I libri contengono una porzione infinitesimale della conoscenza che l'uomo ha prodotto, nel corso di milioni di anni, e che sta producendo in quest'istante, e che produrrà nei giorni e nei secoli avvenire. I libri, oltretutto, per la loro organizzazione interna, permettono un accesso limitato alla conoscenza che contengono.
Fino a pochi anni fa il libro costituiva un mezzo sostanzialmente privo di concorrenti. Le base dati strutturate, in fondo, ripropongono, in modo più articolato e sofisticato, l’organizzazione della conoscenza che già il libro ci proponeva.
Ma oggi l'informatica ci offre una valida alternativa: la possibilità di accedere, anziché all'informazione già costruita in libro, alla cucina di ogni possibile libro. Il web ci mostra come sia alla portata di ognuno la complessa, imperfetta e instabile, eppure enormemente ricca, galassia senza forma di conoscenze che l'uomo produce ed è in grado di produrre.
Se il libro appare ordinato e rassicurante, l'infinito pluriverso delle menti umane che istanze dopo istanze producono e riproducono sapere, è -all'opposto- caotico. Ma il caos è un vantaggio: possiamo partecipare alla creazione del mondo. Non a caso l'informatica mette a nostra disposizione strumenti -l'esempio più evidente oggi lo conosciamo sotto il nome di 'motore di ricerca'- che ci permettono di muoverci con significativi gradi di autonomia e di libertà in questa galassia-di-conoscenza-non-ancora-costretta-in-forma. Libertà che invece il libro ci negava.
Eppure, anche avendo a portata di mano questa enorme opportunità, ci rintaniamo nel dar valore al libro, nel guardare solo ciò che il libro mostra, nel concedere al libro un primato che non merita.
Il libro ha onestamente svolto la sua funzione, continuerà a svolgerla; nessuno vuole buttarlo via. Ma il libro è un alibi. L'autorevole gabbia del libro ci tranquillizza, giustificando il nostro chiuderci nel ruolo di passivi lettori di ciò che è già stato scritto.
L'amore per il libro nasconde il timore che nasce dal trovarsi di fronte all'infinito, all'inconcluso. Nasconde il timore di doverci assumere la responsabilità del nostro pensiero e delle nostre parole. Nasconde il timore della novità, dell'incertezza.
Il libro ripete, non narra. La narrazione, conoscenza emergente qui ed ora, è appunto la perenne bufera di distruzione creativa, la continua produzione e riproduzione di conoscenza – processo del quale il libro non fotografa che un istante, uno degli infiniti istanti.
Guardando al magma della conoscenza in fieri che l'informatica mette a nostra disposizione, vediamo il libro come un misero output, un qualsiasi perituro e limitato tabulato sputato fuori da un computer, in funzione di una specifica domanda.
Certo più feconda, anche se perturbante, l'immagine di ognuno di noi, o di gruppi di persone legate da speciali sempre diverse connessioni, noi liberi e soli naviganti nel mare della conoscenza, sull'onda di deboli tracce, di labili connessioni. Noi affacciati su questo mare di informazioni, disposti alla sorpresa. Noi con le menti semideste.
Come ci mostrano uomini sensibilissimi. Penso a Baruch Spinoza, penso a Dick, capaci (in modi diversi – ma ognuno di noi è diverso da ogni altro) di cogliere nessi e segnali deboli e di ascoltare voci. Capace di trascurare il già palese per guardare invece all'immanenza. Immanenza: 'restare dentro'. La conoscenza nasce dalle cose che si fanno. Il Dio dell'informatica sta nei dati grezzi, la forma esterna al dato non ha senso; la struttura già data è di per sé irrilevante.
Così può operare oggi ognuno di noi. Il contributo che realmente possiamo dare al mondo avvenire è costruire nuova conoscenza, narrazioni, a partire da questi dati grezzi. Organizzando e interpretando i dati alla luce della nostra autobiografia, alla luce della nostra irredimibile unicità.
lunedì 17 giugno 2013
giovedì 6 giugno 2013
L’e-book come incunabolo
La nuova parola incunabolo compare per la prima volta, a quanto si sa, nel trattato sull’arte tipografica di Bernhard von Mallinckrodt, stampato a Colonia nel 1639. La parola si afferma poi definitivamente con il titolo del repertorio di Cornelius van Beughem: Incunabula typographie sive catalogus librorum scriptorumque proximis ab inventione typographiae annis, usque ad annum christi m.d. inclusive, in quavis linguâ editorum. Amsterdam: Johannes Wolters, 1688.
A quel punto, verso il termine del 1600, è ben chiaro quale oggetto tecnologico si intende. Si definiscono così i primi libri stampati, non più replicati a mano da copisti. Ben chiaro è anche quale sia il primo incunabolo, l’incunabolo-simbolo, la Bibbia latina che Johannes Gutenberg stampò a Magonza nel 1453-55.
Il plurale latino incunabŭla, sta propriamente per ‘fasce’, e deriva da cunae, ‘culla’. Incunabolo è il nome che designa i prodotti usciti dalle officine degli stampatori, nella seconda metà del 1400. L’oggetto tecnologico che poi ci abitueremo a chiamare libro è allora ancora in fasce, è un bambino nella culla, ancora lontano dalla adulta maturità del libro. Gli incunaboli sono oggetti tecnologici in ogni aspetto modellati sui manoscritti coevi. Sono prodotti tramite una tecnologia nuova, la stampa - ma restano legati al modello del libro scritto a mano dai copisti. Sono un'imitazione del libro prodotto dai copisti.
Proprio come l’incunabolo, alla fine del 1400, era totalmente modellato sulla forma del libro prodotto dai copisti, allo stesso modo l’e-book, oggetto tecnologico che appare sulla scena all'inizio del nuovo millennio, è totalmente modellato sul libro.
Proprio come l’incunabolo, alla fine del 1400, era totalmente modellato sulla forma del libro prodotto dai copisti, allo stesso modo l’e-book, oggetto tecnologico che appare sulla scena all'inizio del nuovo millennio, è totalmente modellato sul libro.
Così come a cavallo tra il XIX e il XX secolo si costruivano le prime automobili avendo ancora in mente la tecnologia e la forma della carrozza, un secolo dopo, di fronte ad una tecnologia che ci permette di pensare il testo al di fuori dei vincoli del libro, ci costringiamo ad imitare, tramite la nuova tecnologia, il vecchio e glorioso libro.
Rispetto alla tecnologia che presiede alla produzione del libro, la tecnologia che preside alla produzione dell'e-book è diversa. Eppure, come l'incunabolo, l'e-book guarda alle proprie spalle. Si imita la carta bianca del libro, si imita il foglio, si imita lo sfogliare delle pagine, si imitano i caratteri da stampa, si impone la lettura sequenziale tipica del libro.
Rispetto alla tecnologia che presiede alla produzione del libro, la tecnologia che preside alla produzione dell'e-book è diversa. Eppure, come l'incunabolo, l'e-book guarda alle proprie spalle. Si imita la carta bianca del libro, si imita il foglio, si imita lo sfogliare delle pagine, si imitano i caratteri da stampa, si impone la lettura sequenziale tipica del libro.
Quando oggi ragioniamo attorno alle caratteristiche degli e-reader, gli strumenti che ci permettono di leggere gli e-book, quando parliamo delle differenze, o dei piccoli vantaggi o svantaggi che distinguono il Kindle di Amazon da un altro e-reader; quando ragioniamo sul formato imposto ai testi da Amazon o da Google, o sui standard ‘aperti’ come e-Pub, ci muoviamo sempre, in ogni caso, nell’angusto mondo di imitazioni di una tecnologia del passato. Pieghiamo il nuovo al vecchio.
Con gli incunaboli e con gli e-book non si guarda al futuro, ma si coltiva invece la sopravvivenza del passato. La parola ci parla di oggetto neonato. Ma la realtà dell'oggetto ci fa pensare piuttosto, sia per gli incunaboli che per gli e-book, più che ad una culla, ad una tomba.
Potremmo dire che l’e-book è la versione tombale del libro, il libro costretto in una cassa da morto. La biblioteca, in questa luce appare come cimitero.
Il libro costringe il testo ad una unica versione, quella stampata, una volta per tutte. La rivoluzione digitale ci propone l’idea di un testo ben diversa. Un testo che certamente può essere fissato in versioni stabili, conservabili nel tempo. Ma ai tempi del codice digitale il testo è sempre in fieri. Ognuna delle sue versioni resta una delle versioni possibili, tutte ugualmente conservabili nel tempo. I confini del singolo testo esistono, possono essere ben definiti. Eppure sono confini sfumati. Il testo cessa di essere un sistema chiuso. Il codice permette modalità di pubblicazioni diverse: su carta, su schermo. La nuova tecnologia permette di intendere il testo come ‘oggetto di conoscenza’, galassia dai confini sfumati.
Potenzialità, tutte queste, difficili da comprendere. Studiosi che ci propongono, da diversi punti di vista, visioni del futuro, non mancano: Ted Nelson, Licklider; Illich e Lotman. Resta comunque difficile immaginare oggi il testo del futuro. Difficile cogliere gli esiti produttivi, letterari, estetici, del codice digitale.
Potremmo dire che l’e-book è la versione tombale del libro, il libro costretto in una cassa da morto. La biblioteca, in questa luce appare come cimitero.
Il libro costringe il testo ad una unica versione, quella stampata, una volta per tutte. La rivoluzione digitale ci propone l’idea di un testo ben diversa. Un testo che certamente può essere fissato in versioni stabili, conservabili nel tempo. Ma ai tempi del codice digitale il testo è sempre in fieri. Ognuna delle sue versioni resta una delle versioni possibili, tutte ugualmente conservabili nel tempo. I confini del singolo testo esistono, possono essere ben definiti. Eppure sono confini sfumati. Il testo cessa di essere un sistema chiuso. Il codice permette modalità di pubblicazioni diverse: su carta, su schermo. La nuova tecnologia permette di intendere il testo come ‘oggetto di conoscenza’, galassia dai confini sfumati.
Potenzialità, tutte queste, difficili da comprendere. Studiosi che ci propongono, da diversi punti di vista, visioni del futuro, non mancano: Ted Nelson, Licklider; Illich e Lotman. Resta comunque difficile immaginare oggi il testo del futuro. Difficile cogliere gli esiti produttivi, letterari, estetici, del codice digitale.
Ma una cosa è certa: l'e-book non ha nulla a che fare con i modi di fruizione futuri del testo.
La scena che ha al centro l'e-book sarà vista dagli storici del futuro come modesta, infantile.
Ci limitiamo, con l'e-book, a imitare il libro. Il libro è un oggetto tecnologico meraviglioso. Un oggetto che ha per noi un valore affettivo, ma che vanta anche una consonanza ormai consolidata con la nostra mente, con il nostro modo di pensare. Il libro sopravviverà nel tempo, così come la presenza di automobili non impedisce la costruzione di carrozze. Ma è un oggetto tecnologico la cui gran stagione si colloca nel passato.
La scena che ha al centro l'e-book sarà vista dagli storici del futuro come modesta, infantile.
Ci limitiamo, con l'e-book, a imitare il libro. Il libro è un oggetto tecnologico meraviglioso. Un oggetto che ha per noi un valore affettivo, ma che vanta anche una consonanza ormai consolidata con la nostra mente, con il nostro modo di pensare. Il libro sopravviverà nel tempo, così come la presenza di automobili non impedisce la costruzione di carrozze. Ma è un oggetto tecnologico la cui gran stagione si colloca nel passato.
L'industria cresciuta attorno al libro -case editrici, distribuzione, libreria- tenta, comprensibilmente di sopravvivere. Editor e redattori di case editrici, agenti letterari, autori, non sanno, o non vogliono guardare oltre i confini di processi di lavoro pensati in funzione dell'oggetto libro. Ben pochi sono coloro che, nel mondo editoriale, sanno guardare oltre. Tentano di imporre a tutti di muoversi ancora nello scenario che Johannes Gutenberg inaugurò a metà del 1400 con la sua Bibbia. Di qui il loro impegno nel campo dell’e-book, oggetto tecnologico che è il male minore. Attorno all'e-book si possono organizzare le difese, attestandosi sul minimo cambiamento inevitabile. Con l'e-book, non a caso, si tenta di replicare nel nuovo contesto -tramite DRM, Digital Right Management- il modo di intendere il ‘diritto d’autore’ nato con l'oggetto-libro.
Siamo cresciuti in un mondo di libri. La bookishness, di cui parla Georg Steiner è stata per noi l’universale sfera della cultura colta, della letteratura. Su questo nostro vissuto, qualcuno specula per costringerci a vedere l’e-book come nuova sfera.
Ma l'e-book è cosa ben misera. Il possibile avvenire della conoscenza e della letteratura, accolti nella loro ampiezza, sta ben oltre l'incunabolo, oltre l'apparentemente nuovo che è in realtà imitazione del passato.
Ma l'e-book è cosa ben misera. Il possibile avvenire della conoscenza e della letteratura, accolti nella loro ampiezza, sta ben oltre l'incunabolo, oltre l'apparentemente nuovo che è in realtà imitazione del passato.
sabato 2 marzo 2013
Martin Heidegger e l’informatica come filosofia dei nostri tempi
Il pensiero
speculativo del filosofo
viaggia per concetti, e
quindi, coglie in modo
per noi ancora oggi
sorprendente ed illuminante
l’essenza della
cibernetica e dell’informatica.
Se l’acutissima lettura
heideggeriana dell’informatica
non è stata granché
studiata,
e tanto meno è
stata intesa. ciò appare
dovuto alla scarsa
consuetudine con l’informatica
di chi legge Heidegger,
e per l’altro
verso alla scarsa
consuetudine con un certo
pensiero filosofico di
coloro che hanno tentato
di ragionare sul confine
tra filosofia e
informatica.
Eppure Heidegger
ci parla di dato
e di informazione,
ci parla di computazione,
ci parla di pensiero
e di conoscenza mediati
dall’uso di macchine,
ci parla di come
l’essere umano rischia
-nel dominio dell'informatica-
di essere espulso dal
processo di costruzione di
conoscenza. E ci
parla infine dell’esperienza
che
ognuno
di
noi
fa
con
programmi
per
il
trattamento
dei
testi,
con
il
World
Wide
Web
e
con
il
motore
di
ricerca:
al
di
là
del
domino
della
macchina
si
ritrova,
in nuova forma,
l’uomo attore del
processo.
Questo testo non è che un frammento del mio commento ad una conferenza tenuta il 30
ottobre
1965.
Il
titolo
della
conferenza
appare
chiaro:
Das Ende des Denkens
in der Gestalt der
Philosophie,
La fine del pensiero
in forma di filosofia. La conferenza è anche nota con il titolo Zur Frage nach
der Bestimmung der Sache
des Denkens, Sulla
questione riguardante la
determinazione della materia
del pensare
Heidegger:
L’esserci
è la Lichtung,
il diradamento per la presenza in quanto tale, e nel contempo non lo
è affatto, nella misura in cui il diradamento è soltanto l’esserci,
è garante cioè di questo ente come tale. L’analitica dell’esserci
non perviene ancora a ciò che è proprio della Lichtung
e non giunge per niente in quell’ambito a cui, dal canto suo, la
Lichtung
appartiene.
La presenza di
ciò che è presente
non ha in quanto
tale alcun rapporto con
la luce (Licht)
nel senso del chiarore.
La presenza è invece
riferita al diradarsi
(Lichte)
nel
senso
della
Lichtung
(clearing).
Ciò
a
cui
questa
parola
ci
fa
pensare,
lo
si
può
chiarire
con
un
esempio.
Una
Lichtung
(radura)
nel
bosco
è
quello
che
è,
non
a
causa
del
chiarore
e
della
luce
che
vi
può
splendere
durante
il
giorno.
La
Lichtung
c’è
anche
di
notte.
Lichtung
significa:
in
questo
punto
il
bosco
può
essere
attraversato.
Il
filosofo
ci
ha
accompagnato
nella
zona
di
confine,
lì
dove
la
filosofia
giunge
alla
sua
fine
ed
offre
l’immagine
estrema
di
sé
nel
dissolversi
in
scienze
diverse,
ognuna
autonoma
ed
inconsistente.
Lì
l’informatica
prende
il
posto
della
filosofia,
e
sembra
offrire
alle
scienze
un
fondamento
comune:
con
l’armamentario
dell’informatica
strutturata
la
‘cosa’
del
pensiero,
sia
pure
ridotta
a
dato
computabile,
diveniva
maneggiabile.
Così
l’inafferrabile,
il
meraviglioso,
lo
sfuggente
apparire,
il
presentarsi
dell’essere,
sembra
diventare
afferrabile.
Eppure il filosofo si accorge del
pericolo implicito in questa informatica, estrema manifestazione
della tecnica: l’orientamento al controllo, l’attaccamento alla
conoscenza che c’è già, l’accanita attenzione alla
parcellizzazione, il necessario ricorso a fondamenti e ad
impalcature. Tutto questo, in realtà, significa rivolgere lo sguardo
all’indietro. Perché l’informatica sappia accogliere il
presentarsi dell’essere, il frutto di nuovo pensiero, il nuovo
apparire di conoscenza, c’è bisogno di qualcos’altro.
Se l’uomo è un libero essere
storico, deve guardarsi dal pericolo di consegnare la determinazione
di sé al riduttivo modo di pensare informatico. Se la domanda
implicita nella filosofia è ‘in cosa consiste la stessa
possibilità di pensare’, la domanda deve porsela anche
l’informatica, ora che prende il posto della filosofia.
Heidegger:
Meditare sul fatto che
e su1 modo in
cui la Lichtung
è garanzia della presenza
(Anwesenheit)
fa parte della domanda
concernente la determinazione
della materia (Sache)
del pensiero, un pensiero
che, volendo corrispondere
a questa materia e
agli stati che le
sono propri, si vede
costretto a trasformarsi.
Anche
questo parlare a proposito della Lichtung
non è forse soltanto una metafora, ricavata dalla radura del bosco?
In fin dei conti la radura non è che qualcosa di presente in un
bosco presente. Invece la Lichtung,
come garanzia propria dello spazio libero, del venire alla presenza e
del permanere di ciò che è presente, non è né qualcosa di
presente, né una proprietà della presenza. La Lichtung,
e ciò che essa stessa dirada, resta
piuttosto
qualcosa che concerne il pensiero non appena questo è interessato
dalla domanda su come stiano le cose a proposito della presenza in
quanto tale.
Troviamo
qui
occasione
per
osservare
la
parabola
dell’informatica
-così
come
la
conosciamo,
dal
momento
del
suo
emergere
come
disciplina,
o
meta-scienza,
al
momento
in
cui
scrivo.
Possiamo
tornare
dunque
ora
a
guardare
all’informatica
infantile,
costretta
a
lavorare
su
una
piccola
parte
della
‘materia
del
pensiero’,
costretta
a
contentarsi
di
dati
‘certi’,
ma
poveri.
Costretta
a
considerare
del
pensiero
solo
ciò
che
è
computabile,
cioè:
solo
ciò
che
è
esprimibile
attraverso
uno
specifico
linguaggio
formalizzato.
Costretta
a
fondarsi
sull’ordinabilità,
sul
controllo.
Questa
informatica
cerca
rimedio
all’‘iconoscibilità
della
cosa’ nella
‘certezza
del
dato’,
segno
della
cosa
finemente
definito,
in
un
modo
non
più
comprensibile
all’uomo,
e
comprensibile
invece
solo
da
parte
di
macchine
dedicate
a
questo
scopo.
C’è
-come
ci
ricorda
il
filosofo-
un
evidente
limite
in
tutto
questo:
la
conoscenza
non
può
essere
ridotta
all’esecuzione
di
un
algoritmo,
e
non
può
essere
subordinata
all’imposizione
di
una
scaffalatura,
di
una
struttura
data
a
priori.
Ma
tutto
cambia
quando
l’informatica
si
scopre
in
grado
non
solo
di
ordinare
ed
a
elaborare
fine grained data,
ma
capace
di
lavorare
con coarse
grained data
attinti
da
un
‘fondo’.
In
questo
‘fondo’
stanno
anzi,
per
meglio
dire,
non
importa
come
organizzati,
materiali
di
grana
diversa,
insomma:
Sache,
Stoff,
matter,
coarse, roba:
in
apparenza
magari
anche
robaccia
grossolana,
cianfrusaglie.
E
la
questione,
il
problema,
la
materia del
lavoro
-ecco
in
gioco
il
doppio
senso
di
Sache e
di
matter-
non
risiedono
più,
come
nell’informatica
infantile,
nell’elaborare
e
nell’ordinare.
La
questione,
il
problema,
la
materia,
in
questa
informatica
evoluta,
sta
nel
diradare.
Come
il
bosco
si
dirada
improvvisamente
finché
-Lichtung-
ci
appare
la
radura, così
funziona
l’informatica
che
porta
a
galla,
alla
luce,
ciò
che
è
implicito
nella
materia,
per
tentativi
ed
errori,
per
approssimazione,
senza
che
alla
fin
fine
importi
come.
Due
esempi
appaiono
subito
evidenti.
Così,
lavorando
con
materiali
eterogenei
ed
eterocliti,
costruiamo
conoscenza
tramite
il
Data
Mining:
rovistando,
appunto,
in
questo
‘fondo’,
e
cercando
cluster,
cercando
sul
momento
una
struttura
utile
a
tenere
insieme
abbastanza
bene
quei
materiali,
in
modo
che
ci
appaia
conoscenza.
Ci
soccorre
il
senso
implicito
in
cluster:
‘grumo’,
‘blocco’,
‘zolla’;
l’idea
di
possibile
‘coagulazione’,
‘raggrumarsi’,
prende
il
posto
del
necessario
riferimento
a
una
‘impalcatura’,
‘intelaiatura’
già
data.
E
così,
ancora,
lavorando
con
materiali
eterogenei
ed
eterocliti,
costruiamo
conoscenza
muovendoci
nel
World
Wide
Web
-sterminato
‘fondo’
di
materiali
continuamente
accumulati,
anche
con
il
nostro
contributo-
estraiamo
di
volta
in
volta
cose,
e
con
queste
costruiamo
provvisorie
ma
efficaci
strutture.
Heidegger:
Das
Lichte
è il diradarsi. Lichten
vuoi dire liberare, lasciar
libero, affrancare. Lichten
dipende da leicht
(lieve).
Alleviare, alleggerire una
cosa significa eliminare
gli ostacoli, condurla in
un ambito senza più
resistenze, nello spazio
libero. Levare l’ancora
vuol dire: liberarla dal
fondo marino che la
serra tutt’attorno ed
elevarla nello spazio
libero dell’acqua e
dell’aria.
La presenza è
assegnata alla Lichtung
intesa come garanzia
propria dello spazio
libero.
Lichtung,
clearing,
‘diradarsi’,
‘farsi
chiaro’,
processo
di
continua
emergenza
di
conoscenza
adeguata
alla
situazione.
Qui
c’è
il
processo,
il
flusso,
il
continuo
manifestarsi
della
presenza.
Un
processo
sempre
in
fieri,
sempre
possibile.
Un
processo
che
si
dà
a
prescindere
dall’essere
umano,
ma
del
quale
l’essere
umano
può
essere
partecipe.
Possiamo
quindi
riprendere,
andando
oltre
il
mero
esempio
sopra
accennato,
il
discorso
a
proposito
di
ciò
che,
nei
termini
proposti
dal
filosofo,
è
il
World
Wide
Web.
Nel
World
Wide
Web,
possiamo
osservare
diverse
azioni
connesse
e
interagenti,
azioni
che
coinvolgono
uomini
e
macchine,
azioni
orientate
al
‘diradarsi’,
‘superamento
di
resistenze’:
Lichtung,
clearing che
finisce
nel
liberare
conoscenza.
‘Liberarla
dal
fondo
che
la
serra
ed
elevarla
nello
spazio
libero
dell’acqua
e
dell’aria’.
Quando
l’essere
umano
aggiunge
tag,
‘etichette’
ai
materiali
grezzi,
l’essere
umano
e
la
macchina,
accoppiati
strutturalmente,
stanno
cooperando
nel
liberare
il
materiale
costretto
in
una
Gestell -intelaiatura,
scaffale-,
costretto
ad
essere
stabile,
ma
inattivo:
Bestand,
standing reserve,
fondo.
Così
non
importa
più
di
che
Sache,
roba,
stuff,
matter si
tratti
-
il
materiale
in
ogni
caso
è
reso
vivo,
suscettibile
di
infiniti
utilizzi.
Altrettanto
importante
Lichtung , lavoro di
diradamento, di apertura
di
percorsi, è
il
sotterraneo,
autonomo
lavoro
del
crawler,
l’agente
software
che
esplora
i
luoghi
reconditi,
rilevando
la
presenza
di
ogni
genere
di
Sache,
roba,
stuff,
matter.
E
poi
possiamo
vedere
l’essere
umano
e
la
macchina,
accoppiati
strutturalmente,
cooperare
alla
parousía,
‘al
far
sorgere
conoscenza
dalla
dalla
propria
essenza’,
quando
l’essere
umano
inserisce
nella
finestra
del
search engine ,‘motore
di ricerca’,
parole
che
presuppongono
interrogazioni,
domande.
E
trova,
restituite
dalla
macchina,
possibili
risposte.
E’
così
che
il
World
Wide
Web
ci
narra
di
come
la
materia
del pensare,
la
materia
per pensare,
prende
forma.
Solo
avendo
sotto
gli
occhi
di
questa
narrazione
-o
anzi:
solo
perché
di
questa
narrazione
abbiamo
esperienza,
essendone
attori
partecipi-
possiamo
cogliere
i
limiti
entro
i
quali
rischia
di
restare
avvinto
il
nostro
pensiero
– i
limiti
dei
quali
il
filosofo
ragiona.
Consideriamo
quanta
materia
del pensare,
materia
per pensare,
resterebbe
a
noi
oscura
ed
ignota,
poveramente
accessibile,
in
fondo
inaccessibile,
nel
modo
dei
libri
chiusi,
delle
biblioteca
sia
pure
ben
organizzate,
nel
mondo
sia
pure
perfettamente
strutturato
dell’informatica
infantile.
Il
filosofo
sta
dicendoci
che,
forse,
le
risposte
che
la
filosofia
non
può
più
dare
potranno
essere
trovate
tramite
l’informatica.
Ciò
accadrà
se
l’informatica
abbandona
fondamenti
e
orientamenti
al
controllo,
e
si
manifesta
invece
come
affrancamento,
liberazione
del
pensiero.
Così
è
quando
noi,
pur
limitati
nell’agire
dalla
nostra
pochezza,
e
dalla
pochezza
delle
macchine
che
ci
accompagnano
nell’esplorazione,
ci
muoviamo
affacciati
sull’ignoto
Web
con
l’ausilio
di
un
motore
di
ricerca.
sabato 2 febbraio 2013
L'Unheimlich di Freud, il progetto logicista, il Web
All'inizio del Ventesimo Secolo, con Frege e con Russell, si afferma progetto logicista: una 'lingua per le idee', priva di contraddizioni, inequivocabile. Ciò che non può detto in modo inequivoco, deve essere ignorato. In quegli stessi anni Freud porta avanti un progetto opposto: la conoscenza sta nell'informe materia di cui i sogni sono traccia.
Mentre Freud ci invita ad accettare le nostre tenebre, ed il nostro stesso essere stranieri a noi stessi, in quegli stessi anni filosofi e matematici -Frege, Russell, Hilbert- tentano di definire linguaggi capaci di rendere esplicita ogni oscurità, linguaggi capaci di descrivere senza ambiguità ogni cosa.
Frege e Russel preparano l'avvento dell'informatica figlia della matematica: modelli formali, assiomatici, gerarchici, deduttivi. Data bases che pretendono di contenere solo 'verità, e che scartano la conoscenza che non può essere esattamente classificata. Freud, all'opposto, ci parla di quella fonte di conoscenza sovrabbondante, disordinata e anche tenebrosa, ma ricchissima: il World Wide Web.
A Vienna, nel 1919, nei giorni dell’inizio della fine -la prima Guerra Mondiale è appena terminata, il millenario Impero si è sbriciolato- Sigmung Freud, riprendendo in mano un più vasto saggio che aveva da anni nel cassetto, scrive a proposito dell’Unheimliche.1
Poco ci importa che i traduttori italiani abbiano ormai canonizzato una traduzione: perturbante. Questa espressione rende ben poco del tedesco. Unheimlich, nota Freud, è evidentemente l’antitesi di Heimlich, da heim, ‘casa’, e di Heimisch, ‘patrio’, ‘nativo’, e quindi: ‘familiare’, ‘abituale’. E’ ovvio quindi dedurre che “se qualcosa suscita spavento è proprio perché non è noto e familiare”. E dunque ecco l’inquietante, sinistro, lugubre, sospetto, spaventoso, tenebroso, straniero, estraneo, fonte di disagio, di cattivo augurio. Uncanny, unconfortable, gloomy, ghastly. L’inquiétante étrangeté. Lo ominoso.
Freud nota che ciò che per uno è Heimlich per l’altro è Unheimlich. Così come, possiamo ricordare, seguendo la lezione di Marcel Mauss, il gift è allo stesso tempo dono e veleno: ognuno teme ciò che non gli è familiare, cioè che risulta ignoto e straniero. Ma non basta questo ad avvicinare il mistero dell’Unheimlich. Per coglierlo, ci dice Freud, dobbiamo seguire Schelling. “Unheimlich, dice Schelling, è tutto ciò che avrebbe dovuto restare segreto, nascosto, ed invece è affiorato”.
Ecco dunque che nel Dizionario Tedesco di Jakob e Wilhelm Grimm2 alla voce Heimlich troviamo, accanto al senso di ‘familiare’, ‘domestico’, ‘natale’: “Heimlich in quanto alla conoscenza”: in questo senso, ci dicono i fratelli Grimm, Heimlich traduce il latino mysticus, divinus, occultus, figuratus. Sicché, commentano i fratelli Grimm, “Heimlich assume il significato proprio di Unheimlich, come mostra una frase del drammaturgo Friedrich Maximilian Klinger: ‘a volte mi sento un uomo che vaga nella notte e crede negli spettri; per lui ogni angolo è sinistro (Heimlich) e dà i brividi’”.
Anche a casa nostra, anche nella nostra città, nella nostra patria, nel mondo caldo e familiare dove dovremmo essere protetti da ogni pericolo esterno viviamo nel sospetto e nel timore, viviamo nel timore.
Freud, si sa, vuole parlarci dell’inconscio, ma nel farlo ci sta parlando di conoscenza.
L’ Heimlich-Unheimlich “in quanto conoscenza”: una conoscenza che ci è familiare, che ci rassicura e ci offre conferme. E che e al contempo ci è estranea, provoca spavento, contiene qualcosa di inquietante e sinistro che preferiremmo tenere lontano da noi.
E' così che ci affacciamo sul World Wide Web. Viviamo lo spaesamento, l'inquietudine, ci troviamo di fronte all'Unheimlich. Qualcosa di familiare e allo stesso perturbante, per l'assenza di confini, di ordine e di regole. Ma proprio in questo sta la ricchezza del Web: la ricchezza con la quale dobbiamo imparare a convivere.
Mentre Freud ci invita ad accettare le nostre tenebre, ed il nostro stesso essere stranieri a noi stessi, in quegli stessi anni filosofi e matematici -Frege, Russell, Hilbert- tentano di definire linguaggi capaci di rendere esplicita ogni oscurità, linguaggi capaci di descrivere senza ambiguità ogni cosa.
Frege e Russel preparano l'avvento dell'informatica figlia della matematica: modelli formali, assiomatici, gerarchici, deduttivi. Data bases che pretendono di contenere solo 'verità, e che scartano la conoscenza che non può essere esattamente classificata. Freud, all'opposto, ci parla di quella fonte di conoscenza sovrabbondante, disordinata e anche tenebrosa, ma ricchissima: il World Wide Web.
A Vienna, nel 1919, nei giorni dell’inizio della fine -la prima Guerra Mondiale è appena terminata, il millenario Impero si è sbriciolato- Sigmung Freud, riprendendo in mano un più vasto saggio che aveva da anni nel cassetto, scrive a proposito dell’Unheimliche.1
Freud nota che ciò che per uno è Heimlich per l’altro è Unheimlich. Così come, possiamo ricordare, seguendo la lezione di Marcel Mauss, il gift è allo stesso tempo dono e veleno: ognuno teme ciò che non gli è familiare, cioè che risulta ignoto e straniero. Ma non basta questo ad avvicinare il mistero dell’Unheimlich. Per coglierlo, ci dice Freud, dobbiamo seguire Schelling. “Unheimlich, dice Schelling, è tutto ciò che avrebbe dovuto restare segreto, nascosto, ed invece è affiorato”.
Anche a casa nostra, anche nella nostra città, nella nostra patria, nel mondo caldo e familiare dove dovremmo essere protetti da ogni pericolo esterno viviamo nel sospetto e nel timore, viviamo nel timore.
Freud, si sa, vuole parlarci dell’inconscio, ma nel farlo ci sta parlando di conoscenza.
L’ Heimlich-Unheimlich “in quanto conoscenza”: una conoscenza che ci è familiare, che ci rassicura e ci offre conferme. E che e al contempo ci è estranea, provoca spavento, contiene qualcosa di inquietante e sinistro che preferiremmo tenere lontano da noi.
E' così che ci affacciamo sul World Wide Web. Viviamo lo spaesamento, l'inquietudine, ci troviamo di fronte all'Unheimlich. Qualcosa di familiare e allo stesso perturbante, per l'assenza di confini, di ordine e di regole. Ma proprio in questo sta la ricchezza del Web: la ricchezza con la quale dobbiamo imparare a convivere.
1Sigmund Freud, “Das Unheimliche”, Imago, Band V, Wien, 1919; trad. it. Leonardo e altri scritti, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, I, Boringhieri, Torino, 1969, pp. 267-307.
2Jakob e Wilhelm Grimm, Deutsches Wortërbuch, Hirzel, Leipzig, 1877.
sabato 17 novembre 2012
Analogia tra quipus e informatica
Vari
studiosi hanno ragionato attorno all’analogia tra quipus e
informatica.
Gary
Urton.
Antropologo,
cura
a
Harvard
il
Khipu
Database
Project.
A
lui
si
devono
anche
articoli
divulgativi
qui
quipus
e
sui
loro
“misteri”.1
Sebbene
aperto
anche
alle
ricerche
sui
‘quipus
narrativi’,
Urton
è
l’esponente
più
in
vista
della
scuola
che
intende
i
quipos
come
“sophisticated
system
of
mathematical
notation”.
In
Signs
of
the
Inka
Khipu
Urton
sostiene
che
i
quipus
fossero
basati,
come
lo
sono
i
computer
nel
momento
in
cui
lui
scrive,
su
codice
binario.2
Per
osservare
i
quipos
-che
hanno
una
storia
millenaria,
lungo
la
quale,
è
dato
da
supporre,
il
codice
si
sia
evoluto,
magari
anche
attraverso
grandi
discontinuità-
si
prende
ad
esempio
il
computer
-una
macchina
che
vive
ancora
la
sua
fase
infantile-.
Puntare
tutto
sul
supporre
che
alla
base
del
codice
dei
quipos
stia
la
codifica
che
presiede
in
questa
fase
al
funzionamento
del
computer
appare
scommessa
rischiosa.
Già
negli
anni
in
cui
Urton
scrive
si
può
ben
immaginare
che
la
classica
macchina
di
Turing
deterministica
si
evolverà
per
diventare
macchina
universale,
e
quindi
macchina
quantistica.
Con
inevitabili,
importanti
evoluzioni
del
codice.
Paul
Beynon-Davies.
Consulente
di
management,
docente
di
Business
School,
informatico
di
professione,
prende
spunto
dai
quipos
deli
Incas
per
interrogarsi
sullo
“status
of
informatics
as
a
discipline”.3
L'informatica
è
termine-ombrello
che
permette
di
definire
aree
“the
overlapping
disciplinary
areas
of
information
systems,
information
management
and
information
technology”.
Il
nodo
del
dibattito
è,
per
Beynon-Davies,
trovare
la
“better
definition
for
the
central
concept
of
information
system”.
Il
caso
della
civiltà
Inca,
ci
presenta
veri
e
propri
“information
specialists”
-
i
quipucamayos,
e
una
precisa
“information
technology”,
fondata
sui
quipos.
I
quipos
appaiono,
nel
dominio
dell’informatica,
“a
non-familiar
example
of
a
data
structure”.
Osservando
i
quipos
possiamo
mettere
a
fuoco
la
differenza
tra
‘informazione’
e
‘dati’,
e
individuare
“a
number
of
essential
or
universal
characteristics
of
data”.
Vediamo
così
di
fatto
implementato
nell’Impero
Incaico
un
maturo
‘information
system’,
‘sistema
informativo’.
L'aspetto
affascinante
di
questo
sistema
informativo,
sul
quale
si
fonda
il
buon
funzionamento
del
grande
impero,
conclude
Beynon-Davies,
è
che
l’information
technology
“at
its
core
did
not
even
utilise
written
language”.
Beynon-Davies
usa
l’analogia,
in
modo
opposto
a
Urton:
tramite
i
quipos
cerca
il
senso
dell’informatica.
Eppure,
anche
qui
scatta
la
molla
del
riduzionismo
difensivo.
A
Beynon-Davies
piace
cogliere
nei
quipos,
e
nel
loro
uso
presso
gli
Incas,
la
pura
essenza
di
un
‘sistema
informativo’
idealizzato
– che
però
non
corrisponde
né
ai
‘sistemi
informativi’
che
ha
sotto
gli
occhi
mentre
scrive,
né
a
quanto,
ci
raccontano
i
cronisti.
Il
professionista
dell’informatica,
nell’ansia
di
fondare
su
basi
solide
la
propria
disciplina,
sceglie
di
vedere
nei
quipos
un
sistema
strutturato,
predisposto
per
ospitare
nient'altro
che
dati
intesi
come
entità
discrete.
Si
nega
l’esistenza
dell’altra
faccia
dei
quipos:
il
loro
essere
strumento
di
conservazione
di
narrazioni
di
miti
e
favole
e
storie.
Così facendo, tramite una
lettura capziosa dell’analogia con i quipos, Beynon-Davies, finisce
per escludere dal suo orizzonte l’altra faccia dell’informatica:
l’informatica che, anziché lavorare con dati, lavora con testi: le
basi dati non strutturate, i linguaggi di marcatura, i motori di
ricerca, il World Wide Web nel suo insieme.
1Gary
Urton, “Inca
Encodements”,
Science,
216, 1982.
Gary Urton,
Carrie J.
Brezine, “Khipu
Accounting in
Ancient Peru”,
Science,
309, 2005.
Gary Urton,
“Untangling
the mystery
of the
Inca”,
Wired,
January 2007.
2Gary
Urton, Signs of the Inka
Khipu. Binary Coding in
the Andean Knotted-String
Records, University of Texas Press, Austin, 2003 (The
Linda Schele Series in Maya and Pre-Columbian Studies).
3Paul
Beynon-Davies,
“Informatics
and the
Inca”,
International
Journal
of
Information
Management,
Volume 27,
Issue 5,
October, 2007.
Paul
Beynon-Davies,
“Significant
threads: The
nature of
data”,
International
Journal
of
Information
Management,
Volume 29
Issue 3,
June, 2009.
mercoledì 19 settembre 2012
Il quipu come codice e come macchina
Immaginiamo un viaggiatore
di ritorno dopo dopo una lunga assenza. Lontano dalle nostre terre
tra l’ultimo scorcio del secolo scorso e l’inizio di questo,
osserverà ritornando, certamente sorpreso, la macchina multiuso di
cui può disporre ora ogni essere umano. Macchina che permettono di
scambiare messaggi istantanei, e di conversare, anche condividendo le
reciproche immagini, senza che influisca la distanza; e che offrono
al contempo gli strumenti per fare di calcolo; e per scrivere liberi
dai vincoli imposti dal foglio di carta; e di pubblicare, fuori dal
controllo di editori e censori; e di accedere a innumerevoli fonti:
archivi, documenti, libri, qualsiasi biblioteca del globo; macchine
con le quali, ancora di si possono scattare fotografie, registrare
filmati; registrare voci e comporre musica, disegnare; e conservare e
organizzare e condividere questi oggetti multimediali, così come si
possono conservare e organizzare e condividere i testi scritti;
mischiando anche parole scritte e voci e suoni e immagini fisse e in
movimento; fin al punto che il modo di intendere lo scrivere e il
leggere, il disegnare e il fotografare e il comporre musica -intesi
come singole arti- perdono di senso. E l’uomo appare, tramite
queste macchine, più capace e intelligente.
Simile stupore dovevano
trovare gli spagnoli che in terra d’America, attorno al 1530,
giunti a contatto con la gran cultura dell’Impero Inca, ebbero modo
di osservare come lì si ‘scriveva’, e si ‘leggeva’, e si
organizzavano e si conservavano le conoscenze.
Para suplir la falta de
letras, tenían estos bárbaros una curiosidad. (…) Las cosas más
notables, que consisten en número y cuerpo, notábanlas, y agora las
notan, en unos cordeles, a que llaman quipo, que es lo mismo que
decir racional o contador. (...) Es cosa de admiración ver las
menudencias que conservan en questos cordelejos, de los cuales hay
maestros como entre nosotros del escribir.
Y así cada uno a sus
descendientes iba comunicando sus anales por esta orden dicha, para
conservar sus historias y hazañas y antigüedades y los números de
las gentes, pueblos y provincias, días, meses y años, batallas,
muertes, destrucciones, fortalezas y cinches.
Pedro Sarmiento de Gamboa, Segunda parte de la historia general
llamada indica, Cuzco, 1572 (scritto
tra il 1570 e il 1572).
Per supplire alla
mancanza di lettere, avevano questi barbari una curiosità. (…) Le
cose più notevoli, che consistono in numero e corpo, le annotavano,
e ora le annotano, in delle cordicelle, che chiamano quipo, che è lo
stesso che dire razionale o contabile. (…) E’ cosa che desta
meraviglia vedere le minuzie che conservano in questi cordami, dei
quali ci sono maestri come tra noi dello scrivere.
E così ognuno ai suoi
discendenti comunicava i suoi annali per mezzo di questo detto
ordine, per conservare le loro storie e le gesta e le antichità e il
numero delle genti, dei popoli e delle province, dei giorni, e dei
mesi e degli anni, e le battaglie, le morti, le distruzioni, le
fortezze e i capitani.
Pedro
Sarmiento de Gamboa, Historia índica, sta in Garcilaso de la Vega,
Obras Completas, Apéndice con Historia indica de Pedro
Sarmiento de Gamboa, Atlas, Madrid, 1965. Tomo IV, pp. 211-212
(Biblioteca de Autores Españoles, 135).
Nel
cogliere il senso profondo di ciò che chiamiamo ‘leggere’ e
‘scrivere’, ci è di grande aiuto l’osservazione di altri modi
di costruire conoscenza, modi assolutamente differenti.
Tramite i quipos
questi indios conservano la conoscenza “vera y ordenadamente”,
“veramente e ordinatamente”, diceva Sarmiento de Gamboa. Martín de Murúa, altro Cronista delle Indie,
precisa: “tutto messo con molto ordine e ben disposto”. C’è
dunque un criterio, c’è una logica precisa. C’è un modo -per
noi incomprensibile, ma efficace- per conservare e per recuperare.
Per mantenere nel tempo e per avere a disposizione in questo istante.
I cronisti osservano, testimoniano. Mostra la sorpresa di fronte alla differenza. Anche se
forse non la sa percepire nelle sue dimensioni. Non poteva sapere che
i quipos erano in uso almeno da 2.500 anni prima di Cristo. L’invenzione della scrittura con caratteri cuneiformi, incisi con
uno stilo su un supporto di argilla, è di poco precedente.
Accettare che alfabeti,
scrittura, libri non siano che una delle forme attraverso le quali
può essere conservata la conoscenza è mettere in discussione i
fondamenti della nostra cultura.
Ciò che noi facciamo con carta e penna, gli indios di cultura quechua fanno attraverso i quipos. Ma gli indios fanno attraverso i quipos anche -ed è questo secondo passaggio che appare più importante- ciò che facciamo, nel dominio dell’informatica, scrivendo su un supporto di memoria – un disco, un supporto allo stato solido.
Di fronte a questa constatazione, siamo obbligati ad allargare lo sguardo. La nostra consuetudine con un certo modo di scrivere ci fa velo. In realtà, conosciamo altre codifiche.
I quipus ci portano su un
terreno inusitato, ben oltre la visione del mondo che può essere
espressa attraverso la metafora del libro.
Ci spingono a riflettere
su come il codice che presiede al funzionamento del computer, al di
là dell’apparenza, non sia poi così diverso dal codice che
presiede alla scrittura con carta e penna.
Ci spingono anche a
chiederci se forse, condizionati dalla tradizione, dalla
consuetudine, non leggiamo in termini riduttivi la novità implicita
nel computer e nel suo codice.
Tramite questi ‘cordami’
sono conservate, con minuziosa precisione “sus
historias y hazañas y antigüedades y los números de las gentes,
pueblos y provincias, días, meses y años, batallas, muertes,
destrucciones, fortalezas y cinches”; “le storie e le
gesta e le antichità e il numero delle genti, dei popoli e delle
province, dei giorni, e dei mesi e degli anni, e le battaglie, le
morti, le distruzioni, le fortezze e i capitani”.
Ciò che più desta meraviglia è che attraverso i quipos fossero conservati non solo dati 'discreti', numerici', ma anche narrazioni.
Tutto lo scibile può
essere conosciuto, tutta la conoscenza può essere conservata, ogni
storia può essere narrata attraverso corde e nodi.
I quipos ci spingono a ricordare
come noi, bisognosi di fondamenti, riconduciamo la novità a ciò che
è spiegabile avendo in mente il libro. Impediamo così forse al computing di sprigionare la novità di cui è portatore. C'è di più: http://diecichilidiperle.blogspot.it/2012/11/analogia-tra-quipus-e-informatica.html.
martedì 31 luglio 2012
Come le arterie di un ragno divino
E' il titolo di un capitolo del mio saggio Viaggio letterario in America Latina. Un capitolo che non avrei potuto scrivere con carta e penna. E' stata concepibile e realizzabile solo perché lavoravo con un computer, con un programma di 'trattamento dei testi'.
(Per la cronaca, per abitudine assunta lavorando nella Direzione Organizzazione della Mondadori, ho continuato a usare, fino a quando nel 1998 ho licenziato il testo del Viaggio letterario, un poco noto, ed alla fine in apparenza obsoleto Word Processor; XyWrite. Un Word Processor che aveva già a metà degli Anni Ottanta del secolo scorso tutto ciò che -dal punto di vista dello scrittore- è importante.).
Scrivendo quel capitolo del mio saggio, a differenza di quello che sentivo scrivendo altri capitoli-, sentivo proprio la limitazione legata all'impossibilità di aggiungere legami multimediali, immagini e suoni, ero costretto ad evocare film e musica con parole. Questo vincolo è proprio una di quelle contraintes di cui argomentavano Queneau, Perec, e gli altri di Ou.Li.Po. Questo, come ogni vincolo, a volte è virtuoso e a volte no.
Sentivo, scrivendo 'Come le arterie di un ragno divino', la limitazione legata al fatto che un simile testo è sempre provvisorio, si potrebbe aggiungere sempre qualcosa. Mentre altri capitoli potevano essere ragionevolmente 'finiti', questo no. Tanto è vero che nel ripubblicare il libro presso quella piccola casa editrice due anni fa, questo è l'unica capitolo al quale ho aggiunto qualcosa, e nel quale ho modificato qualcosa.
E sentivo la limitazione insita nel non poter aggiungere parti di testo fatte -anziché di segni alfabetici- di immagini fisse e in movimento, suoni, musica.
E sentivo anche che l'autore può decidere di scrivere da solo senza interventi di altri, ma potrebbe anche all'opposto scrivere limitandosi ad usare citazioni di altri autori.
Da questa esperienza posso trarre una considerazione generale: oggi una persona che scrive con un Personal Computer, avendo a disposizione le risorse offerte dal World Wide Web e pensando ad una pubblicazione tramite World Wide Web, è chiamato a compiere scelte che erano impensabili quando si scriveva su carta, in vista di una pubblicazione tramite libro.
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