posizione dell'utente.
Possiamo aggiungere che l'User Experience Designer si colloca un passo oltre l'Human Resource Manager ed il Marketing Manager. Generalizzando, possiamo osservare la diversità tra le figure del manager e la figura del designer. Nel ruolo del manager prevale la gestione di una situazione già esistente. Il designer si progettare la situazione. E lo stesso mondo all'interno del quale si manifesta l'umano agire.
Serve, quindi collocare la nuovissima arte dell'User Experience Design in una prospettiva storica e filosofica. Serve accettare di osservarla nelle sue estreme conseguenze.

Definizioni
In campo informatico, in particolare, l'User Experience, UX, sembra essere la nuova frontiera della progettazione. Progettare le applicazioni oggi non è troppo difficile. Esiste già una innumerevole quantità di applicazioni. Esistono oggetti e strati di codice già pronti con i quali costruire applicazioni. Ciò che fa la differenza sta, si dice, nell'interfaccia: Human Interface (HI). Ciò che fa la differenza è la qualità dell'interazione tra l'uomo e la macchina: Human-Computer Interaction (HCI).
Ho appena detto che le definizioni non sono irrilevanti: verso la metà degli Anni Novanta un esperto che al momento lavora per la Apple, Don Norman, decide che sia Human Interface che Human-Computer Interaction sono denominazioni poco convenienti. Propone in cambio User Experience.

Abituati come siamo ad essere gregari ('appartenenti ad un gregge'), piuttosto che a pensare in proprio, anche parlando di User Experience e User Interface (UI), finiamo troppo spesso per far riferimento a qualche guru.
Ora, guarda caso, Don Norman ("The Guru of Workable Technology", Newsweek),
Jakob Nielsen ("The Guru of Web Page Usability", New York Times), ed anche Bruce "Tog" Tognazzini ("The User Interface Guru" (Wired), sono i Principal di una società di consulenza, Nielsen Norman Group, alla quali molti ricorrono per conoscere il Verbo.
Tra i tre, il Guru dei Guru è Norman, portabandiera dell'User Experience. Uno dei modi di imporre il proprio potere, si sa, è imporre le proprie definizioni. Ascoltiamo dunque Norman.
"We should distinguish UX and usability: according to the definition of usability, it is a quality attribute of the UI, covering whether the system is easy to learn, efficient to use, pleasant, and so forth".
Altrettanto importante, continua Norman, è "to distinguish the total user experience from the user interface (UI). As an example, consider a website with movie reviews. Even if the UI for finding a film is perfect, the UX will be poor for a user who wants information about a small independent release if the underlying database only contains movies from the major studios"
Ma comunque, sia rispetto all'usability che all'user interface, "UX is an broader concept".

Il concetto è elaborato da Norman negli Anni Ottanta: Ma allora Norman lo denominava User Centered Design. Alla metà degli Anni Novanta trova la sua esplicita affermazione e la denominazione: User Experience Design. Racconta lo stesso Norman: “I invented the term because I thought human interface and usability were too narrow. I wanted to cover all aspects of the person’s experience with the system including industrial design graphics, the interface, the physical interaction and the manual.”

Non c'è motivo di negare le buone intenzioni di Norman. Il cui pensiero si nutre di ottimi studi -tra gli ultima Anni Cinquanta e gli Anni Settanta- in campi diversi, che contribuisce ad ibridare: Ingegneria, Computer Science, filosofia, matematica, psicologia. Fino ad approdare alle Scienze Cognitive.
Nel 1986 cura, insieme a Stephen Draper, User Centered System Design: New Perspectives on Human-Computer Interaction (L. Erlbaum Associates, Hillsdale, N.J.). Dove appare anche il saggio a sua firma Cognitive Engineering (pp. 31-61).
Due anni dopo esce quella che resta la sua opera più rilevante, The Psychology of Everyday Things (Basic Books, New York, 1988).
Concetto chiave, in entrambi i libri, è l'User-Centered Design. La progettazione deve contemplare la compresente elaborazione di due modelli. C'è ovviamente il Design model: ciò che il progettista, in considerazione della propria visione creativa, immagina. Ma, aggiunge Norman, al Design Model dovrà accompagnarsi lo User Model: il modo in cui l'utente si spiega il funzionamento del sistema. Idealmente, i due modelli dovrebbero essere equivalenti. "However, the user and designer communicate only through the system itself: its physical appearance, its operation, the way it responds, and the manuals and instructions that accompany it". Di qui il fatto che non basta progettare il sistema. Serve porre attenzione alla System Image: "the designer must ensure that everything about the product is consistent with and exemplifies the operation of the proper conceptual model." (The Psychology of Everyday Things, pp. 189-190)
Dunque: "a User-Centered Design, a philosophy based on the needs and interests of the user, with an emphasis on making products usable and understandable." (p. 188).
Norman arriva così a proporre un patto tra progettisti e utenti: "Now you are on your own. If you are a designer, help fight the battle for usability. If you are a user, then join your voice with those who cry for usable products." (p. 215).

C'è un altro aspetto, non trascurabile, del pensiero di Norman. "When I use a direct manipulation system -whether for text editing, drawing pictures, or creating and playing games- I do think of myself not as using a computer but as doing the particular task. The computer is, in effect, invisible. The point cannot be overstressed: make the computer system invisible. This principle can be applied with any form of system interaction, direct or indirect." (p. 184).
"The computer is invisible, hidden beneath the surface; only the task is visible", insiste Norman due pagine dopo. "Although I may actually be using a computer, I feel as if I am using my appointment calendar." (p. 186).
A prima vista, non possiamo che concordare con Norman. In questo momento sto scrivendo. La mia mente è connessa alle dita che si muovono sulla tastiera, lo sguardo è rivolto allo schermo. Non voglio essere molestato o distratto da rallentamenti del sistema, da informazioni riguardanti software da aggiornare o altre operazioni inerenti al mero funzionamento della macchina.

Il cielo del Designer e la terra dell'User
Trent'anni dopo, nei giorni in cui scrivo, Norman, guru acclamato, in stanze riservate consiglia i produttori di ogni tipo di prodotto. Mentre arringa le folle dalla tribuna di Ted.
Le sue parole ci appaiono ancora buone intenzioni. Sicuramente una via da perseguire.
Resta valido l'invito, anche etico, rivolto ai Designer e progettisti tutti: tenete conto del punto di vista delle esigenze degli utenti. Considerate la frustrazione dell'utente di prodotti e servizi di fronte a sistemi che 'non fanno quello che si vorrebbe'; o meglio: 'ciò che si ritiene sensato'. Considerate il dispetto dell'utente costretto a leggere certi manuali d'uso.
Resta valido anche l'invito rivolto agli utenti: non demordete, non rinunciate a battagliare per prodotti meno astrusi, più semplici, più facili da usare.
Ma possiamo anche cogliere un aspetto minaccioso nelle parole di Norman. "True user experience goes far beyond giving customers what they say they want". Per quanto si parli enfaticamente di 'utente al centro', per quanto si sbandieri l'importanza del suo punto di vista e del suo interesse e del suo piacere e della sua esperienza, il Designer Cognitivista, pensa di saperne di più.
Con buona pace di Norman, l'utente di servizi resi accessibili via computer vive una condizione di pesante sudditanza. Non sa, e non deve sapere, come funziona il sistema. Il sistema per l'utente invisibile. L'utente vede solo il prodotto e il servizio. Resta quindi vivo per l'utente un motivato timore: cosa nasconde il sistema? Non nasconderà forse un qualche inganno? Timori non infondati: basta pensare al costante tracciamento dei nostri comportamenti personali. Norman proponeva un patto tra Designer e User. Ma oggi il potere dei Designer -che tramite macchine digitali disegnano gli ambiti nei quali viviamo la stessa vita degli utenti- appare sconfinato.

Quindi, dobbiamo riprendere il discorso daccapo. Tornando al senso dell'esperienza: in latino ex, intensivo, perior: 'io provo'; e chiedendoci cosa si nasconde dietro il definire l'essere umano utente.
L'esperienza umana si manifesta attraverso l'uso di utensili. In latino: verbo uti, 'usare'. Utensilis, aggettivo per ‘utile’, ‘necessario’. Utensilia, ‘cose utili’. E dunque: utens, 'qui utitur aliqua re', 'chi usa una qualsiasi cosa'.
L'essere umano scopre la possibilità di usare una cosa come utensile. E' attraverso l'esperienza del martellare che si apprende a martellare. E' martellando che l'uomo coglie e definisce il senso dello strumento, e della parola usata per definirlo: martello. Heidegger parlava di Zuhandenheit, l''essere alla mano', 'vicino alla mano' 'nella mani'. Questo è alla fin fine l'utensile.

Nell'esperienza umana -'io provo'- non c'è soluzione di continuità tra il costruire l'utensile e l'usarlo. Possiamo ritenere che l'utensile -ogni mezzo, strumento ogni tecnologia, nelle mani dell'uomo- sia sempre in via di costruzione. L'esperienza dell'uso ritorna nel progetto dell'utensile, in una spirale di miglioramento continuo.

Fenomenologia e psicologia sono studio di come l'uomo l'uomo osserva e percepisce le cose. Ogni uomo è 'gettato nel mondo', ci ricorda Heidegger: Geworfenheit. Possiamo tradurre: Thrownness, gettatezza. L'esperienza di sentirsi gettato giù, gettato fuori dalle zone di conforto, scagliato, solo un mondo inospitale e sconosciuto, come Robinson Crusoe. L'esperienza umana è scoprire come cose che sono disponibili nel mondo in cui si è nostro malgrado gettati -nel mondo nel quale nostro malgrado ci troviamo- possono essere usate come utensili.

Dunque l'uomo può essere detto utens, perché, mosso da una intenzione, da un piacere, da una necessita, usa cose. Le cose, battezzate come utensilia, 'cose utili', sono un mezzo. Le caratteristiche del mezzo -medium, tecnologia- influenzano l'agire.
Ma l'agire umano non si riassume nell'uso di un mezzo, di una tecnologia, di un utensile. L'uomo dispone sempre -vale l'esempio di Robinson Crusoe- di alternative e di possibilità. Potrebbe in ogni caso costruire, e usare, un altro utensile. L'essere umano è sempre qualcosa di più dell'essere utente - fruitore obbligato di un dato utensile, di una data tecnologia, di un dato costrutto, di un dato programma, di un dato algoritmo.

Si dovrebbe dunque parlare di Human Experience. Perché invece porre riduttivamente l'attenzione sull'User Experience?
Torniamo a Don Norman. Norman pubblica The Psychology of Everyday Things nel 1988. Ma subito modifica il titolo: The Design of Everyday Things (Currency Doubleday, New York, 1990). Viene così reso evidente un passaggio: un conto è guardare alle cose dal punto di vista della propria esperienza - come potrebbe suggerire il titolo Psychology of Everyday Things. Un conto è guardare alla altrui esperienza, considerandola il frutto del progetto di uno specialista: il Designer.
Norman, passando dal dire Psychology of Everyday Things a dire Design of Everyday Things esplicita in effetti l'approccio del libro. L'approccio fenomenologico -che pone al centro l'essere umano- resta confinato sullo sfondo. In primo piano non sta l'uomo, ma un soggetto del tutto differente: il Designer.

Norman non considera il Designer come abitante del mondo. Norman considera il Designer abitante di un meta-mondo abitato da Designer.
L'essere umano è costretto a manifestarsi esclusivamente come utilisateur, usuario, Benutzer. utente di strumenti predisposti da un progettista. Strumenti che permettono di fare esperienza, certo. Ma solo l'esperienza prevista in un progetto. L'User Experience non è esperienza dell'essere umano. L'User Experience consiste dunque nell'imporre all'uomo il progetto di un Designer.

Come scriveva già Tito Livio, esistono due tipi di utensili: “divina humanaque utensilia”, ‘gli utensili umani e gli utensili divini’. (Tito Livio, Ab urbe condĭta [Storia di Roma], XXXIII).
I Designer, super-uomini o dei, operanti nell'Empireo, nel meta-mondo a loro riservato, usano divina utensilia, strumenti e linguaggi di progettazione - tramite i quali costruiscono humana utensilia, gli oggetti concessi in uso agli esseri umani, ridotti a utenti.

In virtù di vincoli previsti dal progetto, gli utensili concessi all'uomo-utente resistono ad essere usati come sogna, come desidera, come necessita l'uomo. L'uomo vive la Geworfenheit, la Thrownness, gettatezza: il trovarsi in un mondo difficile sconosciuto. L'uomo apprende agendo, e che agisce apprendendo. L'uomo manifesta la propria umanità, la propria cura, costruisce la propria identità e la propria autostima nello scoprire il senso di cose che posso essere considerate utensili. Così, anche, l'uomo costruisce la propria autostima. E' l'esperienza di Robinson.

Quest'uomo oggi è impedito, nel proprio agire, dal progetto del Designer. Che decide per lui.
L'user, l'utente di Norman è lontanissimo dall'uomo-Robinson. L'user, l'utente di Norman è il giovane Truman costretto all'interno dello show, attore ignaro di uno spettacolo governato da un designer-regista.
Perché oggi la stessa vita umana si svolge in larga misura -secondo alcuni: l'intera vita umana- si svolge in un mondo progettato da disegnatori.

The Design of Digital World
Trent'anni dopo The Design of Everyday Things il primato del disegno sull'agire umano appare fatto compiuto.
"Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione" -potremmo anche dire: l'informatica e il computing- portano con "sé l’erosione dei confini tra il reale e il virtuale e l’erosione dei confini tra uomo, macchina, e natura", si legge nell'OnLifeManifesto. L'uomo, si sostiene, non vive più nel mondo che aveva conosciuto l'arco della sua intera storia. Vive onLife: in una nuova vita che comprende la la vita off line e la vita on line. Vive in un luogo virtuale, in un'Infosfera, nel Cyberspazio. In una certa misura la profezia di Matrix è già avverata. Anche se secondo i profeti del nuovo è solo l'inizio.
Già oggi con il Clouding informazioni che ci riguardano, conoscenze che noi stessi abbiamo prodotto, così come ogni dato, tutto risiede in una nuvola senza luogo progettata da un Disegnatore.
Le stesse applicazioni con le quali interagiamo sulle nostre macchine personali -computer o tablet o smartphone- sono perennemente aggiornate dal Disegnatore -in base una propria insindacabile scelta dei modi e dei tempi e delle scelte- sulla macchina personale di ogni essere umano. Con Internet of Things il progetto arriva al suo compimento.
In The Design of Everyday Things Norman, trent'anni fa, mostrava numerosi esempi di cose di uso quotidiano. Si inizia con la paradossale caffettiera disegnata da Jaques Carleman: inutilizzabile, perché il beccuccio e il manico sono sullo stesso lato, sovrapposti l'uno all'altro. Si continua con maniglie, apparecchi telefonici, pulsanti e interruttori, manopole e rubinetti, elettrodomestici, giocattoli, scarpe. Tutte queste cose sono state progettate da un Designer che pretende di sapere meglio di noi quale esperienza d'uso desideriamo.
Con Internet delle Cose il peso del progetto si aggrava oltremisura: questi oggetti restano sotto il controllo del Designer anche in ogni istante del loro uso. In ogni istante il Disegnatore potrà decidere come impedire usi che ritiene aberranti; o potrà anche dichiarare obsoleta la cosa, distruggendola.

E' in gioco la libertà dell'uomo-Robinson. Possiamo prendere ad esempio il Web: è un mondo co- creato da esseri umani, disordinato, complesso, confuso, e secondo alcuni anche pericoloso. Il Designer ci parla ogni giorno di questi pericoli e di questo disordine, cercando di convincerci i vantaggio di un mondo disegnato, e quindi ordinato, sicuro e semplice.

Norman tra i primi auspicò i vantaggi del nascondere all'essere umano il complesso funzionamento del computer: non devi preoccupartene, pensa solo a quello che vuoi fare. Ma questo nascondimento si rivela come enorme rischio sociale e politico. Per l'essere umano ridotto a utente il computer, effettivamente, "is invisible, hidden beneath the surface". Non gli resta che muoversi negli spazi previsti dal Disegnatore - lui sì eletto detentore dei divina utensilia che permettono, a diversi livelli, di programmare la macchina fino a definire gli spazi di libertà nei quali è confinato l'utente.

Il Design dell'Experience finisce quindi per essere l'elemento cardine dell'edificazione stessa dell'OnLife, nuovo mondo dove scompaiono i confini tra il reale e il virtuale e i confini tra uomo, macchina, e natura. Non a caso Norman sostiene che "the System Image plays the key role". System Image: l'immagine del sistema che il progettista si propone di far apparire agli occhi dell'utente.
L'icona nascondeva al fedele bizantino il mistero dell'altare. L'icona sullo schermo -esemplare manifestazione storica dell'abilità del Designer dell'User Experience- nasconde a noi esseri umani ridotti a utenti il misterioso funzionamento della macchina-mondo chiamata computer.

Riappare così in una luce preoccupante, quasi sinistra, la frase di Norman: "True user experience goes far beyond giving customers what they say they want". La vera User Experience va ben al di là dal dare ai customer quello che dicono di volere.
Ridotto a customer e user l'essere umano dovrà subire il progetto. L'intento della Propaganda e dell'Advertising, sia in ambito di business che in ambito politico, avevano la stessa pretesa. Ma l'essere umano viveva nel proprio mondo -un mondo solo parzialmente progettato; un mondo dove il progettista era assente- e poteva disattendere le altrui pretese. Adesso, se l'essere umano vive nell'OnLife, vive in un mondo progettato. Progettato anche per evitare che l'uomo disattenda le aspettative del Designer.

Sono da guardare con sospetto tutti gli approcci che comportano il tentativo di 'far prendere coscienza agli altri’ di qualcosa, pretendendo di sapere meglio di loro stessi cosa sia meglio per loro.
E' la pretesa, anche, dei Dittatori che in cuor loro pensano di governare per il bene del popolo. E' la pretesa del Grande Inquisitore di Dostoevskji. E' la minaccia che vediamo narrata in romanzi come Il mondo nuovo di Huxley, 1984 di Orwell, Noi di Zamjatin. La tecnologia che in quei romanzi si immaginava è oggi disponibile. Il Design della User Experience è un passo in quella direzione.

E siccome si sa che, nella visione del management, ogni aspetto importante del business deve essere affidato alla cura di un manager 'C level', un Chief, ecco, accanto al CEO: Chief Executive Officer, accanto al CFO Chief Financial Officer, accanto al CIO Chief Information Officer, e via dicendo, ecco comparire accanto a queste figure il CXO: Chief Experience Officer, "an executive responsible for the overall experience" implicita in ogni prodotto o servizio.

Ed ecco anche che, sull'onda dell'User Experience Designer, o User Experience Architect, si vanno definendo figure professionali sempre più precise. Non solo, genericamente, progettisti dell'esperienza, ma anche progettisti delle conversazioni e le pratiche sociali.

Ciò che inquieta non è in sé la pretesa di imporre. Ciò che inquieta è la pretesa di imporre accoppiata ad una crescente impossibilità di evitare l'imposizione. Come in Truman Show il Designer ci sorveglia e ci impedisce di uscire dal disegno.
Possiamo fidarci dell'etica e della responsabilità sociale dei Designer? Possiamo credere che la loro formazione universitaria e professionale garantisca loro ampiezza di vedute, sottigliezza, saggezza, senso della misura?

Possiamo puntare su più seria formazione dei Designer. Ma forse la via politica da perseguire è diversa, anzi opposta. Ignorare i Designer. Non dar loro corda. Smettere di attribuir loro importanza solo perché possiedono divina utensilia a noi negata.
Possiamo prepararci a fare miglior uso dell'humana utensilia di cui disponiamo. Possiamo cercare una educazione diffusa: conoscere la macchina per saperla usare. Possiamo perseguire la via della sistematica violazione delle regole imposte al nostro agire dai Designer. Possiamo trascurare istruzioni per l'uso e insistere nel cercare di far fare alla macchina quello che vogliamo.

Sì, è vero, viviamo già forse nell'OnLife, nell'Infosfera, in un mondo dove tendono a scomparire i confini tra il reale e il virtuale ed i confini tra uomo, macchina, e natura. Ma niente può vietarci di coltivare, anche in questo contesto, la nostra umanità.
Il libero accesso garantito alle conoscenze garantito dal Web viene condizionato e ridotto tramite il disegno: per esempio attraverso l'invito ad accedere al Web tramite una app - che sceglie per noi a quali conoscenze attingere, e il modo di attingervi, e il quando attingervi. Ma il Web ormai esiste e non può essere oscurato da nessun Designer.
La libertà garantita dai software che usiamo quotidianamente viene progressivamente erosa - ma possiamo scegliere di non aggiornare il software. Possiamo scegliere di usare macchine vecchie che si adattino a noi come confortevoli scarpe vecchie.
L'inevitabile imperfezione di ogni progetto permette rovesciamenti di senso e usi imprevisti dal Designer. Occupiamo questi spazi. Le stesse macchine che usiamo, alla fin fine, possono comunque, in qualche misura, essere usate in modo che il Designer riterrà aberrante - ma che a noi piace e torna conveniente.
Possiamo cercare di emanciparci dal ruolo di utenti, tornando ad essere umani.

Queste riflessioni costituiscono un primo assaggio dei temi che tratterò nel secondo volume del mio Trattato di Informatica Umanistica. (Primo volume: Macchine per pensare. L'informatica come prosecuzione della filosofia con altri mezzi, Guerini e Associati, 2016).

venerdì 25 marzo 2016

Cosa c’entra Richard Rorty? Non basta Terry Winograd? Ovvero: sei consapevole di essere un ermeneuta?


Dopotutto, l’informatica si occupa della costruzione, della conservazione e della diffusione di conoscenza. Proprio l’ambito di attività che da noi, in Occidente, è stato coperto da figure chiamate ‘filosofi’. Oggi, sostengo nel mio libro Macchine per pensare, assistiamo ad un passaggio di mano. L’informatica prende il posto della filosofia. L’informatica è la prosecuzione della filosofia con altri mezzi. Per muoversi nell’enorme massa di informazioni di cui disponiamo, massa che si incrementa istante dopo istante, serve all’uomo l’ausilio di macchine che ci siamo abituati a chiamare computer.
Perciò, con il mio libro, propongo una riflessione filosofica sulle macchine dette computer. Non penso di portare una qualche verità. Ma intendo mostrare come si può ragionare su questi temi. Vorrei così sostenere gli amici -informatici, computer scientist, o social data scientist, chiamatevi come volete- che scelgono di pensare da sé. E che scelgono di percorrere la strada dell’assunzione di responsabilità personali a proposito delle loro ricerche. E che cercano anche, doveroso ricordarlo, di percorrere la strada della responsabilità personale rispetto a come in quanto docenti formano gli studenti ad essere a loro volta ricercatori responsabili.
Un semplice esempio. Sostengo che è rilevante per chi si occupa oggi di computing il passaggio proposto da Richard Rorty: dall’epistemologia all’ermeneutica. Ma mi si dice: che c’è di nuovo in tutto questo? Non c’è bisogno di Rorty. Basta Winograd, anche lui parlava di ermeneutica. Winograd fa parte del canone informatico, Rorty no. Che bisogno c’è di uscire dal canone?
Andando a guardare, possiamo osservare che Winograd non cita Rorty. Ma ponendo un po’ di attenzione al contesto nel quale i due si muovono, risulta evidente il fatto che Rorty scrive prima di Winograd, lo anticipa. E’ Rorty a sostenere nel dibattito filosofico degli Anni Settanta, che non vale più la pena di cercare di edificare sistemi di conoscenza ben strutturati, e che conviene invece cercare la conoscenza nelle conversazioni: negli scambi, nelle interazioni, nelle reti.
Winograd viene dopo. Perché allora limitarsi a Winograd. Perché non risalire a chi ha portato scandalo, contrapponendo direttamente e polemicamente l’ermeneutica all’epistemologia.
Ma se proprio non si vuol leggere Rorty, fatene a meno. Alla fin fine, io che adesso qui sostengo l’importanza della sua lezione, in Macchine per pensare non lo cito nemmeno una volta. Se volete restar fedeli alla pista indicata da Winograd, leggete Heidegger, Wittgenstein, Gadamer. Ma uscite dal recinto della letteratura di settore. Cercate fuori dal recinto riferimenti filosofici, concettuali, a partire dai quali costruire, in piena libertà e responsabilità, la vostra ricerca.

Un semplice esempio, ho scritto qui sopra. Ma non un esempio a caso. Il passare dal lavorare con dati strutturati al lavorare con dati destrutturati porta con se il transito dall’epistemologia all’ermeneutica.
Chi lavora oggi nel campo dell’informatica, in particolar modo chi fa ricerca, si trova a doversi allontanare dal consolidato terreno dei dati strutturati. E’ chiamato, invece, ad avventurarsi sull’incerto terreno dei Big Data, masse di dati di cui si ignora la struttura, o che comunque debbono essere usati a prescindere dall’originaria struttura.
E’ un lavoro del tutto diverso. Chi è abituato ad affidarsi ad algoritmi di riconosciuta efficacia, può essere portato a dimenticare che l’efficacia è conseguenza della struttura. Dove la struttura non c’è, e dove la ricerca non è governata dalla mera applicazione di algoritmi, il ricercatore, per abitudine, potrà magari illudersi che ‘le cose si mettono a posto da sole’. Così, per esempio, il ricercatore può osservare l’emergere, dalla sovrapposizione di diversi corpora testuali, un sistema di regole grammaticali, sintattiche, semantiche. In apparenza, senza aver fatto nulla.
Ma in realtà, cosa ha fatto il ricercatore? Ha svolto, magari senza averne piena consapevolezza, un lavoro ermeneutico. Ha lavorato formulando ipotesi interpretative, e quindi applicandole ai dati.
Il ricercatore ha lavorato come il filologo che collaziona manoscritti diversi, varianti, alla ricerca del senso implicito nel testo.
Scrivevo qui su Dieci chili diperle, nell’articolo precedente: masse di dati destrutturati appaiono sorde. Sembrano non dire nulla. Ci sfidano, chiedendoci di provare a coglierne in senso. Ci sfidano ad interpretarli. Ci chiedono, cioè, di essere ermeneuti.
Per questo è importante il campo condiviso che chiamiamo ‘informatica umanistica’ - dove l’umanista può mettere a disposizione dell’informatico la propria esperienza di interprete di testi e di linguaggi. Ovvero, di ermeneuta.
Insomma: la domanda ‘perché chiamare in causa Rorty?’ può essere rovesciata in un’altra domanda. Tu, ricercatore, computer scientist al lavoro con dati destrutturati, sei consapevole di essere un ermeneuta?