martedì 6 settembre 2022

Tre posizioni etiche di fronte alle novità digitali

Di fronte alle novità e agli interrogativi che le nuove tecnologie impongono a noi esseri umani, possiamo individuare atteggiamenti necessari. L'educazione civica digitale dovrà preparare ad assumere questa posizione.

Non rinviare nel tempo

Ci dobbiamo preparare ad evitare la più comoda, ma anche la più grave ed irresponsabile, delle vie di fuga.

Non si può ignorare la presenza di ricerche riguardanti temi critici, come -per fare solo due esempi- la sostituzione di ogni lavoro umano o le armi autonome dotate di Intelligenza Artificiale.

E' facile dire: sì, esistono potenziali rischi e problemi, ma non sono così imminenti. E' facile dire: ce ne occuperemo a tempo debito. O peggio dire: se ne occuperanno i nostri nipoti.

Meschina appare l'opinione di chi si consola rinviando nel tempo la questione, considerando che gli effetti più perversi si manifesteranno solo in tempi futuri. Ingenuo e disinformato chi minimizza.

Evitare la sottrazione incrociata

Scienziati e tecnici si sottraggono dal farsi carico dei possibili usi di ciò sperimentano e sviluppo dicendo: a noi compete ricercare e innovare, delle conseguenze dei nuovi ritrovati si deve occupare la politica. Il cittadino si sottrae dicendo a sé stesso: non posso capire, non sono all'altezza. C'è sempre qualcun altro che deve occuparsene; con il risultato che non se ne occupa nessuno.

La responsabilità sociale e l'azione politica nascono sempre dal non rifiutare di assumersi responsabilità personali. Dovremo quindi evitare una seconda via di fuga, consistente nell'attribuire la responsabilità ad un soggetto diverso da noi stessi, quale che sia il nostro ruolo.

Non nascondere il male dietro il bene

Di fronte ad ogni novità tecnologica si potrà sempre facilmente dire: questo ritrovato serve a salvare vite umane. Così è, per fare solo due esempi, per le automobili a guida autonoma come per la connessione tra cervello umano e computer tramite nanofili di silicio.

Dovremo apprendere, tramite l'educazione civica digitale, ad evitare anche questa via di fuga. Chi sostiene che il ritrovato tecnologico è utile a salvare vite umane, sta nascondendo a sé stesso e agli altri che quello stesso ritrovato comporta anche, e spesso in maggior misura, il rischio di danni gravissimi non solo agli esseri umani, ma in senso lato a ciò che chiamiamo 'vita' e 'natura'.

L'educazione civica digitale dovrà quindi fare appello non tanto alla ragione o all'intelligenza, ma a quella umana attitudine che chiamiamo saggezza.

Parlo di questi argomenti nell'articolo Educazione civica digitale: cosa insegnare e perché è necessaria, apparso su Agenda Digitale il 22 aprile 2021.

martedì 22 marzo 2022

Architetture civili digitali

C'è software e software. Le architetture digitali civili sono frutto del senso di responsabilità personale e sociale di progettisti che si considerano prima che tecnici, cittadini appartenenti ad una comunità, eredi di una storia, viventi in una cultura.

Così, dalla posizione del cittadino, il progettista sviluppa strumenti per la cittadinanza attiva e per la partecipazione. Partecipazione in diversi sensi: partecipazione alla produzione sociale di conoscenza; partecipazione alla produzione di norme di legge; partecipazione al governo di istituzioni pubbliche o imprese private; partecipazione a processi organizzativi e flussi di lavoro.
Poi purtroppo le architetture civili finiscono per degenerare, trasformandosi nel loro contrario: strumenti nelle mani di Sovrani che riducono i cittadini a sudditi-utenti.
Ma possiamo sempre progettare nuove architetture civili...

L'informatica come potere 
Un primo modo consiste nell'intendere i costrutti digitali -computer, smartphone, sistemi, piattaforme, servizi, software e app- come mezzi che sono allo stesso tempo: In grado di condizionare e vincolare le libere scelte degli esseri umani; mezzi dotati di proprie regole indiscutibili alle quali i cittadini, ridotti ad utenti, debbono sottostare. Autonomi, sempre più indipendenti nel loro funzionamento dall'agire e dal pensare degli esseri umani.
Per questa via: I tecnici e gli imprenditori digitali si allontanano dal loro essere cittadini tra i cittadini, e appaiono invece come gli esponenti chiave di una che detiene il potere. Le tecnologie digitali appaiono così come il motore di una crescente divaricazione sociale: da un lato ricchezza, dall'altro povertà; da un lato sovranità, dall'altro sudditanza. I cittadini ridotti a sudditi-utenti sono spinti a vivere e a lavorare in luoghi digitali imposti come sostituti dei luoghi naturali. Ai cittadini non è data la possibilità di contribuire né alla costruzione dei luoghi digitali, né alla definizione delle regole che nei luoghi digitali vigono. Si apre la strada verso una situazione dove gli esseri umani si trovano obbligati a convivere con entità digitali dotate di propria autonomia ed 'intelligenza'.

L'informatica come servizio 
Un differente modo di intendere l'informatica e le tecnologie digitali vede ogni costrutto digitale come strumento creato da esseri umani ed usato da esseri umani. Esseri umani agenti e pensanti, viventi nel mondo, presenti con il proprio corpo, legati tra di loro da relazioni sociali. Consapevoli del proprio agire politico. Ogni costrutto digitale, in questo caso, resta un 'utensile' nelle mani dell'essere umano. 

In entrambi i casi l'informatica contempla il necessario lavoro di tecnici specialisti. Ma nel primo caso i tecnici digitali si pongono come esperti esterni, che creano mondi per gli altri esseri umani, abbassati da cittadini a passivi utenti. Nel secondo caso i tecnici digitali mantengono invece la consapevolezza del loro appartenere alla comunità sociale, del loro essere anch'essi cittadini del mondo. 
Stante il primo modo di intendere l'informatica si pone un problema che tocca le basi dello stesso concetto di 'legge'. Perché le leggi veramente vigenti sono le leggi -i vincoli sociali, le norme di comportamento- espresse in forma di software, applicazione, algoritmo. 
Software, applicazioni, algoritmi, sono documenti scritti in un codice noto solo ai tecnici e destinati ad istruire una macchina a funzionare in un certo modo. Cosicché per conoscere ciò che è scritto in codice digitale, il cittadino deve affidarsi a macchine e a tecnici specialisti. In questa situazione, il processo di produzione normativa stabilito da Costituzioni e giurisprudenza è svilito. 
Così come è svilito il ruolo del giurista nel suo studio e nella sua interpretazione del diritto. Stante il secondo modo di intendere l'informatica, invece, la vita sociale e civile restano intatte. I documenti sono scritti in tramite linguaggi alfabetici ed ideografici pensati da esseri umani per esseri umani. Gli esseri umani, riuniti in quanto cittadini in comunità sociali, continuano ad essere i produttori di regole di convivenza civile e di norme. 
Qui, insomma, i costrutti digitali sono intesi come mezzi per esercitare più pienamente i diritti ed i doveri impliciti nella cittadinanza. Lo sviluppo dei costrutti digitali è teso in ogni caso innanzitutto ad uno scopo: offrire la possibilità ad ogni cittadino di essere più partecipe, più attivo. 
Possiamo affermare sinteticamente che l'informatica intesa nel primo modo tende ad edificare una nuova realtà dis-umana, astratta, logico-formale. Mentre l'informatica intesa nel secondo modo -che possiamo chiamare informatica umanistica- si presenza come risorsa alla portata di ogni cittadino, come servizio civile. La caratteristica distintiva dell'informatica intesa nel primo modo è l'attenzione al dato. La caratteristica distintiva dell'informatica intesa nel secondo modo come, è l'attenzione al documento.

Ho scritto un articolo a questo proposito. Si trova qui sul portale Solotablet.

Nell'articolo parlo di come si può opporre virtuosamente il concetto di documento al concetto di dato. E ripercorro brevemente la storia di alcune benemerite 'architetture civili digitali': Internet, e-mail, Bulletin Board System (BBS), World Wide Web, Wiki, Blockchain. Ricordo però poi come questi strumenti, rovesciando gli intenti dei progettisti e l'iniziale uso, hanno finito per essere volti nel loro contrario: nuovi strumenti di controllo sociale. Auspico quindi l'emergere di nuove 'architetture digitali civili'.

Questo testo è nato nel quadro di riflessioni condivise con Luca Barbieri e Giuseppe Vincenzi, che qui ringrazio. Insieme a loro, nell'ambito della associazione Assoetica, si sta ragionando sui Registri Digitali Distribuiti. Per i fruttosi scambi sugli stessi argomenti ringrazio anche Antonio Iacono.

 

martedì 22 febbraio 2022

La pericolosa banalità dell'Algoretica e dell'Antronomia. Ovvero la pretesa di sostituire il 'computabile' all''umano'

Mi scrive un amico segnalandomi un articolo di padre Paolo Benanti. Mi segnala in particolare una frase: "Dobbiamo stabilire un linguaggio che sappia tradurre il valore morale in qualcosa di computabile per la macchina. La percezione del valore etico è una capacità puramente umana. Lavorare valori numerici è invece abilità della macchina. L'algoretica nasce se siamo in grado di trasformare in qualcosa di computabile il valore morale."

La pretesa di rendere i valori morali computabili da una macchina è insidiosa. Se si considera veramente il valore morale computabile, si apre la strada all'espropriazione dell'etica. 

Primo passaggio: i valori morali cessano di essere valori dell'essere umano e diventano patrimonio dell'esperto capace di trasformare l'etica in qualcosa di computabile. Ma computabile vuol dire: eseguibile da una macchina. Si apre così la strada -secondo passaggio- all'autonomia morale della macchina. Terzo passaggio: la macchina, che computa meglio dell'essere umano, sarà forse più morale dell'essere umano.

Ecco dunque apparire sulla scena la Moral Machine. Porta questo nome un progetto del MIT.  Ma, a proposito delle 'macchine morali', la descrizione più significativa mi pare si trovi nella conclusione del Book of Why di Judea Pearl. Qui il discorso è chiaramente sviluppato fino al terzo passaggio. (Per evitare fraintendimenti e sottolineare il pericoloso rilievo di questa posizione, trascrivo le frasi in inglese e aggiungo una mia traduzione). 

"Once we have built a moral robot, many apocalyptic visions start to recede into irrelevance. There is no reason to refrain from building machines that are better able to distinguish good from evil than we are, better able to resist temptation, better able to assign guilt and credit. At this point, like chess and Go players, we may even start to learn from our own creation. We will be able to depend on our machines for a clear-eyed and causally sound sense of justice. We will be able to learn how our own free will software works and how it manages to hide its secrets from us. Such a thinking machine would be a wonderful companion for our species and would truly qualify as AI’s first and best gift to humanity".

"Una volta che avremo costruito un robot morale, molte visioni apocalittiche inizieranno a recedere nell'irrilevanza. Non c'è motivo di astenersi dal costruire macchine che siano in grado di distinguere il bene dal male meglio di noi, meglio in grado di resistere alla tentazione, meglio in grado di assegnare colpe e meriti. A questo punto, come i giocatori di scacchi e di Go, potremmo anche iniziare a imparare dalla nostra stessa creazione. Saremo in grado dipendere dalle nostre macchine per un senso di giustizia lucido e causalmente sano. Saremo in grado di imparare come funziona il nostro software di libero arbitrio e come riesce a nasconderci i suoi segreti. Una tale macchina pensante sarebbe una meravigliosa compagna per la nostra specie e si qualificherebbe veramente come il primo e miglior regalo dell'IA all'umanità".

Dovremmo dunque dipendere da macchine per concepire il senso della giustizia. Dovremmo considerare lo stesso umano libero arbitrio un software. Dovremmo considerare la 'macchina pensante' compagna meravigliosa per la nostra specie, dovremmo apprendere da lei chi siamo e come pensare rettamente. Macchina maestra di etica. Questo non lo sostiene un delirante fanatico, lo sostiene in un libro del 2018, Judea Pearl, stimatissimo computer scientist, vincitore del Turing Award nel 2011. (Commento in modo più dettagliato il libro di Pearl qui).

Luca Peyron è un pensatore meno presuntuoso di Benanti, e aveva scritto anche cose interessanti sul corpo umano nei tempi digitali, ma in fondo segue lo stesso percorso, o anzi partecipa alla stessa ricorsa proponendo l'antronomo.

"L’antronomo è colui o colei che in un processo di creazione di un prodotto o servizio legato alla trasformazione digitale e le tecnologie emergenti pone l’umano come norma". Non competerà più all'essere umano conoscere il senso dell'umano. A dirci cosa è l'umano sarà d'ora in poi un Esperto Legittimato, iscritto ad una corporazione, dotato di patente attribuita dalla corporazione stessa.

L''umano come norma' di Peyron ci appare così vicinissimo al 'valore morale' di Benanti. Tutto deve essere detto da Esperti. 

AlgoreticoAntronomo. In entrambi i casi si tratta di due esemplari Disabling Professions. L'avvento in ogni ambito di caste di esperti riduce gli spazi di partecipazione sociale, impedisce l'esercizio di una cittadinanza attiva e deprime la stessa qualità del pensiero. Il membro di una casta di esperti è portato a subordinare il proprio pensiero alla difesa del ruolo e a colludere con gli appartenenti ad altre caste di esperti. 

La presenza di esperti che parlano al posto loro depotenzia e deprime l'essere umano. Ciò è vero in modo speciale per quanto riguarda l'etica. Ogni essere umano possiede una propria etica. Magari può faticare a portarla alla luce. 

Potrebbe servire un amorevole accompagnamento teso a far crescere la consapevolezza della propria etica. Ma cosa fanno questi 'esperti'. Pearl pretende di sostituire alla morale della persona la morale della macchina. Benanti dice: la percezione del valore etico è una capacità puramente umana; ma si candida per trasferire questa capacità alla macchina. Peyron condivide l'approccio: l'umano è una categoria astratta, riducibile a norma, che l'esperto conosce meglio dell'essere umano stesso.

A ben guardare è la posizione del Grande Inquisitore di Dostoevskji. Non si contempla un cittadino in grado di attingere il libero arbitrio, capace di responsabilità. Si considerano necessarie narrazioni attraverso il quale educare il popolo. Ben venga quindi l'algoretica, pensiero espresso tramite un codice dominato dall'élite e fuori dalla portata dei cittadini.  (Parlo di questa posizione, nella versione fatta propria dal Vaticano, in quest'altro articolo. E in modo più approfondito parlo di questo nel mio libro Le Cinque Leggi Bronzee). 

Gli Esperti concordano nel passaggio chiave. Passaggio di stato. Tutto deve essere codificato in forma digitale. Tutti i nostri umanissimi discorsi devono essere resi computabili. E alla fine ci viene detto che i nostri discorsi non sono più i discorsi che noi abbiamo pronunciato. Ai nostri discorsi è sostituita la loro versione computata. 

Servirebbe a questo punto una seria riflessione sul Digital Twin. Il senso del pretenzioso assunto implicito nel concetto di gemello digitale è questo: attraverso la raccolta di dati può essere costruita la rappresentazione virtuale di ogni entità fisica, vivente o non vivente. All'essere è sostituito l'essere digitale. Al 'cerca te stesso' -la domanda chiave della filosofia- è sostituito il 'cerca te stesso nel tuo digital twin'. Alla vita nel mondo è sostituita la vita nel Metaverso. All'etica enunciata attraverso le lingue parlate dagli esseri umani è sostituita l'etica computata.

Voglio invece continuare a pensare che l'etica sia pensiero umano. Pensiero che non necessita nessuna computazione per essere efficace. Voglio continuare a pensare che più di ogni macchina sia buon compagno per l'uomo l'uomo stesso. 

L'essere umano è sfidato dall'avvento del digitale. La sfida può essere accolta considerando che, al di là di vantaggi che la digitalizzazione può portare, il futuro dell'essere umano va cercato oltre i confini dettati dalla computazione, dalla codifica digitale, dall'avvento di macchine autonome. Il futuro va cercato oltre l'esempio costituito dal modo di funzionare delle macchine. 

Ma Benanti e Peyron, peccando di sudditanza, si fanno adepti della digitalizzazione, ovvero della sua trasformazione  in 'qualcosa di computabile'.

Non c'è confine tra l''agere' e l''intelligere'

Trovo molto misera la resa di Floridi: il suo dire: 'l'agire è ormai irrimediabilmente campo della macchina'. Floridi separa l'agire della macchina dall'umano pensare. Ma solo un'ottica forzatamente astratta come quella di Floridi può separare l'agire dal pensare, che sono due aspetti inscindibili dell'essere umano. Mi sembra che al contrario la 'situazione digitale' in cui viviamo, ci sfidi ad essere più umani. Non regalando l''agire' alla macchina, ma riscoprendolo come terreno possibile, ed anzi necessario per l'essere umano. (Luciano Floridi espone questa posizione nella conferenza doppia tenuta insieme a Federico Cabitza: è facile osservare, per lo spettatore o il lettore attento, la netta differenza tra la posizione di Floridi e quella di Cabitza).

venerdì 26 novembre 2021

Sempre a proposito di critica politica del digitale. I mezzi e i luoghi del nuovo potere

Non dobbiamo farci trarre in inganno. Una comune narrazione porta a considerare luoghi critici della politica digitale i bit e il cloud.

Ma guardando a questi concetti, abbagliati dalla loro apparenza, dalla patina esoterica delle parole nuove, restiamo lontani dall'avvicinarci all'intendere la base materiale del potere esercitato per via digitale.

I bit sono solo uno degli aspetti del codice. Possiamo smascherare l'apparente significato politico del bit attraverso lo studio del codice. Il codice va osservato come sovrapposizione di tre aspetti: supporto, linguaggio, testo. Il bit non è altro che scrittura sul supporto. Guardando al bit non cogliamo il luogo dove si esercita il potere digitale, consistente nella sottrazione all'essere umano dei frutti del proprio lavoro e della propria conoscenza.

Il cloud nasconde, dietro la sua così ben propagandata apparenza volatile, aerea, il luogo fisico. Il cloud è una architettura la cui base materiale è la Server Farm (o Data Center). Enormi magazzini di conoscenze prodotte da esseri umani, ben presenti sulla Terra, ma cancellate dalle mappe. Nella Server Farm ronzano, perpetuamente accese, macchine fisiche e supporti di memoria fisici, detenuti da Padroni del Digitale. Cloud, espressione nuova, nasconde la realtà politica del Mainframe, la macchina 'centrale' che tutto contiene, o della rete Client/Server. Dove il Server, macchina padrona, contiene tutto e determina tutto. Mentre la macchina nelle mani dell'essere umano è progressivamente svuotata e svilita.

Conosciamo praticabili alternative politiche all'architettura Client/Server. La più radicale è il Peer-to-Peer. Non è utopia: un progetto politico da considerare è Bitcoin-Blockchain.

Il bit è uno strato impolitico. Il cloud è una apparenza venduta all'utente. La comunemente accettata idea di dematerializzazione nasconde un inganno: in ogni architettura digitale resta presente la base materiale, nascosta però al cittadino ridotto a utente.

I luoghi politici a cui conviene guardare per una critica della politica digitale non sono il bit ed il cloud. Sono il dato e la piattaforma. Al di là delle parole, spiego cosa intendo.

I dati sono conoscenze frammentate, impoverite, separate dalla fonte e oggetto di appropriazione da parte dei Nuovi Padroni Digitali. Solo studiando i dati -la loro voluta frammentazione, la loro conservazione, il loro uso- possiamo indagare sul processo -politico ed economico- di sottrazione all'essere umano dei frutti del proprio lavoro e della propria conoscenza.

Le piattaforme sono istituzioni totali, artificiali, sostitutive dei luoghi sociali e terreni, di proprietà privata -una proprietà che sfugge al controllo pubblico degli Stati e degli organismi internazionali- capaci di propria produzione normativa e di controllo sociale. Dietro ogni piattaforma sta una Server Farm proprietaria, occultata agli sguardi non solo dei cittadini ma anche di ogni organismo di controllo pubblico.

Sulle piattaforme i cittadini sono ridotti a utenti di servizi preconfezionati. Servizi che occultano uno scopo implicito: sottrarre -sotto forma di dato- ciò che è frutto del lavoro e del pensiero umano.

(Parlo di piattaforme in vari altri luoghi. Tra cui questo).

lunedì 8 novembre 2021

Zuck colpisce ancora

Giovedì 16 febbraio 2017 David Zuckenberg pubblica su Facebook un lungo post dal titolo Building Global Community. Più che il Discorso dell'Unione di un Capo di Stato, è l'enciclica, la lettera pastorale del Papa di un Chiesa Universale. 

Nel testo, la parola infrastructure appare alla quinta riga, e poi altre ventiquattro volte. "In tempi come questi, la cosa più importante che noi di Facebook possiamo fare è sviluppare l'infrastruttura sociale per dare alle persone il potere di costruire una comunità globale che funzioni per tutti noi".

L'Infrastracture è definita con impegnativi aggettivi: social, meaningful, global. Altrettanto impegnativi gli aggettivi usati per definire le Communities nelle quali gli esseri umani meriterebbero di vivere: supportive, safe, informed, civically-engaged, inclusive.

Alla fine, salutando i lettori con il solo nome, Mark, senza cognome, come un vero Papa, Zuckenberg ringrazia: "Thank you for being part of this community". Possiamo leggere: Thank you for il vostro vivere dentro Facebook, The Infrastructure.

Zuckenberg, giovanotto viziato, reso delirante dal potere, rivolgendosi ad ogni essere umano, arrogandosi il diritto di  parlare a nome di ognuno di noi, chiama a partecipare alla costruzione dell'Infrastructure, "il mondo che vogliamo per le generazioni che verranno”. (1)1

Fingendo di dimenticare che Facebook è piattaforma già costruita, alla cui costruzione nessuno di noi può partecipare; un luogo dove il cittadino è ridotto a utente.

La possibilità, offerta ad ognuno, di caricare su Facebook i propri materiali non è, come potrebbe apparire a prima vista, un’apertura alla partecipazione e alla condivisione dei saperi. Il knowledge di cui ogni essere umano è autore è ridotto a content, cosa che è costretta dentro, rinchiusa, forzata nei confini di una Infrastructure già costruita. E in base a regole opache, ed in ogni caso imposte d'autorità, Zuckerberg ha deciso che quel knowledge non è più dell’essere umano che l’ha prodotto, ma suo. Come anche la storia di vita del cittadino: ogni gesto, ogni parola diviene un dato che Zuck userà come gli pare.

La nuova terra promessa del Metaverso

Facebook instupidisce, ma non tutto è perduto se i cittadini reagiscono ancora, e mostrano segni di disaffezione per Facebook e per le mirabolanti promesse di nuova democrazia del giovanotto. Ma ecco che allora, all’inizio dell’estate 2021, Zuckerberg, vista la mala parata, rincara la dose, lanciando il progetto del Metaverse.

Se siete stufi di Facebook, ecco la nuova terra promessa: un mondo virtuale, una realtà aumentata dove sarà possibile “sperimentare un senso di presenza molto più forte” di quello offerto da social network e piattaforme. Un mondo “più naturale”, “più confortevole”.

"Quello che mi entusiasma è aiutare le persone a sperimentare un senso di presenza molto più forte" di quello offerto oggi da social network e piattaforme. "Le interazioni che avremo saranno molto più ricche". In futuro, invece di limitarti a telefonarmi, "potrai sederti come ologramma sul mio divano"; "e sembrerà davvero di nello stesso posto, insieme”, "anche se ci si trova in stati diversi o a centinaia di chilometri di distanza". (2)2

La novità è ufficialmente sancita il 28 ottobre 2021in una nuova lettera enciclica, rivolta al popolo del pianeta dal Sovrano Illuminato. (3)3

Ora Zuckerberg non offre solo spazi di libertà, luoghi di incontro mediati dalla scrittura e dalla lettura dei poveri post di Facebook e di WhatsApp, delle immagini e dai video di Instagram. Ora offre, molto modestamente, un nuovo mondo e una nuova vita.

“Nel Metaverso, sarai in grado di fare quasi tutto ciò che puoi immaginare: stare insieme ad amici e familiari, lavorare, imparare, giocare, fare acquisti, creare, nonché vivere esperienze completamente nuove”. “Sarai in grado di teletrasportarti istantaneamente come un ologramma per essere in ufficio senza fare il pendolare, a un concerto con gli amici o nel soggiorno dei tuoi genitori”. “Sarai in grado di dedicare più tempo a ciò che conta per te, ridurre il tempo nel traffico e ridurre la tua impronta di carbonio”. (5)4

E aggiunge: "Non costruiamo servizi per fare soldi; facciamo soldi per costruire servizi migliori". Come ogni narciso prigioniero del proprio ego, cita qui se stesso: ci ricorda che aveva pronunciato questa frase nel 2012, invitando gli investitori a comprare azioni Facebook. (5)5 Ora invita ad investire in Meta.

La forza di Zuckerberg sono i suoi seguaci

Non so se qualcuno riuscirà a fermarlo. Vedo un problema.

Nel 2017 si era diffusa la voce che Mark Zuckerberg si preparasse a candidarsi, nel 2020, come presidente degli Stati Uniti. Non era vero. Zuck non ne aveva bisogno. Ci sono motivi per sostenere che il suo potere asimmetrico di padrone di piattaforme sulle quali i cittadini del pianeta sono costretti a vivere è più grande del potere del presidente americano.

Il problema è che conosco diversi esperti, profeti della Digital Transformation, Innovation Manager, Business Designer, Business Futurist: loro considerano davvero Zuckerberg il Presidente, la guida che apre la strada. La forza di Zuckerberg sta in questi seguaci – che con lui in questi giorni si leccano i baffi pensando ai nuovi guadagni che potranno conseguire attraverso una gabbia imposta ai cittadini, un falso mondo, ben più pericoloso di Facebook.

1Mark Zuckerberg, “Building Global Community”, https://www.facebook.com/ notes/mark-zuckerberg/building-global-community/10103508221158471/.

2Casey Newton, "Mark in the Metaverse. Facebook’s CEO on why the social network is becoming ‘a metaverse company’", The Verge, Jul 22, 2021: https://www.theverge.com/22588022/mark-zuckerberg-facebook-ceo-metaverse-interview.

3Mark Zuckerberg, Meta Founder’s Letter, 2021, October 28, 2021, https://about.fb.com/news/2021/10/founders-letter/

4Ibid.

5Matt Rosoff, “Mark Zuckerberg's Letter To Facebook Investors”, Insider, Feb 1, 2012. https://www.facebook.com/businessinsider/posts/we-dont-build-services-to-make-money-we-make-money-to-build-better-services/10152583593614071/

Articolo apparso su Parole di Management l'8 novembre 2021.

mercoledì 27 ottobre 2021

Realtà Aumentata come distruzione sociale

 Ricordo un incontro a cui ho partecipato durante il distanziamento obbligatorio causato dal virus. Incontro online, ovviamente. Tra i partecipanti, docenti universitari, persone convinte del proprio ruolo e della propria autorevolezza - in realtà per le prime volte esposte alla novità della connessione via piattaforma digitale.

Uno di loro si rivolge all'organizzatore, un imprenditore, e gli dice: 'Apprezzo l'organizzazione dell'incontro in questo momento difficile, è bello trovarci qui insieme nonostante il difficile momento. Peccato però che la relazione tra di noi sia penalizzata dalla povertà del mezzo. Auspico una futura situazione in cui possiamo trovarci insieme in modo più empatico, caldo'. Pensavo questo autorevole personaggio pensasse ad un incontro dal vivo, presenti insieme in carne ed ossa. Ma no, mi accorsi che si trattava di un invito all'organizzatore, affinché una prossima volta convocasse l'incontro su una piattaforma più performante, dove ognuno di noi fosse presente tramite un proprio avatar, un simulacro digitale, una apparenza tridimensionale. Forse aveva letto la pubblicità di una di quelle soluzioni tecnologiche e promette di creare mondi in cui interagire e comunicare, vivendo 'esperienze immersive molto simili a quelle della vita reale; ma migliori, più intense, delle esperienze della vita reale'.

Più comodo, più naturale, più reale

Ed ecco che verso la fine del giugno 2021, quando ormai la necessità di incontrarsi online viene meno, e torniamo in ogni luogo del pianeta ad incontrarci dio persona, tempestivo scende in campo Mark Zuckerberg.

Facebook è ormai lontana dai tassi di crescita vorticosa di anni precedenti, nuovi social network appaiono sulla scena, non bastano le sinergie con Instagram e WhatsApp, emergono problemi di privacy e l'opinione pubblica si fa più critica sui temi della privacy. Così, all'inizio dell'estate, Zackerberg lancia il suo Metaverse. Se si è stufi di Facebook, se si considera troppo povera l'interazione offerta dalle piattaforme di videoteleconferenza, ecco la nuova terra promessa: il Metaverse.

Dopo le tante riunioni di lavoro nell'ultimo anno, "faccio fatica a ricordare in quale incontro qualcuno ha detto qualcosa, perché le persone sembrano tutte uguali e si fondono tutte insieme". "Quello che mi entusiasma", afferma sorridente Zuckerberg, "è aiutare le persone a sperimentare un senso di presenza [sense of presence] molto più forte" di quello offerto da social network e piattaforme. Ed anche, aggiunge, "più naturale", "più comodo [comfortable]". "Le interazioni che avremo saranno molto più ricche, sembreranno reali [they’ll feel real]". In futuro, invece di limitarti a telefonarmi, "potrai sederti come ologramma sul mio divano"; "and it’ll actually feel like we’re in the same place", sembrerà davvero di nello stesso posto, "anche se ci si trova in stati diversi o a centinaia di chilometri di distanza".1

Così, conclude Zuckerberg, “mi aspetto che nel giro di cinque anni le persone ci vedranno non come un’azienda di social media, ma come una compagnia del metaverso”. Nel mentre lo descrive come un 'Internet incarnato', Zuckerberg annuncia che stanzierà 50 milioni di dollari per il suo sviluppo.

Quello che mi colpì di quel professore fu la superficialità, l'accondiscendenza con cui tutto ciò che viene presentato come innovazione: la soluzione di ogni problema affidata alla tecnologia; il dire: non si può tornare indietro: adottata una tecnologia, l'unica possibilità è passare ad una più potente. La tecnologia come imbuto nel quale va incanalata la vita. La realtà ridotta a simulazione.

Quello che mi colpisce di Zuckerberg è il cinismo. Il suo approfittare del momento, della contingenza. C'è certamente l'abilità imprenditoriale. C'è la capacità di approfittare di una esperienza da tutti diffusa: l'insoddisfazione per la qualità delle interazioni permesse dalle piattaforme usate nel tempo del distanziamento sociale obbligatorio.

Ma sgomenta l'imposizione di un disegno politico e sociale. La pretesa di sostenere di conoscere cosa è bene per i cittadini del pianeta. E la confusione tra cosa è bene per i cittadini e cosa è bene -ovvero: utile- per lo stesso Zuckerberg. Aggiungo che, ovviamente, Zuckerberg non è che il campione, l'esponente esemplare di una generazione di imprenditori, o come molti amano definirsi: business designer. Il che nei tempi digitali vuol dire: disegnatori di mondi nei quali non loro, ma ogni altro essere umano, dovrà vivere.

Realtà Virtuale, Realtà Aumentata

So bene che tecnici e studiosi del settore saliti in cattedra a cavillare sono pronti con la matita blu: Virtual Reality non deve essere confusa con Simulated Reality e Augmented Reality.

Ma vi invito a lasciar perdere queste sottigliezze: infatti, senza farsi tanti problemi, Zuckerberg parla di sense of presence senza definire il concetto, parla di genericamente di qualcosa che appare naturale, che sembra reale. E mette insieme senza minimamente preoccuparsi di distinguerle, Realtà Virtuale e Realtà Aumentata.

Ma va sottolineata una differenza. La Realtà Virtuale è una realtà non fisicamente esistente ma fatta apparire via software; un mondo artificialmente costruito, nel quale il cittadino ed il consumatore sono invitati ad entrare. La Realtà Aumentata, invece, è una contaminazione, una corruzione della realtà quotidianamente, socialmente, liberamente vissuta dagli esseri umani.

Vivo le mie esperienze quotidiane, ma ora non sono più libero di viverle come persona libera. Sono costretto a viverla tramite la mediazione di un software, di un qualche algoritmo costruito da un tecnico.

Bastano due esempi.

Il primo. Sono per strada e uso Google Map. Inizialmente il supporto di Realtà Aumentata mi appare un supporto a muovermi più efficacemente, in base alle mie scelte. Ma presto lo strumento nelle mie mani si trasforma in uno strumento che tramite gentili spinte mi induce a muovermi in certi modi, e ad osservare in mondo in una maniera che è frutto di un progetto altrui, e I miei desideri, i miei sogni, le mie scelte di utilità sono messe in secondo piano, svilite o censurate.

Si deve poi aggiungere che la Realtà che si presenta come semplice 'aumento' dello stato del mondo, finisce poi per prendere il sopravvento: crediamo di muoverci nello spazio della nostra città, e invece ci muoviamo dentro la rappresentazione di quello spazio costruita dai tecnici di Google. Accade già a noi quello che accadrà in ogni caso all'auto a guida autonoma: visto che guardiamo la mappa di Google e non il terreno che abbiamo intorno, se c'è una buca nella strada questa dovrà essere registrata sulla mappa digitale, di proprietà di Google. C'è qui, anche, un significativo risvolto politico: ciò che è un bene pubblico, in virtù della Realtà Aumentata, finisce per divenire privato.

Il secondo. Sono in un museo. Mi nutro della bellezza che ho intorno. Scelgo quale quadro guardare, e come. Scelgo il percorso. Scelgo dove e quando fermarmi, quando sedermi, in base a considerazioni estetiche e anche a privatissime sensazioni, come la stanchezza del momento, o a considerazioni legate al tempo a disposizione. Certo, posso anche seguire i suggerimenti di una guida, una persona in carne ed ossa, un essere umano con il quale interagire. I supporti di Realtà Aumentata, invece, allontanano il mio sguardo dal presente. Mi trasportano in un museo lontano dal qui ed ora; reimmaginato da un qualche esperto.

Infine, il tour così guidato porta sottilmente a pensare che tanto vale non essere fisicamente in quel luogo. La visita virtuale è meno faticosa. Sarò così sicuro di aver visto le opere che l'esperto considera importanti. La funzione educativa, esperienziale, della visita al museo, la mia crescita personale alla luce del bello che io stesso scopro, viene meno.

Due tipi di occhiali

L'ultimo prodotto uscito dai Facebook Reality Labs, all'inzio del settembre 2021, l'ultima trovata commerciale legata alla nuova strategia di Facebook coinvolge anche una grande impresa italiana, Luxottica. Occhiali con il brand Ray Ban.



Ray-Ban Stories: si afferma nella promozione: puoi catturare istantaneamente qualsiasi momento

"occhiali che ti offrono un modo autentico [authentic way] per catturare foto e video, condividere le tue avventure e ascoltare musica o rispondere alle telefonate - così puoi rimanere presente con gli amici, la famiglia e il mondo intorno a te".2

In occasione del lancio di questi smart glasses, il capo dei Facebook Reality Labs (FRL), Andrew "Boz" Bosworth, incontra, in un nuovo episodio del podcast Boz to the Future, Rocco Basilico, Chief Wearables Officer di EssilorLuxottica. I due, entusiasti, concordano: "Le persone smart devono indossare gli smart glasses!".

Ma il senso dell'operazione lo si legge a chiare lettere nella sintesi del podcast: "I Ray-Ban Stories segnano un'importante pietra miliare sulla strada verso gli occhiali AR [Augmented Reality], e il loro uso oggi è coerente con i casi d'uso che ci aspettiamo di vedere in futuro".3

Ovvero: la nostra strategia consiste nel dotare i cittadini di strumenti tesi a pilotare il loro modo di fare esperienza.

La tecnologia non è mai veramente nuova. Si tende a intendere la storia della tecnologia come una freccia tesa verso il futuro: progresso, innovazione come allontanamento dal passato. Ma potremmo invece ben leggere la storia della tecnologia come ciclico ritorno su progetti e linee di sviluppo. Guardate questa immagine:



Non vediamo qui un essere umano nascosto dietro occhiali scuri alla moda; non vediamo qui un essere umano pigro e dipendente, tenuto sveglio dagli effetti speciali di un accattivante Metaverso. Vediamo un essere umano orgoglioso del proprio pensiero, consapevole dei propri limiti, ma anche convinto del proprio discernimento.

Nel settembre 1945 Vannevar Bush, finissimo tecnologo, ripubblica sulla rivista Life l'articolo As We May Think, uscito su The Atlantic in luglio. Tra le illustrazioni che accompagnano l'articolo, questa, che campeggia sopra il titolo, è la più chiara e significativa.4

Possiamo ben immaginare quella telecamera integrata negli occhiali. Ma ecco la differenza tra gli occhiali di Bush e gli occhiali di Boz" Bosworth e Basilico. Ed ecco la differenza tra il computer come lo intendeva Bush e come lo intende Zuckerberg.

Bush intende il computer, e le sue periferiche, come strumenti al servizio dell'essere umano che liberamente, e sempre più profondamente ed originalmente pensa. Esseri umani che come Galileo conoscono il mondo, sperimentano, fanno esperienza. Occhiali come il cannocchiale di Galileo. Il supporto della macchina permette una esperienza più ricca. Bush immaginava che l'essere umano supportato dalla macchina sarebbe stato in grado di tenere traccia delle proprie esperienze, fonderle tra di loro, sommarle con conoscenze altrui. Immaginava che le conoscenze restassero bagaglio della persona, libera di scegliere come condividerle.

Dalle intuizioni di Vannevar Bush discende il World Wide Web, inteso come luogo di produzione sociale di conoscenza; Rete di conoscenze prodotte da esseri umani, in condizioni di libertà e parità di accesso.

Zuckerberg invece combatte il Web, prima sostituendovi il suo ambiente chiuso e proprietario, Facebook. Ed ora tentando di sostituire al Web il Metaverse. Una piattaforma progettata per indirizzare, inquadrare, condizionare, le esperienze di ogni essere umano.

Bush, e chi seguì la sua strada, immaginavano una rete peer-to-peer, dove ogni produttore di conoscenza sceglieva cosa e come mettere in comune.

Zuckerberg, al contrario, prevede che ogni conoscenza umana sia conservata in un cloud: cioè in un luogo di proprietà di Zuckerberg, fuori dalla controllo dei cittadini.

Le inclinazioni umane non sono bias

Non c'è bisogno di ripetere che prendiamo Zuckerberg come niente più che un esemplare rappresentante di una intera generazione di tecnici ed imprenditori.

E del resto vale la pena ricordare che la scienza e la tecnica non sono neutrali. Tanto meno lo è la tecnologia, che è applicazione della scienza e della tecnica ad interessi politici, finanziari ed industriali.5

Perciò possiamo guardare al retroterra storico e culturale che porta alla proposta del Metaverse.

Viviamo una stagione storica di grande divaricazione tra una élite economica, finanziaria, politica, e tecnico-scientifica, da un lato, e dall'altro cittadini sempre più ridotti a sudditi impotenti, utenti e consumatori.

L’élite sostiene che i cittadini sono incapaci di scelte efficaci ed adeguate. Tesi politica confermata da significativi riconoscimenti. Nel 2002 il premio Nobel per l'Economia è attribuito a Daniel Kahneman. A Kahneman e al suo collega matematico-psicologo Amos Tversky

Kahneman Thaler si deve il concetto di bias cognitivo. Una sorta di difetto congenito dell’essere umano. Errori di giudizio che portano prendere decisioni sulla base di pregiudizi e di percezioni errate. Il considerare questo vizio universale e congenito, permette di svalutare la portata dell’educazione, e anche la portata dell’umana saggezza. Limiti umani ovvi, così, vengono usati come giustificazione per togliere spazio al libero arbitrio, all’esercizio dell’umana saggezza.

dipendenti da meccanismi universali che presiedono il recupero di conoscenze razionali, e agiscono secondo automatismi mentali che portano a prendere decisioni velocemente, ma il più delle volte sbagliate perché fondate su pregiudizi o percezioni errate o deformate. Insomma, sono decisioni prese a partire da un errore di giudizio.

Perciò, ogni essere umano deve essere guidato, indirizzato, ed infine trattato come un infante.

In perfetta continuità, il premio Nobel per l’Economia del 2017 è attribuito a Richard Thaler, sostenitore della stessa scuola. Gli esseri umani compiono errori. Esiste quindi la necessità di paternalismo; esiste la necessità che designer, architetti, costruttori dell'opinione pubblica, “influenzino il comportamento delle persone, al fine di rendere la loro vita più lunga, sana, e migliore".

I dubbi sulla capacità dell’essere umano di prendere decisioni, si risolvono spingendo gli essere umani a prendere le decisioni che l’élite ritiene più convenienti. Questo è il senso del nudge, la spinta gentile. Ho perso il conto delle volte in cui, in questi anni, ho sentito tecnici informatici, User Experience Designer, strateghi del passaggio al digitale, giustificare le loro scelte progettuali con i bias cognitivi degli esseri umani. Molto più raro il loro appello alla capacità di giudizio ed alla saggezza che ogni essere umano possiede.

Per i poveri e deboli esseri umani, aggiunge ora Zuckerberg, non basta più Facebook come luogo di spinte gentili, ovvero di condizionamento di ogni cittadino e dell’opinione pubblica in genere. Serve il Metaverse, un luogo dove le gentilissime spinte saranno più incisive, irrifiutabili.


La realtà come costruzione sociale

Agli inizi degli Anni Sessanta del secolo scorso, agli albori dell’era digitale, si afferma l’espressione software. E di conseguenza virtual, nel senso di “non fisicamente esistente ma fatto apparire via software”. Si apriva allora la stagione dei progetti di esperienze immersive che si pretendono alternative alla vita reale, o in grado di migliorare la stessa vita reale.

In quei giorni due sociologi americani di origini austriache, si incontrano per una vacanza nelle Alpi bavaresi, e ragionando e discutendo finiscono per decidere di scrivere un libro il cui significato, come loro stessi diranno, è perfettamente racchiuso nel titolo: The Social Construction of Reality. Il libro uscirà nel 1966, e resta una pietra miliare.6

Berger e Luckmann ci parlano di come, nel corso della nostra lunghissima storia, noi esseri umani siamo ci siamo mostrati capaci di produrre conoscenze. Conoscenze adeguate alle necessità e ai desideri. Dalle esperienze, dalle conoscenze, nasce la realtà: un costrutto sociale, ci ricordano Berger e Luckmann, che gli esseri umani tutti contribuiscono ad edificare e a mantenere viva. La realtà è una costruzione sociale, alla quale ogni essere umano non solo ha diritto di partecipare, ma è capace di partecipare.

Anche oggi siamo capaci, ovviamente, di produrre conoscenze, e quindi realtà. Le accuse di Kahneman e Tversky, le pretese paternalistiche di Thaler non sono altro che aspetti contingenti di dinamiche politiche. Dinamiche che lungo la storia si sono presentate all’interno di ogni cultura: conflitti, lotte di potere, rotture di equilibri sociali.

L’unica novità è forse questa: alla pluralità di culture umane si tenta oggi di sostituire una unica cultura, imposta per via digitale. La Realtà Aumentata del Metaverso, universale ed unificante, è un attacco alle culture umane, una invasione del loro spazio.

Al senso di presenza creato via software che Zuckerberg ci propone, possiamo contrapporre la consapevolezza del nostro essere umani, l'autocoscienza, l'esperienza di sé narrata lungo l'arco di millenni dall'arte e dalla letteratura, dalla filosofia e dalle scienze umane, e presente nelle relazioni sociali, quando ci incontriamo faccia a faccia, veramente presenti con i nostri corpi e le nostre anime.

Ci aspettiamo una produzione digitale che rispetti la storia, e che se ne consideri parte. Non una produzione digitale che prenda di sostituire la storia umana.

(Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 27 ottobre 2021 con il titolo Il metaverso di Facebook: la realtà aumentata come distruzione sociale. Qui l'articolo.)

1Casey Newton, "Mark in the Metaverse. Facebook’s CEO on why the social network is becoming ‘a metaverse company’", The Verge, Jul 22, 2021: https://www.theverge.com/22588022/mark-zuckerberg-facebook-ceo-metaverse-interview.

2https://tech.fb.com/ray-ban-and-facebook-introduce-ray-ban-stories-first-generation-smart-glasses/

3https://tech.fb.com/boz-to-the-future-episode-4-the-future-of-wearables-with-rocco-basilico/

4Francesco Varanini, "Vannevar Bush", Dieci Chili di Perle, 20 febbraio 2010: https://diecichilidiperle.blogspot.com/2010/02/vannevar-bush.html

5Francesco Varanini, Le Cinque Leggi Bronzee dell'Era Digitale. E perché conviene trasgredirle, Guerini e Associati, 2020: Terza Legge.

6Peter L. Berger and Thomas Luckmann, The Social Construction of Reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge, Anchor Books, New York, 1966. Trad. it. trad. it. La realtà come costruzione sociale, Bologna, Il Mulino, 1969.