sabato 27 febbraio 2010

Tecnologie dell'Informazione e produzione di letteratura 2009-2010

Così come ho pubblicato in questo blog il programma del corso di Organizzazione di conoscenze e di attività, pubblico il programma di questo corso. Perché il tema è vicinissimo agli argomenti toccati in questo blog, e perché il ragionare con gli studenti a proposito di questi temi è un momento fondamentale nella costruzione del mio punto di vista.

Titolo: Tecnologie dell'informazione e produzione di letteratura
Corso di studi: Laurea triennale Interfacoltà in Informatica Umanistica
Università di Pisa
Docente Francesco Varanini

Anno Accademico 2009-2010. (Il programma degli anni precendenti lo trovate qui).

Argomento
In virtù dell'uso di strumenti informatici cambiano la modalità della comunicazione e dell'interazione sociale: telefonia cellulare su base digitale, sms, networking, istant messanging ecc.
Cambia anche il modo di lavorare: il personal computer, o il terminale connesso al server sono il tramite al quale svolgiamo ogni attività.
Ma cambia anche il modo di produrre testi letterari ed il modo di fruirne.
Personal computer, piattaforme web 2.0, word processor, motori di ricerca, e book, editoria on demand, portano con sé un nuovo modo di scrivere e di leggere. Scrivere con un word processor, una tastiera ed un mouse, è operazione ben diversa dal vergare segni su un foglio tramite una penna. Leggere un testo sotto forma di libro, tramite e book, tramite schermo di computer, è operazione diversa.
Siamo dunque di fronte ad un cambiamento che ci porta a guardare oltre il tradizionale modo di 'produrre letteratura'.
Ciò che chiamiamo 'letteratura' ci appare, nel nuovo contesto, in una luce diversa. L'oggetto simbolico al quale è tradizionalmente legata la produzione di letteratura -il libro-, se certo ha ancora un futuro, tende a perdere la sua indiscussa centralità.
Cambia il ruolo dell'autore, dell'interprete e del lettore.
Possiamo dunque chiederci: come si scriveranno e come si leggeranno opere letterarie in un prossimo futuro? Come si farà critica letteraria?
Nel ragionare attorno a questi interrogativi, si lavorerà in particolare su quel testo che ci siamo abituati a chiamare 'romanzo'.

Testi
Il programma prevede lo studio di:
Ivan Illich, In the Vineyard of the Text. A Commentary to Hugh’s Didascalicon. Les Editions du Cerf, Paris, 1991, trad it. Nella vigna del testo. Per una etologia della lettura, Milano, Raffaello Cortina Editore 1994.
Francesco Varanini, “Un certo tipo di letteratura”
Francesco Varanini, “La restituzione poetica”
Francesco Varanini, “Il romanzo come baule”
Francesco Varanini “Nebrija: L'impero della lingua o la lingua dell'impero”
Francesco Varanini,"L'anonimo cantore"

Esercitazione
Il programma prevede inoltre la lettura di uno o più dei seguenti romanzi (o di altri testi narrativi concordati con il docente).
Letto il romanzo lo studente -mettendo in gioco le proprie competenze informatiche- dovrà stendere, e nei limiti del possibile sviluppare progetto teso a liberare un romanzo dalla forma del libro.
Ad esempio: ripresentazione del romanzo sotto forma di ipertesto; modellizzazione del testo in un data base offerto alla consultazione del lettore; indicizzazione del testo allo scopo di renderlo fruibile tramite motore di ricerca; costruzione di un ipertesto; costruzione di un testo multimediale.

Witold Gombrowicz, Ferdydurke, Ròj, Varsavia, 1937 (ma con data 1938). Con lo stesso titolo, in spagnolo: Argos, Buenos Aires, 1947; in francese: Julliard, Paris, 1958; e in italiano Einaudi, Torino, 1961 (trad. incompleta, basata sulla trad. francese, a sua volta originata dall’ed. in spagnolo). Le diverse modifiche che differenziano l’ed. spagnola da quella del ’37 sono mantenute dall’autore nell’ed. polacca del 1969 (Instytut Literacki, Paris), da cui la trad. it. di Vera Verdiani: Ferdydurke, Feltrinelli, Milano, 1993.

Alberto Arbasino, Fratelli d'Italia. Prima edizione, Feltrinelli, 1963. pp. 532; Seconda edizione Einaudi, 1976. pp. 663. Terza edizione Adelphi, 1990. pp. 1130.

Julio Cortázar, Rayeula, Sudamericana, Buenos Aires, 1963. Traduzioni: Il gioco del mondo, Einaudi, Torino, 1969; Marelle, Gallimard, Paris, 1966; Hopscotch, Pantheon Books, New York, 1966; Rayeula. Himmel und Hölle, Suhrkamp, 1981; O Jógo da Amarelinha, Rio de Janeiro, Civilização Brasileira, 1970.

Guillermo Cabrera Infante, Tres tristes tigres, Seix Barral, Barcelona 1967; trad. it. Tre tristi tigri, Il Saggiatore, Milano 1976.

Philip K. Dick, Ubik, Doubleday, New York, 1969; trad. it. Ubik, mio signore, La Tribuna, Piacenza 1972, poi Ubik, Fanucci, Roma1989 e 1995.

Raymond Carver, “A Small Good Thing”, racconto di 25 pagine, esce in Prize Stories 1983: The O.Henry Awards, Doubleday, New York, 1983. Carver aveva vinto il primo premio in quel concorso. Il racconto esce poi in Raymond Carver, Cathedral: Stories, Random House, New York, 1984. Successivamente, è riproposto in Raymond Carver, Where I’m Calling From: Selected Stories, Random House, New York, 1988.
In italiano si trova in tre diverse versioni, lievemente diverse: Cattedrale, Oscar Mondadori; Da dove sto chiamando, Minimum Fax, Roma,1999; Principianti, Einaudi, Torino, 2009.

Thomas Pynchon, Gravity Rainbow, Viking Press, New York, 1973, trad. it. L'arcobaleno della gravità, Rizzoli, Milano, 1999.

Georges Perec, La Vie mode d'emploi, Gallimard, Paris, 1978; trad it. La vita, istruzioni per l'uso, Milano, Rizzoli, 1984.

Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore, Einaudi, Torino, 1979.

Aldo Busi, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, Mondadori, Milano 1985. Seconda edizione riveduta, Oscar Mondadori 1991. Terza edizione (“iniziato nel 1979, pubblicato nel 1985, revisionato dal 1991 al 1996, totalmente riscritto nel 2001, con episodi inediti e un nuovo finale”, Oscar Mondadori 2002). Quarta edizione riveduta 2009.

Nota
Gli studenti, sia frequentanti che non frequentanti, sono invitati a inviare una e-mail al docente. Saranno periodicamente forniti materiali didattici inerenti all'insegnamento.

sabato 20 febbraio 2010

Vannevar Bush

Professore, imprenditore, tecnologo, capoprogetto
Esemplare esponente della cultura che pone al centro l'innovazione tecnologica- scienza e industria insieme, ricerca di base ma anche orientamento all'alla killer application, all'uso pratico- è Vannevar Bush. Lavora alla General Electric. Quindi si laurea in ingegneria elettrica al MIT. Lì è ricercatore dal 1919, professore dal 1923, tra il '32 e il '38 Vice President e Dean.
Contemporaneamente, è decollata la carriera di imprenditore. Sono gli anni delle automobili, frigoriferi e radio., Nel '22 Bush, trentaduenne, fonda con il compagno di college Laurence K. Marshall una società destinata a produrre frigoriferi, secondo la tecnologia di un giovane scienziato, Charles G. Smith. Ma sarebbe un fallimento, se non si scoprisse fortuitamente che la tecnologia può servire ad altro. Il tubo raddrizzatore Raytheon a gas inerte permette di sostituire alla batteria l'alimentazione tramite corrente elettrica. Solo così l'apparecchi radio può entrare in ogni casa. (Raytheon cresce con radar nella seconda guerra mondiale con i radar, poi con i missili. Nella seconda metà del ventesimo secolo, e ancora nel ventunesimo, è impresa leader nel settore aerospaziale, e in tecnologie al confine con la science fiction: esoschletri per potenziare le capacità del corpo umano).
Intanto, dal 1927, Bush, presso il MIT, lavora al Differential Analyser, computer analogico in grado di risolvere equazioni differenziali: ne più ne meno, la macchina di Babbage in versione elettronica, anche se ancora basata su ingombranti valvole. (Lavorando al progetto uno studente, che è Claude Shannon, disegna il primo circuito digitale).
Nella seconda metà degli anni trenta, in una situazione di crisi globale e di guerra incombente, si fa promotore di una agenzia governativa destinata a coordinare e indirizzare a fini militari l'innovazione tecnologica di Università e imprese private. All'inizio del 1940, nel Congresso, la discussione sul National Defense Research Committee procede a rilento. In maggio, quando ormai la Germania ha invaso la Francia, Bush non si perita ad usare lobby e contatti privati per incontrare Roosevelt. In dieci minuti, il 12 giungo 1940 il Presidente approva il progetto. Nel 1941 il NDRC confluisce nell'Office of Scientific Research and Development (OSRD). Bush, direttore dell'OSRD, coordina oltre 200 progetti scientifico-militari, tra cui il Progetto Manhattan (bomba atomica, fino al '43, quando passerà sotto la gestione dell'Esercito), radar, sonar, sistemi di puntamento, produzione massiva di penicillina e sulfamidici.

1945
Bush nel 1945: mentre è impegnato a governare il nascente apparato militare-industriale, tira fuori dal cassetto e pubblica uno scritto di forse dieci anni prima.
Mentre come project manager organizza il lavoro di migliaia di persone, sente il bisogno di organizzare le proprie conoscenze, meglio: l'accrescimento delle proprie conoscenze.
Negli anni in cui scienza e tecnologia vanno verso l'estrema specializzazione, Bush ricorda a se stesso, e a noi, l'importanza della visione di sintesi, personale e creativa.
Negli anni in cui, con il contributo personale di Bush, si affermano i grandi sistemi tecnologici orientati al controllo, sistemi totali che schiacciano l'uomo e tolgono autonomia e centralità alla persona, Bush pensa alla persona sola al centro del proprio mondo, intenta a costruire conoscenza, intenta a sbrogliare il groviglio. Pensa a come la capacità umana di lavorare devanandose los sesos possa accrescersi esponenzialmente, se la mente umana lavora accoppiata ad una macchina. Pensa a testi liberati dalla sequenzialità, liberati dalla gabbia del libro.
Pensa quello che sarà il personal computer, quello che sarà l'ipertesto, il Web, wikipedia.

As We May Think
“As We May Think” esce sul numero di luglio 1945 sull'Atlantic Monthly, quando ormai la Germania è divisa tra gli alleati. Un mese dopo la bomba atomica colpirà Hiroshima e Nagasaki. Una versione ridotta dell'articolo, corredata da illustrazioni, appare su Life il 10 Settembre 1945 (su quello stesso numero appaiono immagini di Hiroshima, dopo la bomba).

Consider a future device for individual use, which is a sort of mechanized private file and library. It needs a name, and to coin one at random, "memex" will do. A memex is a device in which an individual stores all his books, records, and communications, and which is mechanized so that it may be consulted with exceeding speed and flexibility. It is an enlarged intimate supplement to his memory.
It consists of a desk, and while it can presumably be operated from a distance, it is primarily the piece of furniture at which he works. On the top are slanting translucent screens, on which material can be projected for convenient reading. There is a keyboard, and sets of buttons and levers. Otherwise it looks like an ordinary desk.


Il Memex, la macchina, la scrivania attrezzata immaginata da Bush, tiene conto delle più avanzate tecnologie dell'epoca. Tecnologie meccaniche ed ottico-chimiche, però: schedari automatici, microfilm, proiettori. Singolarmente, niente di elettronico. Forse Bush non è veramente riuscito a comprendere che tutto quanto immaginava sarebbe stato possibile solo con l'uso di strumenti elettronici. O forse chissà, per non rivelare quelli che potevano ben essere allora segreti militari, si autocensurava. La sua visione, comunque, ci appare ancora oggi potentissima. E non meraviglia che sia stata fondamentale fonte di ispirazione di colore che, negli anni sessanta del secolo scorso, hanno progettato personal computer, mouse, word processor, internet, Web.

venerdì 29 gennaio 2010

Informazione e Comunicazione come falsa coscienza

Umberto Eco, McLuhan, De Kerckhove, Castells. Tutti rinomati per il loro sguardo contemporaneo, per la loro capacità di cogliere discontinuità nel panorama dei media, per la loro disponibilità a considerare con attenzione le 'nuove tecnologie'.
Ma anche quando ci descrivono l'andare oltre la chiusura del testo, oltre i limiti della stampa, quando ci parlano di soggetti che sono al tempo stesso autori e lettori, quando ci parlano di intelligenze collettive e di lavoro collaborativo, quando osservano il Web, la Rete, restano legati alle idee di comunicazione e di informazione. Cioè a due concetti che non vedono la conoscenza emergente dalla fonte, dalla mente, ma vedono invece un messaggio viaggiante attraverso mass media. Chiave di lettura del mondo 'idealistica': la conoscenza, così intesa, è ciò che l'osservatore autorevole, ciò che l'interprete legittimato -a partire da regole che si pretendono 'oggettive'- battezza come non-rumore, non-ridondanza.
In questa ottica, la conoscenza esiste se, e solo se il bruto segnale che viaggia lungo il canale -l'informazione secondo Shannon- è ritenuto significativo dall'interprete, dal Gatekeeper.
E la comunicazione non si discosta da ciò che intendeva il latino ecclesiastico, a partire da Sant'Agostino: altari communicare, 'rendere comune', 'far conoscere', il 'far sapere', riferito a 'idee', 'sentimenti' e anche e sopratutto alla 'propria scienza'. Dunque la mia scienza dipende dalla mediazione del sacerdote, dell'altare e della Chiesa. Qui lavora già, pienamente, il Gatekeeper.
Insomma, Eco, McLuhan, De Kerckhove, Castells, tardi epigoni laici di una concezione sacerdotale della conoscenza, impongono il primato del mezzo. Poiché è sul mezzo che può essere esercitato il controllo, questi scienziati, così, finiscono per vendere una merce scientifica che ha mercato proprio perché permette il controllo e legittima il controllo.
Coerentemente con questo orientamento loro opere -non a caso scritte in un fastidioso linguaggio che impone soggezione- contengono insegnamenti: latino insĭgnare, 'imprimere segni nella mente'. Tendono a imporci un modo di leggere il mondo che abbiamo sotto gli occhi. Più è nuovo questo mondo, più il Web e i computer intesi come macchine per pensare offrono spazi e strumenti per costruire conoscenza fuori dal controllo dei Gatekeeper, più i Gatekeeper dovranno imporci una 'scienza' che neghi questa libertà.
Ben diversamente Ong -che pure una lettura scolastica vorrebbe appartenente alla stessa scuola di McLuhan- guarda all'origine della parola: la parola orale è sempre 'emergente', prende senso durante l'evento, nella situazione. Ben diversamente Illich guarda sempre oltre oltre, a monte e a valle della mediazione esercitata dai grandi sitemi organizzativi. Ben diversi Maturana e Varela ci invitano ad accogliere lo sguardo sul suo intorno del ser vivo, l'essere vivente che esperisce, fa esperienza. Per l'essere vivente teso a costruire la conoscenza adeguata alla propria storia, ai propri scopi e alla situazione, il Gatekeepeer è un disturbo, non un aiutante.
Potremmo dire che mentre Eco, McLuhan, De Kerckhove, Castells, e tanti altri come loro, insegnano, Ong e Illich e Maturana e Varela narrano e portano alla luce narrazioni. Parlano di cosa succede nel mentre si costruisce conoscenza. E' conoscenza ciò che si acquisisce di fronte al fenomeno ('mostrarsi', 'apparire'), nell'esperimento (latino experiri: 'provare', 'sperimentare'), durante l'evento (latino eventus da evenire, 'accadere', 'riuscire').

sabato 2 gennaio 2010

Puro codice: da Bauhin a Linneo

Linneo riprende la strada tracciata da Bauhin. Tra Bauhin e Linneo non c'è soluzione di continuità. Come Bauhin Linneo rinuncia a ogni immagine, ogni illustrazione, ogni descrizione.
Ma l'idea di struttura, il modello di Bauhin era ancora approssimativo, lacunoso, imperfetto. Linneo -non physicien, ma scienziato- va oltre. Mentre il physicien considera costruttivo muoversi alla cieca -'senza poter vedere distintamente, 'senza precisione'- lo scienziato linneiano si dota di uno schema che orienta e vincola (e rassicura).
Se il modello di Bauhin è approssimativo, il modello di Linneo è invece formalmente perfetto, ricorsivo, autoesplicativo. Si appoggia su una nomenclatura controllata. Garantisce l'univocità del dato: non ci può essere equivoco. Nessun ente potrà essere, per errore, nominato e descritto in modi differenti. Garantisce l'uniforme classificazione degli enti. Definisce e rende possibili le relazioni tra ente ed ente. Elimina ogni ridondanza.
Dunque, la capacità distintiva di Linneo sta nella esatta codifica. Sta, ad essere più precisi, nel definire la semantica e la sintassi del codice. Sta nello scrivere il codice, e nello stabilire regole perché altri possano ulteriormente incrementare il testo, usando senza possibilità di errore quel codice.
Il progetto di Linneo è ardito, perché per descrivere la natura si svincola dai limiti della natura. Legittimato dall'idea di descrivere ciò che sta scritto nel disegno di Dio, si libera dai vincoli terreni.
Se l'orto, il gabinetto di storia naturale, il museo ponevano vincoli fisici all'ordine e alla purezza dell'organizzazione, Linneo va oltre.
Se la struttura del libro costringe il testo in confini che ne limitano la costruzione strutturale, Linneo va oltre. La forma, la struttura del sistema linneiano, è astratta, prescinde totalmente dal supporto. Il fatto che Linneo abbia 'scritto un libro' è meramente accidentale: ciò è accaduto solo perché non disponeva di altre tecnologie. Ma evidentemente la sistematica pensata da Linneo prescinde dalla forma libro e va oltre la forma libro. Sta stretta nella forma libro.
Se le parole delle lingue naturali, se la grammatica e la sintassi e la semantica impediscono di esprimersi attraverso la 'normale' scrittura in modo esatto ed inequivocabile, deve essere individuato un nuovo linguaggio. E Linneo inventa un nuovo linguaggio, diremmo oggi logico-formale. O meglio: produce software; inventa un linguaggio di programmazione.
Scompare il terreno, ma anche la pagina del libro. Il supporto è irrilevante nel progetto di Linneo. Ciò che conta, ciò che è, è puro codice, insieme dei segni che legano univocamente significato a significante, organizzati in sistema.
Avendo sott'occhio il progetto linneiano, può essere ripercorsa e illustrata l'intera storia del codice, nelle sue diverse manifestazioni ed accezioni.
In origine il latino caudex 'tronco d'albero', poi contratto in codex, riferito all'uso antico di scrivere su tavolette di legno ricoperte di cera, unite insieme da anelli metallici o da una striscia di cuoio, in modo da formare un quaderno, o bloc-notes che poteva essere usato voltando le pagine.
L'espressione codice, dunque, ci ricorda l'esigenza di un supporto. Il giardino usato dal botanico per descrivere la Natura. I fili colorati con cui si tesse un arazzo. La lastra da incidere. E poi, con la tecnologia della scrittura, la corteccia o lo strato di cera o la pergamena o la carta.
Le caratteristiche del supporto pongono vincoli alla purezza della struttura del testo, del tessuto che lega tra di loro gli elementi del sistema. Qui, appunto, Linneo va oltre. Propone una organizzazione delle informazioni -un codice- invariante, astratto, non condizionato dalle caratteristiche e dai vincoli del supporto.
Ecco già quindi, nel Systema Naturae, il codice inteso, come vuole la moderna semiotica, un insieme organizzato di segni che lega un 'piano dell'espressione' a un 'piano dei contenuti'.
Al latino scientifico, lingua già di per sé ipercodificata, lingua artificiale che tende a azzerare le interpretazioni ambigue, si aggiunge l'uso di una nomenclatura chiusa, controllata. La lingua è vista nel suo aspetto più formale e regolato, un sistema convenzionale in cui a lettere, numeri, parole o altri simboli sono assegnati dei significati univoci, inequivocabilmente esplicitati.
Nel Systema di Linneo, come oggi in tutte le attività nelle quali si trattano informazioni -biblioteche e centri documentazione, ma anche elettronica e informatica e telecomunicazioni- il codice inteso come modalità per rappresentare mediante un opportuno insieme di simboli e di stringhe un insieme di oggetti materiali, o un insieme di informazioni tendenzialmente più complesse dei simboli e delle stringhe che le codificano.
Un codice si dice efficiente quando utilizza un numero di simboli strettamente necessario per codificare l'informazione, mentre all'opposto si dice ridondante quando usa una quantità di simboli superiore al necessario. Il codice di Linneo è un esempio di efficienza.
Il codice può essere osservato da due punti di vista. Il codice è innanzitutto, il procedimento di codifica, ovvero la modalità seguita per assegnare univocamente ad ogni elemento dell'insieme da rappresentare una stringa che lo rappresenta. Ed il codice è poi l'insieme delle codifiche, ovvero l'insieme delle stringhe rappresentative.
La codifica di Bauhin, ancora approssimativa, rendeva necessaria la mente esperta ed i sensi ben desti del physicien. Solo una persona che avesse osservato dal vivo le piante, le avesse raccolte e tenute in mano, poteva colmare le lacune della codifica, andare oltre le ambiguità ancora presenti nella classificazione.
Solo Bauhin era in grado di applicare all'osservazione della natura il metodo di Bauhin. E solo un botanico esperto poteva cogliere il senso del Pinax theatri botanici.
La codifica di Linneo è invece raffinata, inequivocabile. Per quanto riguarda il procedimento di codifica, Linneo ha definito con esattezza regole e vincoli. Per quanto riguarda l'insieme delle codifiche, ci mostra un sistema funzionante, dove migliaia di enti sono univocamente nominati e posti in relazione.
Ogni ente, ogni elemento della natura è descritto da una stringa alfanumerica. Ciò che esiste, nel mondo perfetto della scienza linneiana, non sono le piante, ma le stringhe alfanumeriche che le descrivono. Perché le stringhe, a differenze delle piante, possono essere relazionate tra di loro, collocate -appunto- in un sistema gerarchico onnicomprensivo, che tutto comprende.
La separazione dal supporto, e l'invarianza rispetto al supporto, e ancora la coerenza interna del testo, ed il suo appoggiarsi ad un linguaggio logico formale, ci permettono di dire che il Systema di Linneo è un software.
Più precisamente, il Systema di Linneo è un programma: una sequenza logicamente ordinata di istruzioni atte a descrivere i singoli elementi la natura. Istruzioni che possono essere eseguite da un botanico di medie capacità, da uno studente. Ma c'è di più: istruzioni che evocano la presenza di una macchina in grado di eseguirle.
Così, possiamo arrivare a dire che se l'utente ideale del Pinax di Bauhin -modello debole, soggetto a interpretazioni personali- non poteva essere che un esperto botanico, il Systema di Linneo -modello forte, inequivoco, privo di ridondanze, caratterizzato dall'univocità del dato- evoca invece la presenza ed il lavoro automatico di una macchina. Il testo di Linneo è pensato per essere interpretato da una macchina.

mercoledì 16 dicembre 2009

La Torre di Babele secondo Dante. Per una definizione dell'Informatica Umanistica alla luce del Knowledge Management

Presso il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica dell'Università di Pisa (dove insegno), nell'ambito dei Seminari di cultura digitale, l'11 novembre 2009 ho parlato su questo tema: La Torre di Babele secondo Dante. Per una definizione dell'Informatica Umanistica alla luce del Knowledge Management.
Trascrivo di seguito la scheda di presentazione del seminario:

Il Knowledge Management, la disciplina che si propone di portare alla luce e rendere fruibili le conoscenze (anche tacite e latenti) presenti all'interno delle organizzazioni, si fonda sull'uso di strumenti informatici, ma anche sul rispetto delle diversità e sulla valorizzazione delle culture.
Si argomenterà a partire da quattro narrazioni:
Dante e la Torre di Babele: strumenti informatici a supporto del colloquio tra famiglie professionali
Lumen, Lichtung: dalla filosofia scolastica a Heidegger, strumenti informatici come sguardo sull'ignoto
Philip Dick, Ubik: come le conoscenze legate alla persona possono essere mantenute vive
La Torre di Pisa: elogio dell'imperfezione e della soluzione emergente.
Per questa via si arriverà a proporre una definizione di Informatica Umanistica.

Qui trovate la registrazione.

martedì 8 dicembre 2009

The Mother of All Demos. Doug Engelbart e l'esordio del Persona Computer

9 dicembre 1968, San Francisco, Monday Afternoon, 3:45
Sorridente, ma non per questo privo di preoccupazioni Engelbart inizia a parlare. Getta ogni tanto lo sguardo alle sue spalle – sullo schermo non appare ancora nulla. Ma intanto affronta il tema, la questione chiave: “if you had a workstation at your disposal all day that was perfectly responsible... or responsive”. Ecco il Personal Computer, macchina a totale disposizione della persona, protesi della sua mente, macchina connessa ad altre macchine, nodo di una rete infinita.

Word processor
Engelbart mostra il funzionamento del Word processor. Questo modo di scrivere che ci è diventato ormai usuale, così diverso dal vergare segni su carta. “Word processing beginning with blank piece of paper”, dice Engelbart.
Se ci siamo abituati a parlare di ipertesto, di link e di tag, è solo perché la parola testo porta con sé i limiti della tecnologia alla quale siamo stati così a lungo assoggettati: siamo abituati a vedere il testo schiacciato sulla pagina scritta.
Engelbart, tranquillo, e intimamente soddisfatto, consapevole, senza ostentazione, della novità di ciò che sta mostrando, ci mostra come si può andare al di là: interagendo con i segni sullo schermo, interagisco -tramite potenti utensili- con la mia mente, con il testo che ho in mente.

Complex Information Structure
Engelbart scrive sullo schermo, e intanto spiega.
“An instrument/vehicle for helping humans to operate whitin the doman of Complex Information Structure”. Operate, ci dice, è “compose, study and modify”. La Complex Information Structure è -ci mostra tracciando sullo schermo un grafo- una rappresentazione dei legami tra concetti. La struttura che abbiamo in mente “is too complex to investigate in linear text”, perciò non può bastarci una macchina capace di trattare testi fatti di parole messe in sequenza.
Mostra come come attraverso un instrument/vehicle pensato allo scopo, sia possibile muoversi nella Complex Structure. Andando definitivamente oltre l'idea di una 'macchina per scrivere' evoluta, la macchina di Engelbart è una macchina per pensare: “The computer is a tool for navigating through those structures and examining them in ways that would be too complex otherwise”. La macchina ci permette di lavorare con la conoscenza, allargando l'area delle capacità umane.

Mouse
Engelbart usa il mouse, e intanto parla del mouse. "I don't know why we call it a mouse. It started that way and we never changed it."
Forse c'è di mezzo l'osservazione topi da laboratorio, forse la forma dell'oggetto, con il filo che è una cosa, forse il movimento sullo schermo grafico ancora poco evoluto, come si vede nel filmato della demo di Engelbart, appare come un topolino con la coda. Sembra non sia stato Engelbart a trovare il nome, parola nuova, sembra sia stato invece Bill English, suo principale collaboratore, l'uomo che stava dietro le quinte durante la demo di San Francisco. (L'Oxford English Dictionary registra mouse nel senso di “pointing device” facendo riferimento a: Bill English, "Computer-Aided Display Control", 1965. O. E. D., Second Edition. edited by John Simpson and Edmund Weiner, 1989).
Ma forse più significativo per noi un percorso di senso che ci giunge attraverso l'etimologia. C'è già in greco e poi in latino una connessione tra 'topo' 'muscolo'. Il latino musculus, 'muscolo', è diminutivo di mus, 'topo': perché la forma del muscolo, il suo guizzare, il suo rapido movimento, richiamano per analogia forma e movimento del topo. Ora, il muscolo è una fondamentale componente della macchina umana. Ed oggi, in specie per un 'lavoratore intellettuale' lo sviluppo muscolare è meno importante di prima, perché il lavoro si svolge non attraverso la forza dei muscoli, ma per mezzo di utensili. Poi l'uomo ha appreso ad usare utensili. L'artista ha in mente l'opera e la crea tramite utensili. La forza dei muscoli era indispensabile per usare lo scalpello. Basta invece un leggero movimento per usare il mouse, muscolo virtuale connesso alla mente della persona.

Web
Engelbart connette la sua macchina con le macchine di suoi collaboratori e colleghi, che sono presso il laboratorio di Menlo Park: vediamo la loro immagine sullo schermo, alle spalle di Engelbart che dialoga con loro. Ci viene come scambiarsi messaggi, e come il testo possa essere, e anzi sia nella sua essenza -se gli strumenti ci permettono di andare oltre i limiti della scrittura su carta- oggetto e frutto di lavoro collaborativo.
Tutti convocati attorno allo stesso testo, ognuno può dare il suo contributo nel costruirlo, modificarlo, aggiungere annotazioni e tag (etichette) e link (connessioni ad altri luoghi del documento, o di altri documenti), Engelbart e Bill Paxton e Jeff Rulifson e Bill English e tutti gli altri dell'Augmentation Research Center.

Tutto ciò che ci appare oggi ovvia possibilità, appariva lì, in quel pomeriggio del dicembre 1968, a qui ‘normali’ professionisti del computing lì stupiti in sala, come cosa nuova, strumento inusitato.

martedì 24 novembre 2009

Goethe: la conoscenza come morfogenesi

All'alba del 3 settembre 1786 Goethe parte per il suo Viaggio in Italia. Il 26 settembre, a Padova, è attratto dall'antico Orto Botanico della città universitaria.
Il Systema Naturae di Linneo, con le sue descrizioni codificate, ha preso il posto del giardino. Goethe ha letto e apprezzato le opere di Linneo. A cosa serve, allora, osservare le piante 'dal vivo', sostare nel giardino?
Goethe distingue tra pianta descritta attraverso un codice, e pianta osservata. Leggere la descrizione di una pianta è una cosa. Osservarla con i propri occhi, toccarla, è diverso. Accuratamente lette o studiate le tavole di Linneo, possiamo dire di conoscere? Studiare botanica sui libri forse non è sufficiente, anzi, di più, è fuorviante. Ma d'altro canto, come si costruisce conoscenza a partire dalla mera osservazione?
E scrive: “è piacevole e istruttivo aggirarsi in mezzo a una vegetazione che non si conosce. Le solite piante, come qualsiasi oggetto che sia noto da tempo, non ci suscitano alcun pensiero, e a cosa vale guardare senza pensare? Qui invece, in questa varietà che mi viene incontro sempre nuova...” Crede che solo osservando le piante “sarebbe possibile determinare esattamente i generi e le specie, il che, mi sembra, finora si è fatto molto arbitrariamente.” Cioè dubita della costruzione di Linneo. Linneo ha montato una perfetta, sempre più dettagliata struttura. Ma è una perfezione che si nutre dell'allontanamento dalla realtà, dalle cose fisiche. E' astratta, metafisica.
Eppure non riesce ad andare oltre questa intuizione: “A questo punto della mai filosofia botanica mi sono arenato, e non vedo ancora in che modo districarmi. E' un problema che mi appare non meno profondo che vasto”.
Scriverà su questo temi articoli scientifici, ma riesce ad essere più chiaro, ed epistemologicamente preciso, scrivendo in versi. La poesia non cessa di essere vera poesia se è didattica.
Cito e commento di seguito Die metamorphose der pflanzen, 1798. (Mi limito qui ai primi dieci dei settanta versi dell’opera. (Ma qui trovate l'intera poesia commentata).

Die metamorphose der pflanzen1-2
Dich verwirret, Geliebte, die tausendfältige Mischung
Dieses Blumengewühls ueber dem Garten umher;

Sei turbata, mia cara, dal multiforme miscuglio
dei fiori che s'affollano in tutto il giardino;


Lei è Christiane Vulpius, allora convivente, futura moglie, compagna di una vita. Goethe non nasconde il doppio piano, il discorso rivolto a lei e la seria trattazione scientifica. Anzi, dall'inizio i due piani ci appaiono mutuamente implicati, inscindibli.
Tausendfältige Mischung Dieses Blumengewühls: multitudine, diversità compresente, mescolanza, affollamento. E' questo coacervo, di per sé spaventoso, perturbante, che spinge Linneo e Kant alla ricerca di un rassicurante ordine.
Il giardino botanico nasce all'interno di questo progetto, come alternativa alla Natura selvaggia. L'ambigua speranza insita nel progetto del giardino nasconde una contraddizione: il giardino è e vuole restare luogo naturale, eppure non può non essere allo stesso tempo artificiale, assoggettato a leggi.
Goethe non ci ha ancora detto nulla, ma ci ha già dato da pensare. Come superare il turbamento. Come mantenere viva l'idea, insita nel giardino, di cura e di piacere. Un giardino privo di varietà è privo anche di interesse. Perciò il giardino, qualsiasi giardino, non può non essere un sistema complesso. Impossibile, forse, assoggettare veramente il giardino a una organizzazione.


3-4
Viele Namen hörest du an, und immer verdränget
Mit barbarischem Klang einer den andern im Ohr.

mille nomi tu ascolti, e con barbarico accento
echeggiando all'orecchio l'uno ricaccia l'altro.
Il progetto botanico, il lavoro accanito e tendente all’esattezza di Bauhin e Linneo consiste nel cercare l’ordine ‘dando nomi alle cose’. Dominare la Natura badando non alla Natura, ma a una sua rappresentazione codificata. Ma l’attenzione ai nomi rende vana la percezione legata ai sensi. I nomi ci suonano stranieri, la Natura nominata ci appare Mischung Mischung Dieses Blumengewühls, multiforme, perturbante miscuglio, come la Natura osservata; o forse di più.


5-8
Alle Gestalten sind ähnlich, und keine gleichet der andern;
Und so deutet das Chor auf ein geheimes Gesetz,
Auf ein heiliges Rätsel. O könnt' ich dir, liebliche Freundin,
Überliefern sogleich glücklich das lösende Wort!

simili tutte le forme, nessuna è identica all'altra;
in coro ti preannunciano una legge segreta,
un sacro enigma. Potessi, gentile amica,
dartene sul momento felicemente la chiave!

Morfologia: guardare alla forma.
Alle Gestalten sind ähnlich, und keine gleichet der andern, forme simili, ma mai identiche. Linneo scientemente trascurava le varianze (“varietates laevissimas non curat botanicus”). Ma per Goethe non si tratta di trascurabili, irrilevanti accidenti. Sembra anzi intuire –e suggerici– che la conoscenza più ricca sta proprio nello scostamento dalla norma. E' attento al segno debole, all'istante in cui quella che sembrava una forma già data mostra come forma diversa.
Se Linneo vedeva un insieme ordinato, dove il tutto è ovviamente la somma delle parti, e la forma è controllata, regolata daa una regola ad essa esterna, Goethe vede un ‘tutt’uno’ tenuto insieme da una geheimes Gesetz, legge segreta, da un heiliges Rätsel, sacro mistero.
Goethe osserva la natura come sistema complesso e intuisce che l'armonia, l'efficacia dell'insieme si fonda su una lösende Wort, una parola che risolve, snoda l'enigma, una parola segreta, direi un codice, un algoritmo genetico condiviso dalla pianta nelle sue diverse manifestazioni: tronco, foglia, fiore, frutto.


9-10
Werdend betrachte sie nun, wie nach und nach sich die Pflanze,
Stufenweise geführt, bildet zu Blüten und Frucht.

Osserva nel suo divenire la pianta, come man mano,
gradualmente guidata, si plasmi in fiore e in frutto.

Morfogenesi: il cuore dell’approccio goethiano va oltre la morfologia. Non solo studio delle forme, di tutte le forme, Alle Gestalten.
Goethe considerava obiettivo della sua ricerca la urpflanz, la ‘pianta originaria’, la forma formante che sta all’origine della forma, o dell’essenza, di ogni pianta. Via via, nel corso della vita, arriverà a considerare la urpflanz un sogno, una meta inattingibile. Cercava la urpflanz non tanto per via filogenetica, ma guardando all’ontogenesi di ogni pianta. Osservando ogni pianta, confrontando le forme delle diverse piante.
Goethe non nega valore alla codifica di Linneo. Ma va oltre. Non confronta ogni pianta con la forma perfetta del modello linneaiano. Torna ad osservare la pianta. Ogni singola pianta.
Linneo leggeva la Natura collocando ogni pianta in un Gestalt –forma, sistema, struttura– astratta, che tutto contiene e descrive. La parte, la singola pianta, si spiega perché appartiene al tutto.
La Gestalt di Linneo (e di Kant) è un perfetto insieme di gerarchie definite a priori.
La Gestalt di Goethe è una forma emergente: appare nel mentre si osserva la singola pianta. Ogni Gestalt, dal punto di vista di Goethe, è modello di sé stessa.
Goethe, al di là della illuministica, trasparente codifica di Linneo, ci parla di algoritmi genetici, di matematica della complessità.
Nel corso dell'elegia Goethe ci parla a lungo di Gestalt, forma, struttura. La Gestalt, però, non può spiegare se stessa. Perciò Goethe deve ricorrere al verbo bilde. Bild sta in tedesco anche per 'immagine', 'quadro', 'rappresentazione'. Potrebbe dunque sembrare che il discorso si svolge in un contesto linneiano. Ma appunto Goethe ci ricorda che non c'è forma senza processo di formazione.
Il modello non è già dato, a priori, come per Linneo. Oggetto di attenzione non è la pianta in sé, rappresentazione astratta di un . Sono mirabilia, stati del mondo che meritano di essere osservati, le diverse piante che nach und nach, poco a poco si plasmano. Ciò che lo scienziato goethiano osserva è il divenire. Il divenire di ogni pianta, ognuna portatrice di un proprio modello evolutivo.
La chiave del sacro enigma, ci suggerisce Goethe, sta forse in questo: ognuna e tutte le piante forme formanti, keine gleichet der andern, nessuna identica all'altra.
Ogni forma sottosistema di un sistema più vasto; la natura, osservata a livelli diversi di scala, appare sempre come un sistema che si evolve, la singola pianta Stufenweise geführt , gradualmente guidata dall'appartenenza all'insieme: oltre l'evoluzionismo darwiniano qui ci appare quel modo di osservare che potremmo definire 'sguardo ecologico'. Ciò che osserviamo è, per usar le parole di Bateson, la “struttura (pattern) che connette”.

(Su Scribd ho pubblicato una più ampia versione di questo testo)